sabato, 31 dicembre 2005

Blog Dei

Luigi,

in margine all’ormai tradizionale “telegatto” assegnato da Angelo al blog cattolico dell’anno (complimenti a Farfintadiessersani, davvero simpatico) andrebbe fatta una piccola riflessione. Che è questa:

se dai un’occhiata in giro (chiedo conferma ad Angelo) trovi un paese che strabatte l’Italia in quanto a blog cattolici, cioè gli Stati Uniti, con i suoi 67 milioni di papisti, una buona parte dei quali iperattivi.

Ma se togli gli Stati Uniti e volgi lo sguardo all’Europa, vedrai che l’Italia, la Chiesa italiana, primeggia per blog-vitalità. In Francia e Belgio non trovi quasi nulla. In Inghilterra e Olanda men che meno. Il pio Portogallo pare dormiente. Qualcosina c’è in Spagna, ma assai meno di quanto ti aspetteresti. Una sorpresa, come qualità, può essere la Germania, ma anche lì l’offerta è numericamente esigua. L’Irlanda mi sfugge e chiedo notizie ad Angelo.

Andando poi in America Latina, si stanno muovendo diverse cose in Brasile. Però un Messico, che in teoria dovrebbe produrre più blog cattolici lui di quanti siti XXX sono registrati alle Isole Vergini, va molto a rilento.

Insomma, dai un’occhiata al mondo faidate dei blogger e trovi la conferma a un dato già noto: che la Chiesa italiana, acciaccata e sgangherata quanto vuoi, ha ancora tante, tante risorse da spendere. Soprattutto in quella base di cattolici per fede, e non per professione, poco o nulla intercettata dai media.

Così. Era solo un pensierino di fine d’anno.

GdC

sabato, 31 dicembre 2005

Traditori e mistificatori

Siamo agli sgoccioli del 2005. Ma mi rovina il cenone di stasera vedere “K.” di Calasso nominato da Christianity Today fra i libri dell’anno.

Così come  mi ha rovinato l’appetito e l’umore di ieri l’osceno servilismo dei giornali sulla nomina di Draghi. Personaggio indegno, con Ciampi (fare un po’ di scroll verso la banda dei cinque”) e altri compagni di merende, della cittadinanza italiana per quanto male ha fatto al nostro Paese, alla sua economia e alla sua dignità.

Ridateci Giovanni Papini. Giovanni Guareschi. Enrico Mattei. Giorgio Pisanò. I caduti della Folgore a El Alamein. Ridateci anche qualche comunista di una volta se volete (non troppi).

Ma ridateci dei patrioti. Non dei mistificatori. O dei traditori in frac.

GdC

sabato, 31 dicembre 2005

Certosini al cinema

Luigi,

concordo con le tue belle osservazioni sul monastero trappista (non semplicemente “cistercense”, come giustamente mi fa notare Bernardo di Chiaravalle, che di queste cose, visto il nome, s'intende assai). 

Rilancio quindi con i certosini.

E’ nei cinema tedeschi in questi giorni l’ultimo lavoro di Philip Groening, “Die Grosse Stille”, “Il Grande Silenzio”, presentato all’ultimo festival di Venezia nella sezione “Orizzonti”. E’ ambientato nella Grande Chartreuse di Grenoble. Di che si tratta?

Quindici monaci che vivono in clausura senza mai parlare: l'unico suono è la campana che ogni due ore li chiama alla preghiera, l'unica voce è l'unisono del canto gregoriano. Intorno i dirupi, i boschi, l'orto. In questo romitaggio da mille anni sempre uguale è entrato – con la sua telecamera – il regista tedesco Philip Groening. L'aveva chiesto nel 1984, gli hanno risposto nel 2002 con un biglietto: ‘Sì, ora siamo pronti’. Per sei mesi ha vissuto come un monaco, si è alzato la notte ogni tre ore per la preghiera, ha spaccato la legna, sarchiato la terra, pulito verdure, pregato, filmato. Aveva 120 ore di materiale, dopo il montaggio ne sono rimaste quasi tre: un tempo lunghissimo, per un film. Soprattutto se non c'è azione né parola”.

Pare stia avendo un inatteso successo al botteghino. Anche qui, il sito è tutto da visitare. E il film da vedere.

GdC

PS= Buon anno, ovviamente.

venerdì, 30 dicembre 2005

La vita si è fatta visibile

Caro Guido,

Stefano Borselli, nei commenti, ci fa gli auguri e mette una serie di link interessanti sull'architettura. Devo dire che mentre scrivevo il post qui sotto pensavo proprio a quanto avevo letto su Il Covile sulle grazie in tipografia: non sono accessori, ma in un certo senso permettono una maggiore efficacia, "misurabile" in leggibilità.

Per quello auspico che la sobrietà, il decoro (in entrambi i suoi sensi) non siano determinati dalla linea più breve perché più economica o dallo spazio più vuoto perché più versatile e indifferente al contenuto, ma piuttosto che la sobrietà (fosse anche quella data dalla linea più breve) sia determinata dall'essere soglia al lavoro dei monaci e quindi alla scalfitura della Grazia.

