Caro Luigi
sono tornato in anticipo dal mio viaggio – anche se mi dovrò assentare ancora nei prossimi giorni, purtroppo – e finalmente riesco a risponderti.
Ho letto di sfuggita i tuoi messaggi e ti ringrazio. Tanta è la carne che hai messo al fuoco che nemmeno i cuochi europei cattolici riuscirebbero a cucinarla in un colpo solo. Ma soprattutto tali sono le cose successe in queste settimane che mi ci vorrebbero una decina di lettere per commentare adeguatamente il tutto. Anzi, ce ne vorrebbero una decina solo per commentare la morte di don Giussani, un gigante della fede di fronte a cui personalmente mi inchino e nei confronti del quale, pur non essendo un suo figlio spirituale, porterò sempre nel cuore una commossa riconoscenza.
Tra parentesi, mi pare che il Magister una volta tanto ci abbia preso, pubblicando sul suo sito lo stralcio di un’intervista storica di Renato Farina a don Giussani, che bene riassume il significato dell’esperienza di CL nel disorientamento post-conciliare.
Comunque, visto che giovedì mi hai parlato della letizia di Mozart, mi limito a rimanere sul tema musicale, rendendoti partecipe di un incontro curioso che ho avuto. Quello con un giovane protestante americano, che di mestiere fa il batterista e che mi ha segnalato l’interessante realtà dei psalm drummers: un network internazionale di batteristi di alto livello, che attraverso la magia pulsante delle percussioni moderne inseguono i ritmi della danza trinitaria (!).
Non siamo al livello di Mozart, ok, e l’accostamento con il genio austriaco può suonare a un appassionato di musica classica come te un po’ stridente. Ma visto che siamo ancora nell’ottava del dies natalis del don Gius, il quale ha insegnato a tanti a prendere in considerazione, con creativo discernimento, i fermenti della cultura post-moderna, mi sembrava che potesse starci...
Ti saluto fraternamente e ti auguro una buona settimana, con la promessa di farmi vivo presto.
GdC
Caro Guido, ti citavo la Messa dell’Incoronazione di Mozart.
Agnus Dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis.
Agnus Dei qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem.
Per spiegare a qualcuno cosa sia la letizia cristiana, basta fargli ascoltare il soprano quando nomina le parole Agnus Dei: è pura gioia consapevole della misericordia.
Segui lo sviluppo del tema: quando è ora di pronunciare miserere si fa sofferto e instabile, con modulazioni e dissonanze. Dopo un crescendo che diventa grido, la musica trova riposo; lo trova invocando la pace, che arriva dopo una un momento di silenzio, proprio come un dono.
Solo allora si aggiungono le voci maschili del tenore e del basso, e poco dopo tutto il coro. Tutti gioiscono, ma di per sé non aggiungono nulla alla musica. Anzi il coro, nel chiudere, appare perfino sbrigativo. Tutto il tema nella sua ricchezza lo ha già sviluppato il soprano.
Il coro, la comunità, gioisce della pace perché prima l’ha guadagnata il singolo. Solo perché la voce del soprano ha già riposato sul dona nobis pacem. Il coro canta come per un benevolo contagio.
Dov’è la lezione politica che ti dicevo? Diceva un prete: “queste crisi mondiali sono crisi di santi”.
Speriamo sia una buona notte. LD
Il Vangelo annuncia il Regno di Dio, e inizia a testimoniartelo da subito donandoti il centuplo adesso. Segui e verifica ciò di cui hai il presentimento che sia vero e bello. Il peccato altro non è che una bellezza che mente. Caro Guido, non me lo aveva mai detto nessuno. LD
Caro Guido, ti giro un pezzo di un’email che Franz von Lahn mi ha inviato.
“[...] sempre più spesso capita di veder suonare la musica in luoghi che consentano alle telecamere di fare delle riprese suggestive: l’Aida nella Valle dei Templi, i Tre Tenori alle terme di Caracalla, i Solisti Veneti in una villa palladiana, le sinfonie di Mahler a Dobbiaco e Rostropovic sotto il Muro di Berlino. In nome della musica-spettacolo questo ed altro.
