venerdì, 31 dicembre 2004

Tsunami liberal

Caro Luigi,

 

concordo. Gli alti esponenti della Gerarchia come Ratzinger e Ruini dicono che le traccie di religio cattolica rimaste nel tessuto sociale di un paese vanno valorizzate. Che vanno viste come un humus fertile su cui tornare a seminare. Che è necessario un dialogo e anche un’alleanza con chi ad esse, in un qualche modo, fa ancora riferimento. Il che però non toglie, anzi implica l’atto politicamente scorretto dell’annuncio evangelico, senza il quale, o meglio, senza la difficile ed esigente accoglienza del quale, come dicono i Cardinali e come dici tu, la tanto celebrata identità cristiana di una comunità dopo un po’ va a farsi benedire.

 

R. & R. - che sono tra coloro che rispecchiano più fedelmente le posizioni del Santo Padre - dicono anche altre cose che certi loro ultras (anch’io mi ritengo un loro tifoso da curva nord, sia detto per inciso) tendono ad eludere. Per esempio che la visione sociale dei libertarian statunitensi o le ricette economiche di Milton Friedman non sono esattamente la traduzione della Centesimus annus e della Sollicitudo rei socialis. Oppure che con l’Islam non è auspicabile un atteggiamento da mammolette, ovvio, ma che non è certo la religione di Maometto la responsabile della decadenza dell’Occidente, dell’apostasia di massa dell’Europa e del raffreddamento della fede fra i cattolici: in una parola, il “nemico”. Anzi, con i mussulmani è necessario, accanto ad un atteggiamento di fiera autoaffermazione, un virile dialogo, perché sono nostri cugini in Abramo e assai più vicini a noi cattolici (anche per eventuali battaglie culturali: vedasi la Conferenza sulla popolazione del 1994 al Cairo, quando furono gli unici a difendere le posizioni della Santa Sede) di quanto non lo siano quelli che don Camillo R. chiama gli odierni “uomini naturalistici”; di quanto non lo siano, che ne so, Daniele Capezzone, Giordano Bruno Guerri, Franco Grillini, Furio Colombo, Christian Rocca e la gran parte dei giornalisti de Il Foglio, che alle ultime elezioni europee ha dichiarato di votare radicale.

 

Sai, ti scrivo queste cose anche perché ho fra le mani l’ultimo numero di Liberal, il bimestrale diretto da Ferdinando Adornato, che vorrebbe essere un po’ quello che indica il sottitolo, ossia “L’incontro liberale tra laici e cattolici”, nella linea dei dialoghi Ratzinger/Pera. Ma che di primo acchito non pare un incontro troppo felice. Nel senso che accanto alle riflessioni di un mons. Rino Fisichella, alla foto di un S. Josemaria Escrivà o all’elzeviro di un Rino Cammilleri, trovi poi cose tipo l’intervento di Selma dell’Olio, la moglie di Giuliano Ferrara, sulla necessità di approvare i matrimoni gay per salvaguardare la civiltà occidentale, perché “non solo la difesa del matrimonio tradizionale, ma forse di tutto quello che abbiamo di più caro, passa per il riconoscimento delle unioni gay”; l’intervento di Sergio Romano, che con squadra e compasso a lui molto familiari disegna una situazione per cui “non è più possibile condannare l’omosessualità in una parte del mondo che si compiace della sua ascendenza greca e dove la sessualità è considerata un diritto se non una terapia”; l’intervento del lucido e moderato André Glucksmann, per cui il terrorismo islamico è semplicemente “la fusione di Auschwitz e Hiroshima”; l’intervento di John S. Shaw e Carlo Stagnaro sulla necessità di battersi per la privatizzazione dell’acqua, perché “quando il governo tiene l’acqua sotto controllo, in quanto bene comune, quasi sempre le assegna un prezzo troppo basso, e questo risulta in un uso eccessivo, che rende l’acqua ancora più scarsa”; le recensioni di Emanuele Severino e di Alberto Mingardi, il baby teo-libertarian di cui ricordo una coerente difesa della liberalizzazione delle droghe, ecc.