Altrimenti, certo, abbiamo quella tendenza iconoclasta che è in primo luogo il render vana l'incarnazione, e con questa la realtà efficace dei sacramenti.

L'immagine nella misura in cui rende testimonianza che la vita si è fatta visibile (1Giov. 1,2) e rende possibile l'annuncio e l'incontro ha una forte analogia con i sacramenti. L'analogia si fonda proprio sulla loro presenza, forza, efficacia.

Aggiungo, che è importante, che la testimonianza deve essere gioiosa: Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta (1 Giov. 1,4). Altrimenti tanto vale rastrellare il giardinetto zen.

Post natalizio per augurare buon anno a te e a tutti gli amici.
Luigi

giovedì, 29 dicembre 2005

Ora et labora

Caro Guido, il monastero mi piace. Un po' ikea, è vero. Ma non mi pare si riduca alla linearità economica delle forme. Un po' moma, ma non mi pare si riduca a spazi ricavati per sottrazione per favorire indifferenziati cambi d'esposizione.

Qui c'è il Gloria da intonare e bisogna dare conto della sovrabbondanza di grazia, dello spreco che comportò l'unico e definitivo Sacrificio.

C'è il lavoro dei monaci. E' quindi un luogo che viene scalfito. Quotidianamente, da quelle linee rigorose qualcosa eccede. Perchè quei monaci producono bellezza. Ed è una bellezza che non si accontenta di affermare la propria presenza (o meno); e allo stesso tempo che non ha la presunzione di essere quella che salva. Ma segno e promessa di qualcuno che salva.

ld

lunedì, 26 dicembre 2005

Cistercensi postmoderni

Luigi,

non so se il nuovissimo monastero cistercense di Nový Dvůr, nella Repubblica Ceca, progettato dall’architetto inglese John Pawson e il primo costruito dopo la caduta del comunismo, sia il più bello del mondo.

So di certo che è il monastero cistercense con il più bel sito web del mondo.

GdC

sabato, 24 dicembre 2005

E' Natale, amici

La Verità che è nel seno del Padre è sorta dalla terra perché fosse anche nel seno di una madre. La Verità che regge il mondo intero è sorta dalla terra perché fosse sorretta da mani di donna. La Verità che alimenta incorruttibilmente la beatitudine degli angeli è sorta dalla terra perché venisse allattata da un seno di donna. La Verità che il cielo non è sufficiente a contenere è sorta dalla terra per essere adagiata in una mangiatoia. Con vantaggio di chi un Dio tanto sublime si è fatto tanto umile? Certamente con nessun vantaggio per sé, ma con grande vantaggio per noi, se crediamo. Ridestati, uomo: per te Dio si è fatto uomo. Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà (Ef 5,14). Per te, ripeto, Dio si è fatto uomo. Saresti morto per sempre se lui non fosse nato nel tempo. Mai saresti stato liberato dalla carne del peccato, se lui non avesse assunto una carne simile a quella del peccato. Ti saresti trovato sempre in uno stato di miseria, se lui non ti avesse usato misericordia. Non saresti ritornato a vivere, se lui non avesse condiviso la tua morte. Saresti venuto meno, se lui non fosse venuto in tuo aiuto. Ti saresti perduto, se lui non fosse arrivato

Sant’Agostino, Sermone 185

Auguri da GdC e LD

sabato, 24 dicembre 2005

Draghi

Luigi,

visto che ho citato prima Fazio. Il senso del suo allontanmento (o meglio, una parte di esso) è perfettamente riassunto in questa letterina che ieri un quidam ha invato a Dagospia.

Mario Draghi verrà probabilmente nominato governatore della Banca d’Italia. Possibile che a nessuno venga in mente che Goldman Sachs, la banca per cui lavora ormai da anni, è stata ed è coinvolta in circa la metà delle operazioni di finanza straordinaria (fusioni, acquisizioni, opa, opv, collocamenti obbligazionari, ecc.) che si sono svolte negli ultimi anni in Italia? Non bastano i soggetti in conflitto di interessi che già abbiamo?

GdC

sabato, 24 dicembre 2005

Nomina consequentia rerum

Caro Luigi,

l’Italia rende onore alla Sacra Famiglia pressoché ogni giorno, non solo a Natale, senza nemmeno rendersene conto.

Qui trovi un interessante sito sull’onomastica del nostro Paese. Sai quali sono i nomi più diffusi per maschi e femmine? Rispettivamente Giuseppe e Maria. Al secondo posto, per le femmine, c’è Anna, la mamma di Maria. E per i maschi Giovanni, che un collegamento con il Natale ce l’ha anche lui.

Sempre a proposito di nomi. Qualche giorno fa Pippo Corigliano, il portavoce dell’Opus Dei, ha precisato che Antonio Fazio non fa parte dell’Opera. A sviare qualcuno magari è stata questa curiosa coincidenza: un fratello dell’ex governatore e il rettore della Pontifica Università della Santa Croce (un argentino) portano lo stesso nome: Mariano Fazio.

