martedì, 31 maggio 2005

Superamento a sinistra

Ti mostro un bieco e spregiudicato superamento a sinistra di quelli che indicava Girard qui sotto? Sì, di quelli che fanno finta di difendere la vittima.

Catone, uomo del suo tempo, ha affermato che gli schiavi pensano solo al sesso e che non valesse la pena di prendersi troppo cura di loro. Di certo un suo limite.

Arriva allora Plutarco e, nelle Vite Parallele, fa un pistolotto morale a Catone proprio sulla dignità dello schiavo.

Hai capito che infido, quel magnaccione di Plutarco che fa la morale a Catone! Tipico superamento a sinistra, ante litteram.

ld

martedì, 31 maggio 2005

Beauty is difficult

Ciao Guido, ieri ero a Milano e ho approfittato per andare alla presentazione del nuovo libro di Eugenio Corti: Catone l'antico, edizioni Ares.
Oltre all'autore c'erano Cavalleri, Pontiggia e Doninelli.

4 interventi stringati, belli, ricchi. Ti cito solo un passaggio, proprio alla fine che non ha avuto modo di svilupparsi.

Corti: se il primato è dato all'economia e non alla bellezza, è più facile che l'uomo venga abbruttito. E poi, per non andare lontano, ricordava un'esposizione al Pompidou: opere brutte, del niente, e pagate dallo stato francese.

Cavalleri: Platone, via Pound, beauty is difficult.

Doninelli: 3 galleristi famosi si mettono d'accordo e questo bicchiere diventa un'opera d'arte, che vale soldi. Se è convenzione, vince chi ha forza di imporre.

Pontiggia: una tendenza al brutto, a essere opere di niente, avviene anche nella poesia, dove non c'è economia. C'è una ricerca del male, del niente che sorge da sola.

Affermazioni che presuppongono parecchio e penso che loro presumano fondatamente. Io intanto pensavo a Catone, a a Scipione. Mi mettono ottimismo, questi uomini naturaliter christiani. Non bisogna pensare che senza un ancoraggio alla fede rivelata per forza vada tutto a scatafascio. E' più facile, ma non per forza. Certo, Beauty rimane sempre difficult.

ld

domenica, 29 maggio 2005

E uno

Caro Luigi,

scusa se passo dalla metafisica alpina alla politica d’oltr’Alpe, ma c’è una gran bella notizia: i francesi sfasciano il grottesco Moloch di cartapesta dell’Unione Europea!

Vedrai che fine farà il fronte tanatofilo qui da noi, tra due settimane…

GdC

domenica, 29 maggio 2005

Metafisica alpina/2

Caro Guido,

oggi ho preso il sentiero dietro casa e sono arrivato in cima al monticello. Lì c'era un masso cuppellato. Di questi segni ne avevo già parlato. Spesso sono accompagnati da incisioni di croci. Qui non ce n'erano. C'era però la croce di legno. In qualche modo ho rimediato.

Ciao ld

venerdì, 27 maggio 2005

Un angelo del web è tornato in cielo

Caro Luigi,

se ne è andato un angelo, Suor Joanna Dewald, del Carmelo di Indianapolis, USA.

In Italia non era molto conosciuta, ma in America era considerata una pioniera del web fra gli ordini religiosi contemplativi.

Era riuscita infatti a creare uno dei più bei portali di preghiera, Praythenews.com, che aveva trasformato il languente e anonimo monastero di Indianapolis in un punto di riferimento per  migliaia e migliaia di cattolici desiderosi di imparare a pregare, di ricevere consigli o un supporto spirituale. Tanto che la cosa è finita a suo tempo sul Los Angeles Times, il Chicago Tribune, la CNN e la NBC.

Rendiamo omaggio a una compagna di strada di wXre. Che cammina ancora con noi, ovviamente.

GdC

venerdì, 27 maggio 2005

Il destinatario

Caro Guido,

dicono: l'embrione non è un essere umano, lo sarà.

Solo che l'embrione è scartato dalla selezione pre-impianto in quanto è già ciò che sarà. La selezione ha già a che fare con la sua umanità, descritta in termini di inadeguatezza e non funzionalità in un primo momento, e a seguire in termini di malattia e sofferenza.

Ne segue una doppia contraddizione: l'embrione non è un essere umano, ma è imperfetto in quanto essere umano; l'embrione non è un essere umano, ma è rinchiuso dentro un destino (infelice) già tutto fatto.

ld

venerdì, 27 maggio 2005

Tu sì, tu no

 

Tu si, tu no - Clicca qui per saperne di più

 

 

 

Sulla vita non si vota = La vita non si mette ai voti

Come Nerone al Colosseo. Ma è così difficile da capire?

ld

giovedì, 26 maggio 2005

Quelli del dispettuccio / updated

Caro Guido,

ho provato a leggere l'appello di Adista:  è per il primato della coscienza "contro il principio d'autorità, contro il nuovo intruppamento dietro il potere che si fa scudo di Dio". Non ho capito dove sia il pericolo per la coscienza; e neppure perché un principio come quello dell'autorità debba per forza entrare in contrasto con la coscienza. Lasciamo poi perdere l'intruppamento... perché certamente sono io a non capire.