Anche Karajan aveva il culto dei mass-media. Nel 1985 gli venne concesso di dirigere nella Basilica di San Pietro a Roma la Messa dell’Incoronazione di Mozart in occasione della solennità dei SS. Pietro e Paolo alla presenza di Giovanni Paolo II.
L’usanza vuole che alcuni passi del pontificale vengano accompagnati dal Coro della Cappella Sistina e il Vangelo venga cantato in gregoriano da un chierico. Il resto in quella occasione venne affidato all'Orchestra Filarmonica di Vienna di Karajan.
Il risultato di questo confronto fu davvero strano: immagina con quale solennità risuonassero nella Basilica sia le austere note in perfetto stile cinquecentesco del Palestrina che le declamazioni gregoriane del Vangelo. La messa di Mozart, invece, fece la figura di un anziana e pia massaia, un po’ troppo frivola se paragonata alla presenza solenne del Papa e di una sfilza di porpore cardinalizie.
Cosa era successo? Semplice: la musica di Mozart, concepita per le chiese barocche del salisburghese e di Vienna, mal si adattava ai volumi enormi dell’ambiente di San Pietro, dove invece le musiche del Palestrina ed il canto gregoriano avevano modo di espandersi perfettamente in virtù della loro regale semplicità.
In base alle regole dell’acustica intercorrono rapporti ben precisi tra musica e architettura. Non a caso nel ’700 e ’800 una visita guidata alla città di Roma per turisti stranieri includeva anche l’ascolto della polifonia del Palestrina e del gregoriano a S. Pietro.
Ora, non dico che la musica debba essere eseguita soltanto seguendo le caratteristiche acustiche dell’edificio ospitante. Però è vero che l’ascolto della musica riprodotta in CD è solo un surrogato e che qualche piccola esperienza dal “vivo” aiuta ben ad immaginare il suono autentico di una determinata composizione. Comunque è già molto che la musica oggigiorno venga consumata, anche se non ascoltata [...]”
Io non ho solo immaginato, come suggerisce l’amico Franz von Lahn. Mi sono ricordato che da tempo in un angolo dell’edicola giaceva un cd, a cura di Repubblica (!), con proprio quella registrazione di von Karajan. L’ho subito comprata e posso confermare. Con le voci polifoniche si possono intuire gli spazi e i volumi della cattedrale di San Pietro. Quando parte Karajan, la musica si scarica nelle casse e appiattisce tutto. Non solo, ho verificato: è quasi mezzo tono sopra. Forse, se avesse avuto l’accortezza di accordare gli strumenti sul LA 432 Hz il risultato sarebbe stato migliore.
In ogni caso, la Messa dell’incoronazione di Mozart è molto bella. L’Agnus Dei è una lezione di intelligenza politica. Te la descriverò quanto prima. Ciao, LD
Caro Guido, nelle settimane scorse ho letto con interesse il denso carteggio tra Angelo Bottone e Massimo Adinolfi sull’umanità dell’embrione.
Di certo non mi metto a riassumerlo. Dico solo che concordo con Angelo che da subito ha contrapposto la imprescindibilità del rispondere alla domanda cosa è l’uomo al tentativo di spiegare l’uomo solo in base al come è l’uomo.
Già la disputa sugli universali aveva messo in luce che il come, il simile è possibile sempre in virtù di un’identità condivisa.
E’ vero che il concetto di uomo può risultare vago, ma questo non significa che non esista un’essenza individuale. Questa, a rigore, la può conoscere completamente solo una mente divina perché presupporrebbe definire l’ente secondo tutte le relazioni che lo determinano. Ma per esprimere in modo adeguato la quidditas di un ente (adequatio ad rem) basta definirlo secondo le determinazioni che lo differenziano rispetto agli altri enti.
Dire uomo animale razionale non è certo una definizione completa, né devo presupporre secondo una sorta di realismo platonico l’uomo totalmente in atto. E’ semplicemente sufficiente per differenziarlo, ad esempio, dagli altri animali. Qualora arrivassero i venusiani si tratterà di specificare ulteriormente l’essenza attingendo ad altre proprietà dell’individuo capaci di differenziarlo adeguatamente. E sempre si tratterà di una adequatio ad rem.