GdC

giovedì, 22 dicembre 2005

Tutti in colonia

Caro Guido,

leggi Cossiga intervistato da Farina su Libero di oggi (trovi qui l'articolo). Tira in ballo Guido Rossi. Di questo manovratore, adesso al soldo degli olandesi, tu già scrivesti qualche mese fa.

Io non so come una certa sinistra pensi di guadagnarci a mettersi con questi. Se non, alla fine, dimenticando questo.

ld

giovedì, 22 dicembre 2005

Chi rulla giù e chi rules

E se proprio dovessi scegliere, meglio il diciotto metri di D'Alema aspirante Presidente che il Britannia di Mario Draghi aspirante Governatore.

ld

giovedì, 22 dicembre 2005

La lezione

Caro Guido, mi pare generalizzato ma prendi ad esempio un sito come quello di marioadinolfi. E' tutto un tintinnar di manette, cappi appesi e spintoni per vedere il patibolo. Almeno un po' di distacco, dico io. E sì che sono passati solo dieci anni da mani pulite.

Niente da fare, la lezione di Girard si riconferma.

ld

mercoledì, 21 dicembre 2005

Perdono fascista

Luigi,

non ti posso aiutare molto per il libro sull’arte. Però ti possa segnalare una piccola perla, che se vuoi puoi girare come regalo di Natale.

Non so se hai dato un’occhiata all’ultimo libro di Giampaolo Pansa, “Sconosciuto 1945”. E’ molto bello, forse anche più bello del “Sangue dei vinti” e sta avendo un buon successo in libreria.

Spiace, tuttavia, che in questa rivisitazione pubblica degli orrori commessi nel dopoliberazione, nessuno tributi il giusto omaggio a colui che più si spese, nella solitudine e nel disprezzo, per documentare quella tragedia: Giorgio Pisanò.

Anche Pansa, che deve molto alle ricerche di costui, non ama rievocarlo.

Giorgio Pisanò è stato un fascista, anzi un Fascista, fino alla fine della vita. Ma soprattutto è stato un patriota, un uomo retto, coraggioso, che ha amato profondamente l’Italia. Nel dopoguerra, di ritorno da una dolorosa prigionia, si mise sulle tracce di tanti partigiani responsabili di omicidi orrendi, vili, che nulla avevano a che fare con le vicende belliche. Gente che non aveva mai reso conto a nessuno del sangue versato. Fu un lavoro da Simon Wiesenthal nero, che lo portò a denunciare tanti, a scrivere le sue importanti inchieste giornalistiche, come quella sul triangolo della morte in Emilia Romagna, ma che soprattutto fece sì che il suo risentimento, quello senza fondo del “vinto”, che ha visto violentare e trucidare il suo mondo, e la sua visione manichea della realtà maturassero lentamente in un sentimento e una percezione del “nemico” molto diversi.

Un passaggio di cui diede conto nella prefazione ad un suo libro del 1964, “La generazione che non si è arresa”, di cui ti allego un passo:

«Conosco bene questa sofferenza [il dolore dei vinti]. E’ anche la mia. Sul suo calore ardente ho bruciato gli anni della mia giovinezza, i più belli della mia vita. E per lenirla, per placarla, ho continuato a combattere una mia “guerra privata”. Per anni e anni, dal 1949 in poi, sono stato in “rastrellamento”: sono andato a scovarli, i miei nemici di allora, nelle loro tane. Ho indagato sulle loro imprese, ho scoperto i loro delitti. Ho documentato nel corso di cento inchieste, ciò che avevano fatto: ho pubblicato i loro nomi. Li ho denunciati: nel 1954, davanti alla Corte D’Assise di Como, sostenni l’accusa, io solo, contro cinque partigiani comunisti della 52esima brigata, che si erano macchiati di 72 omicidi in tredici giorni. Furono condannati a trent’anni. Nel 1957, a Padova, al processo per l’oro di Dongo, denunciai, con nome e cognome, nel corso di una deposizione che venne riportata da tutta la stampa italiana, i responsabili di oltre cinquecento delitti. E molti di questi responsabili si trovavano, in quel momento, in aula, a pochi passi da me.

Rimasi in “caccia” per anni interi. Volevo vendicarmi: volevo vendicare le mie sofferenze, volevo vendicare i miei morti. E ci riuscii. Mentre l’Italia ufficiale celebrava nella fazione le “glorie” di una spaventosa lotta tra fratelli, io denunciavo gli “eroi”, documentavo delle verità atroci e nessuno fu mai in grado di chiudermi la bocca, di smentirmi.

Furono, quelli, i miei pascoli dell’odio. Ma nell’amarissima gioia della vendetta io non sentii placare la mia sofferenza. Ogni volta che terminavo un’inchiesta, ogni volta che terminavo una documentazione, sentivo l’onda del dolore e della ribellione che risaliva e mi sommergeva nuovamente.

