lunedì, 30 gennaio 2006

IHS 3

Luigi,

in sostanza, sembra che i gesuiti siano partiti da subito all’insegna di questa contraddizione: una facciata militare, di obbedienza assoluta al Papa, di “aggressività” apostolica, ecc. che ha dato loro la nomea di reazionari e oscurantisti. Ma dietro la facciata un abbraccio mortale con lo spirito dei tempi e con le istanze filosofiche che – come diceva Fabro senza molti giri di parole – avrebbero portato la filosofia al “baratro dell’attivismo puro”, al “nulla”, alla “morte”. E assieme alla filosofia, la stessa Compagnia di Gesù.

Questa ambivalenza ha dato problemi ricorrenti a partire dal ‘600, come dicevamo tempo fa, ma tutto sommato ha retto fino alla fine dell’800. Poi, con il deflagrare della carica dissolutoria del pensiero moderno, il cortocircuito è stato incontrollabile: e allora sono usciti i Tyrrell, i Teilhard de Chardin, i Rahner, i gesuiti col mitra, i cocaleros, gli attivisti gay, i cercatori di Ufo e tutto quel campionario di orrori che regolarmente finisce sulle pagine di qualche quotidiano, senza scandalizzare ormai quasi più nessuno.

Curiosità. Molti hanno notato che ci sono stati solo due generali baschi nella Compagnia di Gesù: Sant’Ignazio e Pedro Arrupe, ovvero l’alfa e l’omega nella storia dell’Ordine. Non solo, ma sembra evidente una simmetria tra quelli che molti gesuiti considerano i loro massimi pensatori: Francisco Suarez e Karl Rahner. Rahner starebbe a Suarez come Arrupe starebbe ad Ignazio: apparentemente l’estremo opposto, in realtà la piena realizzazione delle virtualità insite nel progetto iniziale.

Della “fearful symmetry” – direbbe William Blake – tra Suarez e Rahner se ne accorse del resto anche un testimone d’eccezione: Joseph Ratzinger. Nella sua autobiografia, c’è un punto in cui il Papa parla della sua collaborazione con Rahner durante i lavori conciliari. Parla in particolare di un testo a cui i due dovettero lavorare insieme, per conto del card. Frings. La mano più pesante nel lavoro fu quella di Rahner ed infatti il risultato sollevò “reazioni amareggiate”…. Fu allora però, scrive Ratzinger, che improvvisamente gli fu chiara una cosa: nonostante certe sintonie di facciata, lui e Rahner si trovavano teologicamente “su due pianeti differenti”: “La sua teologia, nonostante la lettura dei Padri della Chiesa, era plasmata sulla tradizione suareziana e sulla sua ricezione alla luce dell’idealismo tedesco e del pensiero di Heidegger. Era una teologia filosofica e speculativa, nella quale i Padri e la Scrittura non giocavano alcun ruolo rilevante”.

Ipse dixit.

GdC

lunedì, 30 gennaio 2006

IHS 2

Luigi,

bisogna guardare alla teologia di Molina, diceva Roberto Buffagni, per capire il tortuoso cammino dei figli di Sant’Ignazio. Condivisibile, senza dubbio. Ma c’è dell’altro, secondo me. Molto meno visibile della questione del molinismo, eppur altrettanto importante. Se non di più.

I gesuiti sono stati gli alfieri, i paladini della controriforma, della svolta attuata con il Concilio di Trento. Una svolta impeccabile sotto il profilo teologico – vedasi le meravigliose Costituzioni dogmatiche – molto più problematica sotto un altro profilo: quello filosofico.

Con il Concilio di Trento viene infatti oscurato il faro della speculazione, il vertice della metafisica cristiana, cioè san Tommaso d’Aquino. A parole non cambia molto – san Tommaso rimane il doctor Angelicus, la scuola domenicana continua ad avere un peso notevole – ma nei fatti sì. Un po’ è il sospetto che il Concilio fa calare su parte di quell’Umanesimo che da san Tommaso era stato direttamente influenzato (il primo indice dei libri proibiti, in cui finiranno personaggi del calibro del Petrarca, fu redatto da una commissione di saggi e letterati a Venezia…). Ma soprattutto è la Compagnia di Gesù che in filosofia guadagna la pole position e imprime una svolta antitomistica a molti e determinanti ambiti della Chiesa.