Questo per dire che non devo presupporre giochi linguistici alla Wittgenstein, o stoffe temporali merlopontiane per giustificare una progressione e una caratterizzazione storica delle definizioni. Anzi, in questo modo si approda nella convenzione e nella necessità della decisione. E in ultima analisi credo che partiti per trovare il simile ci si ritrovi confinati nell’indifferenziato proprio dell’equivocismo.
Ma ammettiamo, per ipotesi, che la definizione di uomo sia data da una sorta di zeitgeist, che si dia come gioco linguistico, come decisione che si modifica nel tempo. Vediamo allora cosa dice il nostro tempo.
Ho fatto un giro nel forum di Avvenire dedicato in questi giorni al tema della fecondazione. Il forum è arricchito della posizione di chi è favorevole al referendum e dgli interventi di persone che sono migrate in massa da siti come cercounbimbo.net e altri. Vi si legge l’esperienza di chi si sottopone alla procreazione medicalmente assistita. Non è certo una passeggiata: stimolazioni ovariche, interventi dei medici, spesso un numero elevato di impianti. Emerge con forza con quale speranza tutto questo iter sia vissuto. Emerge come tutti i singoli momenti diventino importanti e quanto sia intensa l’attesa e la speranza (per niente scontata) che i singoli embrioni risultino vitali, che proprio quella cellula fecondata sia viva e forte, e che possa crescere. Si legge di quanto sia ampia la frustrazione quando quegli embrioni risultino non adatti, non voglio dire morti, diciamo non-vivi.
Attesa, speranza, desiderio, gioia e frustrazione come se quel embrione fosse un uomo. Un tempo quando non c’erano queste tecniche non si poteva investire così presto la maternità di tale e tanti pensieri ed emozioni. C'era sempre, o perlomeno spesso, un pre-sentimento che si dimostra oggi sempre più vero.
Insomma, quasi paradossalmente, sono proprio tali tecniche che oggi stanno facendo emergere la consistenza, l’individualità, l’essere persona dell’embrione. Credo che ogni ricognizione fenomenologica non possa eludere questa stoffa temporale.
Certo rimane da chiedersi se possa essere il desiderio il luogo della decisione. Il desiderio che prima decreta l’embrione come l’atteso e la speranza, e poi lo riduce a grumo di cellule.
LD
Ti aggiungo questo, perché ho letto anche che, dopo Darwin, l’uomo non avrebbe più una posizione di eccezione rispetto al resto della natura. Provo a smentire.
L’uomo parte sempre dal corpo, parte limitato dalla sua situazione. E’ orientato, è vincolato a un punto zero. Ma allo stesso tempo supera il limite che gli è dato. Nega ogni negazione. Ricostituisce unità sempre maggiori.
Ora, è pur vero che le ripetute e successive unità più grandi rimangono comunque limitate ed empiriche, ma non è questo il punto. Piuttosto ciò che distingue l’uomo è la capacità di negare ogni limite, questa apertura all’assoluto che la somma delle negazioni non può dare. Originario è l’ogni.
Detto in modo diverso l’uomo è distinto dalla capacità di rivoluzionare gli assiomi, di formulare nuove ipotesi. Di mediare l’esperienza con l’assoluto.
L’animale non ipotizza. E neppure Dio, che è onnisciente. Qui sta la distinzione dell’uomo rispetto a tutto il resto. Grandezza e miseria dell’uomo.
LD
Caro Guido, in questi giorni dell'orgoglio darwinista, mi sono sentito paragonare a quelli col forcone del midwest che credono che il mondo sia stato creato diecimila anni fa. Questo perché penso che cielo e terra siano stati creati.
Approfitto allora per chiarire che chi parla di creazione non propone una teoria scientifica sullo stesso piano dell'evoluzionismo.
La figura della creazione è piuttosto l'approdo di una ricerca filosofica rigorosa che media l'incontrovertibilità del principio di non contraddizione con l'esperienza del divenire, salvando quest'ultimo dall'assurdo. Storicamente, questo salvataggio lo ha fatto il cristianesimo, perché ancora con Platone il mondo sensibile era destinato all'irrazionalità.