 

Insomma tutte cose che non è facile capire come si possano saldare con una weltanschauung cattolica; un mix tra cattolicesimo e cultura radicaloide (à la Capezzone, cioè radicaloide di destra) che parrebbe fin troppo strampalato per meritare un’eccessiva preoccupazione, se non fosse però sigillato da un articolo che rivela tutta la carica profetica della rivista in questione (uscita a metà dicembre, nota bene!): quello di Emilio Spedicato a pag. 172, dal titolo “Quelle onde paurose chiamate tsunami: le possibili cause terrestri ed extraterrestri di un fenomeno estremamente distruttivo..”.

 

Per cui forse un po di prudenza non guasta...

 

Guido

giovedì, 30 dicembre 2004

La caldaia

Caro Guido,

tutti quei discorsi sulla “religione civile”, su di un cristianesimo fatto di altari senza Gesù, si stanno rivelando per la loro, diciamo così, astruseria.

Certo la storia dei cristiani è fatta di persone, di testimoni della verità e della vita che hanno reso partecipi continenti interi dei frutti della loro fede. Per certi versi è la storia, ma di qui a farne un riempitivo contro i nichilisti smidollati, mi pare che ne passi.

La lettera di Ratzinger a Pera mi sembrava già chiara: è talmente forte l’accento posto dal Cardinale sulla necessità di una comunità forte e creativa, che gli annacquamenti non possono trovare posto. Anche il discorso a Reggio Emilia di Ruini lo ribadisce. Inoltre mi ha confortato leggere Messori sul Corriere e Doninelli su Il Giornale prendere le distanze dai vari clericali devoti.

La religione senza la fede non funziona e non serve a niente. La religione è il vissuto, fatto di storia e di legami, di testimonianze. Ma è la fede che la apre e la rende viva. La religione da sola è come un sistema assiomatico chiuso. Funziona per un po’ e poi si spegne. Perché mancherebbe della capacità creativa che nasce dall’incontro di Dio con l’uomo. La religione da sola è una caldaia. Tutt’al più tiene l’acqua tiepida. E la fede non è solo fuoco, ma è la capacità di scoprire ciò che scalda più del fuoco.

E poi sappiamo bene la fine che faranno i tiepidi.

Stammi bene, LD

venerdì, 24 dicembre 2004

Rapiti all’amore delle realtà invisibili

Cristo luce (prefazio di Natale I)

 

E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria

 

Buon Natale Luigi

 

Guido

giovedì, 23 dicembre 2004

(polio) Mielite

Caro Luigi,

 

due sere fa guardavo “Correva l’anno” su Rai 3, puntata sulle BR. Parlando dell’affare Moro, ad un certo punto Andrea Vianello ha chiesto all’intervistato Paolo Mieli: “secondo lei ci sono ancora lati oscuri nella vicenda Moro?”. Risposta di Mieli, perentoria, secca: “no, se non dettagli”.

 

La tua lettera sul “gigante”, citando il novello direttore del Corriere della Sera, per un’associazione di pensieri mi ha suscitato questa riflessione: è pleonastico dire che Mieli torna alla guida del Corsera, Mieli è il Corsera, è l’incarnazione del suo spiritus rector.

 

Militante di Potere Operaio e subito dopo allievo di Renzo de Felice, giornalista con Eugenio Scalfari e subito dopo suo rivale ma allo stesso tempo suo sodale, giustizialista e perdonista nella vicenda di mani di pulite, ebreo non credente ma attento alle ragioni di chi crede, amico di tutti e da tutti “indipendente”, né comunista né anticomunista, di sinistra ma di destra, severo ma conciliante, colto ma popolare, Mieli non è banalmente un cerchiobottista, come si dice. Così come il Corsersa, è l’emblema del giornalismo strumento del Potere (quello vero, quello che Leone XIII nella sua famosa enciclica chiamava inimica vis): il giornalismo che lascia fluire la doxa, la incoraggia, osservandola da una postazione esterna, ineffabile, mentre la orienta pian piano, impercettibilmente. Quel tipo di autorevole informazione al servizio della realtà e del lettore di cui parlava Karl Kraus, quando scriveva:

 

Im Anfang war die Presse

und dann erschien die Welt.