Fin qui in negativo, ma il bello viene nella pars costruens. La via è quella della "profezia disarmata, la testimonianza che rifiuta il potere e che allontana da sé la tentazione stessa del potere". Ma di quale potere stanno parlando? Ma questi, che parlano di profezia, sono così ciechi da non vedere quale sia il vero potere oggi in gioco? Che c'è un potere s-catenato sopra la vita che nasce? Che c'è un potere tecnico travestito da pietà?

Mi sta uscendo un tono apocalittico e poco integrato, è vero. Ma mica l'ho tirata fuori io quella della profezia. Io credevo volesse dire far vedere adesso. Credevo che la profezia sapesse smascherare le podestà del mondo che prendono in giro. Macché. Questi all'Adista sono troppo impegnati a fare il solito pigro dispettuccio a Ruini.

ciao ld

 

Aggiornamento ad usum Adistae (che nella loro citazione si sono dimenticati della parte conclusiva):

"Gesù pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre." (Fil. 2, 6-11)

Grazie ad Angelo che ha ricordato il passo intero e a Luigi Puddu che ne fa una sintesi (nei commenti).

mercoledì, 25 maggio 2005

Becchino

Guido, ti giro un passaggio dell'articolo di Tombolini apparso su Notizie Radicali. Dall'abbraccio mortale suo e dei suoi amici avevo già messo in guardia, ma leggi qua:

 

"Consentire, come la scienza rende oggi possibile, attraverso un mezzo assolutamente lecito come la diagnosi preimpianto, che a nascere sia una persona sana, non affetta da una grave malattia, è eugenetica? Bene: siamo per l'eugenetica, siamo per questa eugenetica. Siamo – liberiamo un altro pezzo di linguaggio sequestrato - per il miglioramento della specie, perché no? O dovremmo forse militare sul fronte opposto, quello del “peggioramento” della specie? Non potremmo mai: troppo amiamo la vita, e amiamo l'uomo".

Chi è sano e chi non è sano lo decideranno Tombolini e i suoi amici? Saranno Tombolini e i suoi amici a decidere chi migliora la specie? Saranno Tombolini e i suoi amici a decidere quale è la vita da amare? Chi deciderà? Tombolini, i suoi amici, la madre, il padre, il fratello, il medico, il politico, la moglie del politico? Chi deciderà per qualcun'altro? Perché di qualcun'altro si tratta se già so che sarà malato, che sarà infelice, che sarà quello che è.

Tombolini non vuole passare per nazista. Mah, non lo so, vedremo. Per ora, per iniziare, sto pensando a un'altra definizione.

Ciao

ld

martedì, 24 maggio 2005

Sulle cause necessarie e sufficienti

A un embrione non basta crescere per diventare un essere umano.

ld

lunedì, 23 maggio 2005

Non fate la vittima

"Il tentativo di far dimenticare agli uomini la pietà per le vittime, quello intrapreso da Nietzsche e da Hitler, si è risolto in un fallimento che, almeno per ora, sembra definitivo. Non è tuttavia il cristianesimo, nel nostro mondo, a trarre profitto dal trionfo della pietà per le vittime, bensì quello che bisogna definire come il nuovo totalitarismo, il più maligno dei due, e palesemente il più ricco di avvenire oltre che di presente: quello che, anziché opporsi apertamente alle aspirazioni giudaico cristiane, le rivendica come proprie e contesta l’autenticità della preoccupazione cristiana per le vittime (non senza una certa apparenza di ragione a livello delle azioni concrete, dell’incarnazione storica del cristianesimo reale nel corso della storia).

Anziché opporsi con franchezza al cristianesimo, il nuovo totalitarismo vuole scavalcarlo a sinistra.

Il nazismo e le ideologie ad esso affini, che si opponevano apertamente alla sensibilità per le vittime riconoscendone volentieri l’origine giudaico-cristiana, non sono mai stati la forza mimetica  più potente del XX secolo. Il movimento anticristiano più forte è quello che fa sua e radicalizza la preoccupazione per le vittime per paganizzarla. Le Potestà e i Principati si danno adesso una veste “rivoluzionaria” e rimproverano al cristianesimo di non difendere le vittime con sufficiente ardore, non scorgendo nel passato cristiano altro che persecuzioni, oppressioni, inquisizioni.

Il nuovo totalitarismo si presenta come liberatore del’’umanità. Per usurpare il posto di Cristo, le Potestà lo imitano in maniera rivalitaria, denunciando nella compassione cristiana per le vittime, un’imitazione ipocrita ed evanescente della vera crociata contro l’oppressione e la persecuzione, quella di cui invece loro sarebbero la punta di diamante.

Seguendo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento si può dire che, nello sforzo di recuperare terreno e trionfare di nuovo, Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. Questa imitazione usurpatrice è presente da molto tempo nel mondo cristianizzato, ma si sta enormemente rafforzando nella nostra epoca. E’ il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai più quotidiana e prosaica.