La mia sofferenza cominciò a placarsi solo quando, un giorno che ricordo molto bene, incontrai la sofferenza degli “altri”. Accadde nel biellese. Ero sulle tracce di un partigiano che aveva “fatto fuori” due dei miei. Volevo incontrarlo, strappargli qualche ammissione e denunciare anche lui, come tanti altri. Raggiunsi così un paesino di montagna e finii in una casa colonica abitata da una donna anziana. Era la madre del partigiano che cercavo. Seppi così che stavo cercando un morto. Catturato negli ultimi giorni della guerra dalla Guardia Repubblicana, era stato subito fucilato. Un viaggio inutile. Stavo per uscire, quando mi colpì il ritratto di un giovane, illuminato da una fiammella che, evidentemente, veniva tenuta sempre accesa. Mi avvicinai. Era la fotografia di un bersagliere in divisa coloniale: “E’ lui”, mi disse la donna “E’ mio figlio”.

“Quanti anni aveva?”

“Ventitré”, mi rispose la donna “era stato in Africa, volontario. Era un buon italiano”.

Avrei voluto risponderle che, secondo me, i buoni italiani non erano andati con i partigiani, ma con la Repubblica. Naturalmente, però, tacqui. Lei allora cominciò a parlare. Mi raccontò di suo figlio, che era un bravo figlio. Mi disse che dopo l’8 settembre era rimasto a casa. Poi i primi partigiani erano giunti nella zona e i tedeschi e i fascisti si erano messi a rastrellare. Lui, allora, per non farsi prendere era scappato in montagna e si era unito alle bande. Una brutta sera gliel’avevano ucciso. Mi raccontò tutto tra le lacrime: composta, dignitosa, senza una parola di odio. Le stesse lacrime delle donne della “mia parte”, quando mi raccontavano dei loro figli, dei loro mariti, dei loro genitori massacrati, assassinati.

Per un momento mi dimenticai che mi trovavo nella casa di un partigiano: e fu in quel momento che qualcosa dentro di me cominciò a placarsi. Quel ragazzo in divisa da bersagliere, quel ragazzo volontario in Africa, quel ragazzo sbattuto dalla bufera sull’“altra” barricata, quel ragazzo caduto sotto il piombo di altri italiani, non era più un mio nemico. Non lo era mai stato. In quel momento avvertii nitidamente che, al di là della cronaca feroce della lotta fratricida, al di là degli orrori, c’era una verità più profonda da scoprire, una verità che mi sembrava di intuire confusamente e che dovevo raggiungere ad ogni costo perché la sorte di quel ragazzo, le lacrime di quella madre, il dolore degli “altri”, in definitiva, erano identici alla sorte toccata a tanti dei miei camerati, alle lacrime di tante nostre donne, al nostro dolore».

 

GdC

lunedì, 19 dicembre 2005

Comunicazione di servizio

Non è che potreste suggerirmi un bel libro sull'arte del '900? Da regalare. Grazie dell'aiuto.

ld

domenica, 18 dicembre 2005

Gente gaia

Luigi,

l’altra sera guardavo su Sat2000 il buon Vittorino Andreoli che parlava del rapporto fra Pinocchio e Geppetto e, coincidenza, un amico mi ha girato questa citazione da un articolo di Antonio Gaspari:

“lo psichiatra Vittorino Andreoli ha raccontato che una sua paziente, in carcere per aver ucciso il padre, lo ha accolto in maniera irata perché la sua collaboratrice indossava una pelliccia.

La ragazza gli ha spiegato quanti animali erano stati utilizzati per realizzarla e quanto tutto ciò fosse crudele...Negli Stati Uniti l’associazione Voluntary Human Extinction Movement sostiene che ‘l'alternativa all'estinzione di milioni e forse miliardi di specie di piante ed animali è la volontaria estinzione di una specie, quella dell'Homo sapiens. Ogni volta che un essere umano decide di non riprodursi la biosfera ritorna alla sua gloria primordiale. La salute della Terra sarà ristabilita dall'ecologia nella forma conosciuta come Gaia’”.

Che dire. Magari anche Mario Tozzi è d'accordo. L'ho sentito dire su Rai3 qualche tempo fa che sulla Terra siamo sei miliardi di persone, tremendamente al di là del tetto massimo sostenibile.

GdC

sabato, 17 dicembre 2005

Venezia sj

Caro Luigi,

terza sigaretta. Ascetismo vs. via mistica e “imperfezioni” biografiche forse non esauriscono i motivi per cui il Racconto del Pellegrino è così caro a Calasso. Un altro motivo potrebbe riguardare un ambiente di cui abbiamo parlato tempo fa, la cosiddetta “Venezia segreta”.

Una tappa fondamentale del pellegrinaggio di Ignazio fu infatti la Serenissima Repubblica, in cui cui il Nostro giunse per la prima volta nel 1523, dopo essere stato a Roma per i riti della Settimana Santa. Nel racconto c’è un primo particolare che incuriosisce. Il Pellegrino (dopo “coincidenze” interessanti ma che tralascio) arriva su un’imbarcazione nella città più sorvegliata di allora, dove agisce il più capillare, occhiuto ed efficiente servizio di spionaggio del mondo. Vi arriva con un’aria tutt’altro che anonima o rassicurante... eppure cosa succede? “Montarono sulla barca alcune guardie per esaminare uno per uno coloro che vi si trovavano; a lui solo non chiesero niente”. A lui solo. Strano, no? Quasi come se qualcuno sapesse già chi era Ignazio e non volesse creargli troppi problemi (a quei tempi un vagabondo visionario che finiva nelle mani della giustizia veneziana rischiava di non fare una gran bella fine).

Ignazio comunque sbarca indisturbato e continua a fare le sue cose, con lo stile del barbone di Dio: “a Venezia viveva di elemosina e dormiva in piazza San Marco”, “qualche volta gli successe, alzandosi alla mattina, di trovarsi di fronte a un uomo che, al solo sguardo, fuggiva via, certamente perché doveva essere assai livido di aspetto”.

Nel frattempo, accade un altro fatto che ha dell’incredibile. Malgrado l’aspetto spettrale, macilento e possiamo supporre assai maleodorante, “un giorno un ricco spagnolo gli si accostò e gli chiese che facesse e dove volesse andare; e conosciuti i suoi propositi [andare in pellegrinaggio in Terra Santa], lo invitò a mangiare a casa sua, e in seguito lo ospitò per alcuni giorni, per tutto il tempo che durarono i preparativi per la partenza. Il Pellegrino aveva già questa abitudine, già dal tempo di Manresa, di non parlare a tavola quando mangiava con qualcuno, se non per rispondere brevemente, ma stava ad ascoltare ciò che si diceva, e fissava alcune cose, dalle quali prendere occasione per parlare di Dio; e, finito il pranzo, così faceva. E proprio per questa ragione il gentiluomo e la gente di casa lo presero in affezione a tal punto che lo volevano con loro e lo pregarono di rimanere; e il suo ospite stesso lo accompagnò dal Doge di Venezia, perché gli parlasse, id est, gli fece avere un’udienza”.

Ora, per capire la portata di questo passaggio, va ricordato che Venezia in quegli anni non era una qualsiasi cittadina, magari un po’ più trendy della media...era il centro mondiale del commercio, della finanza, della geopolitica, della cultura. Era la City per antonomasia. Un quidam che arrivava a Venezia nel 1521, doveva sentirsi grosso modo come un emigrato meridionale che arrivava a New York negli anni ’20: di fronte al top della magnificenza, della potenza e anche dell’esclusività. L’oligarchia veneziana era infatti quanto di più “olimpico”, nella consapevolezza di sé e nel distacco dal popolino-feccia ci potesse essere. Per non parlare del Doge, figura tanto potente e ieratica, da essere difficilmente raggiungibile.

I due incontri di Ignazio furono insomma l’equivalente di un emigrante campano arrivato a Staten Island negli anni ’20, senza mezzi, senza agganci, gravato da mille pregiudizi e diffidenze, ritrovatosi per incanto ospite in una suite d’Hotel sulla 5th Avenue (tutto spesato). E poco dopo, invitato a colloquio alla Casa Bianca dal Presidente degli Stati Uniti. Cosa che, puoi ben capire, è difficile ritenere del tutto casuale o del tutto dono della Provvidenza

Più probabile è che il buon Ignazio, con le sue stravaganze ma anche con il suo straordinario carisma, che non doveva sfuggire ad occhi esperti, fosse stato notato dai servizi d’intelligence della Serenissima molto presto, quando ancora non era conosciuto. E qualcuno avesse deciso che quel bizzarro spagnolo con lo spirito da crociato valeva la pena lasciarlo fare, accompagnandolo con discrezione per controllarlo e, chissà, poterne trarre all’occorrenza qualche vantaggio.

Così verrebbe da pensare, tanto più che la sospettosissima, insidiosissima Venezia divenne subito un comodo punto d’appoggio per Ignazio e i suoi, come si intravede anche nell’ultima parte dell’autobiografia. Le vicende dei primi gesuiti si intersecarono con la Serenissima e con il suo patriziato, che non ostacolò, anzi, agevolò (e, possiamo credere, sorvegliò) la nascita della Compagnia di Gesù. Vedi lo zampino del serenissimo Cardinale Gasparo Contarini, che nel 1940 fu decisivo nel convincere  Paolo III ad approvare il novello ordine con il decreto Regimini Militantis Ecclesiae.

Il tutto in un apparente controsenso: Venezia, l’anti-Roma, che contribuiva alla nascita e allo sviluppo della milizia di punta del cattolicesimo romano! Ma un controsenso che, in realtà, aveva una sua finissima logica...

Alla prossima gauloise.

GdC

sabato, 17 dicembre 2005

Dall'horror a Cristo

Luigi,

hai presente Anne Rice, la regina dell’horror? “Nel 2002, quattro anni dopo essere tornata alla fede cattolica della sua infanzia, la scrittrice di best seller sui vampiri decise di consacrare le sue notevoli capacità narrative al Signore. Dal momento in cui fece voto di scrivere solo a onore e gloria di Dio,  guarì da una depressione cronica”.

Adesso la Rice è in giro a promuovere il suo ultimo romanzo sull’infanzia nascosta di Gesù “Christ the Lord: Out of Egypt”.

Pensa se anche Stephen King si convertisse, che colpo…

GdC

mercoledì, 14 dicembre 2005

Calasso e Ignazio di Loyola 2

Caro Luigi,

altra sigaretta. Così rispondo a Porph. tramite te. Confermo pienamente quello che ha scritto Marco, a cui aggiungo un paio di cose.

Che il Racconto del Pellegrino stia a cuore a Calasso lo si evince anche dal fatto che l’edizione è stata curata personalmente dal Nostro ed è uno dei pochi libri, rispetto ai mille e passa del catalogo adelphiano, per cui l’Editore ha scritto di suo pugno non solo la quarta di copertina (come fa sempre), ma anche l’introduzione. Introduzione in cui si parla di un testo tenuto a lungo coperto dai gesuiti, perché, secondo le parole di colui che raccolse il racconto di Sant’Ignazio, padre Gonçalves da Câmara , “è cosa imperfetta” e “non è giusto che turbi la fede in ciò che si viene scrivendo con maggior compiutezza”.

A Calasso certi particolari imperfetti e corruschi, assenti da un testo come gli Esercizi Spirituali, interessano molto. Trasmettono, nella sua ottica, l’idea di una “storia tortuosa e virulenta”, “non adattabile in alcun modo ai canoni dell’agiografia”.

Un esempio? L’episodio dell’incontro tra Ignazio, diretto a Montserrat poco dopo la conversione, e un moro. Cito:

“Dunque, mentre [il Pellegrino] andava per la sua strada, lo raggiunse un moro, che cavalcava un mulo; e discorrendo vennero a parlare di Nostra Signora; e il moro disse che sì gli sembrava che la Vergine avesse concepito senza uomo; ma che avesse partorito restando vergine, non poteva crederlo e, a prova di ciò, dava le cause naturali che gli si offrivano. Il Pellegrino non poté smuoverlo da quella opinione, per quante ragioni adducesse. E così il moro proseguì per la sua strada con tanta fretta che il Pellegrino lo perse di vista, restando a pensare a quel che era successo con il moro. Gli sopravvennero allora degli impulsi che portavano lo scontento nella sua anima, sembrandogli di non aver fatto il suo dovere, e suscitavano anche il suo sdegno contro il moro, sembrandogli di aver fatto male a consentire che un moro dicesse quelle cose di Nostra Signora, e di essere obbligato a difendere il suo onore. E così lo prendevano desideri di andare in cerca del moro e di pugnalarlo per quel che aveva detto: e perseverando molto nella lotta di quei desideri, alla fine restò in dubbio, senza sapere che cosa fosse tenuto a fare. Il moro, che lo precedeva, gli aveva detto che andava in un luogo un poco più avanti sulla sua stessa strada, molto vicino alla via maestra, ma che la via maestra non attraversava.

E allora, stanco di esaminare che cosa fosse bene di fare, non trovando cosa certa a cui risolversi, decise così, cioè che avrebbe lasciato andare la mula e briglia sciolta fino al punto in cui si dividevano le strade; e se la mula avesse preso la strada del villaggio, sarebbe andato in cerca del moro e lo avrebbe pugnalato; e se non fosse andata verso il villaggio, ma avesse preso la strada maestra, lo avrebbe lasciato stare”.

Lo Spirito Santo pensò di indirizzare bene la mula...

Il resto alla prossima sigaretta.

GdC

martedì, 13 dicembre 2005

The Economist e Opus Dei

Luigi,

chissà cosa avranno pensato quelli dell’Economist, quando si sono accorti che nella classifica 2005 dei migliori Master in Business Administration del mondo – da loro stessi stilata – il primo posto non spettava ad Oxford, Yale o Harvard, ma all’IESE Business School dell’Università di Navarra. Costretti non solo a premiare dei papisti, ma addirittura dei papisti dell’Opus Dei.

Dell’Opera, pudicamente, non si parla nel dossier. Solo alla fine c’è una postilla sul’IESE: “The institution is run by Opus Dei, a controversial Catholic order founded in the last century”. E te pareva.

GdC

martedì, 13 dicembre 2005

Calasso e Ignazio di Loyola

Caro Luigi,

ricordi quando parlavamo degli autori, dei libri cristiani pubblicati da Calasso? Di come, dicevamo, ognuno ha una sua funzione specifica, è oculatamente inserito, a volte forzosamente piegato, fra le spire dell’ouroboro editoriale adelphiano?

Bene, l’altra sera finito di lavarmi i denti sono rimasto bloccato un paio di minuti davanti allo specchio da questa domanda: come mai Sir Calasso ha pubblicato il “Racconto del Pellegrino” di Sant’Ignazio di Loyola? Che c’entra il Fondatore basco con l’ouroboro color pastello? Che c’entra con le mene di Roberto l’Editore?

Il tempo di accendermi una sigaretta nello studio (lo so, mi ero già lavato i denti, ma il quesito richiedeva una dose di nicotina) e mi è venuto in soccorso il ricordo di una noticina a pie’ di pagina in un libro di René Guénon, Considerazioni sull’iniziazione, nel capitolo “Via iniziatica e via mistica”.

