domenica, 30 ottobre 2005

L'Abbé Pierre, tra gay e servizi segreti

Caro Luigi,

sento diverse persone scandalizzate, schifate – una mi ha detto di avere provato conati di vomito – per le considerazioni autobiografiche e non espresse dall’Abbé Pierre. Il che è comprensibile.

La cosa che a me soprattutto fa riflettere, però, è la seguente. Che l’Abbé Pierre fosse al di fuori della fede cattolica, come ortodossia e ortoprassi, non era un grande mistero. Se uno fosse andato a chiedere lumi su di lui ad ambienti francesi seri, tipo la Comunità di San Martino (quella di cui abbiamo il link qui a destra), avrebbe ricevuto giudizi premonitori fin dagli anni ‘60. Il fatto è che l’Abbé Pierre, proprio per questo suo background eterodosso, fintamente pauperista e di sinistra ecclesiale, è stato trasformato dai media francesi in un’icona intoccabile. E negli altri Paesi, compreso l’Italia, è questa l’immagine che è passata, quella di un santo e di un profeta.

Ma avviene quasi sempre così, coi media. Per fare un esempio speculare: se oggi vai in Francia e  parli con vescovi, preti diocesani (i pochi rimasti), cattolici che ciucciano quotidianamente Le Monde ecc. e chiedi qual è secondo loro una figura che nobilita la Chiesa italiana, che odora di santità e di profezia, ti sentirari fare un nome: Enzo Bianchi.

Lo so che la cosa fa ridere. Ma avresti un bel da dire che Enzo Bianchi e Bose stanno al monachesimo come l’Abbé Pierre ed Emmaus stanno al tronco francescano, o che tra i due  “fondatori” ci sono molte similitudini: ti guarderebbero come un bestemmiatore. Esattamente come ti avrebbero guardato fino all’altro ieri in Italia, se tu avessi sostenuto che l’Abbé Pierre non era altro che uno dei tanti agenti patogeni della Chiesa post-conciliare e uno zozzone di piccolo cabotaggio.

Tra l’altro, a proposito di cose sporche, te ne segnalo un paio, che non mi pare i giornali abbiano ricordato. La prima è che a fondare “David et Jonathan”, associazione francese di cristiani omosessuali, è stato il Padre Péretti, già segretario dell’Abbé Pierre.

La seconda è che l’Abbé ha giocato sporco non soltanto in ambito ecclesiale. Il suo nome figura nei verbali della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro e ormai in tutte le indagini giornalistiche serie sull’argomento. Corrado Simioni, il misterioso “socialista” che  Alberto Franceschini denuncia come il controllore delle prime Br e colui che riuscì a portare il comando di queste nelle mani di Mario Moretti, è stato (e forse è tuttora) un collaboratore dell’Abbé Pierre. Così come Innocenzo Salvoni, marito di Françoise Tuscher, segretaria del famigerato istituto di lingue parigino Hyperion (centro d’intelligence, che coordinò le vicende delle Br e non solo) e nipote dell'Abbé Pierre. Il 16 marzo del 1978 Salvoni venne riconosciuto da due testimoni come uno dei membri del commando brigatista che sequestrò Moro. l'Abbé si precipitò allora a Roma, nella sede democristiana di piazza del Gesù, per incontrare alcuni membri della segreteria scudocrociata. Il risultato di quella visita fu che il nome della nipote venne cancellato dalla lista dei brigatisti ricercati.

GdC

venerdì, 28 ottobre 2005

Il cielo sopra Gino, ieri.

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mercoledì, 26 ottobre 2005

Raffaello regista

Caro Guido,

siamo citati da Magister. Con tanto di miracolo: segnatelo che magari in futuro potrà servire. Nel frattempo, ti segnalo questo articolo di Timothy Verdon su l'affresco di Raffaello La disputa del sacramento.

Il dipinto, a completamento del discorso sulla rappresentazione del mistero, mi pare perfetto. Perché Raffaello non ha fatto un primo piano sull'ostia. Ha lasciato una distanza. Quel punto centrale, anche se minimo, è misura e governo dello spazio e della folla che lo circonda.

Quello spazio lasciato libero davanti è da percorrere con pensiero e preghiera. Se ci riesci avrai l’ostia all’altezza degli occhi.