Si può discutere di questo. Ma la scimmia e quello col forcone sono un'altra cosa.
Spero a presto. LD
Caro Guido,
lasciami aggiungere questo esempio. Prendi alcune scrittrici "emerse" negli ultimi tempi: Arendt, Weil, Hillesum, Campo, Stein.
Uno già guardando chi pubblica cosa inizia a farci un pensierino. Ma che Edith Stein - Santa Teresa Benedetta della Croce, Patrona d'Europa, sia l'unica a rimanere misconosciuta tra gli stessi cattolici, fa capire cosa significhi forza e debolezza di una strategia culturale.
Ciao LD
Caro Luigi,
nel suo ultimo articolo il nostro Magister parla, tra le altre cose, del revival di Romano Amerio, il grande filologo svizzero noto soprattutto per quel capolavoro di acribia canonistica che è Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX. Un libro, come dice Magister, respinto e occultato dalla Chiesa “ufficiale”, ma diventato una sorta di seconda Bibbia per i critici del Concilio Vaticano II, ad ogni latitudine culturale. Un testo “inquietante e in qualche modo terribile”, come ha scritto Vittorio Messori, che ha spopolato in quell’underground cattolico che va dai membri della Fraternità di S. Pio X, ai gruppi di impostazione preconciliare ai conservatori più esigenti sparsi nei paesi di lingua tedesca, negli Stati Uniti e in America Latina.
Quello che Magister non dice però è, al solito, la polpa della questione per quanto riguarda Amerio. Il quale fu sì un personaggio assai riservato, assolutamente estraneo al chiacchiericcio e alle passerelle intellettuali - come spesso si sottolinea - ma con un amico davvero illustre e importante: Raffaele Mattioli.
Amerio non fu propriamente scoperto da Mattioli (anche perché, contrariamente a quanto recita la leggenda aurea costruita attorno alla sua figura, il presidente della Comit era figura di limitate competenze culturali), ma fu da costui “sostenuto” e inquadrato in un progetto di ampio respiro (non certo tratteggiato da Mattioli, s’intende, ma dall’èlite iniziatica di cui Mattioli fu strumento). Non è certo un caso che Iota unum uscì per i tipi di Ricciardi, la casa editrice “laica” che Mattioli rilevò e rilanciò negli anni ’50, a scopi ben precisi. Né è un caso che fra le poche riconoscenze ufficiali ricevute in vita da Amerio, ce ne sia una concessagli dalla Fondazione del Centenario della Banca della Svizzera Italiana, che toccò in sorte a numerosi frequentatori di Mattioli: da Giovanni Pozzi, a Riccardo Bacchelli, a Carlo Bo. Né è un caso che a dedicare un quadretto di tutto rilievo ad Amerio sia stato Elémire Zolla, nel suo Uscite dal Mondo. Dove, tra l’altro, Zolla fa capire abbastanza bene qual era il progetto a cui Amerio doveva contribuire:
A conclusione [di Iota Unum] Amerio domanda: l’essenza della Chiesa s’è dissolta nel mondo moderno? E risponde: “Sembrerà che il nostro discorso sia venuto a una conclusione che ha il carattere della conoscenza negativa, ipotetica, umbratile e vesperale, se non proprio notturna”. Infatti se rispondesse con un sì, gli scoppierebbe come una bolla il suo sogno antico, ed egli cadrebbe nella nuda modernità. Oppure in un sogno alternativo. O nella nuda gnosi”.
Ovvero, Iota unum fu, grosso modo, l’equivalente in ambito cattolico di Che cos’è la Tradizione di Zolla in un ambito più allargato: un libro che nel suo aspetto superficiale suonava e suona innegabilmente tradizionalista, ma il cui fine profondo era ed è di inserire la maggiorparte dei lettori in una dinamica centrifuga rispetto alla Chiesa post-conciliare (ossia alla Chiesa sic et simpliciter), e di portarne una minorparte sulla soglia del “sogno alternativo”, o “della nuda gnosi”.
