martedì, 06 maggio 2008

Fede e media

Ricordate la Grassroots films, la casa di produzione di Brooklyn che aveva realizzato il bellissimo filmato God in the streets of New York?

 

Ecco, adesso arriva la sua prima grande opera, un film vero e proprio.


domenica, 27 aprile 2008

Pastorale giovanile

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Riportava Zenit, il 23 aprile scorso, che “tra le decisioni adottate nel recente Capitolo Generale della Congregazione Salesiana, spicca il cosiddetto Progetto Europa. Il rettor maggiore dei Salesiani, don Pascual Chávez [foto sopra], ha invitato a ripensare la presenza salesiana nel Vecchio Continente per prestare un miglior servizio pastorale ai giovani”.

 

Probabilmente è già un assaggio di questo nuovo impegno l’ultimo numero di Dimensioni Nuove, la rivista salesiana dedicata ai giovanissimi.

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Per esempio, alla rubrica “Pensatori”, troviamo, con piacevole sorpresa, Bertrand Russell:

 

Grande estimatore della scienza e della matematica, Russell ha decisamente negato ogni metafisica e ogni religione. Il Cristianesimo era per lui un complesso di non-sensi, e caratterizzato da una morale disumana, bigotta, formalistica ed oscurantista. Questo suo giudizio nasce dal pesante influsso che ebbe su di lui l’ambiente Vittoriano in cui trascorse la sua giovinezza, sovente perbenistico e ipocrita.

Il suo saggio veemente ed appassionato, Perché non sono cristiano, può essere ancora oggi una lettura provocatoria e liberante anche per un autentico credente.

 

Alla rubrica “Dossier”, veniamo spronati giustamente a sostenere la causa del Tibet:

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In Tibet puoi barattare il vortice della vita con una beatitudine senza confini (Milarepa)... Secondo Robert Thurman, uno dei più autorevoli studiosi del Tibet, grazie alla loro adorazione di tutto ciò che vive, i tibetani hanno preservato il più sofisticato ecosistema della Terra, «un ambiente così fragile che, una volta scomparso, non potrà ritornare mai più». Un angolo di Paradiso, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

 

Alla rubrica “Scuola” campeggia una bella proposta formativa: Sulle orme di Vasco. Percorsi naturalistici e storico-culturali lungo la via Emilia:

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Il progetto nasce con l’intento di condurre gli studenti attraverso i luoghi della biografia di Vasco Rossi suggerendo, nel contempo, una molteplicità di link storici, artistici, urbanistici ed economici con il territorio: dalla centuriazione romana della pianura padana con l’insediamento dei veterani delle guerre civili fino ai moti risorgimentali, dalla musica di Verdi ai cantautori, da Wiligelmo alle tombe dei glossatori, dal paesaggio e dalle coltivazioni appenniniche al fenomeno Ferrari.

Vengono suggeriti però altri due itinerari: sulle orme di Totti e sulle orme di Scamarcio.

martedì, 22 aprile 2008

La figlia suora di Hawthorne

Magister segnala la citazione di Hawthorne fatta dal Papa nell’omelia di sabato, nella cattedrale di San Patrizio a New York.

 

Ripesco e trascrivo un articolo uscito su Avvenire il 10 dicembre 2004: Il segreto di Rose, la figlia suora di Hawthorne, di Andrea Galli. Può fare forse da sfondo alla curiosa citazione papale.                  

 

 

«Era già un anno provvidenziale, il 2004, per Nathaniel Hawthorne, il grande scrittore americano, con il duecentesimo anniversario della nascita e la serie di commemorazioni che si sono susseguite negli ultimi mesi negli Stati Uniti e all'estero. Italia compresa, dove nei giorni scorsi, a Roma, l'Associazione italiana di Studi nordamericani ha reso omaggio con un convegno all'autore de La lettera scarlatta. Come se non bastasse, poi, sono arrivate le elezioni americane, la vittoria di George W. Bush e il successivo dibattito sulla persistenza delle radici cristiane e puritane nel mondo Usa: quelle radici che lo scrittore del New England più di ogni altro ha raffigurato e contribuito a cristallizzare nell'immaginario collettivo.

Che lo spirito di Hawthorne in un qualche modo aleggi sul dibattito culturale e civile Usa, lo ha ricordato sul Foglio anche Siegmund Ginzberg, con un lungo articolo dedicato alla compresenza negli scritti di questo autore delle "due facce del Dio Padre dell'America", quella puritana e quella liberale. Adelphi, inoltre, ha da poco dato alle stampe l'inedito – per l'Italia – Venti giorni con Julian (pagine 120, euro 8,00), un estratto poco noto dai voluminosi taccuini di appunti lasciati dallo scrittore al momento della morte. Si tratta di un resoconto che Hawthorne fece, in modo diaristico, dei giorni trascorsi nell'estate del 1851 con il figlioletto Julian, mentre la moglie Sophie, assieme alle altre due figlie, si trovava a Boston in visita ai genitori. Un racconto breve, che restituisce l'esperienza di un uomo "schivo, introverso, incline a elaborare storie di memorabile e fascinosa cupezza" - come scrive Roberto Calasso nella quarta di copertina –, lasciato solo ad accudire un bambino di cinque anni, "mezzo elfo e mezzo angelo", infaticabile produttore di parole e di domande. Pagine che permettono di scrutare da un'angolatura domestica uno dei padri fondatori della letteratura americana, figura tersa e allo stesso tempo vagamente enigmatica, sospesa tra la cultura dei propri avi e lo spirito di Ralph Waldo Emerson e dei trascendentalisti, tra la severa sobrietà del gentiluomo del Massachussets e la compiaciuta cedevolezza ai momenti ludici di un amante della quotidianità.

Ma anche la Chiesa cattolica ha reso omaggio, seppur indirettamente, alla figura di Hawthorne. La Conferenza episcopale americana ha infatti presentato la settimana scorsa il nuovo Catechismo per gli adulti, dove, fra i modelli di santità proposti ai fedeli, spicca il nome di Rose Hawthorne, la terza figlia di Nathaniel, la cui causa di beatificazione è stata aperta l'anno scorso dal cardinale di New York Edward Egan.

La storia di Rose Hawthorne (1851-1926) è probabilmente fra le più singolari e meno note del cattolicesimo americano di fine '800. Legatissima al padre, che perse all'età di soli 13 anni, Rose crebbe con la madre spostandosi tra Stati Uniti, Inghilterra e Germania e coltivando come il fratello maggiore Julian ambizioni letterarie. Ambizioni che, all'età di 20 anni, poté condividere con il marito George Lathrop, figlio di un ex-console degli Stati Uniti ad Honolulu, il quale aveva abbandonato gli studi di diritto per intraprendere l'attività di giornalista e scrittore. Stabilitisi a New York nel 1871, Rose e George iniziarono entrambi collaborazioni con numerose riviste letterarie – George divenne condirettore del prestigioso Atlantic Monthly e nel 1883 fondò l'American Copyright League - diedero alle stampe poesie, articoli, studi biografici su Hawthorne, i quali però, se permisero loro di affermarsi nei salotti letterari newyorkesi, non permisero loro di superare uno stato di pressoché continua precarietà finanziaria e di inquietudine esistenziale. Quest'ultima acuita anche dalla morte dell'unico figlio della coppia, Francis, di appena 5 anni.

Una situazione di instabilità che subì però una svolta quando, nel 1891, i coniugi Lathrop optarono per una scelta scandalosa: si convertirono al cattolicesimo. Una decisione che suscitò diffusi commenti di sdegno da parte di una società, quella dell'East Coast, che mal digeriva che la figlia del grande Nathaniel Hawhtorne potesse aderire al credo papista dell'odiato sottoproletariato italo-irlandese. Un dileggio, anche sui giornali, che Rose rimandò al mittente rivelando come lo stesso padre, nei suoi viaggi in Italia, avesse manifestato una crescente "simpatia" nei confonti del cattolicesimo, tracce della quale rimasero anche nel romanzo di ambientazione italiana Il fauno di marmo.

Ma se la "simpatia" dello scrittore di Concord per il cattolicesimo rimase un fatto celato, nella figlia Rose essa fiorì in tutta la sua forza e visibilità. Di lì a poco, infatti, morto prematuramente il marito e percepita la vocazione a servire i più poveri e sofferenti, Rose abbandonò definitivamente il mondo della lettere, si fece terziaria domenicana e aprì una casa per l'assistenza ai malati terminali di cancro (quando il cancro era ancora considerato malattia contagiosa) nel poverissimo Lower East Side di New York. Cresciuta negli anni l'attività assistenziale e aggregatesi al progetto altre volontarie, Rose diede poi vita a un ordine religioso, legato alla famiglia domenicana, che tuttora opera con il nome di Sisters of Hawthorne a New York, Atlanta e Philadelphia. E che, anche soltanto dal nome, ricorda quello che - forse - sarebbe potuto essere l'approdo spirituale di uno dei più grandi narratori dell'800 americano, nonché discendente di eletti puritani e di implacabili nemici di Roma».

domenica, 20 aprile 2008

Il fumo nel Tempio

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E’ da poco uscito per le Edizioni di Storia e Letteratura, quelle fondate da don Giuseppe De Luca, un carteggio fra don De Luca stesso e Massimiliano Majoni, piccolo nobile lombardo e importante collaboratore di Raffaele Mattioli.

 

Majnoni, a metà degli anni ’30, fu nominato responsabile della rappresentanza romana della Comit. Posto chiave per quanto riguardava i rapporti (e furono molti) fra Mattioli e la Santa Sede.   

 

Solo alcune citazioni. Don De Luca a Majnoni, il 12 luglio del 1949:

 

Ho avuto un buon incontro con Mattioli, buono sino alla commozione. Lei sa che ci si commuove facilmente sino alle lagrime noi del Regno… dicevo che noi regnicoli si piange presto, ma si resta armatissimi sempre e, se occorre, contrari. Dunque ci si commosse, e io ne ho riportato l’impressione che non pagherò il mio debito e lui, anzi, mi dà 300.000 per il volume dello Wilkins.

 

Don De Luca a Majnoni, il 20 luglio 1949:

 

Sì, se a Milano ringrazia per me Mattioli, mi fa gran piacere. Gli dica quanto sento la sua amicizia per me, che è stata un elemento della mia vita. E forse questa mia povera vita, se dura e la misericordia di Dio vince la mia miseria, forse la mia povera vita non sarà stata vana, in Italia.

 

Così, invece, don De Luca alla sua pupilla Romana Guarnieri, il 26 agosto dello stesso anno:

 

Mattioli mi prende sottobraccio, mi fa sedere, innanzi a Lui, e mi dà a leggere certe versioni dei sonetti di Shakespeare manoscritte; lui esce intanto. Torna e io gli dico che mi paiono una cosa bella: pensavo a Bacchelli, certo è un traduttore (dicevo) che scrive alla cinquecentesca. Attacco a discorrere. Sono stato lì un’ora abbondante. Il traduttore era lui […] Voleva parlarmi del figlio, Maurizio, e degli studii di lui. Mi ha proposto degli studii sulla storia letteraria della zona dove lui ha i suoi fondi, perché si è accorto che io la sapevo più lunga di tutti. “Farai una conferenza, lì, a casa mia, e avrai il meglio de’ miei amici a sentirti”. Non ti dico Romana, com’ero felice. Quest’uomo, ho detto a Koch uscendo, è un santo; e lacrimavo, a vere lagrime, dicendo così. Quest’uomo non solo mi ha aiutato, mi ama. Non solo mi ama ma ha gettato le sue sonde sulla profondità delle mie acque, ed è lieto ogni volta di trovare profondità sconosciute. Ha l’aria di volermi scoprire, esplorare. Vuoi ringraziare Iddio anche di questo?

 

Il carteggio, come si può intuire, è utile per comprendere meglio i rapporti fra il prete lucano e il banchiere iniziatico.

 

Sfogliandolo, tra l'altro, mi veniva in mente quell’androgino che Mattioli si fece scolpire da Giacomo Manzù e che poi venne posto nell’abbazia di Chiaravalle, dove il Nostro riposa nella tomba che fu di Guglielma la Boema.

 

Non è difficile indovinare chi fu a suggerire a don De Luca, allora in stretto contatto con Roncalli, di scegliere Manzù per realizzare la famosa Porta della Morte, in San Pietro.

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Cito dal sito da cui ho pescato l'immagine (http://www.scultura-italiana.com/Approfondimenti/Porta_della_Morte.htm): 

 

Sul retro, visibile dall'interno della basilica, quando la porta è chiusa, è raffigurato l'episodio principe del pontificato di Giovanni XXIII, l'apertura del Concilio ecumenico vaticano II. Nel lungo pannello con la solenne processione dei prelati, vi sono due figure particolarmente toccanti, il pontefice sulla destra e, più a sinistra, un monsignore che esce di scena: è visto di spalle. Quest'ultimo è don Giuseppe de Luca che nel frattempo era morto, come del resto era morto lo stesso Giovanni XXIII, quando la porta fu installata. Quel don Giuseppe, consigliere iconografico dello scultore, si era tanto impegnato perché era conscio che l'ateo Manzù avrebbe creato nella più augusta delle basiliche un'opera degna dei geni che avevano eretto e decorato l'insigne monumento. Manzù non lo deluse. Era stato attento a ogni dettaglio. Si era preoccupato, per esempio, che la fusione bronzea avesse un colore biondo, di miele, per accordarsi con il tono dei marmi delle colonne scanalate e del fastigio, voluti secoli prima da papa Paolo V Borghese. Aveva studiato un'apposita lega e poiché la prima fusione era riuscita troppo scura (esiste tuttora) ne fece ripetere la colata.

Il retro della porta è anche un'elegante soluzione spaziale: la sequenza dei prelati è una striscia figurata sottile rispetto all'altezza dei battenti. A baciare la mano del pontefice è il cardinale africano Rugambwa. II fatto che sia di colore è segno dell'universalità del cattolicesimo. Manzù ricordò, in proposito, che era stato il pontefice a decantargli i meriti di quel porporato. I volti dei due personaggi sono realistici ritratti.

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E tornano alla mente vecchie storie, magari lette con scetticismo (http://www.bloogs.com/ducadegandia/archives/2007_01_01_index.shtml):

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Come ognun saprà delle cinque porte bronzee della Basilica Vaticana soltanto quella centrale è antica: opera del Filarete commissionata a Firenze da papa Eugenio IV a metà del XV secolo e destinata alla precedente basilica tant'è vero che, regnando Paolo V Borghese, furono fatte delle aggiunte in basso ed in alto per adattare la porta alle nuove dimenzioni degli ingressi della basilica michelangiolesca.

I battenti delle altre porte erano in legno. Solo nel XX secolo sono state sostituite con artistici battenti di bronzo. Nel Giubileo del 1950 i fedeli svizzeri donarono a Pio XII la "Porta Santa" opera di Vico Consorti. Giovanni XXIII commissionò a Giacomo Manzù la "Porta della Morte" e regnando Paolo VI fu eseguita quella detta "dei Sacramenti" opera di Venanzio Crocetti (inaugurata da Paolo VI il 12 settembre 1965) e per ultima quella detta "del Bene e del Male" commissionata direttamente da Papa Paolo VI al maestro Luciano Minguzzi, considerato dalla critica uno dei maggiori scultori del Novecento e inaugurata nel settembre del 1977.

Tra i vari pannelli della porta "del Bene e del Male" quello commemorativo del «Concilio Ecumenico Vaticano II» fu poco tempo dopo sostituito.

Nel bassorilievo bronzeo originale figuravano sei prelati seduti: ad un estremo Giovanni XXIII, che inaugurò il Concilio , poi quattro vescovi - o cardinali di cui uno di rito bizantino - ed a chiudere la teoria Papa Montini che chiuse il Concilio Vaticano II. Mentre papa Giovanni e gli altri quattro Padri conciliari erano stati raffigurati con il corpo ed il viso rivolti in avanti, Paolo VI (l’ultimo a destra) era invece modellato di profilo, in modo da presentare, ben visibile, la Sua mano sinistra con incisa sopra una «Stella a cinque punte», o «Pentalfa massonico»!

Poco tempo dopo l’inaugurazione don Luigi Villa - come lui stesso riferisce - si recò da un cardinale per denunciare il fatto.
Dapprima quella insegna massonica sul dorso della mano sinistra di Paolo VI venne raschiata, poi, il pannello venne sostituito con un altro - l’attuale - sul quale, però, non compaiono più le sei figure di prima, ma solo cinque.

giovedì, 17 aprile 2008

Gesù secondo il Talmud

Dicono sia un libro interessante.

martedì, 15 aprile 2008

Repubblica delle banane

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«Il leader di Forza Italia è il campione di un'Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni».

Così Massimo Giannini, ieri, nel commento ragionato sulle elezioni.

 

Ovvero, come non capire un ***** dell’Italia ed essere vice-direttori del più diffuso quotidiano nazionale, Repubblica.  

sabato, 12 aprile 2008

Il circo

Quando si dice pastorale per i circensi e lunaparkisti.

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Monaco, 32° Festival internazionale del Circo (17-27 gennaio 2008)

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Thanks to Catholic Church Conservation

giovedì, 10 aprile 2008

Gli ultimi samurai

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Il 10 febbraio Avvenire ha dedicato un articolo a «Kyushu, la più meridionale delle quattro isole maggiori che disegnano l’arcipelago giapponese, dove oggi il numero dei cattolici è circa il 10% della popolazione».

Lo spunto era la beatificazione, il prossimo novembre, di 188 martiri giapponesi, protagonisti di una vicenda indimenticabile che ebbe luogo da quelle parti: quando Amakusa Shiro, un samurai di 16 anni, e cinquantamila cattolici resistettero fino alla morte, nel castello di Hara, all’assedio dell’esercito imperiale. Il che ha fatto scrivere giustamente a Rino Cammilleri: «la storia dei samurai cristiani di Shimabara è una delle più eroiche di tutti i tempi». Leggere per credere. g

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Qualche giorno fa anche il New York Times ha dedicato un servizio struggente alla presenza cattolica nelle lande desolate del Giapppone del Sud, presenza che, causa il vento della secolarizzazione e l’emigrazione delle giovani generazioni nei grandi centri urbani, si sta assottigliando sempre di più.

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L’articolo del NYT è segnalato da un blog curioso: Catholic in Japan, il cui autore è un giovane americano finito in terra nipponica per motivi di studio, se capisco bene.

L’anonimo blogger racconta cosa vuol dire essere cattolici romani in un Paese dove tutti insieme, protestanti ortodossi e papisti, valgono circa l’1% della popolazione. Pare non sia molto facile.

 

lunedì, 07 aprile 2008

Sacerdotesse

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Mentre sul sito della Santanché campeggia la foto seguente…f

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…nell’archivio di wXre campeggia questa citazione del 14 agosto 2006:

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“Da un Papa così moderno e attento alla valorizzazione della donna, mi aspetto un ulteriore passo avanti: il sacerdozio femminile”. Lo afferma in un'intervista a La Stampa la parlamentare di An Daniela Santanché.

Ohibò. Vedremo forse Bose votare per La Destra?