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domenica, 23 ottobre 2005

Christian lunacy

Luigi,

la notizia non è delle più banali: da gennaio il Jerusalem Post, cioè il più importante quotidiano israeliano di lingua inglese, pubblicherà un inserto mensile per il pubblico christian zionist degli Stati Uniti.

il Post collaborerà per questa iniziativa con la International Christian Embassy in Jerusalem (Icej), uno dei network evangelici che gareggiano con l'ala destra del Likud in quanto a fanatismo sionista.

Per darti un’idea, questa è una citazione dal sito dell’Icej:

The Future of Christian Zionism

In these “last days”, as Peter called them 2000 years ago, the struggle between light and darkness will intensify. Israel will be at the heart of this struggle since it is from her that God will establish His reign of righteousness over the world (Zechariah 14:9). The forces of darkness will always oppose such a reign and they will do it chiefly by seeking to destroy Israel. God's triumph in and through Israel will be a final proof to the world, and indictment against it, that His word is true. Christian Zionists will have to be in the forefront of this struggle. The fact that in recent years countless thousands have been and are being added to this movement is evidence that God is preparing a spiritual army for this coming “showdown”.

GdC

sabato, 22 ottobre 2005

Quando Magister si trasforma in Zizola

Luigi,

mi sono un po’ stufato di parlare dei Legionari di Cristo. Ma poiché Magister ogni tanto tira fuori su questo argomento la vecchia impostazione à la Zizola (come nell’ultimo articolo che ha scritto), è bene fornire qualche dato per i meno informati, che rischiano di credere a certe insinuazioni maligne.

Che la Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) stia raccogliendo materiale sulle accuse mosse a p. Marcial Maciel da alcuni ex-legionari e stia valutando la possibilità di aprire un processo, fa ridere i polli. Non solo perché il castello delle accuse à la Dan Brown è stato da subito smontato (vedasi www.legionaryfacts.org) e la notizia di un’indagine è stata smentita dalla Sala stampa vaticana a nome della Santa sede (non solo a nome della Segreteria di Stato, come ha spiegato il vice di Navarro Valls, p. Ciro Benedettini) lo scorso maggio. Ma anche perché una Cdf che starebbe acquisendo maggiore libertà d’azione rispetto al controllo della Segreteria di Stato e ne starebbe approfittando per affrontare di petto il caso Maciel, per “eliminare la sporcizia” come suggerito da Benedetto XVI,  esiste solo nei sogni di Magister (e del network di calunniatori della Legione, “Regain”, a cui Magister attinge).

Mi spiego con alcuni esempi. Joseph Ratzinger, ex-capo della Cdf, ha marcato più volte la sua presenza all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (quello dei Legionari) e riceve tuttora regolarmente i vertici della Legione (come ha fatto Giovanni Paolo II dal 1978 al 2004). Guarda caso Tarcisio Bertone, braccio destro di Ratzinger alla Cdf, ha prefato “La mia vita è Cristo”, il libro intervista di p. Maciel uscito l’anno scorso in più lingue. In ottimi rapporti con il Regina Apostolorum è Augustine Di Noia OP, sottosegretario della Cdf. Mentre il Regnum Christi USA, se in California ha incontrato la diffidenza del cardinale di Los Angeles Michael Mahony, ha trovato anni fa piena accoglienza da parte di un altro cardinale: William Levada, che ha permesso al braccio laicale della Legione di operare nella diocesi di San Francisco.

Questo per quanto riguarda la Cdf. Ma se ne potrebbero dire tante. Per esempio, l’idea che in Vaticano ci sia un gran protettore della Legione di Cristo, Angelo Sodano, che difende l’Ordine dalla scalpitante ostilità di molti altri cardinali è un’altra leggenda degna di Giancarlo Zizola. Tutti sanno che Giovan Battista Re non è certo pappa e ciccia con Sodano. Anzi. Eppure è proprio Re, responsabile della gestione dell’episcopato mondiale, ad aver concesso ai Legionari un privilegio del tutto speciale: quello di ospitare per una settimana i vescovi freschi di nomina da tutto il mondo, per introdurli alla professione con appositi incontri formativi.

E via dicendo.

GdC

giovedì, 20 ottobre 2005

Il mistero non rappresentabile

Caro Guido,

non so se sabato scorso hai visto la diretta su Rai 1, con Benedetto XVI e i bambini della prima comunione. Magister nota che durante la trasmissione il telecronista è rimasto zitto: nessuno ha chiacchierato e commentato sopra le immagini ma, una volta tanto, hanno parlato i protagonisti.

Vero. Ma televisivamente parlando, non mi pare sia stata l'unica novità e neppure quella più importante.

Mi spiego. Preti e messe non mancano in televisione. Ce n'è per tutti. Bravi e meno bravi a usare lo schermo. E tutti, in video, seguono le leggi del video. Anche gli eventi che hanno segnato quest'anno, eventi irripetibili, sono apparsi e sono stati rappresentati dalla televisione secondo logiche leggibili da tutti. Se il vento muove delle pagine ci può essere chi vi legge lo Spirito Santo e chi una perturbazione meteo. Va bene tutto, la rappresentazione si offre a tutti.

Altro esempio: la trasmissione della S.Messa, la domenica mattina. Preponderante è il rito, fatto di gesti, di letture, discorsi, musiche. Anche il momento della consacrazione, quello più ostico, risulta comunque una sequenza di atti. Il mistero è rappresentazione. Chi non ne sa nulla e chi non ne vuole sapere può guardare la cosa come spettacolo. Può piacere o meno, ma questo vale per tutto.

Sabato scorso invece c'è stata un'altra cosa. C'è stata adorazione eucaristica: un prete che è pure papa in ginocchio, e poi la telecamera ferma sull'ostensorio.

E' stato un momento non leggibile dalla televisione;  ha dovuto aspettare che finisse.  In quel pezzo di pane c'era un'eccedenza che ha portato la televisione al non sense. Non è durato molto, poi hanno ripreso i canti, la coreografia, lo spettacolo. Ma in quel poco tempo, il flusso televisivo si è fermato. La televisione si è trovata davanti un segno non scalfibile, una presenza non assimilabile.

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mercoledì, 19 ottobre 2005

Sottosuolo

Luigi,

riprendono in questi giorni gli interrogatori delle bestie di Satana, quelle degli omicidi in Brianza.

Inquietante il fatto che, lungi dall’essere una specialità nostra, il black metal sataneggiante e violento (sul serio, non solo a parole) è ormai un fenomeno giovanile globale, che va dalla Norvegia, alla Malesia, all’Australia.

Spia di qualche sommovimento tellurico?

GdC

martedì, 18 ottobre 2005

Trasparenza

Luigi,

leggo e riporto:

“Esprimo, a nome dei Liberi Muratori del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, sdegno e riprovazione per questo gravissimo episodio che colpisce una Regione che sta dedicando le proprie energie, attraverso le sue istituzioni e l’impegno dei suoi cittadini, a vincere la battaglia di legalità, onestà e trasparenza”. Così in un messaggio inviato da Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, ai presidenti del Consiglio e della Giunta regionale della Calabria, e alle più alte cariche dello Stato, dopo l’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno.

GdC

domenica, 16 ottobre 2005

Agelasti

Luigi,

oggi bell’intervista di Stefano Lorenzetto sul Giornale a Roberto Beretta, giornalista di Avvenire che ha scritto un libro sui preti uccisi dai partigiani.

Beretta è un tipo estroso, che prima di questa ricerca sui martiri cattolici del dopoguerra ha scritto insieme alla giornalista Elisabetta Broli una serie di libri pittoreschi, tipo “Peccato non farlo”, “Le bugie della Chiesa” e “Bibbia ridens”.

Chiede Lorenzetto: “il sottitolo del suo libro Bibbia ridens è Barzellette e battute... per ridere da Dio! Che c’è da ridere? E soprattutto si può ridere di Dio?”

Beretta: “Certo che si può. Dio è simpatico. A furia di presentarlo come serioso, nessuno lo prende più sul serio. Mica faccio parte della setta degli agelasti, cristiani dei primi secoli convinti che Gesù non avesse mai riso”.

Anche noi non siamo agelasti e segnaliamo quindi un libro fresco fresco di John Zmirak e Denise Matychowiak, il primo un affermato apologeta cattolico Usa, la seconda un’esperta cuoca correligionaria. Che sembrano un po’ la versione yankee di Beretta & Broli.

Il titolo è “The catholic’s guide to good living”.

Epigrafe del sito promozionale: “In 1950 Pope Pius XII announced the Assumption of the Blessed Virgin Mary into Heaven—some seven years before Stalin’s Sputnik program put a Soviet into space. Do you think this was an accident? Oh, you are SO naïve….”

GdC  

sabato, 15 ottobre 2005

Dell'inizio/2

La filosofia è come la filosofia.

Dire l'acqua è principio non è come la filosofia.

Talete (che dice l'acqua è principio) non è filosofo.

Forse Azioneparallela la sintetizzerebbe così. In effetti, dei presocratici sappiamo poco: questo è vero e questo pesa.

Ma il fatto decisivo è che Talete abbia detto e che Anassimandro abbia risposto. E dopo Anassimandro Anassimene, Eraclito e così via. Non sappiamo se Talete si aspettasse una risposta, ma sta di fatto che un discepolo ha avviato una correzione. Il che qualcosa dice sul come Talete dixit e sul come intendesse il suo dire. Sappiamo che lì è iniziata una modalità fatta di obiezioni e risposte, approfondimenti e confutazioni: è nelle relazioni tra i filosofi che troviamo la prima cifra di un procedere teoretico proprio della filosofia. 

La musica è nel silenzio tra le note.

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venerdì, 14 ottobre 2005

Dell'inizio

Caro Guido,

 

chi diede inizio alla filosofia? Per Azioneparallela bisogna aspettare Parmenide: prima dell’eleate non avrebbero mai detto “esponimi il tuo ragionamento”. Per Porphyrios invece c’è già tutta con i primi presocratici.

 

Io per me sto con Porphyrios. La filosofia inizia con Talete. Questo ben inteso se filosofia vuol dire spiegazione razionale. E se compito della filosofia consiste nel dire quando un fatto o qualcosa sia da ritenersi spiegato. Nel senso che per avere filosofia sia ha da avere non solo pensiero dell’essere, ma anche pensiero del pensiero, ovvero critica dell’esigenza teoretica.

 

Talete dice che il principio è l’acqua. L’acqua di per sé non mostra nessuna necessità di essere l’unico principio. Più interessante notare il fatto che per lui spiegare razionalmente significa ridurre ad un unico principio. E a rafforzare questa esigenza teoretica c’è il fatto che la scelta dell’elemento acqua può spiegare il molteplice attraverso il processo di rarefazione e condensazione, che può sembrare una baggianata, ma che in ogni caso mostra l’esigenza di spiegare senza introdurre nell’essere novità essenziali e questo per salvaguardare l'unicità del principio. Insomma abbiamo già una primo pensiero del pensiero. Anassimandro, poi, continuerà obiettando che il principio è conosciuto non nella sua natura (acqua) ma nella sua proprietà (essere indeterminato, apeiron).

 

Che poi Talete e Anassimandro non mostrino perché una spiegazione razionale intesa come riduzione ad un unico principio sia necessaria, questo non vuol dire che non possano dire "esponimi il tuo ragionamento", che non siano già nel ragionamento della filosofia, che non abbiano già iniziato a spiegare cosa si intenda per spiegazione.

 

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giovedì, 13 ottobre 2005

Il paradosso del mentitore svizzero

Egregio Sig. Demiet, mandiamo un PDF con le correture.

Mit freundlichen Grüssen

Die Schweizerische ecc. ecc.

mercoledì, 12 ottobre 2005

Fratelli

Caro Guido,

ma la nuova veste grafica Adelphi l'ha copiata da noi?

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mercoledì, 12 ottobre 2005

Apocalittici e disintegrati

Giusto per restare sul tono apocalittico. Pensa all'espressione "no perditempo". Sa di squallore, di transazione fatta in piedi. Relegata in fondo ai giornali, non fa mai notizia. Eppure è un annuncio che ha la forza eversiva della dissoluzione: non c'è tempo da perdere, accelleriamo, c'è da scatenare la fine dei tempi.

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mercoledì, 12 ottobre 2005

No perditempo

Guido,

se uno collassa strafatto in mezzo a un'orgetta trans, qualcosa vorrà dire. Per qualcuno è la roba tagliata male. Per altri è la libertà usata male. Per altri ancora è il modo di s-catenarsi.

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martedì, 11 ottobre 2005

Credibilità

Luigi,

hanno spaccato tanto i maroni sulla credibilità dell’Italia messa a repentaglio da un personaggio come Fazio.

E sulla credibilità della massima azienda italiana, esaltata da un personaggio come Lapo, cosa dirà l’Economist? O Scalfari? O Luca Cordero? O lo stesso Rutelli?

GdC  

martedì, 11 ottobre 2005

Trans eunti

Lapo non lotta da solo. Con lui anche Boy George.

GdC

 

domenica, 09 ottobre 2005

Guido Rossi, l'avvoKato

Caro Luigi,

Sempre nell’intervista al Principe sull’Espresso della settimana scorsa c’è un dettaglio degno di nota. Caracciolo, parlando dell’entourage di Adriano Olivetti, con cui lui e Scalfari erano in contatto, cita Guido Rossi, il temuto ras degli avvocati di Milano, già a capo della Consob, presentato quest’estate dai giornali come massimo esperto di scalate, opa e intrighi azionari vari. Insomma, l’avvocato di riferimento del vecchio giro di Cuccia e di quello che oggi viene definito il salotto buono della finanza italica. Un pezzo grosso.

Il riferimento a Olivetti è interessante perché ti spiega quali sono le referenze che hanno permesso a Rossi di arrivare dov’è arrivato. Nel senso che Olivetti – lo dicevamo mi pare anche l’anno scorso – era uno dei pescioloni che nuotavano nell’acquario iniziatico di Raffaele Mattioli. Un pesciolone con problemi pischici, qualcuno dice, ma comunque ricchissimo e disposto ad elargire quattrini per finanziare questa o quell’iniziativa, per promuovere questo o quel personaggio che gli veniva segnalato dall’Alto. Mi pare che sempre l’anno scorso dicessimo che una delle tappe che hanno portato alla nascita di Adelphi è stata la creazione di Comunità, l’editrice progettata dal duo Luciano Foà/Bobi Bazlen e pagata da Olivetti. E non è un caso se oggi nell’esclusivissimo catalogo adelphiano si trova un libercolo mal scritto, ridicolo – non lo avrebbe pubblicato Sonzogno, penso – dal titolo “Il ratto delle sabine”, a firma di Guido Rossi.

Tra l’altro il riferimento ad Olivetti = Mattioli Cuccia e finanza iniziatica angloamericana, dà degli spunti anche per capire meglio certe recenti faccende giudiziarie.

Il linciaggio, a comando, nei confronti di Fazio quest’estate, la perfetta gestione in tutta la faccenda della magistratura milanese – dalle indagini scattate d’imperio su Fiorani e la Bpi, alle intercettazioni ad hoc passate dai giudici alla grande stampa – l’appoggio  indefesso ottenuto, nello sputo corale su Fazio, dalla stampa britannica, hanno avuto in Guido Rossi un attore importante, se non L’attore principale (Abn Amro l’ha scelto come avvocato). Guido Rossi che hasempre goduto non tanto delle competenze, come si usa dire, quanto del potere necessario per portare a termine certe operazioni.

Il ruolo che ha giocato in questa vicenda è poi del tutto simile a quello che giocò nella faccenda di Mani Pulite. Coincidenza su coincidenza: allora come oggi alla guida del Corriere della Sera c’era Paolino Mieli. Chissà quante cene fra i due, negli ultimi mesi. 

GdC

domenica, 09 ottobre 2005

Caracciolo, Principe operaio

Caro Luigi,

Andrea Tornielli dopo lo splendido speciale su Albino Luciani mandato in onda da Rai 3 qualche settimana fa, non esitò a scrivere sul Giornale “va dato ad Alberto Melloni & Co. di avere offerto uno splendida pagina di storia televisiva”.

Così anche noi dovremmo dare atto ai nemici dell’Espresso e del Corriere di avere offerto nel giro di una settimana due pagine di altissimo valore civile. Il Corriere ieri, con l’intervista a Beatrice Borromeo, sorella di Lavinia, la sposa di John Elkann, e nipote di Marta Marzotto. Una Beatrice che non considera un tesoro geloso la sua nobiltà, ma è fiera di girare per Roma su un motorino scassato e di dirsi atea di sinistra, insieme agli amici bertinottiani. Che non attinge alle rendite del casato, anzi, per mettere insieme pranzo e cena è costretta addirittura a fare la modella nell’alta moda milanese. Che sposerebbe tranquillamente un metalmeccanico, mica un Agnelli come sua sorella. Al limite, ecco, approfitterebbe del quotidiano di suo cognato per comunicare al mondo la sua visione della vita.

Altrettanto toccante l’intervista al Principe Carlo Caracciolo sull’Espresso dell’ultima settimana. Chi non è rimasto commosso dal racconto degli inizi sofferti del settimanale romano. Di come l’editore principesco, erede di una schiatta da secoli mandataria degli interessi della massoneria britannica in Italia, cercasse di arrabattarsi senza una lira in tasca e la considerazione di alcuno. Di come nella sua fierezza aristocratica non abbia mai chiesto né ottenuto una lira, uno spicciolino, da Agnelli Gianni, casualmente convolato a nozze con la sorella Marella. Di come il puro caso e il buon cuore fecero sì che Adriano Olivetti staccasse un assegno da 200 milioni, a fondo perduto, per il gracile Principe e i suoi sogni di editore.

Sono piccole perle di vita vissuta, che traspirano genuinità, l’odore acre del sudore della fronte. Sono esempi di civiltà laica che lasciano reverenti. Come nemmeno un film sulla vita di Ciampi.

GdC

domenica, 09 ottobre 2005

Catallassi

Caro Guido,

stamattina, sabato, Della Vedova intervistava Flavio Felice, il cattolico liberale per antonomasia (Friedrich non me ne voglia), il focolarino vicepresidente dell'Acton Institute Italia. A due giorni dalla conferenza stampa dei Riformatori Liberali.

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sabato, 08 ottobre 2005

Cinema del corso e dei ricorsi

Caro Guido,

qua sotto ti dicevo che il cinema chiama per nome. Capirai. E' e rimane un trucchetto smorfioso. Confidenza da parrucchiere in franchising. Vale fin che te ne stai seduto.

La cosa però non è senza conseguenze. C'è un fio da pagare. Se si lascia in mano ai circensi l'arte del nominare e del chiamare, non può che uscirne Hollywood Babilonia. Poi arriva il pagano di turno che comanda il silenzio in sala, e ci fa pure la bella figura. Lo ricorda Franz von Lahn - che cita Hölderlin.

QUANDO ERO UN FANCIULLO

Quando ero un fanciullo
Mi salvava spesso un Dio
Dalle grida e dalla sferza degli uomini.
Allora giocavo sicuro e bene
Con i fiori del bosco,
E gli aliti del cielo
Giocavano con me.

E come tu rallegri
Il cuore delle piante
Se verso te tendono
Le delicate braccia
Così hai rallegrato il mio cuore
Padre Sole! e come Endimione
Ero il tuo amato,
Sacra Luna.

O voi tutti fedeli
E amichevoli Dei!

Sapeste
Come vi amava l'anima mia!

Certo allora non vi chiamavo
Col vostro nome, come voi
Non mi chiamavate
mai
Col nome che gli uomini si danno,
Come se si conoscessero.

Ma conoscevo voi meglio
Di quanto mai abbia conosciuto gli uomini:
Comprendevo il silenzio dell’etere,
non compresi mai le parole degli uomini.

Mi educò il suono armonioso

Del sussurrare del bosco

E tra i fiori

Imparai ad amare.

In braccio agli Dei diventai grande.

 

giovedì, 06 ottobre 2005

TuttoBenigni

Quando trotterellava per promuovere il pinocchietto, Benigni in televisione diede una lezione di alto cerchiobottismo: tutti si aspettavano il peana contro Berlusconi e lui invece, tra lazzi e sollazzi, se ne uscì con un cautissimo: "Presidente ci faccia essere orgogliosi del nostro Paese".

Oggi non ha ancora risposto all'appello di Prodi. Ma questa volta Benigni in piazza contro Berlusconi potrebbe pure andarci. Tanto La tigre e la neve lo distribuisce 01 (ossia la Rai). Mica è come quando doveva uscire Pinocchio distribuito da Medusa.

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giovedì, 06 ottobre 2005

C'è pure chi si compra il cd del maestro Piovani

Quando hanno voluto fare del cinema luogo di incontro, di discussione, di educazione si sono inventati il cineforum.  Un'appendice appiccicata al film - che invece per sua natura se ne sbatte di ogni discussione, essendo intrinsecamente solipsistico e oppiaceo. Basta vedere come il cinema, nella sua storia, ha trattato la musica. Non c'è colonna sonora che abbozzi un'idea che sia una. I temi sono sempre sviluppati linearmente, mai un'ideuzza che provochi un problemino. Così nessun problema, nessuna soluzione. Tutti felici perché hanno pianto tanto. Tanti effetti, quelli sì. Tanti brividini. Alla Liszt. No, peggio ancora, come Gounod.

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mercoledì, 05 ottobre 2005

Il cinema è morto (ma non sepolto)/3

Caro Guido,

 

il cinema con tutto il suo botteghino è morto e gli sta bene. Nel senso che è quanto gli spettava. Non ho mai capito quelli che esaltavano il valore aggiunto della visione in sala cinematografica. D’accordo, è bello andare al cinema, tornare dal cinema, parlare di cinema. Perché solitamente lo si fa con amici. Ma la visione in sé non guadagna nulla dall’avvenire in una sala con altre 300 persone. C’è lo schermo grande e il sonoro che ti fa tremare? Ma ormai la qualità della visione fatta in casa può essere equivalente, se non superiore. Anzi non hai l’inconveniente di essere disturbato da quello che tossisce, quello che parla, quello che si alza, quello che ride per niente, quello che apre la porta del bagno illuminato di viola. Per non parlare poi dei guardoni che ansimano nell’oscurità.

 

La visione in sala non c’entra nulla con il cinema. E’ solo un retaggio circense, è solo economia di scala: l’esercente cerca di stipare per guadagnare. Del resto ti accoglie con moquette e lustrini per poi espellerti il prima possibile, dal retro, tra cunicoli, griglie e parcheggi mal illuminati.

 

Il cinema in sé è altro. Non ha bisogno della sala. Anzi, per sua natura tende ad annullare la presenza di altri: la visione centrale e il buio in sala cercano di eliminare il pubblico. Il cinema non è il teatro elisabettiano, curvo, dove il pubblico vede il pubblico, dove ognuno vede l’altro, dove di fronte alla storia, al dramma e alla sua soluzione è prevista la partecipazione di ognuno alla reazione dell’altro. Il cinema non si pone mai il problema dell’educazione, non gliene importa nulla di far riflettere su come le idee muovono le idee. Lo ha mostrato bene Sergio Leone: il cinema è oppiaceo. Al cinema interessa affascinare, incantare, ammaliare. E per fare questo ti chiama per nome. Il pubblico può solo disturbare il rapporto intimo e personale con il film. Film che nel suo procedere (soggetto enunciatore) ha inscritto nei suoi segni la modalità (soggetto enunciatario) di accogliere e rapire lo spettatore .

 

Visione, fascino, incanto, rapimento. Ogni film si rivolge allo spettatore, non al pubblico. Ogni film ha il suo cerimoniere e il cerimoniere chiama per nome.

 

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martedì, 04 ottobre 2005

Il cinema è morto (ma non sepolto)/2

Caro Guido,

vuoi la prova del nove? Quante volte andando al cinema hai affrettato il passo agli ultimi 50 metri, hai guardato il tabellone per vedere quanti posti liberi rimanevano, hai chiesto conferma alla cassiera che effettivamente ci sono ancora posti liberi, sei entrato nella sala e ti sei visto il film praticamente da solo? 

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PS Farfi conferma.

lunedì, 03 ottobre 2005

Il cinema è morto (ma non sepolto)/1

Caro Guido, non so bene il romanzo, ma il cinema è morto di sicuro. Il cinema cinema, intendo. Quello fruito nelle sale cinematografiche. Morto nel senso che non ci va più nessuno. Morto è il botteghino. Se ti capita di leggere da qualche parte gli incassi del week end, me lo confermava anche un amico, un vecchio collega, non prenderli sul serio. Primo, perché sono risibili rispetto alle cifre di qualche anno fa. Secondo perché non corrispondono al vero. Sono gonfiati. Il che è paradossale. Per uno che conosce il settore, è come guardare un film al contrario o a testa in giù.

 

Mi spiego. L’esercente, quello che ha alzato la serranda per tutta la vita, ha sempre cercato di fregare le case di distribuzione che gli passavano i film. I contratti sono a percentuale: ad esempio, 53-45-40-30% a scalare ogni settimana sull’incasso. Meno biglietti staccati, meno soldi sganciati. I modi che escogitavano per non pagare sono stati innumerevoli: c’era chi recuperava i biglietti tra le file delle poltrone in sala, li stirava col ferro da stiro e li rivendeva; chi tagliava lo stesso biglietto in due parti; chi staccava più biglietti durante le scolastiche per venderli poi a prezzo pieno; chi organizzava proiezioni nei cortili; chi stampava biglietti siae in cantina. Penserai che è roba dei tempi amarcord e che adesso con le multisale non lo possono più fare. No, adesso è più facile: con le casse automatiche caricano i biglietti sui bordereaux dei film noleggiati alle percentuali più basse.

 

Insomma, bastava non strafogarsi e il sistema funzionava sempre. Ci si faceva i soldi e ci si poteva permettere qualche vezzo, primo tra tutti impiantare il il salone da estetista per l’amante.

Per anni il cinema è stata una macchina da soldi incredibile. L’esercente si alzava al mattino tardi, alzava le tapparelle e se c’era il sole esclamava: “che giornata di merda!”. Perché una sola era la variabile del mestiere: se piove arriva più gente.

 

Adesso i multiplex di 12-18-24 schermi sono vuoti. Il turnover per poltrona è ridicolo, meno del 10%. Ci sono poltrone che non hanno mai visto uno spettatore. Eppure continuano a costruire. Prendi la Lombardia (ma lo stesso vale per Roma): la Bicocca, Sesto San Giovanni, Muggiò, Paderno-Dugnano, Treviglio e molti altri ancora. Tutti buchi nell’acqua. Nessuno ci crede nel cinema in sala. Il futuro è nell’home entertainment. Non per niente è la Sony che ha comprato la Columbia, Aol che ha comprato Wb. Nessuno ci crede: le major che costruivano adesso stanno vendendo le strutture. Nessuno ci crede: il personale dei multiplex non è qualificato: proiettare o salare patatine da McDonald fa lo stesso. E le proiezioni sono spesso fuori fuoco, i rulli montati male, ecc. ecc. Eppure continuano a costruire multiplex destinati a fallire in quattro e quattrotto. Non si spiega. Se non come operazione immobiliare: i centri commerciali possono essere costruiti se una parte della struttura è dedicata alla cultura. Se non sbaglio è una legge che risale a Veltroni ministro, che nella retorica del centenario del cinema ci aveva messo pure gli incentivi. Un cinema fa cultura. Il cinema è cultura. Il cinema fa costruire i centri commerciali. Così alla fine i multiplex sono costruiti per poi chiedere quanto prima il cambio di destinazione d’uso.

 

Solo che c’è un particolare che incombe. Fanno sempre più fatica a vendere i negozi, gli spazi annessi. E’ pieno di grossi centri a più piani utilizzati solo in parte. Ecco quindi il paradosso che ti dicevo. Gli spazi dei centri commerciali vanno venduti. Ma per venderli bisogna dimostrare che c’è giro, gente che passa. Così la cinematografia è l’allodola più forte: sebbene morta viene tenuta in vita perché serve, funziona ancora per contare balle su quanto bella gente passa di lì in un anno. Tutti la vogliono solo per disfarsene, per staccare biglietti di film che nessuno ha mai visto.

 

ld

sabato, 01 ottobre 2005

Niente politica siamo preti

Caro Guido,

vedo che anche tu sei preso e il blog langue. Vabbé, ci saranno tempi migliori.

Mi pare che un argomento, carico di retorica, stia prendendo piede: i preti parlino pure, nessuno lo vuole impedire (sic). Ma poiché parlano facendo politica, allora non possono pretendere privilegi (come l'8xmille). Che vanno aboliti.

Insomma, un ricatto in salsa Voltaire. Ma prendiamo l'argomento per buono: trovare implicazioni politiche in ogni affermazione diventa facile. All'ultimo referendum la Chiesa era per l'astensione. I Valdesi per la partecipazione (e per lo più per il sì). Entrambe le posizione legittime, entrambe hanno implicazioni politiche. Che facciamo, via l'8xmille anche ai Valdesi (così evitiamo loro la figura di avere come sponsor i radicali)?

Quale discorso è salvo dal pericolo di avere una lettura politica? I preti non dovrebbero più dire: ricordatevi di santificare le feste, né non rubare e neppure non uccidere. Forse che queste non hanno implicazioni politiche? Forse che non sono schierate? Per non schierarsi non bisogna dire niente. Sarà nostalgia delle Chiesa del Silenzio.

Non solo, ma visto i pulpiti che lanciano gli ultimatum sarebbe interessante capire con quali strumenti semiotici, linguistici, filosofici possano indicare una distinzione tra discorso politico e discorso non-politico. Come, dati i loro presupposti, lo possano fare in modo defintivo e senza aporie.

Altro che valori cristiani per i laici, l'Europa, etc etc. Qui siamo ancora a dover dimostrare, un po' come era per Giustino e S.Agostino, che i cristiani possono essere bravi cittadini anche per della Repubblica.

Ciao, ld