Ad ulteriore dimostrazione, se vuoi, di un fondo esoterico presente in Amerio è utile dare un’occhiata anche all’opera del suo discepolo, Enrico Maria Radaelli. Il quale, con la stessa somma erudizione ed exoterica ortodossia del maestro, punta, tra le altre cose, a riproporre quello che è stato (ed è tuttora) un topos di certa massoneria “tradizionalista” : l’idea che il vero cattolicesimo non possa che essere antigiudaico; che la Chiesa non sia la piena e infinita realizzazione della sinagoga, ma la sua negazione; che tra Antico e Nuovo Testamento esista uno iato più profondo e decisivo di ogni possibile continuità. Una sorta di marcionismo di destra, insomma, indubbiamente suadente per un lettore a disagio nella temperie postconciliare, soprattutto se stanco di un dialogo interreligioso spesso estenuante. Ma con effetti, alla lunga, simili a quelli che può avere un aromatico e corposo vino rosso al metanolo (già i duri attacchi al Sommo Pontefice e a Ratzinger dovrebbero far sorgere qualche dubbio ai più avveduti).
Su Amerio e Radaelli ci torneremo, ovviamente, perché l’argomento necessita di un articolato approfondimento (e ora purtroppo vado di fretta).
Intanto stammi bene, come sempre. GdC
PS= Concordo con quello che dici dell’editoria cattolica. Soprattutto per quanto riguarda le copertine di certe case editrici...
Caro Guido,
commentando qualche giorno fa un post di una nostra cara amica, mi lamentavo dell'assenza di una strategia culturale nell'editoria cattolica, nel senso di una strategia ampia e percepita. Anche all'ultima Fiera del Libro a Torino ricordo che si passava da testi superspecialistici a quelli pubblicati on demand su questo o quell'altro venerabile. Va tutto bene, certo, ma è come se il panorama editoriale cattolico non uscisse da una certa autoreferenzialità. E questo ovviamente a discapito della strategia culturale. In più, dilaga la sconfortante impossibilità di trovare, non dico un piano di immagine coordinata, ma almeno una copertina graficamente piacevole.
Beh, forse mi lamentavo eccessivamente, perché, pensandoci, qualcosa di cui andare grati c'è. Come le edizioni di Città Nuova che hanno pubblicato l'opera omnia di S.Agostino e molte delle opere di Edith Stein. Insomma non bisogna disperare e sicuramente ci sono altre case editrici che lavorano bene con un progetto ampio e insieme riconosciuto. Sarà quindi bene segnalarcele man mano che le incontriamo.
Ciao, LD
Hai presente Roberta, la voce delle dediche su Radiomaria? Non è una suora. Quando si dice il pregiudizio.
Ciao, LD
Caro Guido,
l’MG l’ho lasciato in caserma. Ma, ad ogni evenienza, qualora S. Gabriele dell’Addolorata facesse un fischio, custodisco sempre, avvolta in un panno verde dentro un cassettone, la mia sciabola da fanteria alpina in acciaio Krupp.
Anche se, qui, adesso, ci sono battaglie che richiedono ben altre armi. Avrai visto, giovedì scorso, l’editoriale di Dino Boffo scritto come lettera aperta a Giuliano Ferrara. Argomenta l’astensione ai prossimi referendum come un “doppio no”: un’efficace parola d’ordine, oltre che largamente condivisibile.
Mi è parso particolarmente significativo quel passaggio che mette in guardia contro certe fughe in avanti: “sta’ attento piuttosto che il tuo no non si confonda con altri no, apparentemente rigorosi, in realtà voluttuariamente protesi alla sconfitta”.
Io sottolineerei questo cenno alla voluttà. La strategia del “doppio no” richiama il ruolo svolto dal Katéchon. La guerra non è bella anche se fa male: la strategia va scelta per salvare vite e anime, e non per un rigoroso, estetizzante, nichilistico cupio dissolvi.