Qui uno potrebbe chiedere: ma non era stato Sant’Ignazio ad inserire lo studio di San Tommaso nelle costituzioni dell’Ordine??? Vero. Ma è altrettanto vero che per una serie di cause mai chiarite fin in fondo (tra queste l’influenza sulla Compagnia dell’oligarchia veneziana) – i gesuiti hanno gettato nel secchio San Tommaso. O meglio, ne hanno mantenuto vivo il ricordo, il nome, svuotandolo però di contenuto. E rimpiazzandolo di fatto con uno dei loro maestri, Francisco Suarez.

Il risultato è che San Tommaso è diventato forse l’autore più citato e allo stesso tempo più tradito della storia della Chiesa. E mica per qualche anno, ma per qualche secolo. Anche il richiamo di Leone XIII a ricuperarne gli insegnamenti essenziali (e non la forma) venne largamente disatteso: generò quel fenomeno spurio chiamato neotomismo, pieno di ogni astruseria e contraddizione sotto le insegne dell’Aquinate, che non a caso nel giro di poco tempo si inaridì e si dissolse.

Solo un personaggio (grosso modo) ha saputo intepretare davvero l’appello di Leone XIII, andando a ripescare sotto una coltre secolare di detriti il nocciolo più prezioso del tomismo, riproponendolo dopo tempo immemorabile nella sua essenzialità e purezza: Cornelio Fabro.

Fabro fin dagli inizi delle sue ricerche, in particolare da “La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso”, individuò nell’Esse ut Actus dell'Angelico il punto cruciale della mistificazione… e ricostruì il ruolo della “seconda scolastica”, dei gesuiti in primis, nell’operazione. Con ricadute di incalcolabile gravità nella genesi del cosiddetto pensiero moderno.

Fabro ne parlò anche – con accenti pudichi, ma molto chiari – in quel bellissimo scritto che è “San Tommaso di fronte al pensiero Moderno” di cui ti allego un passo:

Non tocca qui indicare le forme concrete di attuazione di tale tomismo, a cui s’impegneranno gli studiosi del prossimo futuro, come sinceramente ci auguriamo. Comunque, dev’essere saldo che l’essenzialità di cui si parla dice intensità di problematica, approfondimento di principii, chiarificazione delle differenze... anzitutto rispetto alla dialettica moderna dell’immanenza che, nel suo principio ispiratore più profondo (qual è la soggettività trascendentale), ha portato la filosofia alla morte, precipitandola nel baratro dell’attivismo puro, ossia del nulla; poi, anzi prima di tutto, rispetto alla scolastica formalistica che ha preparato e provocato con la sua vuotaggine e carenza speculativa l’avvento del pensiero moderno. Tale dipendenza del pensiero moderno dalla scolastica decadente è stata affermata con insistenza anche recentemente: la scolastica dell’età barocca è infatti in parte solidale con le scuole nominalistiche dei secoli XIV-XV di cui si cerca invano di frenare la caduta verso il formalismo e il fideismo assoluto. Non per nulla i grandi filosofi del razionalismo, da Cartesio a Spinoza, a Leibniz, fino a Wolff e più ancora fino a Schopenhauer e allo stesso Heidegger... avevano fra le mani i tomi degli scolastici celebrati che erano Toledo, Pereira, Fonseca, Suárez, i Conimbricenses...; è stato anche messo in risalto che la restaurazione della cosiddetta “seconda scolastica”, dovuta soprattutto agli scrittori iberici ora indicati, è direttamente legata all’occasionalismo di Arnauld, di Geulincx, Louis de la Forges, lo. Clauberg e G. de Cordemoy. Una storiografia più vigile al senso delle differenze di fondo non avrebbe difficoltà a mettere in rilievo che il pensiero moderno probabilmente non sarebbe esploso, o almeno non l’avrebbe fatto con quella veemenza irrefrenabile, se il campo del pensiero non fosse stato minato in antecedenza: “En fait, de 1550 á 1650, un lien étroit unit les scholastiques espagnols à ce que nous avons appelé l’esprit de la philosophie moderne”. Così J. Ferrater Mora, il quale indica acutamente e per contrasto il nucleo teoretico del tomismo, come soluzione del problema di struttura del finito nella distinzione di essenza e di esse: “Sans remonter aux Grecs, rappelons que Saint Thomas d’Aquin tenta de la résoudre nettement et harmonieusement par l’affirmation d’une “distinctio realis”. E conclude con una saggezza che farebbe onore a un esperto tomista: “Bìen que la craìnte de l’avicennisme entraine certains auteurs à diminuer l’importance de cette thèse dans la philosophie de Saint Thomas, il semble que l’oeuvre du Docteur Angélique n’est pleinement compréhensible qu’à la lumière d’une distinctio realis modérée”. Questo giudizio o bilancio vale soprattutto per la filosofia scolastica nell’indirizzo eclettico che divenne predominante e si guadagnò maggiori consensi nelle scuole cattoliche, fino a provocare fenomeni di erosione nella stessa scuola tomistica, se il maestro generale domenicano de Boxadors ritenne necessario nel sec. XVIII richiamare l’ordine ad una maggiore fedeltà alla dottrina del Maestro Angelico. Questo giudizio negativo non riguarda ovviamente la teologia, la quale, malgrado la diversità dei sistemi, poté assurgere sia nella dogmatica come nella mistica a momenti e progressi di indubbia grandezza, che ebbe il suo monumento nell’opera e nei decreti dogmatici del Concilio di Trento.

