lunedì, 31 gennaio 2005

Il pero di Riemann

E ormai che ci sono ti racconto pure questa, che poi cambio argomento e chiudo la porta.

Leggendo tempo fa i ritagli di una rassegna stampa, mi sono distratto per leggere un articolo di spalla ben più curioso.

Non credo che tu sappia che sulla collina sopra Verbania, nel cimitero di Biganzolo, in un posto piuttosto fuorimano, è sepolto G.F.B. Riemann. Ammalato di tbc aveva cercato sollievo sul Lago Maggiore. Gli doveva piacere parecchio lo spettacolo che da lassù gli si squadernava innanzi se, come si narra, morì sotto un albero di pero mentre contemplava il Golfo Borromeo.

Ma vengo all’articolo. L’estate scorsa due persone di Biganzolo, mentre chiacchierano sulla strada, si vedono arrivare un gran Mercedes dai vetri scuri. Scende un uomo e chiede dove si trovi il pero di Riemann. I due si guardano e ne indicano uno, il primo venuto a tiro. Poi per confermare la balla, dicono una cosa vera e cioè che se va al cimitero trova la lapide con tanto di scritta in tedesco. L’uomo ringrazia, torna alla macchina, apre la porta e aiuta a scendere una donna. Si parlano in inglese. Poi lei da sola s'incammina nell’erba giù per il prato fino al pero e se ne sta lì un po’ in piedi un po’ seduta, assorta. Poi torna alla macchina, prende un mazzo di fiori recisi e sale fino al cimitero. Dopo poco, deposti i fiori, risale in macchina e se ne va. Era Patty Smith.

LD 

lunedì, 31 gennaio 2005

Frumento

Caro Guido, perché le banche hanno l’aspetto di un tempio?

A me viene in mente un particolare che mi sono sempre scordato di raccontarti.

Sai chi riposa qui vicino, a Meina. Mi ci sarò recato un paio di volte e, memore di Blondet e Chiaravalle, non ho resistito a girare dentro lo sguardo. Spoglia, senza segni, nessuna data, solo i due nomi. Una cosa colpisce. Niente fiori ma due vasi pieni di alte spighe di frumento.

La spiga, come il pane della vita. Simbolo di resurrezione. Ma così, senza altri segni, mi ricorda anche Demetra e Persefone. Il mito lo conosci: rappresentate sui vasi sempre identiche sono la semente che scende nella terra e la spiga che cresce.

La ricchezza, la moltiplicazione del grano, è dono rilasciato dalla Terra. La finanza ha origine fisiocratiche, ben prima di Quesnay. Le banche hanno l’aspetto di un tempio.

LD

domenica, 30 gennaio 2005

Quando Forte è forte

Luigi,

questo è il Bruno Forte che mi piace (da Avvenire di sabato 29 gennaio):

“L’embrione – sottolinea mons. Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto – è già un essere singolare, relazionato non solo a coloro da cui provengono le componenti originarie che lo costituiscono, ma anche alla sorgente ultima di ogni vita, che il credente riconosce in Dio: anche dal punto di vista strettamente biologico, l’embrione non è solo recettore passivo, ma interagisce con il suo ambiente vitale”. Forte non trascura neanche la domanda più impegnativa: l’embrione ha un’anima? “Sì, se con questo s’intende che non è solo animato e vitale, ma che gli è anche dovuto il rispetto da dare all’essere umano personale”. E questa convinzione esce rafforzata dallo sviluppo delle conoscenze: “La ricerca scientifica ha mostrato come lo zigote possiede una propria identità individuale sin dal concepimento”. “La conseguenza – continua Forte – è chiara: in qualunque momento questo sviluppo è interrotto violentemente per decisione di altri, viene di fatto soppressa una vita umana. La differenza che c’è tra un adulto e un bambino è evidente, ma questo non vuol dire che il bambino sia meno persona umana dell’adulto e che sia lecito sopprimerlo”. “Gravissimo problema etico” è sollevato dalle “banche di embrioni”: “di fronte ad esseri umani viventi, sebbene allo stato primordiale – osserva Forte – è come se ammettessimo una possibilità di selezione. Ciò che abbiamo condannato unanimemente per la barbarie di tutte le violenze perpetrate dall’uomo sull’uomo, e in particolare per la tragedia dei vari genocidi che hanno funestato il cosiddetto ‘secolo breve’, non si può ignorare di fronte agli scenari che si aprono con la conservazione degli embrioni”.