L’Anticristo si vanta di recare agli uomini la pace e la tolleranza che il cristianesimo senza risultati promette loro. In realtà quello che la radicalizzazione della “vittimologia” contemporanea porta con sé è l’effettivo ritorno a ogni sorta di abitudini pagane: l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale, i giochi da circo di ogni tipo, ma senza vittime reali grazie alle simulazioni elettroniche, e così via.

Questo neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile, e il suo obiettivo primario è la loro abolizione completa. L’osservanza scrupolosa della legge morale è percepita come una complicità con le forze della persecuzione, che sarebbero essenzialmente quelle religiose.

E poiché le Chiese cristiane hanno preso tardi coscienza della loro mancanza di carità, della loro connivenza con l’ordine stabilito, nel mondi perennemente “sacrificale” di ieri e di oggi, esse rimangono vulnerabili al perenne ricatto cui il neopaganesimo contemporaneo le sottopone.

Questo neopaganesimo identifica la felicità nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti, idea che acquista una parvenza di verosimiglianza nell’ambito circoscritto dei beni di consumo, il cui prodigioso moltiplicarsi, grazie ai progresso della tecnica, attenua certa rivalità mimetiche, conferendo un’apparenza di plausibilità alla tesi che fa di ogni legge morale un semplice strumento di repressione e persecuzione".

 

(R. Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, 234-236)     

sabato, 21 maggio 2005

Integralismo pop

Se ne era già accorto anni fa il  sociologo americano Michael Cuneo che il film l’Esorcista è stato come un giro di boa, ha segnato il ritorno in forza nella cultura pop americana di quegli elementi di cattolicesimo “tradizionale” espunti dalla new vawe postconciliare, e tanto più dai canoni del laicamente (o laidamente) corretto.

Un inedito connubio, quello tra cattolicesimo integrale e media ipersecolarizzanti, che è andato crescendo fino ai due picchi più clamorosi: il Codice Da Vinci e lo tsunami mediatico per la morte di Wojtyla e il conclave. Se ne parla qui, con un po’ di dati curiosi.

GdC

venerdì, 20 maggio 2005

L'omosessuale e la donna d'altri

Caro Guido,

Girard ha descritto i processi che portano alla rivalità mimetica e al meccanismo vittimario. (Lo so anch’io ho qualche perplessità sui suoi studi, anche se mi pare che col tempo migliori sempre. In questo caso mi pare che la sua analisi possa risultare interessante).

Gli omosessuali in quanto diversi sono stati, nella storia, capro espiatorio della rivalità mimetica. Ma, allo stesso tempo, replicano e alimentano all’interno della sessualità lo stesso processo. Ti riporto alcuni passi da Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, edito dai cari amici dell’Adelphi (da pagina 404).

Se il valore dell’oggetto si commisura alla resistenza che il modello oppone al soggetto, agli sforzi rivali per appropriarsi dell’oggetto, si capisce come il desiderio tenda sempre più a valorizzare la violenza, a farne un feticcio e a renderla, alla fine, il condimento necessario di tutti i piaceri che egli può ancora prendersi con l’oggetto, o anche, a uno stadio più avanzato con il modello stesso che diventa il persecutore prediletto. Una volta che la struttura della rivalità mimetica comincia a influenzare il fattore sessuale, non c’è ragione di fermarsi sul più bello, e il piacere erotico può benissimo staccarsi dall’oggetto per attaccarsi al solo rivale. (...)

Il modello rivale, nella sfera sessuale, è normalmente un individuo del medesimo sesso, dal momento che l’oggetto è eterosessuale. Ogni rivalità sessuale è strutturalmente omosessuale. (...)

Presso alcune scimmie, quando un maschio si sente battuto da un rivale e rinuncia alla femmina che quello gli contendeva, si mette, di fronte al vincitore, in posizione di “offerta omosessuale”... Non c’è vera omosessualità tra gli animali, perché tra loro il mimetismo non è abbastanza intenso da deviare stabilmente l’appetito sessuale verso il rivale. (...)

In un contesto sessuale, l’ossessione crescente esercitata dal modello si traduce in una tendenza irresistibile a considerarlo un possibile oggetto di accoppiamento. (...)

L’omosessualità corrisponde necessariamente a uno stadio avanzato del desiderio mimetico, ma a un identico stadio può corrispondere un’eterosessualità nella quale i partner dei due sessi interpretano, l’uno per l’altro, il ruolo di modello e di rivale come pure quello di oggetto. La metamorfosi dell’oggetto eterosessuale in rivale produce effetti del tutto analoghi alla metamorfosi del rivale in oggetto. Su un tale parallelismo si basa Proust per affermare che è possibile trascrivere un’esperienza omosessuale in termini eterosessuali.

Il desiderio mimetico, secondo Girard, può quindi verificarsi nella coppia eterosessuale, mentre è strutturalmente connesso a quella omosessuale.

Girard nei suoi studi ha posto alla base della spirale di violenza proprio il desiderio mimetico. I dieci comandamenti del sapere biblico non fanno altro che descrivere il climax ascendente della violenza. Spirale di violenza che parte dalla prima pietra d’inciampo, da quella più comune: dal desiderare la roba d’altri, dal desiderare la donna d’altri.

L’omosessuale desidera l’altro nella misura in cui è l’altro a metterlo in relazione alla donna (mi piacerebbe poi sapere chi, per Girard, è questa donna che fa deviare il desiderio). L’omosessualità sarebbe una variazione sul tema del desiderare la donna d’altri.

Il cristianesimo ha posto nel mondo un altro modo di desiderare. Mentre i dieci comandamenti si limitavano a frenare, Gesù Cristo, nel dono della sua persona, ha smascherato la violenza del desiderio mimetico e offerto un modello che supera la rivalità mimetica. Nessuna presunzione dei cristiani di riuscirci solo per il fatto di essere cristiani. E’ questione di libertà, o se preferisci di conversione.

ld

giovedì, 19 maggio 2005

Ich bin ein Omofobico (bin Ich?)

Caro Guido, ieri Giornata mondiale contro l’omofobia. Ne parlavano su radio 3. Il Grillini ha già la proposta di legge per riconoscerla anche in Italia: “per contrastare i pregiudizi e le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere”... perché siano organizzate soprattutto nelle scuoleiniziative affinché si affermino anche in questo campo uguaglianza di diritti e pari dignità sociale”.

Quindi, contro i pregiudizi e uguaglianza di diritti.

Ora se io, ad esempio, dico che:

  • i gay che conosco hanno puntualmente manifestato un rapporto di dipendenza non-equilibrato con la madre;
  • i gay che conosco hanno puntualmente manifestato una forte instabilità affettiva e un elevato turnover di incontri sessuali;  
  • l’adozione di figli da parte di coppie gay non è fare il bene del bambino.

Se dico questo devo reputarmi omofobico? Lo so che questi tre punti si possono dire anche di persone etero. Ma questo non cambia nulla. Il punto è: quale è la linea oltre la quale uno è omofobico.

Ciao, ld

mercoledì, 18 maggio 2005

Un posto al mondo

Caro Guido, eravamo rimasti che il pubblico di Un posto al Sole, la soap su Rai Tre, chiedeva spunti religiosi e che la produzione aveva subito imbastito la storiella religiosa. Ora è in corso uno scontro à la huntington: la figlia vuole farsi suora, sua madre, medico, no. La figlia sostiene che così potrà aiutare gli altri, la madre sostiene che così butterà via la vita in convento. La crisi si fa grossa e sta coinvolgendo altri personaggi. Mi pare che la madre assuma sempre più connotati negativi, tra un po' dovrà sbottare e staremo a vedere come la risolvono.

Giusto per ridimensionare suore filantrope e madri miscredenti, ti metto una poesia di una mia "vicina di casa". E' Anna Maria Cànopi osb, abbadessa dell'abbazia "Mater Ecclesiæ" dell'Isola San Giulio di Orta. Poesia che ci sta pure bene in questo clima referendario.

"Filius datus est nobis"

Mi inoltro nella notte di veglia

portando sulle braccia

l'umanità intera

che in Lui nasce di nuovo.

Lui

tutti:

un peso d'amore.

E questo peso porta me.

(Natale 1960, nella abbazia di Viboldone)

mercoledì, 18 maggio 2005

Numeri democratici

Guido, riprendo dal sito di Magister una lettera apparsa su Il Foglio che argomenta l'astensione.

"Se il parlamento approva una legge, è legittimo che qualcuno si chieda se la maggioranza degli italiani approva: ma la maggioranza assoluta, non una maggioranza di ventisei su cinquanta votanti. Questo mi sembra il significato della prescrizione che siano almeno cinquantuno dei cento votanti a pronunciarsi. Quindi votare contro l'abrogazione di una legge del parlamento non dovrebbe mai servire. Se si vince non cambia niente e devono essere gli altri a dimostrare che la legge in questione è inaccettabile alla maggioranza. Mi sembra che questo dovrebbe comportare la metafisica democratica".

L'argomento è forte, anche se dubito che il valore dello strumento referendario sia univoco e stia solo nell'abrogare una legge. Certo è che i fautori del Sì, invece di dare dell'opportunista a chi si astiene e di fare processi alle intenzioni, dovrebbero pensare a portare alle urne il 50%+1.

ld

martedì, 17 maggio 2005

L'embrione e la differenza specifica/3

C'è chi trepida per l'embrione. Ad esempio, chi aspira ad essere madre tramite la fecondazione in vitro. Fatto il prelievo, eseguita la fecondazione, dopo due giorni va in ospedale per vedere se gli embrioni sono vivi, se hanno iniziato a dividersi. Se sì, potrà procedere all'impianto. Attese e speranze per quegli embrioni. Proprio per quegli embrioni lì. A volte segue la gioia, più volte frustrazioni. Sì, c'è chi trepida per l'embrione.

Se è questione di abituarsi all'idea che siano essere umani, bene, iniziamo, perché c'è già chi ha iniziato.

ld

martedì, 17 maggio 2005

La Grazia e i giornalisti

Luigi, una notizia leggera (nel senso di lieta e spirituale).

So che sembra impossibile, ma la Grazia può vincere anche l’orgoglio e il cinismo dei giornalisti. La storia di Wilton Wynn, vaticanista di Time, convertitosi in seguito alla sua frequentazione professionale di Giovanni Paolo II, ne è una rara quanto squisita testimonianza. Tutta da leggere.

GdC

lunedì, 16 maggio 2005

L'embrione e la differenza specifica /2

Quell'eccedenza all'identità biologica, e culturale, che è (sarebbe) necessario ammettere per spiegare la creatività dell'uomo credo si possa ravvisare in quel "essere a immagine e somiglianza di Dio" che troviamo nel libro della Genesi.

Ovviamente non si tratta di affermare la creatività per fede, ma è la Genesi che rende ragione di un fatto tramite una spiegazione adeguata, ovvero attraverso una riferimento ad una causa prima che non dipende dalla successione delle cause seconde.

ld

lunedì, 16 maggio 2005

L'embrione e la differenza specifica

Caro Guido, una breve riflessione sull’embrione.

 

C’è chi sostiene (ad esempio azioneparallela) che l’embrione non sia un essere umano perché nell’embrione si riscontra solo il patrimonio genetico, condizione necessaria ma non sufficiente per essere un uomo.

 

Mi pare che questo argomento manchi di una parte e quindi risulti non valido. Cerco di spiegarmi. Pacatamente.

 

L’uomo presenta una differenza specifica che lo distingue dagli altri viventi: la creatività. E’ una capacità di azione immanente, di autodeterminazione non deducibile dai sistemi fisici, biologici e culturali nei quali l’uomo è inserito. E’ una capacità di essere libero da questi sistemi di cause. Ad esempio (al livello più elevato, quello che lo distingue dagli altri viventi), l’uomo fa e rivoluziona la cultura, non ne dipende solo.

 

Ora, nessuno di questi sistemi (né quello fisico, né quello biologico, e neppure quello culturale) è condizione sufficiente a spiegarmi la creatività dell’uomo. Questa perfezione d’essere non è un’informazione che viene trasmessa: non è riconducibile ai sistemi che condizionano e determinano la crescita dell’uomo. Il bambino, ad esempio, impara a scrivere, ma non impara a rivoluzionare gli assiomi. L’atto di rivoluzionare gli assiomi è esterno e non riconducibile agli assiomi rivoluzionati.

 

Non è quindi irragionevole presumere che tale perfezione d'essere non giunga ad un certo momento dell’esistenza, ma che sia causata, partecipata dall’inizio dell’esistenza dell’essere umano. Ovvero, la cosa più ragionevole è pensare che sia presente fin dalla fecondazione.

 

Ora questo argomento andrebbe  sviluppato, in quanto presuppone la partecipazione ad una causa prima che non rientra nel susseguirsi delle varie cause seconde. Forse presuppone una causa finale che guidi lo sviluppo. Presuppone soluzioni che meriterebbero ben altri approfondimenti. Ma quello che mi preme, per ora, è evidenziare che nell’uomo c’è qualcosa che eccede all’identità genetica, come pure in seguito all’identità culturale.

 

Il problema quindi non è se il patrimonio genetico sia sufficiente per avere un uomo, ma quali condizioni necessarie e sufficienti devo presupporre per avere un uomo con questa differenza specifica.

 

Ciao

LD

sabato, 14 maggio 2005

Uomini del sottosuolo

Caro Luigi,

nei giorni scorsi è tornato fuori il nome di Pasolini, con il solito contorno di oleografiche stupidaggini e untuose falsità. Per ricordare in modo più adeguato il poeta friulano mi sarebbe piaciuto allegare un video con alcune scene di un film su Pasolini che purtroppo pochi hanno visto, Nerolio di Aurelio Grimaldi. O le pagine iniziali della summa dell’arte pasoliniana, Petrolio, quelle in cui il Nostro immagina di stuprare selvaggiamente la propria madre. 

Non potendo, per motivi tecnici, inserire tutto ciò, rimedio con un articolo di Giancarlo Lehner uscito qualche giorno fa su Libero, che merita di essere letto.

GdC

 

su Pasolini so qualcosa anch’io. Per trent’anni il rispetto verso il defunto e l’orrore per la sua tragica, squallida fine hanno represso in me la voglia di ribattere a quanti si dedicarono, in buona o cattiva coscienza, a costruire leggende sulla sua morte e, in generale, una mitologia alimentata dalle amicizie influenti, benché quasi priva di riscontri.

Pasolini fu un ottimo poeta dialettale. Come romanziere, invece, non sara neppure menzionato nel bignami del Novecento; come cineasta, forse. Culturalmente fu in tutto e per tutto l’intellettuale tanto organico quanto mediocre di casa nostra, inseguendo, quand’erano già trapassate, le mode straniere, specie quelle parigine, a proposito di strutturalismo o linguistica. Gli cucirono addosso la fama di anticonformista, eppure non ebbe il fegato di gridare alto e forte che il povero fratello ammazzato dai comunisti non era un fascista – come la vulgata di Botteghe Oscure fece trapelare – ma un partigiano “bianco”.

La fama di anticonformista

Non fu, insomma, vate anticonformista e “corsaro” di un bel niente, e l’unica intuizione davvero memorabile si concretizzò, dopo aver avuto un valido amante poliziotto, nella scoperta dell’acqua calda, cioè che i celerini erano ex braccianti e di origini proletarie, certamente lavoratori ipersfruttati, mentre gli studenti del Sessantotto e dintorni rappresentavano la mejo borghesia (i padroni di domani, quelli che domineranno, ad esempio, dagli anni Ottanta sino ad oggi, senza farsi mancare qualche emblematica presenza dentro Tangentopoli e/o dei noti crac finanziari).

Come essere umano, poi...ebbene, Pasolini io l’ho conosciuto per un aspetto sin qui sottaciuto: egli fu un uomo violento e di razza padrona, che trattava come schiavi i minorenni sottoproletari adescati, senza pudore ed un briciolo di rispetto, nelle borgate.

Allora non c’era internet. Lo strumento dei pedofili era la bella macchina, erano l’invito a cena, le mancette, i regali, le promesse di carriere facili, la verbosità ubriacante, infine il miraggio di Cinecittà. Più o meno, forse peggio del sale grosso del mago Do Nascimiento.

Pier Paolo frequentava l’ambiente del Tevere e cercò, invano, di confondersi con i veri fiumaroli. Va detto che certi angoli tiberini erano di trent’anni più avanzati e laici rispetto al resto della città: lì, in un clima di tolleranza generalizzata, interrotta solo da qualche bonario sfottò, già dalla fine degli anni Cinquanta, si poteva trovare, senza scandalo, di tutto. Vi incontravi il grande sportivo, il matto totale, il poeta, l’attore, il critico, il pittore, il ladro, la ninfomane, il pappone, il giocatore d’azzardo capace di perdere l’appartamento a scopetta, l’alcolizzato, il fruttarolo, l’operaio, il vigile, la comparsa, l’impiegato statale, il poveraccio che pescava e mangiava ruelle – pesci che pure il gatto sputa via –, la puttana, la cocodette, la lesbica, il frocio, il pederasta, il “dove coglio coglio” e così via, in una portentosa mescolanza di tutte le trasgressioni e di tutte le normalità, come se il Tevere fosse un campo neutro con tanto di stop al moralismo. Il lessico, certo, era più crudo e i finocchi nessuno li chiamava gay.

Tappa fissa all’Isola del Sole

Pier Paolo Pasolini, talvolta, scendeva all’“Isola del Sole”, cromatico e godereccio galleggiante posto davanti allo scalo De Pinedo, poco prima di ponte Matteotti e del ministero della Marina. Non era mai solo. Portava i suoi ragazzi di vita, sboccati, bestemmiatori, facce da piccoli ceffi, eppure spesso candidi, generosi, disarmanti. Mi ricordo nel giro pasoliniano di un ragazzetto, specializzato in furtarelli (autoradio, batterie, fanalerie, pneumatici), dal cuore grande e dal cervello strambo, al punto che spendeva tutto il ricavato dei suoi colpi da ladro di polli per offrire un quartino ed una ciambella a tutti. Rischiava ogni giorno la galera, per poter proclamare, lui quasi bambino: “pago io!”. Di tali personalità da ciclo dei vinti, con le buone e con le cattive, approfittava P.P.P.

C’era sul Tevere un clima cordiale, salvo qualche accenno di rissa nel corso della “passatella” – il gioco dei beoni –: nessuno si sognò mai di emarginare qualcuno solo perché omosessuale, pregiudicato, comunista, “diverso”.

La violenza e la profezia

A parte gli astemi malvisti da tutti, soltanto Pier Paolo era guardato con sospetto e disprezzo, schivato, criticato, talora minacciato, non per le tendenze sessuali, ma per i suoi comportamenti autoritari e violenti, per la sua aggressività e la smodata voglia di dominare i più deboli. Era uno che cercava di far male, sempre pronto a picchiare per primo e, magari, senza motivo, e in ciò – va detto – era efficacissimo, perché sapeva colpire con precisione sadica, a furia di cazzotti e calci, dove le botte si sentono meglio. Menava con cattiveria, per massacrare, non per vincere la sfida.

Un vecchio fiumarolo profettizò, era il 1962, il destino di Pasolini: “quello, prima o poi, l’ammazzano di botte, perché è lui che se le cerca...troverà un ragazzino più sadico di lui”.

Giancarlo Lehner, Libero, 10 maggio

sabato, 14 maggio 2005

Bruce & Jesus

Ci aveva già pensato Antonio Spadaro SJ, giovane critico letterario della Civiltà Cattolica, a far notare l’afflato spirituale dell’ultimo Bruce Springsteen (lettore appassionato di Flannery O’Connor).

Il bellissimo testo di Jesus was an only son, nel suo ultimo album Devils & Dust - che sta avendo un buon successo - merita un’altra segnalazione…

Jesus was an only son
As he walked up Calvary Hill
His mother Mary walking beside him
In the path where his blood spilled
Jesus was an only son
In the hills of Nazareth
As he lay reading the Psalms of David
At his mother's feet

A mother prays, “Sleep tight, my child, sleep well
For I'll be at your side
That no shadow, no darkness, no tolling bell,
Shall pierce your dreams this night.”

In the garden at Gethsemane
He prayed for the life he'd never live,
He beseeched his Heavenly Father to remove
The cup of death from his lips

Now there's a loss that can never be replaced,
A destination that can never be reached,
A light you'll never find in another's face,
A sea whose distance cannot be breached

Well Jesus kissed his mother's hands
Whispered, “Mother, still your tears,
For remember the soul of the universe
Willed a world and it appeared”.

 

GdC

giovedì, 12 maggio 2005

Superato il milione (anche quello di Marco Polo)

Tokyo (Agenzia Fides) - Per la prima volta nella storia il numero dei cattolici in Giappone ha superato quota un milione. Secondo i dati diffusi raccolti da Fides in un sussidio della “Commissione Migrantes” in seno alla Conferenza Episcopale del Giappone, i credenti in Cristo nel paese del Sol Levante sono aumentati anche grazie ai flussi migratori: sono numerosi, infatti, gli immigrati cattolici che si stabiliscono nell’arcipelago giapponese per trovare lavoro. E l’immigrazione può trasformarsi in un risorsa per l’evangelizzazione, afferma la Chiesa giapponese.

Nel libretto giunto a Fides dal titolo “La Chiesa Cattolica in Giappone. Una Chiesa che vive insieme con i giapponesi e gli stranieri”, la Commissione, dopo un censimento terminato nel 2003, rileva che il numero dei fedeli giapponesi è di 449.925 unità, mentre gli stranieri sono 565.712, per un totale di 1.015.637 cattolici.

Ma va notato che, mentre il numero dei fedeli giapponesi è estratto dai registri dei battezzati delle parrocchie, il numero degli stranieri rappresenta comunque una stima, perché prende in considerazione dati ufficiali e non l’immigrazione sommersa e il fenomeno della clandestinità.

Secondo i dati diffusi dal libretto, nel periodo 1999-2003 il numero di cattolici locali è rimasto sostanzialmente immutato, mentre sono aumentati di circa 100mila unità gli stranieri. La maggior parte di loro (circa 235mila) vengono dal Brasile, seguono i filippino (152mila), i coreani (55mila), i peruviani (47mila). I peruviani e i brasiliani sono spesso discendenti di giapponesi che emigrarono in America nel secolo scorso. Prendendo in esame le diverse diocesi, si nota che quella di Yokohama accoglie oltre 120mila immigrati ed è divenuta oggi la diocesi con il maggior numero di fedeli.

Il libretto riporta anche testimonianze di come le chiese locali, parrocchie e associazioni cattoliche siano animate da fedeli stranieri e come in diverse Chiese si celebri la Santa Messa anche in lingua inglese e spagnola.

giovedì, 12 maggio 2005

dx t sx

Guido, ho fatto quel test di quizfarm.com che gira tra i blog.

Mi dà cattolico, apostolico, romano.

ciao, ld

giovedì, 12 maggio 2005

Uomini di destra il cui sputo vale più di tutta la carriera politica di Fini

Titolare di una ditta di software, ex direttore della stazione sciistica di Crested Butte (Colorado), Harold “Hal” Gregory Moore Jr. - nato nel 1922 a Bardstown, Kentucky - uscì da West Point nel 1945 e nel 1977, generale di corpo d’armata, si è ritirato. Ha comandato di tutto e in Vietnam ha sviluppato il concetto di cavalleria aerea. Sposato per 55 anni con Julia “Julie” Compton Moore (1929-2004), padre di 5 figli, cattolicissimo, fu alla prima carneficina del Vietnam. Valle di la Drang, novembre 1965: 450 ragazzi del primo Battaglione 7° Cavalleggeri contro duemila nordvietnamiti. Tre giorni dopo, un altro battaglione viene fatto a pezzi. Muoiono 305 servicemen. Moore aveva promesso di riportare indietro tutti, vivi o morti, di essere il primo a mettere piede sul campo di battaglia e di essere l’ultimo a lasciarlo. Lo fece. Sempre. Il colonnello Cole C. Kingseed, ex storico dell’Accademia militare USA, dice: “Moore incarna le qualità migliori del corpo ufficiali dell’Esercito degli Stati Uniti e il motto stesso di West Point: Dovere, Onore, Patria”. Moore diceva: “Odia la guerra, ama il guerriero americano”.

Ha scritto un libro con Joseph L. Galloway, texano, giornalista. In esso si prega per i vietnamiti uccisi dagli americani: sperando che un padre li abbia riportati in patria. E’ We were soldiers once...and young (1992). Tradotto in italiano come Eravamo giovani in Vietnam. Nel 2002 Mel Gibson ne ha fatto We were soldiers, il film.

Marco Respinti, L’Indipendente, 6 maggio 2005

PS= Non a caso Gibson ha disseminato il film We were soldiers di tracce di fede cattolica.

GdC

mercoledì, 11 maggio 2005

La morale della favola

C’era una volta un brutto anatroccolo. Gli dicevano: “tu non sei come noi, sei un brutto anatroccolo”. Ne passò di tutti i colori, finché mezzo vivo e mezzo morto si ritrovò in un lago ghiacciato.

 

A lui andò bene, perché qualcuno (il cacciatore, la fatina, riccioli d’oro non ricordo) lo trovò e lo accolse in casa. Qui crebbe e mostrò a tutti che non era un brutto anatroccolo, ma un bellissimo cigno.

 

Occorre spiegarla?

 

ld

martedì, 10 maggio 2005

Gianfranco Fini

Mi viene da vomitare.

GdC

martedì, 10 maggio 2005

La bizzarra società di Veronesi

Caro Guido, 

 

ieri sera mia moglie mi ha passato L’Espresso aperto sull’articolo di Umberto Veronesi e con sottolineato queste passaggio:

 

«Lo stato di benessere di una popolazione si misura soprattutto dalla capacità di combattere i fattori di rischio e le morti evitabili, grazie all'adozione di stili di vita capaci di favorire la salute. (...) La nostra è una società davvero bizzarra. Si spende per accontentare la gola, e poi si spende altrettanto per andare dal dietologo, o per frequentare la palestra. E la contraddizione per cui ci si ingrassa a dismisura, poi si va in erboristeria a comprare impiastri, o addirittura dal chirurgo plastico per fare la liposuzione. Tutti questi comportamenti hanno in una sorta di “mania della pillola” la loro estremizzazione: non ci si propone di cambiare gli stili di vita, ma di rimediare agli effetti dannosi nella maniera più comoda. Mi permetto di osservare, ma senza moralismi, che è un comportamento tipico della società dei consumi, che si considera totalmente libera, tanto da essere intollerante alle restrizioni dettate dal buonsenso. E’ una società che ormai non tollera alcuna quota-parte di rinuncia e di disagio, e che pur non avendo fatto nulla per mantenere  la salute, vive come ingiustizia qualunque piccolo malanno. Più che il principio-guida di conservare la salute (con precauzioni e comportamenti saggi) passa come idea vincente l’illusione che a tutto si possa porre rimedio con una pillola magica».

 

La vità è questione di stile: quattro sì alla fecondazione, astenersi alla liposuzione.

 

Ciao

ld

lunedì, 09 maggio 2005

Fleur du mal

Che ne dici. Il post qui sotto mi ricorda l'eleganza di Fleur Jaeggy, celebrata di fresco da Io Donna:

"Ne La Paura del cielo racconto di linde facciate che velano orrori, ma l'inclinazione a immaginare che dietro l'idillio possano celarsi pensieri atroci mi pare di averla sempre avuta".

ld

lunedì, 09 maggio 2005

Mamma, li psicoterapeuti!

Caro Guido,

 

in clima referendario, Tombolini segnala la lettera di una sua amica psicoterapeuta.

 

Senti qua che parole, tanto felpate, quanto agghiaccianti:

 

(...) L’attribuzione di vita si declina sul nostro desiderio. Se tu che sei dio per il figlio che hai concepito (che crei, nel corpo e nella mente insieme), non gli dai l'alito di vita del tuo desiderio, lui non è. (...) E in fondo tutte le creature ancora prive o private della libertà, o al di qua della libertà, vivono solo in grazie del nostro esserci per loro, grazie all'essere sociali o meno. Se sono esseri sociali hanno diritti. Se non lo sono no. Ma sono interamente affidati a noi. Siamo noi dunque, che esercitiamo un diritto e un dovere, non loro.

Questa è una decisione che ci spetta. È inutile osservare che nella grandissima maggioranza dei casi, noi siamo disposti a dare e a mantenere la vita di questi irresponsabili al di là di ogni ragionevole bene per noi. C'è bisogno di accanirsi su una qualità umana già così sviluppata? (...)

 

Ora, come fa una a dire che la madre per il figlio è come dio, perché è lei a crearlo. Forse che una madre può pensare di essersi fatta tutta da sola, davanti e pure di dietro? E può pensare, pensare razionalmente intendo, di essere fondamento adeguato, assoluto, sovrano di sé e del figlio? E quindi: può il significato del figlio esaurirsi nell’essere desiderato dalla madre?

 

La realtà non esiste se non è desiderata, dice lei. La verità è che se cessa il desiderio la realtà continua ad esistere. Ed esisterà fino a quando non compare il desiderio di far fuori quella realtà. E probabilmente continuerà ad esistere ancora, anche se in altro modo.

 

Perché poi parlare di doveri? Se si esiste solo in quanto relazione, ci si perde nelle molteplici relazioni e si finisce per essere la relazione desiderata dal più forte. In questo scenario non ha senso parlare né di diritti né di doveri.

 

Alla fine, dice, che comunque per la maggioranza dei casi questi desiderati sono mantenuti in vita. Che magnanimità! Ma questo, forse, non dovr