Guénon – che, va ricordato, è il riferimento dottrinale di Calasso e una delle chiavi per capire l’ouroboro adelphiano – stacca nettamente la via iniziatica da quella mistica, giudicando quest’ultima come inferiore e incommensurabile alla prima. Perché? “Perché il misticismo – scrive Guénon – appartiene esclusivamente all’ambito religioso, vale a dire exoterico, e poi perché la via mistica differisce dalla via iniziatica in tutti i suoi caratteri essenziali, e questa differenza è tale che ne risulta tra di loro una vera incompatibilità”. Puntualizza poi il bel René: “Il fatto è che il misticismo propriamente detto è qualcosa di esclusivamente occidentale e, in fondo, di specificamente cristiano”.

Bene. Cosa c’entra però Ignazio di Loyola? C’entra, perché Guénon fa intuire qual è il modo in cui l’iniziazione ha letto o legge la figura del fondatore della Compagnia di Gesù: “A dire il vero, ci sarebbe pure, in quello stesso ambito religioso a cui appartiene il misticismo, qualcosa che, sotto certi aspetti, potrebbe prestarsi meglio ad un accostamento, o piuttosto, ad un’apparenza di accostamento [con l’iniziazione]: è ciò che viene denominato col termine ‘ascetica’, perché si tratta per lo meno di un metodo ‘attivo’, in luogo dell’assenza e della passività che caratterizza il misticismo”. Nota a fondo pagina: “Come esempio di ascetica possiamo citare gli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, il cui spirito è incontestabilmente quanto c’è di meno mistico e per i quali è per lo meno verosimile che egli si sia ispirato a certi metodi iniziatici di origine islamica, applicandoli beninteso a uno scopo completamente diverso”.

In sostanza in Guénon (e in Calasso) c’è una valorizzazione pelosa della componente ascetica, volontaristica del gesuitismo ignaziano – quella che ha causato nei secoli scontri accesissimi con i discepoli di San Tommaso, i frati predicatori – vista come come propedeutica al passaggio ad un’altra via: quella iniziatica, che per Guénon nel contesto Occidentale è reperibile ormai solo nella massoneria.

GdC

PS= La storiella di Ignazio di Loyola ispirato da metodi iniziatici di origine islamica è stata ripresa anche in un libro pasticciato, ma di notevole successo come il “Quarto Livello” del giudice Carlo Palermo.

lunedì, 12 dicembre 2005

Ekumenismo

Caro Luigi,

quasi nessuno, solo il Corriere mi pare, ha parlato degli scontri sul Monte Athos tra il monastero di Esphigmenou e le autorità greche, più i rappresententi della Chiesa ortodossa.

I monaci di Esphigmenou contestano nel modo più radicale e viscerale il dialogo con la Chiesa di Roma, vista pressapoco come una sinagoga di Satana. La cosa non è nuova, va avanti da quasi 40 anni, dall’abbraccio di Paolo VI con il patriarca di Costantinopoli Atenagora. La novità è che adesso i fraticelli si sono asseragliati come in un fortino e minacciano chiunque si avvicini per indurli allo sgombero o alla ragione (come in Mediterraneo, il film di Salvatores, quando Farina si asserraglia in casa con Vassilissa, la prostituta, e spara a chiunque si avvicini, comandante Lorusso compreso).

Poco noto è che il monastero di Esphigmenou è da sempre una delle mete preferite del Principe di Galles, Carlo, prossimo capo della Chiesa anglicana. Pensavo fra me e me: lì (Esphigmenou) non fanno entrare nemmeno le galline perché di sesso femminile, là (Chiesa anglicana) hanno aperto anche all’ordinazione dei transessuali. Che non sia l’ostilità al cattolicesimo romano a renderli tanto amici…

GdC

PS= Mi veniva anche in mente che, in Italia, chi persegue un dialogo serrato e simultaneo con questi due estremi apparentemente opposti, radicalismo athonita e Chiesa anglicana, è la Comunità di Bose. Ma poi mi sono detto che dev’essere certamente un caso.

martedì, 06 dicembre 2005

Cristo per soli adulti

Caro Guido,

aggiungo solo questo, che però mi pare fondamentale. Il sacerdote è un altro Cristo. E' sposo della Chiesa. Ecco perchè solo i maschi accedono al sacerdozio. Il sacerdote non ricopre solo una funzione. Non ha senso dire che anche un omosessuale può essere un bravo prete. E non solo per motivi pastorali. Ma perché c'è una dimensione sacramentale che non si può eludere. Il sacerdote, altro Cristo, ha un rapporto sponsale con la chiesa, la ama e la ama da maschio. La castità comprende la sessualità, non le è indifferente. Basta vedere come Gesù ha trattato la Samaritana al pozzo.

ld

ps ricordi la citazione del titolo?

domenica, 04 dicembre 2005

Seminaristi Dolce & Gabbana

Caro Luigi,

hai ragione, il documento sull’inammissibilità al sacerdozio dei vari Dolce & Gabbana sta producendo i suoi effetti. Primo fra tutti quello di far venire allo scoperto una parte della sporcizia a cui, presumo, alludeva Ratzinger nei testi dell’ultima via Crucis. Un esempio eclatante è riportato dall’ultimo articolo di John Allen, dove c’è una sintesi dei giudizi espressi da alcune voci episcopali, come la conferenza episcopale svizzera, quella olandese e quella americana, sul documento. In sostanza è già iniziato il coro dei distinguo e della “necessità di interpretare la lettera del documento”, che, secondo costoro, gira e rigira, non escluderebbe affatto la possibilità di ordinare sacerdoti degli omosessuali.