GdC

sabato, 28 gennaio 2006

Settimo luna nel pozzo

Caro Guido,

io proprio non capisco perché salga sul ramo ad agitare la foglia. Neanche avesse visto gamberi da un chilo. Vero è che la cornamusa suona quando ha la pancia piena, e soffia e soffia l'almanacco si fa cantando:  c’erano una volta, pepperepé, gli scolopi che saltavano i fossi; c’era una volta, pimpiripìn, il prete che fischiava controvento. Alla fine della fiera, ti han venduto la rana con le piume.

Se poi, al niente da dire, aggiungi un ragionamento dritto come le scale di primolano, ti ritrovi bello che seppellito con terra altrui.

ld

venerdì, 27 gennaio 2006

Non plus ultra

Luigi,

un amico che ciuccia le cose di Magister mi fa: “sì, ma sti legionari di Gesù sono ultraconservatori, tipo i lefebvriani”.

Non è vero, è uno stereotipo gli ho detto. E gli ho fatto un esempio. Sai chi ha creato il primo master in ecumenismo e dialogo interreligioso tra le università pontificie? I legionari di Cristo, presso il loro ateneo di Roma, il Regina Apostolorum. Un master interessante tra l’altro, se hai modo di dargli un’occhiata.

Non solo. Hai presente il presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e il dialogo interreligioso, cioè il cardinale Walter Kasper (cardinale intelligente quanto “liberal”, per usare un’etichetta frusta)? Il suo braccio destro è un vescovo irlandese, mons. Brian Farell, che è un legionario di Cristo.

Brian Farell è stato uno dei primi irlandesi ad entrare nella Legione di Cristo, insieme a suo fratello Kevin, il quale negli anni ’80 ha poi lasciato i legionari diventando un sacerdote diocesano.

Bene, sai dov’è finito Kevin Farrell? In qualche gruppuscolo para-lefebvriano direbbe il mio amico. No, oggi è vescovo ausiliare della diocesi di Washington. Che negli Usa non ha certo fama di essere una roccaforte del cattolicesimo preconciliare.

GdC

giovedì, 26 gennaio 2006

Fare orecchi da magister

Luigi,

anche L'Espresso ha i suoi furbetti. Dopo un articolo favorevole sui Legionari uscito su Panorama, a firma di Ignazio Ingrao, Magister ha sentito subito il bisogno di passare al contrattacco con le solite, poco comprensibili calunnie.

Mi limito a darti i fatti, quelli veri:

Non c'è mai stata un'indagine della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) su Marcial Maciel.

Benedetto XVI, da sempre in ottimi rapporti con la Legione, ne riceve regolarmente i vertici in via riservata. Così come faceva Giovanni Paolo II (che tra l'altro invitò Maciel come ospite speciale al sinodo sulla formazione sacerdotale).

Tale è il sospetto della Cdf verso padre Maciel che il suo libro "La mia vita è Cristo" è stato prefato dall'ex braccio destro di Ratzinger, il card. Bertone.

Tale è il sospetto degli ambienti vaticani sul Fondatore e sull'Ordine che il card. Re  - non certo sodale del  card. Sodano, il porporato più amico dei legionari - ha affidato ai figli di Padre Maciel il compito di ospitare e "formare" tutti i vescovi una volta consacrati tali.