Im eigenen Interesse

hat sie sich uns gesellt.

 

Che tradotto e senza rima suona pressapoco come: In principio era la stampa e poi apparve il mondo. Nel proprio interesse a noi si è accompagnata.

 

Buone cose

 

Guido

mercoledì, 22 dicembre 2004

Il gigante

Caro Guido,

“non costringere nessuno a fare ricerca sulle cellule staminali embrionali, ma non pretendere di impedirlo ad altri di farla”. Sarà che questa tiritera risuona irresistibilmente à la Kant, l’altro ieri l’ha ripetuta pure Mieli sul Corriere. Si tratta solo, in fondo, di abbandonare la prassi in mano alla percezione. Il che comporta le sue logiche conseguenze. Ad esempio, il delitto d’onore potrebbe essere lecito lì dove questo atto viene percepito come lecito. L’importante sarebbe non costringere nessuno a uccidere per un torto subito. Lo faccia solo chi se la sente.

Comunque, forse, c’è un risvolto positivo in tutto questo gran discutere, anche a capocchia, se poche cellule siano persona o meno. Un bimbo in grembo, anche di pochissime settimane, non potrà non essere percepito per ciò che è: un gigante.

E’ il mio augurio di Natale.

LD

lunedì, 20 dicembre 2004

Bruno Forte e un Domini canis

Caro Luigi,

 

è curiosa questa cosa che mi dici del S. Raffaele, dei big che non riescono a fare una squadra. Viene quasi da pensare che don Verzé abbia chiesto consiglio a Massimo Moratti. E non sarebbe impossibile: se a Milano il petroliere padrone dell’Inter - o meglio, sua moglie Milly, ma un po’ anche lui - è tra i supporter del centro sociale Leoncavallo, anche la squadra filosofica messa su dal sacerdote operaio pare più adatta a battaglie tipo la legalizzazione della cannabis che la difesa dell’antropologia cristiana.

 

Comunque, staremo e a vedere fin dove arriverà la cosa, se diventerà qualcosa di più che una vetrina di parolieri nostrani da terza pagina, oppure no (io pendo per la seconda ipotesi).

 

Approfitto piuttosto della tua menzione dell’insalubre università Vita-Salute per mandarti una nota che avevo nel cassetto su mons. Bruno Forte, il quale appunto aderisce a questo progetto. Ricordi quando S. Magister, qualche settimana fa, ha scritto che due pensatori molto cari al mondo cattodebolista, cioè Massimo Cacciari e Marco Vannini, sono stati bacchettati rispettivamente da don Antonio Livi (Opus Dei e Pontificia Università Lateranense) e p. Giandomenico Mucci sj (scrittore della Civiltà Cattolica)? Bene, a Magister è sfuggita una bacchettata altrettanto significativa, anche se meno rumorosa, caduta sulle eburnee dita di Bruno Forte.

 

L’autore è p. Giovanni Cavalcoli op, probabilmente il più ferrato teologo domenicano operante oggi in Italia, uno degli ultimi ultimi valenti figli di S. Domenico (per quanto riguarda gli studi e la difesa della dottrina, s’intende) rimasti nel nostro paese. Poco amante della ribalta, p. Cavalcoli ha lavorato per anni in Vaticano, in Segretaria di Stato, poi è tornato quatto quatto a Bologna, ad insegnare nel locale studio filosofico dell’Ordine. Alle riviste e case editrici à la page ha sempre preferito le pubblicazioni domenicane, a parte il suo Teologi in bianco e nero, una bella storia del pensiero dell’Ordine dei predicatori uscita qualche anno fa per i tipi di Piemme. E recentemente ha dato alle stampe nella collana Sacra Doctrina delle Edizioni Studio Domenicano tre tomi notevoli, anche come mole - Il silenzio e la Parola, sulla teologia mistica, Il Mistero dell’Incarnazione e Il Mistero della Redenzione - pensati per far chiarezza sui temi portanti della dottrina cristiana e su alcuni errori a loro riguardo diffusi nella teologia contemporanea.