Chapeau.

Guido

sabato, 29 gennaio 2005

Non ci sono più le colazioni di una volta

Caro Guido,

Mulino Bianco da più di un anno ha cambiato agenzia di pubblicità. Una fortuna, infatti è sparita la famiglia perfetta e zuccherosa. Così sarà arrivato fresco fresco qualcun'altro a spiegare su un foglio 70x100 che la famiglia adesso è splittata. Che esistono solo singole relazioni

E una bambina in una casa deserta fa colazione con Pan di Stelle giocando sola soletta con un orsacchiotto.

Ciao, LD

venerdì, 28 gennaio 2005

Kiko, Dossetti e le ironie della sorte

Caro Luigi,

ritorno brevemente sul tema dei neocatecumenali, per riferirti un particolare sfuggito ai più, persino a Magister.

Si sa, i neocatecumenali hanno attirato negli anni critiche da parte di ambienti molto diversi fra loro. Però non c’è dubbio che in Italia il grosso delle ostilità è venuto da una parte dalla cosiddetta sinistra ecclesiale (espressione brutta, lo so, ma è per capirci al volo). Quel mondo, con gradazioni “profetiche” variabili al suo interno, che va da un’agenzia di stampa tipo Adista, ai periodici dei Paolini, a cardinali tipo Carlo Maria Martini e Silvano Piovanelli, a vescovi progressisti di provincia, ai mitografi bolognesi del Concilio Vaticano II, ecc. Un mondo eterogeneo, che però è accomunato, tra le tante cose, da una forte sintonia con il pensiero e la figura di don Giuseppe Dossetti, al quale  ha fatto da sponda negli anni in vari modi.

Le critiche di questa composita mini-galassia nei confronti dei neocatecumenali non sono state quasi mai incentrate su questioni di ortodossia (poco appettibili evidentemente) quanto piuttosto sul rapporto dei Neo con la Chiesa diocesana, sulle loro metodologie d’apostolato e sui loro orientamenti ascetico/morali. In breve, il tipo di critiche rivolte solitamente ai movimenti più militanti, tanto che da parte dei critici di “sinistra” i Neo sono stati inseriti sempre più sistematicamente nel fascio catto-fondamentalista: CL, Opus Dei, Legionari di Cristo & Regnum Christi ecc. Insomma, fra i nemici.

C’è però una curiosità che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta.

Don Giuseppe Dossetti dichiarò in diverse occasioni che una delle personalità verso cui si sentiva più debitore, per la propria fede e la propria visione ecclesiale, era quella di don Dino Torreggiani, un umile e gioviale sacerdote della diocesi di Reggio Emilia che aveva frequentato in gioventù.

Don Torreggiani, figura oggi dimenticata, fu la guida spirituale di tanti giovani della città di Reggio negli anni ’30 e ’40 e  un prete molto attivo sul fronte della carità. Attratto dall’ideale della povertà evangelica, ad un certo punto entrò in contatto con gruppi di sinti cattolici e iniziò in Italia la pastorale dei nomadi e circensi (attraverso l’Oasni, Opera Assistenza Spirituale Nomadi in Italia, da cui poi nacque l’attuale Fondazione Migrantes, collegata alla CEI). Diede vita ad un ordine religioso tuttora esistente, i Servi della Chiesa, composto da sacerdoti diocesani legati da un particolare vincolo di obbedienza al vescovo e impegnati nel servizio dei più poveri. Infine, tramite collaboratori come don Alberto Altana, fu tra i primi in Italia a proporre l’introduzione nella Chiesa del diaconato permanente. Idea che poi Dossetti mutuò e fece circolare fra i padri conciliari.

Don Torreggiani, però, ebbe anche un altro merito. Da sempre desideroso di allargare l’opera dei Servi della Chiesa alla Spagna (paese di cui si era invaghito forse per la sua aura gitana e in cui tra l’altro morì nel 1983) durante uno dei suoi viaggi a Madrid conobbe per caso un giovane inquieto, amante dei poveri e innamorato di Dio, dal nome di Kiko Argüello.