Strampalato il paragone che Magister fa con gli scolopi. Se proprio voleva farne uno, poteva farlo con l'Opus Dei e con la campagna di calunnie che hanno colpito il suo Fondatore. Trattasi della stessa cosa.

Dì a Magister, se lo senti, di dare un'occhiata al sito legionaryfacts.org.

GdC

mercoledì, 25 gennaio 2006

The Flying Friar

Caro Luigi,
la prossima settimana esce in Inghilterra un nuovo fumetto per i tipi di Speakeasy Comics (disegnato abbastanza bene, pare).

Si chiama the The Flying Friar, ovvero la storia di San Giuseppe da Copertino, visto come antesignano di Batman e Spiderman per le sue prodigiose levitazioni.

Qui ne parla il Times. Qui trovi pure qualche immagine in anteprima.
GdC

martedì, 24 gennaio 2006

Eros sul ghiaccio

Luigi,

poiché hai parlato di eros e Benedetto XVI pare ti voglia imitare. Avrai visto anche tu il bel film di Alessandro D'Alatri, Casomai. L'immagine che fa da sfondo al film, interpretata nella sigla da Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, è quella degli sposi di oggi simili a pattinatori sul ghiaccio, alle prese con una danza tanto armoniosa e sensuale quanto in bilico su una superficie scivolosissima (la pista della quotidianità, con tutte le sue insidie)

Il messaggio del film è che è facilissimo cadere oggi. E però, con la dovuta preparazione e il dovuto impegno, è anche possibile stare in piedi. E realizzare quella forma di balletto che, ai massimi livelli, incantaemoziona come poche.

Ci stavo pensando in questo giorni anche perché mi è capitato di vedere delle immagini del campionato europeo di pattinaggio artistico. E perché ho trovato in Russia una coppia di pattinatori che D'Alatri avrebbe potuto inserire nel suo film, come contraltare alla coppia Fabio Volo/Stefania Rocca.

Si tratta di Ludmila Belousova e Oleg Protopopov, storici pattinatori russi, sposati dal 1957. Insieme, negli anni '60, hanno vinto tutto, dai campionati europei ai campionati del mondo alle olimpiadi. E il prossimo anno festeggeranno le nozze d'oro partecipando al Gran premio di pattinaggio artistico di San Pietroburgo. La coppia più vecchia mai ammessa alla gara.

Da 50 anni i due non smettono di pattinare. Con una grazia (quasi) intatta.

GdC

martedì, 24 gennaio 2006

Tutto rose e fiori

Caro Guido, te ne avevo già scritto, ma se vuoi leggere dei rapporti tesi nella Rosa nel pugno c'è un articolo in prima pagina su Il Foglio di oggi: "Perché non tutti, ad esempio il socialista Nerio Nesi, sono convinti dell’alleanza, Enrico Boselli guarda i sondaggi e il nuovo miraggio del Partito democratico e un po’ si spaventa, esprime solidarietà a Pannella, ma è perplesso di fronte al grande vecchio che tutto divora e su tutto mette la propria bella faccia, Emma Bonino è costretta a dire ai socialisti piemontesi “calmi, i mal di pancia ce li abbiamo tutti, o siamo capaci di fare sinergia oppure ognun per sé”.

Boselli è un bravo ragazzo e sta cercando di capire perché si è ridotto a fare il reggimoccolo di Pannella. Così, nel frattempo che riscostruisce, parla tutti i giorni di sondaggi che confermerebbero una forte tendenza anticlericale. Bene. Solo un consiglio: dopo aver fatto sparire, qualche settimana fa, da sdionline il sondaggio che dava più del 54% di contrari alla Rosa nel pugno, le cose apparirebbero ancora più rosee se togliesse da internet il sondaggio sul sito della federazione romana che mostra un bel 60% di socialisti che non ha nessuna intenzione di morire a porta pia.

ld

domenica, 22 gennaio 2006

Madamina, gli sbadigli son questi

Guido, lo Straniero ha pubblicato un gran bel pezzo di letteratura tratto dal Miguel Manara di Milosz.

Ricordo bene quando l'ho sentito per la prima volta. Estate dell'88, Rimini. Da allora mi è rimasto scolpito nella mente questo passaggio: "Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto. Oggi le torcerei il collo, sbadigliando".