 

Bene, nell’ultimo volume, quello sulla Redenzione (479 pagine di grosso formato, distribuito ad inizio autunno) un capitoletto è dedicato, fra gli altri, a Bruno Forte. Sono una decina di pagine, non è molto purtroppo, ma quel tanto che basta a p. Cavalcoli per mettere in luce alcuni ricorrenti scivoloni dell’odierno vescovo di Chieti: come l’influsso di Hegel sulla propria cristologia, l’idea della sofferenza di Dio (in senso letterale) o del divenire come attributo divino, entrambi rigettati dal Magistero della Chiesa e accettati dal Forte. Un piccolo spuntino, insomma, che se lascia intatto il grosso della questione, in questi tempi poveri di analisi teologiche serie è però già qualcosa.

 

Certo, se tu riferisci in giro di una bacchettata del genere, puoi scomettere che qualcuno ti dirà subito: ma si tratta sicuramente di un tomista bilioso rimasto al Vaticano I... Il che non è vero. La penna di Cavalcoli è tanto poco da Vaticano I che, si dice, la si può intravvedere in diversi interventi e catechesi di questo Papa...ma la cosa anche un po’ sorprendente (e piacevole) delle disamine teologiche di questo bell’esemplare di Domini canis (tra parentesi uno dei pochissimi, morto Cornelio Fabro, che continui a scrivere articoli di critica serrata al pensiero di Rahner, Schillebeeckx e altri) è che sono condotte tutte sì con grande rigore, ma con ancor più grande dolcezza. Il Cavalcoli si sforza sempre di concedere all’imputato tutte le attenuanti del caso, di non far sembrare la sua una vecchia pratica inquisitoriale... Anche nel caso di Bruno Forte, giustamente riconosce al vescovo di Chieti preparazione, fede sincera, fini capacità esegetiche, prese di distanza a volte illuminate..assieme, ovviamente, ai reiterati errori dottrinali.

 

Insomma, è un autore poco noto e da leggere. O al limite da ascoltare, visto che interviene ogni tanto anche su Radio Maria.

Saluti

GdC

venerdì, 17 dicembre 2004

Vita-Salute

Caro Guido,

a proposito di vita, unità e salute: pochi giorni fa ho incontrato un vecchio amico, un compagno di corso all’Università. Adesso insegna filosofia in un liceo di Milano.

Parlando, mi ha detto una cosa che mi ha lasciato piuttosto perplesso: i suoi studenti che hanno proseguito e che si sono iscritti alla facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute non sono per niente contenti. Nonostante la direzione autorevole e la scuderia di professoroni pare che manchi soprattutto unità formativa. Gli studenti approfondiscono i singoli temi ma come “splittati”, e con alle spalle giusto un po’ di storia della filosofia fatta al liceo si trovano poi allo sbaraglio.

Tornato a casa, ho rispolverato i miei cari e consunti “vannini”. Stammi bene,

LD

P.S. Quel trattino tra vita e salute l'avrà messo Cacciari?

giovedì, 16 dicembre 2004

Einbilden - Mettere in immagine

Caro Guido,

 

visto che hai il tempo di meditare, ti segnalo il post di Pescevivo che riprende una articolo di Giorgio Montefoschi su Calvino e le sue Lezioni Americane.

 

Si delineano due posizioni. Da una parte la letteratura della leggerezza e dell’esattezza, con il figlio di massoni che scrive geometricamente, come un processo di squadratura. Dall’altra la letteratura che cerca nella perdizione la salvezza, nell’opacità la chiarezza, nel ribaltamento l’ordine, nel nulla la verità.

 

Pescevivo trattiene il buono e delinea la sua via aprendo allo Spirito. Quella modalità per cui puoi effettuare una ricca scoperta e la condivisione con altri. Cosa che può avvenire solo insediandosi nella dimensione dell’analogia.

 

Mi sembra invece che quella delineata da Montefoschi rimanga chiusa nell’univocità o nell’equivocità, dentro l’abbaglio della pietra squadrata o nel molteplice rimescolio degli umori.