LD
Caro Luigi,
quando si dice scherza con i fanti e lascia stare i santi, sempre si pensa che sia così per il fatto che i santi sono merce sacra e delicata, tipo porcellana di Dio. Poche volte si pensa al fatto che i santi conviene lasciarli stare perché possono essere militarmente più temibili dei fanti.
Di questo si rese certamente conto, seppur per una frazione di secondo, un tal Severo Mendez, che una notte di luglio del 1999 si intrufolò nel convento di clausura “del Topo”, a el Tunja, in Colombia, in cerca di qualche oggetto prezioso. Venendo accolto, però, prima da tre colpi intimidatori sparati nel buio da suor Luz Adelia Barragan, poi dall’intero caricatore del revolver Smith & Wesson calibro 38 di suor Eva Maria Silva, che voleva essere più esplicita nelle intenzioni. Ma che finì, involontariamente, per far incontrare al povero Mendez sorella morte: triste salario se non del suo peccato, certamente della sua poca avvedutezza, dal momento che il Mendez avrebbe dovuto sapere che nel convento delle concezioniste di Tunja si conserva l’immagine della Vergine dei Miracoli, patrona della forze aeree colombiane, ovvero il pezzo da novanta delle forze armate del Paese.
Ma del fatto che i santi possono essere più temibili dei fanti, se ne resero certamente conto anche quei venti soldati che nel 1860 disertarono dall’esercito piemontese, dopo la vittoria contro le truppe pontificie a Pesaro, e si dettero al brigantaggio in vari paesi fra Marche e Abruzzo. Costoro, giunti nella loro scorreria all’Isola del Gran Sasso e seminato il terrore fra la popolazione, trovarono infatti un piccolo imprevisto. Nel seminario locale studiava il giovanissimo Francesco Possenti, futuro S. Gabriele dell’Addolorata, il quale, mosso dal sacro fuoco della giustizia e forte di un’abilità contadina nell’uso di pistole, pistolette e coltelli, chiese ed ottenne dal proprio rettore il permesso di scendere in paese per dare una mano. Scorto lì un soldato che molestava una fanciulla, con fare alla Terence Hill di Lo chiamavano Trinità - o piuttosto a quello di don Matteo, visto che il Possenti indossava la talare da seminarista - sfilò la pistola dal fodero del malintenzionato, fece lo stesso con un suo compare poco distante e invitò entrambi a rivolgere altrove le proprie voglie. Visti poi gli altri soldati che si avvicinavano in aiuto dei due, il Possenti intimò pure a loro di soprassedere. Non ascoltato, mirò a una lucertola che zigzagava in lontananza e la riempì di piombo, dicendo al capofila: se vi avvicinate, messere, il prossimo colpo vi finisce diritto nel cuore. Al che messere e commilitoni decisero che era il caso di cambiare meta e se ne andarono. Mentre la popolazione riportava il Possenti in seminario, proclamandolo salvatore dell’Isola.
L’Episodio, che può apparire inverosimile - e su di esso è infatti in corso una disputa tra agiografi - fu reso noto da un autorevole biografo di S. Gabriele dell’Addolorata, il passionista americano Godfrey Poage (perito al Concilio, tra l’altro), nel suo The Story of Gabriel Possenti, pubblicato nel 1962. E in base ad esso l’americano John Michael Snyder, fondatore della Saint Gabriel Possenti Society, da anni si batte per ottenere dal Vaticano la nomina di S. Gabriele a patrono dei portatori d’armi. Purtroppo, lamenta Snyder, con non poche incomprensioni da parte della Gerarchia, che certi temi preferisce affidarli ai fanti, più che ai santi.
Alla prossima
GdC
Caro Luigi,
i tempi, si sa, non sono tra i più facili per i cattolici (fosse solo per Mieli). Me lo confermava stasera anche un amico che chiamerò Lippo, che non legge un giornale, non si lambicca come me o te su questioni di teologia politica, nulla sa dei Sacri Palazzi, ma è preso da problemi, diciamo così, più basilari. Recita il rosario tutti i giorni (+ Messa quotidiana), cammina baldanzoso per le vie del mondo e si chiede come trovare una bella ragazza (Lippo è di gusti un po’ esigenti) tanto avvenente quanto cattolica.