Il fatto è questo: l'eros, se assoluto, è contraddittorio. E' la tentazione "dei mondi illuminati da una gioia più calda della nostra - scrive Milosz - delle terre inesplorate e bellissime, e lontane, lontanissime da questa in cui siamo". E' la tentazione dell'infinito attuale e degli infiniti mondi possibili. "È un desiderio di abbracciare le infinite possibilità"! L'eros, se assoluto, implode. Semplicemente non vive. E poiché, per quanto ci tentino, la contraddizione non si dà, la ricerca dell'eros assoluto produrrà necessariamente solo sbadigli più o meno arrabbiati, maliziosi o disgustati. C'è chi si trova bene. Nulla da eccepire, ma per iniziare non lo confonderei con l'amore.

Platone, nel Simposio, lo ricorda ancora meglio:"l'amore non è desiderio del bello... ma di procreare e dare alla luce nella bellezza" [206 e].

ld

giovedì, 19 gennaio 2006

Illusione dei sensi(sti)

Guido, il papa ha parlato di farmaci che nascondono la gravità dell'aborto.

Così c'è subito chi è saltato su sostenendo che la Chiesa vuole che le donne soffrano sotto i ferri.

La reazione più immediata è stata quella di legare gravità e sofferenza, e risolvere l'emergere della gravità nella dimensione della sofferenza. Non capisco questo scivolamento se non nell'inseguimento di un'illusione: tolta la sofferenza, tolta la gravità.

ld

martedì, 17 gennaio 2006

La sezione e il call center

Chissà quando Boselli capirà di aver fatto la cazzata. Aveva quattro secondi al tg. Adesso manco quelli perché li deve dividere con una serie di prime donne: la Bonino (che anche quando si ritira a fare lo stilita in Egitto lo fa in diretta telefonica con Bordin), Pannella (con i suoi interventi lampo di due ore di cui inizia a scusarsi per il tempo che ruba dopo il primo quarto d'ora), Capezzone (con la sua media di sette-otto comunicati stampa al giorno).

Boselli ha pure accettato il simbolo della Rosa nel Pugno: lui pensava di fare il Mitterand, perché così gliela hanno venduta, ma in pratica è come se si fosse messo in fila nella Lista Pannella.

Boselli e Intini si vedranno fagocitati nella broda pannelliana e faranno la fine che hanno fatto la stragrande maggioranza dei dirigenti del Partito Radicale: se vogliono contare qualcosa dovranno andare altrove.

I radicali non sono strutturati in sezioni: sarebbe un'ingessatura per un'organizzazione market oriented, "servono solo a litigare" dice Pannella, e del resto è tutto più efficiente se uno decide e gli altri eseguono. I socialisti, invece, sono strutturati in sezioni da sempre. La classe dirigente socialista, radicata nel territorio, si è ritrovata con l'operazione già decisa e conclusa. Ma il socialista autentico non è uno reclutato da un call-center. Immagino l'incazzatura.

La immagino quando immagino un socialista che immagina che si ritroverà assieme a dei radicali lunatici abituati solo ad aspettare il segnale per mobilitarsi dietro parole d'ordine di campagne monotematiche. Immagino la classe dirigente socialista capace di governare comuni, province, regioni che si ritrova come punti prioritari del programma eutanasia e abolizione del concordato ("del Craxi"). Immagino l'incazzatura.

Vedremo, a  febbraio c'è il congresso dello Sdi. Per adesso c'è l'appello degli intellettuali "che la rosa nel pugno non si spenga sul nascere". Io invece consiglierei di spegnere. Di spegnere la miccia, prima che scoppi!

ld

martedì, 17 gennaio 2006

Hand made.

Guido, ieri ho maneggiato per avere il servizio mybloglog.com. E oggi non funzionano bene i commenti. Mi appello a Hume.

ld

lunedì, 16 gennaio 2006

Costa Rica

Luigi,

grande concordia tra Benedetto XVI e la comunità ebraica italiana.

Nessuno ne parla, ma c'è un altro Paese in cui la Chiesa Cattolica sta ritrovando l'accordo con i fratelli (o fratellastri) maggiori.

Un Paese geopoliticamente strategico. Quale? Il Costa Rica.

GdC

domenica, 15 gennaio 2006

Papisti in Tibet

Caro Luigi,

prima di continuare sui gesuiti, ti segnalo una cosa.

Clicca qui. 

Sai chi è l’uomo della foto? No, non è un affiliato alle triadi cinesi. Pare sia uno dei preti che una volta ogni morte di Papa riescono a raggiungere il paesino di Cizhong, nella parte del Tibet che confina con la regione dello Yunnan.

Cizhong ha poco più di mille abitanti ed è un’incredibile enclave cattolica sul tetto del mondo.

E’ il frutto di una missione francese arrivata lì a metà ’800 e poi ritiratasi a causa delle persecuzioni delle autorità buddiste (nel 1905 due sacerdoti ci lasciarono la pelle. Arrivarono poi dei missionari svizzeri, ma dovettero andarsene per l’invasione cinese del Tibet. La storia comunque la trovi qui).

Il toccante racconto dell’ultimo Natale celebrato a Cizhong è uscito a dicembre su un’agenzia di stampa cinese.

Qui, poi, trovi una bella testimonianza fotografica. E’ il blog di un americano che ha ripercorso gli itinerari battuti da Joseph Rock, un botanico ed esploratore che fece diverse spedizioni in Tibet tra gli anni ’20 e ’40. E che ha pensato bene (il blogger) di riportare le foto di questa sperduta avanguardia cattolica nel Paese del Dalai Lama.

GdC

giovedì, 12 gennaio 2006

IHS

Caro Luigi,

il filone classico di critica al Concilio, diciamo di matrice lefebvriana, mi ha spesso interessato per dei dettagli, ma nel complesso mi ha sempre lasciato freddo.

Ho sempre visto in chi si concentra ossessivamente sul Concilio, visto come causa della crisi successiva, una posizione speculare di quella di Alberigo & soci, con il loro Vaticano II di rottura e “alba di una nuova Chiesa” (magari mi è dispiaciuto che siano stati scomunicati i valorosi membri della Fraternità di San Pio X e non quelli della scuola di Bologna, ben più meritevoli di un tale provvedimento. Questo sì).

Chi crede che sia stato il Concilio ad aver causato l’infarto che ha colpito la Chiesa negli anni ‘60, stroncando nel giro di pochi anni le comunità di Paesi storici per la cattolicità (Germania, Francia, Belgio, quell’Olanda che fu fucina di missionari, per citare i casi più impressionanti) è più che miope. E’ come chi voglia ricercare le cause dell’ictus di Sharon (lasciamo stare la pulsa denura) in quello che aveva o non aveva mangiato la sera prima.

In realtà, se la Chiesa invece di fiorire è collassata è perché era già debilitata da lungo, lunghissimo tempo. In modo spesso poco visibile, certo, ma non meno reale.

La stessa cosa vale per la Compagnia di Gesù. Com’è noto le bizzarrie, le provocazioni, le idee ereticali, la contestazione delle gerarchie ecclesiastiche, ecc. sono diventate nel dopo Concilio un suo tratto identificativo. Negli Stati Uniti, per esempio, i gesuiti da braccio armato del Papa sono diventati sinonimo di promozione dell’omosessualità, di cristianesimo hippy, di pauperismo tossico alla Don Ciotti, ecc. E anche qui, la diagnosi che generalmente viene fatta di questa metamorfosi è che i gesuiti “sono cambiati” in concomitanza del Concilio e del suo “spirito” (in senso etilico).

La versione forse più popular di questa diagnosi è un libro degli anni ’80, famosissimo negli Usa, “The Jesuits and the betrayal of the Roman Catholic Church”, scritto da uno dei tanti geniacci cresciuti in seno alla Compagnia e poi usciti per contrasti con l’Ordine: Malachi Martin.

Colto, già docente al Biblico a Roma, dotato di una penna da bestsellerista (con i suoi thriller mistici ha dato più di uno spunto a Dan Brown) Malachi Martin ha fatto un racconto della svolta della Compagnia di Gesù nel ‘900 che si tracanna tutto d’un fiato (altro che Codice da Vinci). Un libro ricco di dati, ottimamente confezionato, aderente al vero. E che tuttavia ha un limite pesante, che ne inficia non i dettagli, ma il quadro generale. E alla fine la tesi di fondo. L’idea, cioè, che fino all’altro ieri i gesuiti fossero buoni, bravi e fedeli e poi…un colpo di Teilhard De Chardin da una parte, di Rahner dall’altra, le briglie della Compagnia finite in mano a quel comunista di padre Arrupe …gli stessi gesuiti sono diventati disubbedienti e cattivi.

Più lucido un giudizio di Vittorio Messori, raccolto in Pensare la Storia. Secondo cui “Attorno alla Compagnia di Gesù aleggia un ‘mistero’ che le consuete categorie non sono in grado di penetrare del tutto”.