 

Certamente la via dell’analogia è quella meno mondana. Eppure è la via che coniuga verità e mistero, tempo ed eternità, già e non ancora.

 

Edith Stein, poi, ne ricorda sempre la misura: “bisogna mettere in immagine la parola di Dio nei frutti del lavoro dell’uomo e ottenere così dalla sapienza divina e umana un intero vivente”. Ecco sì, ricordarsi che la creatività e la conoscenza, quelle vere, ricevono sempre testimonianza dalla vita.

 

Stammi presto bene, ciao

LD

giovedì, 16 dicembre 2004

Regalare The Passion (in versione minimalista)

Talvolta mi sembra di attribuire ad esse un rispetto eccessivo, eppure sento che, cantate a quel modo, le stesse parole sante stimolano il nostro animo a un più pio, a un più ardente fervore di pietà, che se non lo fossero; tutta la scala dei sentimenti della nostra anima trova nella voce e nel canto il giusto temperamento e direi un’arcana, eccitante corrispondenza. Ma spesso il piacere dei sensi fisici, cui non bisogna permettere di sfibrare lo spirito, mi seduce: quando la sensazione, nell’accompagnare il pensiero, non si rassegna a rimanere seconda, ma, pur debitrice a quello di essere accolta, tenta addirittura di precederlo e guidarlo. Qui pecco senza avvedermene, e poi me ne avvedo. (Confessioni, Libro X, Cap. XXXIII).

Caro Luigi, da molto non assaporavo l’amaro di un’influenza come quella che in questi giorni mi costringe a letto, per cui mi scuso del ritardo nella risposta. Però grazie per la questione emblematica del La 432 Hz che mi poni, perché mi ha dato l’appiglio per un salutare rimuginare. E soprattutto mi ha illuminato mentre, sfogliando nelle ore di accidia febbrile l’edizione delle Confessioni di Agostino che tengo sempre a portata di mano sul comodino, ho ritrovato e letto con occhi diversi quel passo che ti ho citato. Lì, infatti, Agostino parla di una tentazione che penso abbia qualcosa a che vedere con lo strozzamento di voci liriche o leggere che tu, il maestro Sacchetti e molti altri denunciate: ossia il lasciarsi lentamente andare ad un’impercettibile deriva musicale, dove il piacere sensuale diventa a poco poco metro e misura delle frequenze dell’anima e non viceversa.

 

Sono già costretto a salutarti, purtroppo, ma lo voglio fare con un briciolo di stile. Visto che di musica si parla e quindi di arte, visto che io sono partito dal post-postmoderno e tu sei tornato a dimensioni più classiche, ti lascio un piccolo omaggio che ci fa incontrare tutto sommato a metà strada: un tema iperclassico, la Passione di Cristo, trattato in forme ipermoderne, per di più con colori in sintonia con il nostro carteggio. No, tranquillo, non è il DVX di The Passion of the Christ! Quello penso che tu ce l’abbia già. Diciamo però che è qualcosa che gli si avvicina molto...

 

Stammi bene (spero di stare bene anch’io, presto)

 

Tuo

 

GdC

domenica, 12 dicembre 2004

Il pifferaio magico

Caro Guido,

 

con l’inverno e la temperatura più costante, ho fatto accordare il pianoforte su il LA centrale a 432 Hz. Il suono che ne risulta è caldo, morbido, ricco di armonici.

 

Questa accordatura non è diffusa. Nei conservatori è più alta: 440 Hz, e tendono ad alzarla continuamente. Gli strumenti a fiato sono tagliati a 442. Quelli a corda e a tastiera si adeguano. Molti direttori tirano le loro orchestre su intonazioni ancora più elevate, 448 se non di più.

 

Cosa significa? Più o meno, mezzo tono di differenza.

 

Il costume di alzare il diapason è perpetrato da strumentisti e direttori d’orchestra (emblematico Von Karajan, ma non è stato certo l’unico) che inseguono timbro brillante, asprezza sonora, emissione graffiante. Una sorta di moda. Perché una tonalità più alta fa più colpo, è più facile e stimolante. Ti trasporta. Sviluppa maggiormente la forza perlocutoria, quella capacità della musica di provocare effetti sulla sensibilità di chi ascolta.