Lì per lì, volevo quasi suggerirgli di chiedere consiglio a Pesce Vivo sulla sua deliziosa rubrica Educazione sentimentale. Poi gli ho consigliato, visto che Lippo parla un inglese perfetto, di chiedere a quei mattacchioni dei cattolici americani, i quali, fedeli al pursuit of happiness della dichiarazione d’indipendenza, le hanno inventate proprio tutte.
Ciao
Guido
Caro Luigi,
leggo sul blog di Magister:
E facendo così, Paolo Mieli ha offerto un clamoroso assist al già furente con lui Dino Boffo, direttore del quotidiano della Cei, Avvenire.
Che Mieli sia finito sul libro nero di Avvenire lo si è capito da un pezzo. Ma il modo con cui il Corriere tocca la questione della legge 40 ha fatto crollare ancor più la sua stima.
Basta leggere, per averne un’idea, la gragnuola di colpi che Boffo ha scaricato sul giornale di Mieli, rispondendo a un lettore, su Avvenire di domenica 30 gennaio: “Cerchiobottismo di maniera incredibilmente falso... cinismo sconfinato... giornalismo pilatesco...”.
Al lettore, Boffo annuncia che non comprerà più un Corriere fatto così: “Che se poi anziché due, le copie in meno saranno duecento, duemila, o ventimila, il buchino diventerà voragine, e potrà travolgere qualunque podio”.
Più sotto:
Nella sua prolusione del 17 gennaio al consiglio permanente della Cei, il cardinale Camillo Ruini ha dato una stoccata al Corriere della Sera diretto da Paolo Mieli e alla sua offensiva contro Giovanni XXIII e soprattutto Pio XII: “fatti oggetto nelle ultime settimane di polemiche non nuove, lontane dalla verità storica e inutilmente faziose, che hanno trovato però risposte precise e adeguate”.
Le risposte “precise e adeguate” cui Ruini allude sono quelle apparse a più riprese su Avvenire e il Giornale.
Ora, non è mai elegante citarsi, però ti ricordi quando qualcuno storceva il naso di fronte al disgusto che personalmente esprimevo nei confronti del giornalista Paolo Mieli? E in tempi non sospetti, cioè prima delle sue brillanti mosse come neodirettore del Corsera.
A presto. GdC
PS= alle due citazioni è da aggiungere anche la lettera che Giuseppe Corigliano, portavoce dell’Opus Dei in Italia, ha indirizzato martedì al Corsera. Il quale non l’ha pubblicata integralmente, come ha fatto invece Tempi nel numero uscito oggi, facendoci scoprire che pure Corigliano annovera il Corsera di Mieli nella categoria della “stampa deteriore”.
Caro Luigi,
curiosa questa storia di Patty Smith. Può anche darsi che Riemann facesse parte del Priorato di Sion e lei pure. Bisognerebbe indagare...
Comunque, aggiungo anch’io una cosuccia sul tema “ironie della sorte” e poi chiudo la porta.
C’è un personaggio nella storia del cattolicesimo italiano del ’900 che è passato come pochi altri dagli altari alla polvere. Che è stato prima largamente celebrato per il suo carisma e i suoi meriti, poi, d’un tratto, come pochi calunnniato, rinnegato e infine sepolto da coloro che indirettamente da lui erano stati beneficati. Parlo di Luigi Gedda, il carismatico leader dell’Azione Cattolica negli anni ’40 e ’50, battagliero servitore della Chiesa, uomo di fiducia di due Pontefici, infaticabile organizzatore, nonché medico di fama internazionale per i suoi studi di genetica e gemellologia.
Com’è noto, dagli anni in cui l’Azione Cattolica (preciso che con AC intendo gli alti quadri dell’associazione, non certo la base, che, si sa, è fatta in genere di gente semplice e devota, che spesso acquista la tessera dell’AC come all’oratorio si versa la quota annuale per la tessera ANSPI) inalò a pieni polmoni le tossine ereticali allora circolanti - inficiando la capacità di rapportarsi in modo ortodosso alla temperie postmoderna - Gedda divenne per la realtà di cui era stato il leader grosso modo quello che Pio XII divenne per la scuola storiografica di Giuseppe Alberigo: il male. O meglio, come ha scritto Andrea Riccardi, il simbolo di un ancien régime da abbattere, senza se e senza ma.