Scrive Messori:

Per stare ad alcuni esempi: le terribili Provinciali di Pascal (letta la prima, il Superiore dei gesuiti in Francia fu colto da un attacco apoplettico e dovette essere salassato sette volte..) sono un’ingiustizia, seppur rivestita dallo smalto del genio, o sono una legittima protesta in nome della serietà del cristianesimo?

Ancora: aver stroncato, con una decisione papale del XVIII secolo, il progetto di “inculturazione” dei missionari della Compagnia in Asia fu un errore disastroso di Roma o fu invece (come sostenevano gli altri Ordini) l’indispensabile difesa dell’identità cristiana?

Per continuare: fu resistenza profetica o cieco anacronismo la resistenza della Compagnia, per tutto l’800, a difesa dell’intransigentismo romano e a rifiuto di ogni modernità? Ebbe ragione la Civiltà Cattolica del 1873 che non volle dare notizia, se non reticente, della morte di un “cattolico liberale” come Alessandro Manzoni o hanno ragione quei gesuiti di oggi impegnati nelle più spericolate “aperture” non solo culturali ma anche politiche?

Ma gli interrogativi, qui, sono senza numero: la soppressione della Compagnia, nel 1773, fu una gratuita iniquità cui fu spinto un Papa ostile e debole, pressato dalla congiura dei philosophes anticristiani, o fu una meritata punizione per avere ceduto a una volontà di potenza ormai lontana dall’umiltà richiesta a seguaci del Cristo sconfitto e crocifisso? Se i dizionari di tutte le lingue alla voce “gesuita” indicano non soltanto il significato di “membro della Compagnia di Gesù”, ma anche altri significati poco lusinghieri, ciò avviene per una diffamazione di potenti nemici o per una vox populi nata da una realtà?

Ancora, qual è il “vero” gesuita? è Sant’Ignazio stesso che restò in Europa solo per ripiego, il sogno inappagato della sua vita essendo il promuovere una crociata contro il Turco o almeno il recarsi con i suoi discepoli in Oriente per convertirvi i musulmani? O il “vero” gesuita è quello impegnato oggi nel più tollerante e irenico degli ecumenismi?

Spiegare il senso delle apparenti contraddizioni che attraversano tutta la storia della Societas Jesu non è solo importante per capire l’identità dell’Ordine. Ma, data l’importanza dell’Ordine negli ultimi 400 anni, per capire quale sia stato quel “colesterolo” che ha indurito le arterie della Chiesa è l’ha portata all’infarto post-conciliare.

GdC

mercoledì, 11 gennaio 2006

Mi manda Odifreddi

Caro Guido,

vorrei essere depennato dalla fidaty card. Che faccio, chiamo l'Uaar?

ciao, ld

martedì, 10 gennaio 2006

Hijab

Luigi,

non ti nascondo la mia simpatia per le donne musulmane che rivendicano il diritto di indossare l’hijab.

Non per un mio ghiribizzo personale. Ma perché in casa, in Chiesa, anche quando apro il portafoglio, mi ritrovo davanti l’immagine dolcissima di un’altra donna che lo indossava: Maria.

E mi tornano in mente le donne che ho fatto in tempo a vedere in tante campagne d'Italia, con la loro modestia, la loro solare femminilità. E i loro hijab mariani.

GdC

domenica, 08 gennaio 2006

Eurabia

Il settimanale di Dell’Utri, Il Domenicale, osanna sull’ultimo numero Oriana Fallaci.

Pare che la figlia di Dell’Utri (a sinistra nella foto), che di nome fa Araba, abbia manifestato qualche preoccupazione.

GdC

sabato, 07 gennaio 2006

Cartigli

Caro Guido,

c'è sempre meno Antico Testamento nelle nostre chiese. 

Ad esempio, nelle chiese degli ultimi cinquant'anni, ma anche in quelle costruite precedentemente, sono sparite le figure dei profeti (e delle sibille) con i loro cartigli. Eppure non c'è chiesa medievale, spesso anche quelle più piccole, che non presenti la figura di Isaia (o della Sibilla Cumana).

E l'assenza di Antico Testamento fa male, all'Antica come alla Nuova Alleanza.

ld

giovedì, 05 gennaio 2006

Gesuiti danzanti

Luigi,

sollecitato anche dall'amico Marco, sui gesuiti prometto di arrivare presto al punto (magari nel week-end, quando avrò un attimo di respiro).