 

Storicamente i primi che hanno iniziato ad alzare il diapason sono state le bande militari - guarda caso organici di soli strumentisti e con la necessità di provocare forte emotività. Sì, perché la musica può aiutare ad uccidere o perlomeno ad andare incontro alla morte.

 

Oggi lo fanno tutti. Alzare il diapason, intendo. Sia la musica “classica” sia quella canzonettara. Se, ad esempio, fai cantare un brano della grande tradizione napoletana a Mina o a Gigi d’Alessio, a una band heavy metal o grunge, si basano tutti sempre sullo stesso espediente. Infatti per cantare tirano tutti la gola.

 

Il LA 432 è quello usato generalmente dai musicisti dell’ottocento. Se vai più indietro nel tempo ed esegui Mozart o Bach, per essere corretto filologicamente, dovresti scendere ulteriormente (427-430 Hz).

 

Se vuoi alzare, con la musica strumentale tecnicamente non c’è problema: tiri la corda, sposti l’ancia (anche se, a dire il vero, uno strumentista possessore di uno Stradivari mi ricordava che tirare le corde per inseguire i capricci di un direttore d’orchestra significava aumentare la tensione di non ricordo più quanti chili su uno strumento fragile di pochi etti). In ogni caso il vero problema si evidenzia con lo strumento numero uno, quello da cui discendono per imitazione tutti gli altri: la voce.

 

La voce è un processo vivente e segue la legge di natura. I compositori lo sapevano e componevano rispettando i vincoli della voce. Infatti eseguire la loro musica alterando il diapason significa oltre che storpiare le opere, rovinare la voce del cantante.

 

Infatti non è solo questione di correttezza filologica. Si tratta di saper leggere nella natura la presenza di un diapason umano. L’estensione della voce umana ha dei cambi di registro che sono fissi. E’ come se la voce fosse accordata secondo una precisa curvatura dell’universo. Non sono solo suggestioni. Pensa a Platone e alla costruzione dei solidi regolari: possono essere solo cinque. Platone aveva iniziato a comprendere che l’universo è uno spazio con una forma determinata. E inseguendo quella cifra dell’Universo, Keplero intravide una relazione tra i solidi platonici, il sistema solare e gli intervalli musicali.

 

La tecnica del bel canto rispetta la legge di natura e agisce secondo la sua massima potenzialità. Basta pensare che una voce educata al bel canto è capace di farsi sentire da 15.000 persone in un'arena. E’ come un raggio laser rispetto alla luce, col minimo sforzo il massimo risultato.

 

C’e un bel dipinto che si trova nel terzo braccio della Galleria Doria Pamphilj a Roma: Giovane cantante con candela, eseguito da un fiammingo anonimo del XVII secolo. Il giovane è ritratto con la tipica impostazione della presa della nota “dall’alto” a pochi centimetri dalla fiamma della candela che non si muove. E’ l’esperimento cruciale del bel canto: cantare con potenza senza disperdere aria.

 

Alterare il diapason è un segnale della diffusa cultura relativista. Quella che inizia facendo tirare il collo ai cantanti e finisce ammettendo la vita come remota possibilità statistica. Che pretende di spiegarti l’universo senza l’uomo. O perlomeno te lo spiega quanto la sezione di un cadavere spiega la vita. Alterare il diapason è sintomo di una cultura da pifferaio magico che non sa la differenza tra la vita e la morte.

 

Saluti,

LD

giovedì, 09 dicembre 2004

Pantera

E l’educazione musicale, Glaucone – proseguii – non è forse di estrema importanza per il fatto che il ritmo e l'armonia penetrano nel più profondo dell'anima e vi si apprendono con la massima tenacia, conferendole decoro, e infondono dignità in chi abbia ricevuto una corretta educazione, altrimenti producono l’effetto contrario? Chi è stato educato a dovere in questo campo si accorgerà con grande acutezza di ciò che è difettoso e mal costruito oppure è imperfetto per natura, e con giusta insofferenza loderà le cose belle e accogliendole con gioia nell’anima saprà nutrirsene per diventare un uomo onesto, mentre biasimerà e detesterà a buon diritto le cose brutte sin da giovane, ancora prima di poterne capire razionalmente il motivo

 

Caro Luigi,

 

perdonami la dissonanza rispetto alle atmosfere natalizie che evochi, ma la cronaca me lo impone.