Da quegli anni (inizio anni ’60), dai quei cambiamenti profondi di orientamento, sopravvenne per AC la crisi, l’esodo degli elementi migliori verso nuovi movimenti o aggregazioni laicali e il lungo, costante declino. Fino a qualche mese fa, quando alcuni elementi al vertice dell’Associazione, spronati dalla CEI, hanno pensato alla necessità di un salvifico colpo di reni, in grado di evitare un destino altrimenti segnato: quello dell’ulteriore prosciugamento dell’Associazione e del suo definitivo approdo ad una dimensione di insignificanza, anche numerica.
Una tappa di questo tentativo di rinnovamento è stata la suggestiva beatificazione, avvenuta lo scorso settembre a Loreto, di Pina Suriano e di Alberto Marvelli. Soprattutto di quest’ultimo, direi, che è stato il personaggio più citato e commentato, presentato più diffusamente come modello di santità per un laicato moderno (anzi, adulto...), esempio di vita cristiana per un AC che non voglia guardare indietro, ma sintonizzarsi sul futuro, ecc.
Grandi festeggiamenti, celebrazioni e discorsi su Marvelli, quindi. Nei quali, però, è stato incredibilmente taciuto un piccolo particolare: il fatto che il beato riminese fu uno dei più appassionati estimatori e discepoli di Luigi Gedda. Addirittura membro della Società Operaia, una specie di corpo scelto di militanti creato da Gedda e incentrato sulla spiritualità del Getsemani.
Un’ammirazione, quella per il medico veneziano, per la sua visione ecclesiale e per la sua spritualità, di cui Marvelli lasciò tracce toccanti nei suoi diari. Come questa:
15 maggio 1938
Ore di gioia purissima trascorse in compagnia del presidente centrale prof. Gedda.
Signore, benedicilo. La sua ardente parola, la sua paterna bontà rivelano la sua anima intimamente unita al Cristo.
Avvince e convince appunto, perché in lui si sente e si vede il Cristo, re d’Amore e di carità. La sua parola ed affabilità convertono, perché partono dal cuore ed arrivano al cuore.
E’ un vero trasfondere il possesso personale del Cristo alle anime che lo circondano. Che il ricordo di quanto mi ha detto rimanga sempre fisso in me, sempre vivo e apportatore di volontà al bene, al sacrificio, alla preghiera, all’azione. Le sue virtù saranno mia guida.
O come quella che ha riassunto Fausto Lanfranchi, vicepostulatore della causa di beatificazione, nel libro Alberto Marvelli, fedeltà a Dio e fedeltà alla storia (Edizioni Messaggero Padova):
L’ultimo ambito nel quale Alberto Marvelli portò a perfezione la sua spiritualità fu la Società Operaia.
La Società Operaia era stata fondata a Roma il 3 settembre 1942 nel Convento dei santi Giovanni e Paolo dal professor Luigi Gedda, presidente nazionale dell’Azione Cattolica, per il quale Alberto nutriva una profonda stima. Nasceva in seno all’Azione Cattolica giovanile, non come organizzazione nell’organizzazione, ma come movimento collaterale di spiritualità [...] Alberto di sentì subito in sintonia con questa spiritualità che avvertì come l’eco delle sue esperienza più profonde: aveva sempre consacrato e offerto la sua vita come Gesù nel Getsemani e in questa sua accettazione senza riserve della volontà del Padre aveva trovato il segreto di ogni sua opera, di ogni suo atto di generosità e di eroismo. Se sfogliamo le pagine del Diario, troviamo la perfetta conformità della sua vita interiore e apostolica con le caratteristiche della spiritualità getsemanica. [...] Alberto teneva sul comodino, insieme al Vangelo, un volume: Getsemani, scritto da Luigi Gedda; lo meditava e, a matita, sottolineava alcuni brani e frasi di commento.
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