A don Torreggiani il tipo piacque subito molto. Tanto che non esitò a invitarlo in Italia, nel 1968, e a spendere una buona parola in suo favore presso alcuni amici vescovi. Referenze che permisero a Kiko di fondare la sua prima comunità italiana, nella parrocchia romana del Martiri Canadesi. Ma non solo. L’anno successivo, fu sempre tramite don Dino Torregiani che Kiko incontrò a Firenze tale don Piero Paciscopi, il quale gli permise di iniziare la seconda comunità, nella parrocchia di San Bartolomeo in Tuto a Scandicci (dove tra l’altro nel 1978 Kiko contribuì alla progettazione e realizzazione della nuova Chiesa, affrescandola personalmente).

 

Quindi, caro Luigi, si può dire che la figura che tanto ispirò Dossetti e a cui tanto devono i dossettiani, don Dino Torreggiani, è paradossalmente la stessa a cui tanto devono i neocatecumenali, invisi ai dossettiani stessi!

Una coincidenza che non so a te, ma a me sembra alquanto “spiritosa”: nel senso che mi suscita un sorriso e soprattutto mi fa riflettere sull’enigmaticità dei percorsi scelti dallo Spirito.

Ciao

Guido

mercoledì, 26 gennaio 2005

Da Comunità ad Adelphi (passando per Einaudi)

Carisimo Luigi,

a proposito del solito Bazlen” e quindi del testé defunto Luciano Foà, che tanta parte ha avuto nel plasmare il panorama editoriale italiano, soprattutto creando il peradam Adelphi. Ti ricordi che tempo fa qualcuno dubitava che Adriano Olivetti fosse inzuppato di steinerismo dalla punta dei piedi a quella dei capelli, e che l’ispirazione delle sue politiche sociali fosse da rintracciare nell’antroposofia del mago di Dornach? E qualcun altro che le Edizioni di Comunità fossero state un banco di prova per la successiva operazione Adelphi?

Bene. Leggo nell’articolo uscito oggi su Repubblica in memoria dello scomparso L. Foà: “Luciano [Foà] intanto aveva conosciuto Adriano Olivetti. Tipici, nel senso della geniale svagatezza che distingueva il ‘patron’ di Ivrea, furono i loro primi approcci. ‘Stanotte, Foà, ho sognato di lei’ gli disse Adriano. Giorgio Soavi ricorda Foà seduto ‘seduto dietro un tavolo modesto’ in quegli uffici di via dei Giardini, a Milano, dove si erano da poco – ed era il 1947 – stabilite le Edizioni di Comunità, maturate su quegli esordi. Sembrava, Foà, un modesto funzionario, ‘era in realtà il superconsulente, il proconsole di Adriano nell’editoria. Anche Bobi Bazlen era della partita’.

Dai libri di Comunità a quelli di Einaudi. Anche qui l’apporto dell’intellettuale scomparso fu intenso e originale [...]. Infine l’Adelphi Edizioni. Un altro Olivetti, Roberto figlio di Adriano, mise i due terzi del capitale per la nuova impresa.”

Ancora più elequente – pur in questo giorno di funebre e oleografica reticenza – La Stampa: “Nel 1942 Foà e Bazlen volevano mettere in piedi una casa editrice (le future Edizioni di Comunità) che, nella prospettiva di una caduta del fascismo, ricuperasse gli storici ritardi della cultura italiana e rimuovesse l’ipoteca dell’idealismo. Si parlava di tradurre Freud e la psicoanalisi, autori come Jarry, Daumal, Artaud, Hofmannstahl. A Luciano fu proposto di organizzare la nuova casa. Gli fu presentato Olivetti, e lui restò incantato dal suo entusiasmo e dal suo charme”.

Seguono poi altri dettagli biografici interessanti per chi li sappia leggere. Ma che tralascio per porre subito una semplice domanda al mondo dei benpensanti istruiti: non varrebbe la pena, un giorno, fare un bel quadretto di chi ha diretto le grandi operazioni editoriali in Italia – quelle che hanno orientato la cultura del nostro paese negli ultimi 50 anni – e soprattutto fare un piccolo ragionamento organico, libero dagli schemini da due soldi delle terze pagine dei quotidiani (tutti), sul fine sottostante a certi mecenatismi così strettamente, quanto invisibilmente, collegati fra loro?

Saluti

Guido

PS= Una curiosità. Magari potremmo chiedere una mano, per tale ricognizione e valutazione, anche ad Aldo Grasso (nomen omen) del Corriere, che dall’intimità con la famiglia di Luciano Foà pare abbia ricevuto non poco.

mercoledì, 26 gennaio 2005

Il solito

Caro Guido,

nel 1962, il solito Bazlen. Oggi, la stessa frase su Repubblica e anche la Stampa. 

Ci possiamo tornare, LD

martedì, 25 gennaio 2005

And the pursuit of happiness

Caro Guido,

grazie per avermi segnalato l’articolo di Copertino. L’Occidente non è un monolite da far schiantare in una guerra di civiltà: condivido e rilancio con una ulteriore distinzione che riguarda il legame tra Europa e USA.

Nella bibliografia neocon si trova perennemente John Locke. Con il suo Life, Liberty and Property viene citato come padre spirituale degli Stati Uniti d’America. In realtà questo slogan potrebbe campeggiare degnamente solo sulla carta intestata della Compagnia delle Indie. Invece, nella dichiarazione d’indipendenza del 1776 c’è scritto Life, Liberty and the pursuit of Happiness. Concetti che derivano dall’influenza del pensiero leibniziano e dai suoi riflessi nella tradizione di Lessing, Schiller, Herder, Goethe.

Ora, sempre per lo più di grembiulini si tratta, ma per spiegarmi ti voglio riportare un brano di Edith Stein preso da La struttura della persona umana:

“L’essere umano secondo la visione concorde di Lessing, Herder, Schiller, Goethe è libero, è chiamato alla perfezione (che essi chiamano umanità) è un membro nella catena dell’intero genere umano che si avvicina progressivamente all’ideale della perfezione; ogni singolo ed ogni popolo hanno ricevuto, in forza della loro natura, un particolare compito da svolgere nel processo di sviluppo dell’umanità... Tale concezione contiene forti spinte verso un gioioso ottimismo ed attivismo pedagogici... Si sa bene che il lavoro educativo rappresenta una lotta contro la natura inferiore. Tuttavia la fiducia nel bene della natura umana e nella forza della ragione è così forte che non si dubita della sua vittoria.”

Certamente è una posizione carica di intellettualismo socratico, “l’immagine proposta dall’ideale umanistico si rivela come immagine dell’uomo integro, dell’uomo prima del peccato”, ma piuttosto di quello scrofolare alla Mandeville, io guardo con interesse a questo ottimismo. E’ lo stesso che ha portato l’uomo sulla luna. Certo, non lo porta in paradiso. Anzi se considerato assoluto questo ottimismo si rovescia in disperazione. Ma mi pare che su di esso si possa innestare l’apertura alla totalità (e quindi anche al peccato originale) propria dello spirito cristiano.

In ogni caso, quando si parla di America, bisogna comprendere anche questa tradizione.

A presto, LD

 

lunedì, 24 gennaio 2005

Legionari e Neocatecumenali

Caro Luigi,

una postilla ai due interventi di Magister, che ritira fuori la solita graffiante vena anti-movimenti, seppure stavolta in modo un po’ più composto dell’usuale.

1) Sui Legionari di Cristo: le dimissioni da direttore generale di P. Marcial Maciel sono un fatto scontato e pare davvero campata per aria l’idea che sia una mossa della Legione per ripararsi dalla campagna diffamatoria nei confronti del Fondatore (così come l’dea che la sua rielezione “a maggioranza assoluta” da parte del capitolo generale significhi qualcos’altro rispetto a quello che esprimono le parole stesse). P. Maciel, infatti, ha 84 anni e la carica di direttore generale non è meramente formale. Tutt’altro. I Legionari di Cristo sono strutturati in modo fortemente gerarchico e centralizzato, per cui il generale dell’ordine - di un ordine dal respiro globale, che conta un numeroso braccio laicale - è tenuto ad un ritmo di lavoro, valutativo e decisionale, ciclopico. Un po’ come avveniva per il generale dei gesuiti (dico “avveniva”: oggi non so più, visti i cambiamenti intercorsi nella Compagnia di Gesù).

La storia delle calunnie nei confronti della Legione e del Fondatore è lunga e complessa da riassumere qui. Visto che Magister pare più sollecito nel dare pubblicità alle voci infamanti e meno a quelle che possono offrire elementi per una seria valutazione, ti rimando a un sito che dà dei dati utili per diradare il fumus persecutionis.

Un’unica considerazione che aggiungo è questa: chi si sorprende che attorno a una realtà brillante, feconda, di assoluta fedeltà al Papa e al Magistero sorgano  leggende nere - per di più create da ex-membri della stessa realtà -  può dare una scorsa alla storia della Chiesa negli ultimi duemila anni e vedere come ciò sia più una costante che un’eccezione. E se non ha la possibilità di consultare un buon manuale di storia ecclesiale e vuole rimanere sull’attualità, può chiedere parere a qualche membro dell’Opus Dei. O dei Neocatecumenali.

2) E arriviamo, appunto, ai Neocatecumenali. Anche qui Magister va a pescare un po’ maliziosamente il pelo nell’uovo. Anche se un pelo robusto. E’ vero che i passi citati dal libro di Piergiovanni Devoto sono delicati, ma se uno legge per intero il testo in questione ne ricava un’impressione diversa da quella trasmessa dal suo articolo.

Pesco dalle stesse pagine 71-77 da cui pesca Magister: “E’ veramente un’esplosione di gioia l’Eucaristia, non sentimentale, ma esistenziale: è l’essere passati dalla morte alla vita”, “...Cristo si è offerto al Padre una volta per sempre e nell’Eucaristia se ne fa memoriale lungo il tempo della storia fino alla parusia. Allora dire che l’Eucaristia è sacrificio è giusto, ma incompleto, perché è Sacrificium laudis, una lode carica di comunicazione con Dio mediante la Pasqua del Signore, passaggio dalla morte alla risurrezione”, “per questo oggi il rinnovamento conciliare deve ancora calare nella mente e nel cuore della gente che, in larga misura, vive ancora di sentimenti religiosi o di emotività...che non sono da disprezzare, ma da evangelizzare con un’autentica iniziazione ai misteri di Cristo”, ecc.

Insomma, se uno affronta la lettura del testo di Devoto ricava l’idea di una realtà vibrante, accesa d’amore per il Vangelo, che vuole recuperare un contatto vivo con le fonti liturgiche e dottrinali del cristianesimo. E che lo vuole fare - dato fondamentale - in stretta adesione alla Cattedra di Pietro, cosa che induce a guardare alle pecche dottrinali e di prassi del Cammino non certo con superficialità, ma con fiducia. Fiducia che il lavoro di sistemazione/purificazione degli scritti e degli orientamenti trasmessi da Kiko Argüello a suoi figli spirituali consegnerà alla Chiesa uno strumento davvero potente per l’evangelizzazione.

Anche qui ti segnalo un sito. E’ interessante (devi cliccare su comunidades e su listado de comunidades) perché puoi trovare un elenco, fortemente parziale ma già di per sé fortemente indicativo, delle comunità neocatecumenali attualmente presenti nel mondo. E farti un’idea dell’impetuosa carica missionaria di cui sono portatrici. Il che, se è vero quello che diceva Gesù, cioè che “li riconoscerete dai loro frutti”, pare un segnale da non sottovalutare.

Cari saluti

Guido 

domenica, 23 gennaio 2005

La deriva neocon della destra cattolica

Caro Luigi,

attualmente non posseggo un quotidiano nazionale, per cui mi è difficile controbattere pubblicamente alle cinque pagine di Norman Podhoretz pubblicate ieri dal Foglio. O suggerire amichevolmente qualche spunto di riflessione ai cattolici (spero pochi) che hanno delibato il mini-saggio del pensatore americano, più l’introduzione di Christian Rocca, pensando di avere trovato il proprio El Dorado politico.

Ne discuto quindi con te – il che alla fine mi risulta anche più stimolante – segnalandoti un articolo decisamente fuori dal coro dei foglianti e dei cattolici aspiranti tali.

Il pezzo è firmato da Luigi Copertino, un outsider dell’opinionismo catto-conservatore, e la rivista su cui è uscito si chiama Alfa e Omega, una novità editoriale diretta da Maurizio Blondet, la nota penna di Avvenire, e da Siro Mazza, giornalista e assistente del vice-presidente della Camera Publio Fiori.  

Ti dirò, non è che io aderisca in toto a quello che scrive Copertino. Ci sono alcuni elementi della sua impostazione che non mi entusiasmano, tipo il tirare in ballo con eccessiva disinvoltura categorie escatologico-apocalittiche, l’eccessivo restringere alla riforma protestante e alla rivoluzione francese LE cause della dissoluzione della modernità, l’atteggiamento ecclesiale di retroguardia e un po’ bilioso nei confronti dei pontefici post-conciliari, la considerazioni generiche sulla realtà americana, ecc.

Ma la tesi di fondo dell’articolo, quella mi sento di sottoscriverla (più molto altro, ovviamente). In particolare la chiarificazione che Copertino fa di un punto cruciale: del fatto che  non esiste un Occidente, ne esistono almeno due. Tra i quali i punti di contatto, se ci sono, stanno esclusivamente in superficie. E probabilmente nemmeno lì, non vedendone io alcuno, sinceramente, tra il Magistero della Chiesa e quello di Podhoretz, Rocca o Capezzone.  

A presto

Guido

giovedì, 20 gennaio 2005

Metafisica alpina

Caro Guido,

durante i giorni dell’Epifania, saltabeccando in montagna, mi sono imbattuto, tra la neve, in un masso cuppellato. Il fatto, di per sé, non ha nulla di eccezionale: le Alpi ne sono piene.

Le coppelle sono delle incisioni emisferiche fatte dall’uomo sulla roccia. Dal Paleolitico fino a praticamente oggi; e se ne ritrovano dall’Africa alla Scandinavia. Per formare una coppella devi sfregare la roccia con un altro sasso almeno per un’ora abbondante.

A volte sono opera di pastori che, pieni di buon tempo, hanno ripetuto un gesto antico senza sapere bene perché. Ma per lo più non sono state fatte per caso. Quei massi per l’incisore avevano sempre un significato, o perché lì ci viveva, o vi passava, o perché lì si era manifestato qualcosa di grande, quando grande era il balenare di un fulmine, lo sgorgare di una sorgente d’acqua.

E poi, soprattutto, un sasso dura. Se la nozione di eternità preme, dove trovarla? Dove farla stare, ferma davanti, per essere compresa come le conviene?

La pietra era lì da sempre. Un ottimo aiuto, come similitudine. Anzi, la pietra, una sorgente, una rupe, anche solo una sequoia sembravano l’eternità stessa.

Ci vuole tempo prima che la pietra diventi segno essa stessa. Anche i re Magi sono partiti da lontano. Le nozioni si affinano man mano. Non è facile. Ci vuole tempo per afferrare con la testa quell’eternità che da sempre preme. Anche il Dio di Abramo, all’inizio, era il Dio della sua tenda, pur essendo già da sempre Io sono colui che sono.

Un segno, il mio segno inciso nella roccia. E’ la vita che inizia a vedere se stessa nell’eternità. Metafisica è il rapportarsi della vita all’assoluto. Le nostre Alpi sono piene di metafisica.

Saluti, LD

 

mercoledì, 19 gennaio 2005

Non aprite quell'armadio

Caro Guido,

il povero principino Harry sarà costretto ad accudire i maiali in campagna. Punito così severamente solo perché ha rovistato nell’armadio dello zio. 

Ciao, LD

PS Dove sono qui gli Hochnut?

martedì, 18 gennaio 2005

L'elenco 3

Caro Luigi,

così scrive Marco Ferrante sul Foglio di sabato scorso:

L’Eni è la più grande impresa italiana. Fattura oltre 50 miliardi di euro, ha una   capitalizzazione di borsa di circa 70 miliardi, ha ancora abbastanza dipendenti (76.000, di cui la metà all’estero) per sentirsi una comunità influente. Ha un’identità sua propria che sopravvive agli uomini, e una specie di superego d’azienda fondato sulle origini mitiche, sulle tradizioni, sui legami internazionali, sulla cultura d’impresa [...], sulle storie degli uomini e delle cose: Bescapè, la flotta aerea, il primo velivolo occidentale che ritorna a Teheran dopo la fine del khomeinismo e che porta le insegne dell’Eni, i due carrozzoni-roulottes che Eugenio Cefis allestisce e che sistema a Torvajanica e all’Isola Sacra e in cui durante il fine settimana riceve gli amici a bere vino e a mangiare formaggio, le meraviglie della Saipem 10000, la più efficiente unità di perforazione off-shore al mondo (dislocamento 96.000 tonnellate, lunghezza fuoritutto 228 metri, potenza 60.000 hp, equipaggio 160 persone, profondità massima di perforazione 30.000 piedi, sistema di ancoraggio satellitare, grazie a sei motori che aggiustano automaticamente la posizione della nave sulla base delle informazioni ricevute dal satellite.

Come moltiplicatore di ricchezza e personaggio rappresentativo di quell’economia cristiana che a entrambi piacerebbe definire meglio, hai fatto il nome di Enrico Mattei. Concordo pienamente. Mattei infatti non è stato solo un formidabile imprenditore (con un grado di istruzione da terza media), ma è stato soprattutto un cattolico valoroso che ha scelto di sacrificare la vita per un sogno: riscattare una patria debole, umiliata e subalterna a livello internazionale; ridare dignità e onore a una massa di italiani, meridionali e non, costretti da decenni a transumare per ogni dove in cerca di un tozzo di pane.

Il sogno vibrante che si ritrova nell’ultimo discorso pronunciato da Mattei a Gagliano Castelferrato, poco prima di essere ammazzato, e che ancora commuove a leggerlo.

Il sogno tradottosi con gli anni nella maggior realtà industriale del Paese (e l’unica rimasta, insieme al gruppo Finmeccanica, di alto livello tecnologico), la quale, se avessero vinto gli attacchi furibondi portati contro Mattei da don Luigi Sturzo o da quello spregevole lacchè che fu Indro Montanelli, puoi immaginare cosa sarebbe a quest’ora: una sparuta serie di pompe di benzina con l’insegna luminosa di una conchiglia, o qualcosa del genere.

Saluti

GdC

lunedì, 17 gennaio 2005

Carla e Gina

Ti ricordi di Carla e Gina? Sì, quelle che condividevano casa e sentimenti, per la propaganda dei pacs dei DS... Bene. La stessa foto delle affissioni adesso viene usata anche da supereva per pubblicizzare nei banner il proprio sito dedicato agli incontri più o meno fugaci. Con buona pax dei pacs!

Ciao, LD

PS Però, i DS, per la loro campagna di affissioni, potevano almeno usare delle foto che non fossero libere da diritti!

lunedì, 17 gennaio 2005

La fine dei tre porcellini

Caro Guido,

ormai Benedetta ha diciotto mesi, mi porta il libro delle favole, si siede vicino e, annuendo, mi segna col dito la favola che vuole che le legga.

Quella dei tre porcellini è gettonatissima. Solo che questa favola mi ha insinuato un bel cruccio.

Ne girano due versioni. In una, i due porcellini più piccoli, che se la spassano a cantare e a ballare invece di costruirsi una solida casa, vengono uccisi e mangiati dal lupo. Sopravvive solo il fratellino più anziano che avendo costruito una casa di mattoni riesce a proteggersi dal lupo e poi addirittura ad ammazzarlo.

Nell’altra, man mano che il lupo butta giù con un soffione le case di paglia e di legno, i due porcellini sfaticati la fanno franca fuggendo nella casa di mattoni del fratellino più saggio. Anche qui il lupo finisce in pentola.

La prima è la versione originale. La seconda, edulcorata, è quella più utilizzata dai libri in commercio. Istintivamente sceglierei quella senza troppi spargimenti di sangue. Ma a pensarci bene diventa sciapa.

Bettelheim, in “Il mondo incantato”, dice di preferire quella originale. Il bambino capirebbe che è sempre lo stesso porcellino in tre stadi differenti, che cresce e diventa maturo: tutti e tre dicono “no, no, no per le setole del mio groppone!”, ma è soltanto nella forma più elevata che si sopravvive.

In effetti Benedetta non si scompone e, per ora, guarda con soddisfazione il lupone che cade nel pentolone.

Ma il cruccio mi rimane. Se vale qui, varrà anche per quelle fiabe, quelle più efferate, eppure belle, dei fratelli Grimm? Ad esempio, hai mai letto quella che si intitola Il Ginepro?

Mia madre mi ammazzò,

mio padre mi mangiò,

mia sorella Marilena

l’ossa mie tutte mi raduna;

nella seta le ha legate,

sotto il ginepro celate

Ciuì, ciuì che bell’uccello è qui!

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