 

I texani Pantera sono stati forse il gruppo musicalmente più dotato, aggressivo e avvincente della scena thrash metal degli anni ’90. Si erano sciolti un paio di anni fa, dopo incomprensioni e litigi fra una parte della band e il cantante Phil Anselmo, consumatore abituale di droghe e come tale un tantino irrequieto. Diamond Darrell Abbott e Vinnie Paul Abbott, fratelli e rispettivamente super-chitarrista e batterista della band, avevano da poco formato un altro gruppo, i Damageplan.

 

Ieri sera in un locale di Columbus, nell’Ohio, durante un concerto appunto dei Damageplan, un 25enne di nome Nathan Gale è salito sul palco, ha manifestato l’indicibile frustrazione per la fine della sua band del cuore, i Pantera, e ha ammazzato a colpi di rivoltella un po’ di persone tra cui, per primo, il chitarrista Diamond Darrell.

 

Dubito che i Pantera, con i loro testi omicidi e la loro musica pulsante di fascinosa violenza, avessero mai meditato il passo della Repubblica di Platone che ti ho riportato qui sopra. Dubito che lo stesso Nathan Gale che ha sparato ne fosse a conoscenza. Costui è più probabile che, al momento del crudele gesto, avesse in mente il verso di una delle più note canzoni della band texana, This love, che recita lapidario:

 

I’d kill myself for you, I’d kill you for myself

 

Come a dire: chi scherza col fuoco – e tale per Platone era la musica – rischia davvero di bruciarsi.

 

Saluti

 

GdC

mercoledì, 08 dicembre 2004

E’ Natale?

Caro Guido,

faccio, ma solo un poco, il lamentone. A Benedetta hanno regalato un libro dal titolo E’ Natale!, studiato da una équipe di pedagogisti per i bambini dai 2 ai 5 anni. E’ un libro sul Natale ben curato e pieno di foto. Ti elenco le foto e le didascalie pubblicate:

i campanellini, le lanterne, le lucine colorate, la vetrina di Natale, la ghirlanda di Natale, il calendario dell'Avvento, i fiammiferi, la candela, il fiocco, la renna, l'angioletto, la stella, il cuore, l'abete decorato, le pigne, il ceppo, le statuine del presepe, i re magi, la stalla, il bue, l'asino, il découpage, la bomboletta che spruzza la neve, il catalogo dei giochi, la coccarda, i nastri da regalo, le etichette, i biglietti d'auguri, il burro, la farina, l'uovo, l'impasto, lo zenzero (!), il matterello, i pirottini, il tegame, il candeliere, i frutti di mare, i limoni, i mandaranci, le scorzette d'arancio, il cuscino, il comignolo, babbo natale, i doposci, le muffole.

Il festeggiato pare sia dentro la stalla, ma per quest’anno l’équipe non ha ancora fatto sapere.

Saluti, LD

martedì, 07 dicembre 2004

Teologhe e serpenti

Caro Luigi,

 

ieri notte mi sono messo a guardare Protestantesimo, su Rai 2. Sai, è uno dei programmi storici della Rai, voluto e ottenuto a suo tempo dall’ala anticattolica (munita di squadra e compasso) di Viale Mazzini, quella di cui ha parlato anche Ettore Bernabei nel suo Uomo di fiducia.

 

Protagonista della serata era Letizia Tomassone, pastora valdese e operante in quel di Verona, spesso invitata ai tanti incontri ecumenici che si svolgono in giro per l’Italia e/o ai raduni del cosiddetto cattolicesimo democratico.

 

Il tema della trasmissione era invece “il serpente nella Bibbia e nella teologia”, sviluppato in un modo che puoi cogliere da queste tre chicche che ti riporto: