Caro Guido,
a seguire solo Aristotele ci si ritrova con l’uomo simile ad un’ape che fa sillogismi.
Platone è più sano. Nel dialogo Simposio afferma che “gli uomini sono gravidi secondo il corpo e secondo l’anima... e in chi è gravido nasce una forte emozione per il bello, per il motivo che esso può liberare dalle doglie chi lo possiede. Infatti l’amore non è desiderio del bello. Ma di generare e di partorire nel bello. La generazione è ciò che ci può essere di sempre nascente e di immortale in un mortale” (206 C – E). Corpo e anima quindi generano: procreano e creano. Mi pare che qui ci si stia avvicinando alla differenza specifica dell’uomo.
Una via di approfondimento di cosa intenda per generare secondo l’anima, Platone la delinea nel VI Libro della Repubblica (VI 508 D – 510 A). Qui parla della conoscenza e di come questa proceda formulando ipotesi, ponendo postulati e sviluppando reticoli assiomatici. La differenza di Platone con Aristotele qui diventa abissale.
Con Aristotele non si esce dal sistema dato; si sale e si scende, lo si stira e lo si spulcia, ma di lì si cava solo quello che è già dato. Il sistema è chiuso e novità non se ne danno. Con Platone la conoscenza ha una capacità creativa, nella tensione al Bene (pienezza della conoscenza) gli assiomi possono essere rivoluzionati e rifondati. Il sistema è aperto.
Platone ci aiuta a individuare la differenza specifica dell’uomo: la creatività come capacità di rivoluzionare gli assiomi. Nessun altro animale lo fa. Prendi ad esempio i castori: fin che nel loro bacino ci sono pesci a sufficienza (si nutrono di pesci i castori? boh, se non è così prendila per buona lo stesso, ipotizza...) crescono di numero. Oltre non vanno. L’uomo invece rivoluziona l’ipotesi “pesca del pesce” e formula la nuova ipotesi “allevamento del pesce”. Un modo per misurare la potenza delle idee è calcolare l’aumento della sostenibilità del numero di uomini per km2. L’argomento è interessante perché smonta i malthusiani. Ma questo ci porterebbe lontani.
Fin a qui però siamo ancora in presenza di un pericolo. Basti pensare a cosa scrive della creatività Nietzsche. E’ la solita immagine del bambino che costruisce castelli sulla spiaggia ma che quando gli gira, ciecamente, li abbatte: un’attività creativa che si dichiara essere gioco, al di là del bene e del male, che pretende l’innocenza. Se la creatività è sciolta, un sistema vale l’altro, posso preferirne uno perché mi piace, perché funziona, perché lo stabilisco intersoggettivamente o per convenzione, o solo perché di sì. Se non c’è nessun punto fermo, non si vede perché limitare l’arbitrio.
Il fatto è che dei punti fermi però ci sono. A partire dalla capacità creativa. Anche se rivoluziono tutto, la capacità creativa rimane fuori dal “rivolgimento”. Sono verità elenctiche. Come i due cespiti fondamentali: il principio di non contraddizione e l’esperienza che qualcosa è. Bastano questi per far discendere una serie di paletti che placano le velleità dell’arbitrio.
E su questo siamo in buona compagnia.
Tutta la critica di Gödel all’approccio formalista e alla sua deriva convenzionalista, dopo la dimostrazione dei suoi teoremi di incompletezza, è volta a rivendicare che la fondatezza del metodo ipotetico deduttivo suppone l’esistenza di verità assolute e non-ipotetiche senza le quali neanche la validità di un ragionamento ipotetico può essere ultimamente giustificata (Conferenza Gibbs del 1951).
Quando Platone scrive di quel “generare nella bellezza” inteso come rapporto armonico al divino, indica che la creatività dell’uomo, se autentica, non può non fondarsi su verità assolute.
Così come l’adaequatio in San Tommaso. Altro non è che una logica della scoperta. Opposta alla logica sterile dell’aequatio. L’Angelico fonda teoreticamente quanto c’è già nel Genesi: l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, ed è chiamato a partecipare alla creazione del mondo.
Che poi un modo per “testare” l’attività creativa c’è. E’ scritto nella lettera a Diogneto: la conoscenza vera riceve testimonianza dalla vita.
E non è per niente scontato. Guarda a quella parte di mondo scientifico che reclama una libera creatività, Ad esempio, facendo esperimenti sulle staminali embrionali, grandi un milionesimo di una capocchia di spillo. Sciolti da ogni vincolo. Anche quello della vita. E’ proprio vero, beati coloro che crederanno senza vedere. Io da parte mia, per il fatto che l’universo è coeso nell’analogia dell’essere, non penso che ci potranno mai essere vittorie, se non effimere, dando la morte alla vita. E’ miope. E’ come voler fare un affare con il proprio funerale.
Stai bene.
LD
Caro Guido,
anch’io sono andato a guardarmi dei siti web. In quello dei monaci camaldolesi di Fonteavellana ho trovato una riflessione sul tema del sacramento della riconciliazione scritta dal priore Alessandro Barban.
All’interno di una trattazione piuttosto ampia, si sofferma su una convinzione religiosa abbastanza comune, secondo la quale il processo della conversione cristiana avverrebbe secondo questa “concatenazione di eventi: la caduta o il peccato, la conversione del peccatore ed infine il perdono di Dio. Ma veramente - si chiede Barban - Gesù denunciava il peccato, invitava alla conversione ed infine redicava il perdono di Dio?”.
Barban dice di ravvisare, partendo da una prospettiva cristologia, un movimento differente. E fa notare una scansione che parte “dalla positività della relazione vitale e orante col Padre, dall’Evangelo del regno che si tramuta (attraverso appunto la figura del Cristo) nella vita delle persone quale perdono dei peccati. Per cui – continua Barban - il processo di conversione cristiana parte dalla manifestazione dell’amore di Dio nel suo Figlio, giunge agli uomini quale annuncio del Regno, crea in essi la compunzione del cuore per i propri peccati e per finire il perdono divino si attua come una metanoia della propria esistenza.”
Cosa è la compunzione del cuore? Qui cita Dossetti (La Parola e il silenzio) “è l’intima esperienza dell’anima che di fronte alla morte e risurrezione del Signore, percepisce l’entità e la gravità del suo peccato in rapporto all’immensità della maestà di Dio e del suo amore assolutamente gratuito.”
Semplice e chiaro: non è tanto uno sforzo del singolo che, alla fine, trova il perdono. Se fosse così saremmo perduti. Ma è Dio che si muove per primo, che non viene a mancare, che già è pronto a perdonare e a riperdonare, condizione costitutiva, direi ontologica, della possibilità di conversione.
Mi pare che ci metta in guardia bene. Lo sforzo eroico acquista pienezza di senso perché già dentro un orizzonte di amore, di dono e di grazia. Barban mi dice quanto stavo giusto leggendo in una omelia di San Josemarìa Escrivà: “il Signore ci viene incontro per parlarci della sua misericordia, della sua tenerezza, della sua clemenza [...] Un sussulto d’amore. Guardo la mia vita e vedo che non sono nulla, non valgo nulla, non ho nulla, non posso nulla, di più, che io sono nulla! Ma Lui è tutto e, allo stesso tempo, è mio e io sono suo, perché si è donato per me. Avete mai visto un Amore più grande? Dio non si stanca di amarci. [...] Dobbiamo camminare con affettuosa vigilanza, con la sincera preoccupazione di lottare per non perdere la divina compagnia. Questa lotta di chi sa di essere figlio di Dio non comporta tristi rinunce, tetre rassegnazioni, o privazioni della gioia: essa è il modo di reagire dell’innamorato che, nel lavoro e nel riposo, nella gioia e nella sofferenza, pensa alla persona amata, e per lei affronta volentieri le difficoltà”.
E poi sempre San Josemaria Escrivà cita il Salmo 22: se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Buonanotte.
LD
PS Ma a chi farà riferimento Barban quando parla di convinzione abbastanza comune ma imprecisa?
Carissimo Luigi,
è proprio vero che non bisogna fermarsi alle apparenze per giudicare persone e situazioni. Prendi per esempio il caso dei francescani carismatici. Uno va nel loro sito, dioesiste.org, e vede subito quello che si aspetta di vedere: un bel sole di speranza, un richiamo a solidarietà ed evangelizzazione, un capitolo contro la guerra senza se e senza ma, un link con tanto di saio a fratello sole e sorella luna, un po’ di Medjugorje, Padre Amorth e Matteo La Grua, tanta pace, più quel pizzico di oriente che non guasta mai, tipo la discettazione scaricabile in pdf del defunto Tiziano Terzani. Il tutto in quella forma grafica un po' arrangiata e sempliciotta tipica della miriade di siti cattolici “di base”.
Poi uno per sfizio va a vedere il comitato scientifico della Casa Editrice Carismatici Francescani, presente sullo stesso sito, e trova: i Cardinali Castrillòn Hoyos, Pio Laghi e Aloísio Lorscheider, Antonio Fazio, Carlo Secchi (Magnifico Rettore dell’Università Bocconi), Domenico Fisichella (Vice Presidente del Senato), Walter Veltroni (!), Giovanni Conso (Presidente dell’Accademia dei Lincei) Franco Cardini e don Vittorio Mazzucchelli dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (la congregazione religiosa grazie alla quale si sono convertiti Mel Gibson e Alessandra Borghese, per intenderci). E trova che l’ultima opera pubblicata è uno studio sull'importanza dell’abito ecclesiastico prefato dal Card. Castrillòn Hoyos e scritto da don Michele De Santi, sacerdote che ha discusso una tesi di laurea sull’argomento alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma (quella dell’Opus Dei).
Tutto ciò non ti sembra, oltre che estremamente curioso e meritevole di qualche approfondimento, una piccola lezione sul bisogno di non fermarsi mai alla prima impressione...?
Buona notte
GdC
Ciao Luigi,
sono tornato a malincuore dalla mia amata Lucerna, dove tra l’altro un amico mi ha portato a visitare la tomba di Hans Urs Von Balthasar nel cimitero della Hofkirche cittadina. Spero ti arrivi presto la mia cartolina.
Riguardo a Derek Walcott, sai che ne sono un grande estimatore dal punto di vista letterario. Mi azzardo a dire che un giorno sarà ricordato tra i più grandi poeti di lingua inglese del ‘900.
Sul perché Calasso lo pubblichi penso che tu abbia colto nel segno. Per “Omeros”, specificamente, il motivo lo ha riassunto felicemente Giuseppe Genna (personaggio su cui un giorno vorrei esprimerti qualche parere) scrivendo quanto segue: “530 pagine in terzine di versi scapestratamente irregolari e tuttavia ancora giambici, un’esplosione di lingua inglese storta e genialmente rivelatrice: Omeros realizza l’assalto al centro dell’impero sollevando la fantasia immane delle periferie, per realizzare quella che è un’epica dei drop out, l’Uomo Povero contro l’antiuomo, la battaglia finale che riassume un tempo intero”.
Sugli errori di traduzione, invece, bisogna dire che Andrea Molesini ha trovato come correttore di bozze un osso duro. Luigi Sampietro è il maggior conoscitore di letteratura caraibica in Italia (mi pare sia stato il primo a creare diversi anni fa una rivista specifica sull’argomento, Caribana) oltre che amico personale di Walcott. Però si può aggiungere che non serve conoscere lo slang anglo-caraibico come Sampietro per cogliere certi errori esilaranti di traduzione. Se prendi la raccolta di poesie di Walcott “Mappa del Nuovo Mondo”, sempre edizione Adelphi, trovi una bella lirica intitolata “A Far Cry from Africa”, che una geniale Barbara Bianchi ha pensato bene di tradurre come “Un Lontano Grido dall’Africa”. Quando “a far cry from” è una frase fatta che significa semplicemente “lontanissimo da”...
Per quanto riguarda Scalfari, se sei superstizioso vorrei consigliarti di parlarne con prudenza. Scriveva anni fa Giancarlo Perna all’inizio della sua biografia del personaggio (che chiamava amabilmente Barbapapà, per via della sua vezzosa barba bianca): “Il giorno in cui è nato, Eugenio Scalfari è incappato in tre disavventure. La prima è di essere venuto al mondo a Civitavecchia, porto periferico dell’Alto Lazio, dove i romani si affacciano solo se devono imbarcarsi per la Sardegna. La seconda è di averlo fatto il 6 aprile. Era una domenica e la mammana di turno lo aveva fatto controvoglia, senza festeggiamenti. La terza è che correva il 1924, anno bisestile. Iella, insomma”.
Hasta la victoria
GdC
Caro Guido,
‘genio Scalfari, nell’ultimo illuministico Venerdì di Repubblica, torna sul tema dell’embrione e sentenzia: “in quale momento un gruppo di cellule fecondate diventa persona? Rispondo: nel momento in cui si forma il cervello”.
La più grande, immaginifica puttanata dai tempi della ghiandola pineale di Cartesio.
Stai bene. LD
Caro Guido,
in questi giorni non ho avuto molto tempo per guardare la televisione e leggere giornali. Però ti voglio segnalare un articolo che ho letto sull’inserto letterario del Sole24Ore. O meglio: si tratta della lettera che Luigi Sampietro ha scritto per argomentare ulteriormente le critiche che aveva mosso (in un precedente articolo che mi sono perso) alla traduzione italiana di Omeros di Derek Walcott, autore pubblicato da Adelphi.
Sono sempre stato convinto che a comprare Adelphi si portasse a casa la traduzione migliore. Perché la nomea è quella. Sarà per il lavoro di Colli e Montinari su Nietzsche, sarà che ormai vive di rendita, non lo so. Comunque l’articolo di Sampietro descrive tanti di quegli svarioni presenti nella traduzione di Omeros fatta da Andrea Molesini che ho iniziato a guardare con sospetto la mia pigna di libri adelphici. “Morning glories” è stato tradotto con “la bellezza del mattino”, invece è il nome di un fiore, delle campanule. “Broke” è diventato rotto invece significa “in bolletta”. Cartagena non è Cartagine, ma Cartagena città ancora in piedi della Colombia. “Plantain” effettivamente potrebbe signficare platano se la scena richiamasse Parigi, ma nei Caraibi in quel modo vengono chiamati i banani.
Gli esempi che cita sono ancora numerosi e con un articolo del genere sono curioso di vedere se Adelphi attiverà qualche contromisura.
Se non sbaglio, sei stato tu a farmelo conoscere. Derek Walcott è ciò che mi aspetto da un poeta: immagini. E anche ciò che non mi aspetto: immagini nuove. Il più delle volte lo leggo senza neanche sapere dove inizia e dove va a finire. Non mi interessa e probabilmente non lo sa neppure lui. Perché mi basta ammirare quella sua forza con cui erutta immagini. Certo. Capisco perché Walcott piace a Calasso: primigenio, caraibico, schivo e violento come il vodoo, selvatico perché già decadente. Si sente che gli piace ascoltarsi mentre scrofola nel torbido. Ma non è cinico. Si arrende e alza le mani. Sa che, fosse pure per fulminarlo, nella bellezza ci si imbatte. E poi immagini e metafore, nel loro uscire da sé, sono già da sole buona metafisica.
Stammi bene e fatti sentire quando torni.
LD
Caro Luigi,
puntata di 8 e mezzo ieri sera su "Quel gran pezzo dell'Emilia", l'ultimo libro di Edmondo Berselli dedicato ai vizi e alle virtù dell'Emilia-Romagna. Una delusione. Il tema era infatti curioso e si prestava ad un sapido approfondimento delle singolarità politico-cultural-religiose della regione, mentre poi è scivolato in un noioso e confusionario battibecco sulle elezioni comunali di Bologna.
Un esempio di come sarebbe potuta andare la puntata. C'era in collegamento da Milano Caterina Caselli, che ha detto di essere originaria di Sassuolo. Bene, qualcuno avrebbe potuto chiedersi come mai in un paese tipo Sassuolo, che avrà all'incirca 30.000 abitanti, abbiano avuto i natali oltre a cantanti di rilievo nazionale come la Caselli, Nek e Pierangelo Bertoli, "star" della Chiesa cattolica come il Vicario di Sua Santità Card. Cammillo Ruini e Vittorio Messori, spesso definito il giornalista cattolico più famoso nel mondo.
O messa in altro modo. Qualcuno avrebbe potuto chiedersi come mai il presidente uscente della Commissione Europea (una delle più alte cariche politiche del pianeta), il cattolico Romano Prodi, il già citato Card. Camillo Ruini, i commentatori di cose ecclesiali sul più prestigioso quotidiano nazionale, Vittorio Messori e Alberto Melloni, il leader storico della DC di sinistra, Giuseppe Dossetti, e il suo leader attuale, Pierluigi Castagnetti, i due rocker più famosi d'Italia, Zucchero e Ligabue (più Iva Zanicchi e, appena un po' più in là verso il modenese, Vasco Rossi e Luciano Pavarotti), due tra i personaggi letterari italiani più noti all'estero, Don Camillo e Peppone, uno degli scrittori "maledetti" e tormentati dal "sacro" oggi più apprezzati, Pier Vittorio Tondelli, ecc. siano tutti nati in quel fazzoletto di terra che è la diocesi di Reggio Emilia. E stesso discorso si sarebbe potuto fare per Bologna, Parma o Piacenza.
Comunque, ho preso anch'io come tanti telespettatori quel poco che passava il convento di Ferrara (Giuliano, non la città emiliana).
Un caro saluto, Luigi, anche perché non so se riuscirò a scriverti nei prossimi giorni.
GdC
PS= Ultima nota di colore catodico. A Porta a Porta di ieri sera (sugli omicidi delle Bestie di Satana) Cecilia Gatto Trocchi sembrava facesse il possibile per rendersi odiosa, rimbeccando in modo petulante un po' tutti, da Padre Gabriele Amorth a Bruno Vespa ad alcuni dei genitori delle vittime. Sostenendo tra l'altro - lei cattolica - di non credere alla possibilità di una possessione demoniaca. Un comportamento un tantino alterato, con affermazioni che non le avevo mai sentito fare. Ma che mi hanno suscitato alla fine un senso di pietas, quando mi sono ricordato che la stessa Gatto Trocchi ha perso recentemente un figlio, mi pare in un incidente stradale.
Caro Guido,
per non affondare in questo bailamme ci si aggrappa. Spesso ai libri. Ma la carta si inzuppa e affonda. E allora si agguanta un altro libro, una frase, un verso, una chiosa, una battuta. Che a loro volta affonderanno.
Hic autem non est procedere in infinitum.
Sarà per questo che la nostra fede non dipende da un libro. Ma nel dono della Sua persona. Stammi bene,
ld
Caro Luigi,
come va? Stai seguendo anche tu il baillame su Buttiglione, Europa anticattolica, pederasti a Bruxelles, ecc.? Se sì, permettimi di portare la tua attenzione su eventi un po’ più defilati, positivi e teologici.
Nel can can imperante, pare che nessuno tra i media cattolici abbia notato l’uscita in Germania di un libro importante: “Karl Rahner: kritische Annäherungen”, curato da David Berger.