C’è però un’altro elemento che mi permetto di segnalare sulla questione, perché non è uscito e dubito fortemente che mai uscirà sulla stampa, anche per la sua tecnicità che sfugge ai cronisti laici. Pur essendo un elemento cruciale.

I motivi del collasso dei seminari cattolici negli ultimi 40 anni sono innumerevoli e legati a complessi fattori ambientali. Se però uno volesse cercare di capire quali siano state le falle concrete nelle mura dei seminari, quelle che hanno permesso a tanti omosessuali, o altre persone indegne, di essere ammesse agli ordini sacri, dovrebbe tenere presente almeno un dato.

Un seminarista, oggi, fa riferimento per la sua formazione a tre figure: il rettore del seminario, il confessore e il direttore spirituale. Il primo è il “responsabile”, quello che ha i poteri canonici di “promuoverti” o “bocciarti” e alla fine di portarti all’ordinazione oppure no. Il secondo è quello con cui ti confessi. Il terzo quello con cui regolarmente ti intrattieni per colloqui di orientamento spirituale a 360° gradi.

L’attribuzione di queste competenze a persone distinte esisteva anche prima del Concilio, ma era avvolta in un contesto unitario e stringente, era bilanciata da tutta una serie di misure, da un rigore di vita e di regolamenti, che permettevano anche al rettore – la figura decisionale – di avere una conoscenza intima, autentica dei seminaristi. Di avere in mano il controllo della situazione.

Dopo il Concilio questo contesto, queste misure sono saltate. E la tripartizione dei poteri, per così dire, è rimasta nuda, provocando due  gravi inconvenienti: 

il primo è che il seminarista ha perso la possibilità di ricevere una direzione veramente unitaria del suo cammino,  rischiando spesso di riceverne tre divergenti;

il secondo risalta appieno quando bussano alla porta dei Dolce & Gabbana (o persone indegne degli Ordini per altri motivi). Uno Stefano Gabbana qualsiasi che si senta investito di una chiamata celeste e riesca a farsi accogliere in un seminario (cosa oggi assai facile, data la penuria di vocazioni), se vuole celare la sue inclinazioni lo può fare con relativa facilità, parlandone solo in confessione o in direzione spirituale.

Il nostro Stefano Gabbana, se dotato di una certa abilità simulatoria, può arrivare tranquillamente all’ordinazione, senza grandi ostacoli.

In altre parole, la perdita di unitarietà e rigore nella formazione sacerdotale ha reso il numero 240 § 2 del codice di diritto canonico (“Nel prendere decisioni riguardanti l'ammissione degli alunni agli ordini o la loro dimissione dal seminario, non può mai essere richiesto il parere del direttore spirituale e dei confessori”) un’insidiosissima falla, qualora gli alunni da esaminare non siano persone rette e trasparenti, ma problematiche e opache.

Ecco perché nelle realtà sacerdotali più accorte c’è una silenziosa riflessione su questo problema. E qualcuno tende a unificare almeno la figura del rettore e del direttore spirituale.

Ed ecco perché se anche il documento che è appena uscito è ottimo, temo che da solo non sarà sufficiente ad attuare un vero repulisti dei seminari più inquinati. Anche se spero di sbagliarmi.

GdC

domenica, 04 dicembre 2005

Kamasutra

Caro Luigi,

visto che abbiamo citato giorni addietro la Comunità di Bose, segnalo il suo spazio radiofonico ufficioso, la tramissione “Uomini e profeti” su Radio 3, diretta ogni sabato e domenica mattina da una super-amica della Comunità, Gabriella Caramore.

Nell’ultima puntata – il tema era il Concilio – baci e abbracci tra Enzo Bianchi e uno degli intellettuali che in questi mesi hanno sputato con più acredine sulla Cei, cioè Gustavo Zagrebelsky.

Chi segue da tempo “Uominini e profeti” non ha bisogno di particolari spiegazioni sui contenuti proposti. Chi invece non conoscesse la trasmissione, potrebbe farsene un’idea sommaria dando un’occhiata alla lista degli amici.

Tra questi segnalo Marilia Albanese, nota specialista di tantrismo indiano (dottrina e prassi).

GdC   

 

giovedì, 01 dicembre 2005

Il teologo di casa

Caro Luigi,

la carta d'identità del nuovo teologo della Casa Pontificia, p. Wojciech Giertych OP (di cui le gazzette ufficiali ricordano impietosamente la sua scarsa competenza linguistica: parla solamente il polacco, l'inglese, il francese, l'italiano, lo spagnolo, il tedesco e il russo) si trova qui.

Sembra, a occhio e croce, molto buona. Del resto non poteva essere altrimenti.

GdC