A latere ti segnalo un paio di link, che possono essere una paradossale introduzione alle riflessioni che mi hanno ispirato una decina di pacchetti di sigarette, e che spero di riuscire a trasmetterti in forma comprensibile.

Poco ricordato è un particolare apostolato della Compagnia di Gesù, a partire dalla Francia di Luigi XIV: quello del balletto. Come se fossero stati ispirati dalle riflessioni sulla danza di Baldassarre Castiglione, col suo Cortegiano, anche i figli di Sant'Ignazio cercarono di usare il balletto per formare ed elevare i rampolli dell'aristocrazia francese. Lasciando una traccia nell'evoluzione di questa forma artistica.

Quel tipo di pastorale ha ancora dei continuatori negli Stati Uniti, come padre Bob VerEecke (anche se più orientato al serial tv Saranno Famosi che al Castiglione, così a occhio). E qualcuno in India. In forme che però possono lasciare un po' spiazzati.

 

GdC

mercoledì, 04 gennaio 2006

Cose penultime

Caro Guido,

penso che gli interventi di Blondet siano da leggere. Anche tu lo segui sempre con interesse. Le sue fonti sono bene informate e vale sempre la pena ascoltarle. Ma con precise distinzioni.

L'altro giorno ha tirato fuori la storia su Karol Wojtyla Katz. E' vecchia di 15 anni, comunque almeno fa intravvedere la complessità della storia della Polonia. Ma quello che dice oggi non sta né in cielo né in terra. Leggilo: Wojtyla sarebbe frankista. C'è del vero in quanto dice, sulle ambiguità di Maritain e di Theilard de Chardin e compagnia bella. Ma non può buttare tutto. Soprattutto quando dagli aneddoti si passa al pensiero.

Blondet prende e rovescia l'umanesimo cristiano. Che poi è quello di cui accusa la parte avversa. Per finire nell'assurdo. Faccio un esempio. L'altro giorno mi ricordavi di quanto Guardini diceva dell'Ascensione e di come abbia letto in questo fatto un'elevazione del corpo umano, della sua fisicità addirittura ferita dai chiodi, dentro la Trinità. Che passione deve aver avuto Dio per l'uomo se alla sua colpa ha risposto con tale dono! Felix culpa - si disse. Cosa devo pensare di Guardini, un debosciato vaticansecondo pure lui? E  Cristo, frankista pure lui?

Blondet sta andando fuori tiro. Pensa a cosa gli avevano fatto scoperchiare con gli Adelphi della dissoluzione. E lui su cosa si fissa: sui frankisti. Con questa storia Blondet si è cristallizzato. Ipnosi da cose penultime. Come vedere il complotto giudaico da tutte le parti. Sai come la penso. Non è certamente il popolo ebraico il problema, e neppure la sua élite. Per ragioni storiche e culturali, alcune loro famiglie hanno fatto da contabili dell'oligarchia. Hanno sempre, da Mosé e Giuseppe, frequantato i palazzi e spesso hanno tenuto i cordoni della borsa. Ma non sono l'oligarchia.

Alla base delle considerazioni di Blondet torna sempre un errore (che tu già descrivesti): pensare che essendo la Chiesa Cattolica sia il Verus et Novus Israel questo implichi che il legame privilegiato tra gli ebrei e Dio sia caduto. Mentre un legame rimane come viene spiegato nella lettera ai Romani (11, 25-32) "quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Gli ebrei sono amati da Dio “a causa dei Padri”. E' un legame questo che non decade e come tali meritano una particolare considerazione da parte dei cristiani. A meno che San Paolo non sia frankista pure lui.

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mercoledì, 04 gennaio 2006

W l'Italia

Da segnalare grazie a un gentile lettore questa analisi sulle privatizzazioni presa da Proteus. E poi Geronimo impareggiabile.

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lunedì, 02 gennaio 2006

La Banda dei cinque

Su Draghi e Ciampi, in questi giorni incensati da Via Solferino, sarebbe da ritrovare (ma on-line non ci sono riuscito) l'articolo pubblicato il 27 gennaio 1997 dal Corriere della Sera, intitolato La Squadra del '92 e scritto da Ivo Caizzi. Ricordo che era un paginone intero, con disegno al tratto che ritraeva Ciampi, Draghi, Amato, Barucci, e Dini. La Banda dei cinque, insomma.

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