Il primo – dicasi primo – studio critico a 360° mai realizzato sul defunto teologo tedesco (quello di Cornelio Fabro, pur egregio, rimane anch’esso parziale). La più articolata (510 pagine) e meditata demolizione del personaggio apparsa finora (capitolo finale: “La fine di un mito e dei suoi apologeti”). E scritta da nomi di peso, come quello del Cardinale Leo Scheffczyk, o di padre Leo Elders, uno dei massimi studiosi di san Tommaso, fino allo stesso curatore David Berger, tra i più brillanti e giovani teologi del mondo di lingua tedesca.
L’importanza del testo è evidente se uno pensa all’influsso che Karl Rahner ha avuto sulla Chiesa da 60 anni a questa parte, al suo ruolo nell’inquinare la teologia dogmatica, morale e mistica, oltre che nel mistificare il pensiero di san Tommaso. Ma lo è ancor di più se si tiene conto di alcuni fattori:
1) le voci critiche nei confronti di Rahner non sono mai mancate, ma non sono mai riuscite a coagularsi e a elaborare una risposta organica alla poderosa opera del gesuita tedesco, che ha goduto nei decenni di uno status altissimo e per molti versi intoccabile (su scritti antirahneriani come quelli di Cornelio Fabro o del Cardinale Giuseppe Siri grava ancora una sorta di damnatio memoriae). Ora, però, la forza propulsiva del rahnerismo pare essersi davvero arrestata, nonostante le apparenze dei festeggiamenti rahneriani tenutisi quest’anno, come il convegno di marzo all’Università Lateranense. Così come quella della stessa Compagnia di Gesù – l’artefice dell’affermazione del rahnerismo nella Chiesa postconciliare – la quale pare in un declino, forse, irreversibile. Pensa solo che l’Università Gregoriana di Roma è arrivata a chiamare fra le sue fila un tomista seguace di Cornelio Fabro come Mario Pangallo, cosa che fino a una decina di anni fa non sarebbe stata concepibile;
2) nella Chiesa è in atto una serie di movimenti tettonici antirahneriani che avranno presto o tardi una ricaduta. Uno di questi è la pubblicazione dell’opera omnia di Cornelio Fabro, ad opera dell’Istituto del Verbo Incarnato, attorno alla quale si stanno già raccogliendo in Italia, in America Latina e lentamente anche negli Stati Uniti le principali voci antirahneriane finora disperse. Un altro è il lavoro del network mondiale delle università dell’Opus Dei e dei Legionari di Cristo (questi ultimi apriranno un'università privata anche a Roma, nel 2005): se vai a controllare i programmi di filosofia o teologia di queste realtà vedrai che il nome di Rahner e dei suoi discepoli è stato semplicemente cancellato.
Ragion per cui il libro appena uscito pare destinato non a rimanere un fatto isolato, come sarebbe accaduto fino a poco tempo fa, ma a trovare una ricezione piuttosto ampia e di rilievo.
Per concludere. Sai che Rahner ebbe un’amante (secondo alcuni virtuale, per altri mica tanto) nella scrittrice tedesca (divorzista, abortista, ecologista e teosoficheggiante) Luise Rinser, alla quale il gesuita tedesco scrisse la bellezza di 2203 lettere dal 1962 al 1984. E sai che la Rinser si rivolgeva all’Amato chiamandolo “Fischlein”, pesciolino. Domanda marzullesca: che il pesciolino Rahner sia destinato a rimanere senz’acqua?
GdC
Caro Luigi,
il solito Dagospia riferisce che Domenico Siniscalco non è riuscito nel tentativo di essere ammesso al Circolo della Caccia di Roma.
Ci dispiace per lui. “Siniscalco” nel medioevo era il maestro di casa delle ricche famiglie feudali, quindi ci pare comprensibile che il ministro dell’economia conservi ancestrali aspirazioni ad entrare in una corte prestigiosa. E però non ci sorprende l’esclusione.
Come sai, il romano Circolo della Caccia non è un consesso di nobilotti all’Ascanio del Grande Fratello o alla Giada De Blanc, come sembra dire Dagospia. E’ piuttosto una realtà simile a quel Circolo del Whist di Torino su cui ha fatto battute sornione Ettore Bernabei ne “L’uomo di fiducia”. Si tratta insomma di massoneria - e non tanto di frangia - dalle ottime “letture” (per il Circolo del Whist, a cui è “spiritualmente” collegata la torinese Rivista di Studi Tradizionali, ovviamente letture guénoniane) e dagli ottimi legami internazionali. Cose che non sappiamo quanto siano alla portata dell’ex direttore generale del tesoro.
Chissà. Può anche darsi che Siniscalco si sia ispirato, nel suo tentativo di scalata sociale, a un altro torinese “laico”, di orientamento londinese, membro a suo tempo sia del Circolo del Whist che del Circolo della Caccia di Roma: Edgardo Sogno.
GdC
PS= Oggi il Corriere della Sera riporta nel titolo in prima pagina l’arresto di una trentina di beduini. Che l’ultima lettera che ti ho scritto su Solov’ev nel deserto fosse una sorta di presagio?
Caro Luigi,
sicuramente un testimonial globale cattolico non ci sarà mai. E grazie a Dio, perché non sarebbe un buon segno. "Ignem veni mittere in terram: et quid volo, nisi ut accendatur" dice Gesù nel Vangelo di Luca. E il fuoco, mentre per alcuni è forza, luce, calore, per altri sarà sempre qualcosa che brucia, distrugge e fa male. Qui come nell'aldilà. Cos'è la pena del Purgatorio, infatti, se non lo stesso fuoco di cui parla Gesù in Lc 12,49: vita divina per gli abitanti del paradiso, ma fiamma ossidrica sui peccati delle anime chiamate alla visione di Dio e non ancora purificate?
Pensavo poi a Solov'ev. Chissà che l'idea dell'Anticristo come grande seduttore e pacificatore non gli sia venuta rielaborando una particolare esperienza personale.
E' noto che nel 1875 il Nostro si trovava in Egitto, precisamente al Cairo, dove la Sophia - apparsagli anni prima in visione - gli aveva dato appuntamento.
Messosi in cammino per andarla a cercare, però, Solov'ev si imbatté un giorno in un imprevisto. La sua figura allampanata in abito nero e il viso emaciato sotto un cappellaccio a cilindro, fecero sì che alcuni beduini lo scambiassero per lo ash-Shaytan, il Belzebù in versione islamica. E che, per niente sedotti, lo legassero come un salame, trascinandolo in mezzo al deserto, il più possibile lontano dai loro sentieri.
Lì il buon Solov'ev, una volta liberato, si addormentò sfinito fra le dune. E al risveglio - forse convinto ancor più dall'accoglienza ricevuta di non essere lui il grande seduttore e riappacificatore - ebbe la sorpresa di trovare accanto a sé nientemeno che la divina Sophia, l'Eterno Femminino. Alla faccia di Goethe e di tutti i cammellieri del deserto.
GdC
Caro Guido,
l’altra sera a casa, mentre passava alla tv la spot di Telecom, quello con Ghandi, mia moglie mi dice: “fatto bene; ma che ansia, sembra Orwell, il grande fratello di 1984”.
In effetti, quel messaggio diffuso con ogni mezzo della tecnica a milioni di persone rimane monodirezionale. La massa è ammaliata, ma non dice nulla. Di comunicazione nel vero senso della parola ce n’è poca.
Il testo recita: “Se avesse potuto comunicare così, oggi che mondo sarebbe?”. Io immagino uguale, più o meno identico a quello che è. Quella headline si basa sull’antico presupposto che basta dirle le cose, per sconfiggere l’errore e il male. Presupposto a volte nobile, pensa a Socrate, ma sempre smentito dalla storia.
E poi Ghandi ha detto cose così facili, così poco impegnative da mettere d’accordo tutti quanti? Non credo. Forse è solo il ricordo diffuso ma sbiadito della Grande Anima a permetterne gli usi più disparati.
Pensavo: se non Ghandi, quali altre figure carismatiche avrebbero potuto usare come testimonial? Di cattolici, figuriamoci, nessuno. Sembrano fatti apposta per dividere. Forse Martin Luther King. No, anche lui non accontenta tutti. Chi allora? Chi mette d’accordo la moltitudine? Chi è così fortemente market oriented? Chi è il testimonial più efficace, più di Megan Gale, Tonino Guerra e Gustav Thoeni?
Ah già! Ecco chi. Ricordi quel racconto di Vladimir Solov’ev? Dove c’è quello lì bravo e piacevole, grande spiritualista e seduttore, il filantropo e amico degli animali, portatore di pace e di sazietà, benefattore di suo, quello che mette d’accordo tutte le contraddizioni. Ma certo il testimonial perfetto, l’Anticristo.
ld
Caro Luigi,
dalla mistificazione alla limpidezza. Stando agli agiografi Afra era una fanciulla giunta da Cipro nell'odierna Augsburg sul finire III secolo d.C (qualcuno ipotizza che fosse addirittura la figlia del re di Cipro) e indotta dalla madre Ilaria, devota di Venere, a diventare una prostituta sacra nel tempio della città. Un giorno, però, alla famiglia di Afra capitò di offire rifugio a Narciso di Gerundum, vescovo spagnolo in fuga dalle persecuzioni anticristiane scatenate da Diocleziano. Narciso, uomo santo e carismatico, convertì al cristianesimo i suoi casuali protettori, Afra compresa, che di lì a poco fu bruciata viva dai romani per essersi rifiutata di prendere parte a culti pagani.
Pensavo a questa storia l'altra sera mentre seguivo l'intervista di Maurizio Belpietro a Claudia Koll, sulla sua conversione al cattolicesimo. Non che la cosa fosse una sorpresa, era infatti nota da tempo, però mi ha fatto un certo effetto sentire l'ex Venere di Tinto Brass parlare della propria fede, di Maria, della confessione, del rosario, ecc. E in un modo che, ti dico la verità, mi ha tolto quegli scrupoli che ancora avevo sull'autenticità della sua vicenda (un po' come quando ho letto il libro di Vittorio Messori su Leonardo Mondadori).
Ho pensato a Sant'Afra anche alcuni giorni fa, quando ho letto che il Santo Padre ha ricevuto in udienza Linda Watson, un'altra ex Venere australiana che, dopo anni di meretricio d'alto bordo, si è convertita al cattolicesimo, ed è diventata la più nota attivista del paese contro l'industria dello sfruttamento sessuale e per il riscatto delle donne finite nel giro della prostituzione.
Buone cose
GdC
Caro Luigi,
mi fai come al solito rimuginare. E dopo aver rimuginato un po' mi è balzata all'occhio (il terzo) una curiosità, che ti butto lì.
Nel curriculum vitae di Henry Corbin c'è un incontro che le biografie reputano importante, ossia quello con Etienne Gilson. Il futuro islamologo, infatti, frequentò a Parigi i corsi del grande medievalista - di cui conservò sempre, pare, grande stima - prima di iniziare quel percorso intellettuale che mica lo portò a far l'apologeta di San Tommaso, piuttosto, via Heidegger, ad indagare le correnti dell'esoterismo iranico, con un occhio particolare alla gnosi ismailita e ad alcune amenità riassumibili nel tuo simpatico "bisogna andare al di là dell’essere. Il fondo è irrazionale. Allora ci vuole il sentimento, la poesia, il bel gesto, il sesso, l’omicidio. Solo allora si entra in contatto con il profondo".
Domanda: che sia stato un caso? Sicuramente. Fatto sta che il buon Gilson, tomista spurio, è stato uno che, quatto quatto lemme lemme, ha annebbiato di Tommaso proprio la nozione di esse ut actus, fondante quel tipo di accesso al mistero a cui tu ti riferivi. L'ha fatto in u