Caro Guido,
sono terminate le olimpiadi invernali. Da parte mia, ormai mi dedico solo al fondo. Ho abbandonato lo sci alpino da quando sulle piste sono comparsi quelli dello snowboard, quelle sventagliate di ragazzini imbecilli (senza baculum) che scendono su tavole mal sagomate.
Sono entropici, come i loro ragionamenti che capita di sentire. Ammesso che sappiano parlare. Sanno solo andare in discesa. E della montagna conoscono solo la discesa. Se li butti giù per un tunnel è la stessa cosa, basta che scivoli. Si vestono come se potessero fare a meno di camminare. Tanto qualcuno o qualcosa li trascinerà in alto. E’ la montagna ridotta a luna park, dove l’importante è l’adrenalina della velocità: da caricare e scaricare, andando su e giù. Come la musica che ascoltano: un inizio, una fine e quattro note in mezzo che si ripetono.
La montagna io la misuro in ore e giorni, loro in giri di giostra. Certo anche lo snowboard richiede fatica. Ma pure i muli faticano. E’ una fatica che non insegna. La montagna insegna il coraggio prudente ed è triste mungerne solo spavalderia. “La montagna avvicina a Dio e ne rivela come poche altre creature la maestà, la bellezza, la provvida potenza (Pio XI, 1933)”. E quelli là, furbissimi, si avvicinano per allontanarsene, tra gridolini e piroette, più in fretta possibile.
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Luigi,
anche la musica rock ha il suo Coscioni: si chiama Jason Becker, è americano, ed è ormai una leggenda per i cultori della chitarra elettrica.
Nato nel 1970, a 16 anni era già considerato un fenomeno. Venne scoperto dal più noto talent scout del settore, Mike Varney, che lo mise al fianco di un altro teenager fuoriclasse, il chitarrista hawaiano Marty Friedman (diventato poi famoso con un gruppo spazzatura, i Megadeth, che non ha reso molto giustizia alla sua classe, vedasi gli ottimi album che ha poi realizzato da solista).
Tra l’87 e l’88 (a 18 anni!) Jason Becker incise due dischi con l’amico Friedman e uno da solo, Perpetual burn, tutti e tre delle piccole perle del virtuosismo con la sei corde. Nel 1990 David Lee Roth, dopo aver lavorato con chitarristi come Eddie Van Halen e Steve Vai – cioè il massimo allora in circolazione – lo volle al suo fianco per un nuovo album.
A vent’anni Jason era entrato nell’olimpo della chitarra elettrica.
Fu però durante le prove per il tour con David Lee Roth che il novello Paganini iniziò a sentire un insolito affatticamento alla gambe e alla mani. In breve gli venne diagnosticato il morbo di Lou Gehrig, o sclerosi laterale amiotrofica, la stessa di Luca Coscioni.
Una carriera finita e una vita pietrificata.
Oggi Jason Becker vive con la sua famiglia in California, immobile proprio come era Coscioni, ma in una condizione che pare essersi stabilizzata dal 1997. Ha un sito (questo) dove tiene aggiornati i suoi fan sulle sue condizioni e dove continua a dispensare consigli di tecnica chitarristica.
Non risulta che sia diventato pannelliano.
GdC
Luisito,
visto che sono tornati fuori i gesuiti, mi permetto un’aggiunta gustosa.
Non c’è il solo gesuita enologo che ti segnalavo. C’è anche il gerontologo, il super esperto di informatica, il fotografo professionista, il pittore (gay, ahimé) di icone bizantine, l’astrofisico, il biologo molecolare, l’ordinario di letteratura, il salvatore (dalla strada) di rapper neri e ispanici, il compositore di musica liturgica hippy, il massismo conoscitore vivente di aramaico, lo skateboarder, il cappellano militare… e questo solo negli Stati Uniti.
Li trovi tutti qui, in un sito che, bisogna dare atto agli SJ americani, è molto ben fatto e accattivante.
Così come bisogna dare atto agli SJ tutti, pur nella loro crescente eterodossia, di essere riusciti nella loro storia ad infilarsi in ogni tipo di specializzazione e professione possibile e immaginabile, con risultati spesso di eccellenza. Come probabilmente desiderava Sant’Ignazio.
GdC
Carlo Flamigni, in non so quale polemica con Mons. Sgreccia, ha voluto ribadire che l'embrione è un agglomerato di cellule. Così è, dice lui. Anzi, per la scienza, lo è in modo incontrovertibile. Quindi, chi crede che ci sia qualcosa di più, lo creda ma non impedisca la libertà di ricerca scientifica, eccetera eccetera.
Caro Guido, il fatto, però, è questo: per la scienza, anche Carlo Flamigni è un agglomerato di cellule. E lo è in modo incontrovertibile quanto un embrione. Se quindi qualcuno crede che in questo tocco di scienziato ci sia qualcosa di più, lo creda pure. Ma a nessuno venga impedito di mozzargli i peli del culo: sarebbe un attentato alla libertà di ricerca scientifica.
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Luigi,
tanto per fare un intermezzo su temi più ameni.
Sai che nei giorni scorsi si è celebrata ad Adelaide, in Australia, la giornata mondiale del malato. L’inviato e rappresentante del papa era il card. Lozano Barragan, che – furbo! – ne ha approfittato per far visita alla cantina di John May SJ, membro onorario dell’Australian Wine Industry.
Se vuoi fare anche tu un giro nelle cantine della Compagnia di Gesù, puoi cliccare qui.
GdC
Caro Guido,
tu (ri)chiudi il cerchio.
Da un lato, Gerusalemme, Atene, Roma. Dall'altro, Tiro, Venezia, Londra.
Buone anche per una filosofia della storia, sono le due opzioni descritte in Dt 30,15-20. E una è più forte dell'altra.
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Caro Luigi,
inutile dirti che condivido un po’ tutto quello che hai scritto. Aggiungo che come a te, pensando al vero volto della democrazia “radicale” viene in mente il bestialismo di Nietzsche, a me – sarà perché siamo in tempo di carnevale – torna in mente Venezia. La nostra Venezia esoterica...
Non molti sanno, infatti, che il famoso Essay on the Principle of Population (1798) di Thomas Malthus – pietra miliare per Pannella e i tanatofili di Rientro Dolce, oltre che per David Ricardo, Charles Darwin …– fu il riporto inglese di un libro dell’economista veneziano Giammaria Ortes, Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto all'economia nazionale (1790).
Ortes è una figura straordinariamente interessante quanto poco conosciuta. L’ennesimo campione in quella sequela di finti religiosi, spie e menti sopraffine con cui Venezia ha influenzato l’evolversi dell’Europa in senso anticattolico ben oltre la perdita della sua leadership economica, tra ‘500 e ‘600.
Toh che caso: uno dei pochi che si sono ricordati di lui è stato un vecchio amico di Calasso, uno di quelli che hanno fatto da ponte tra Einaudi e Adelphi e che la sapevano assai lunga: Italo Calvino.
Ad Ortes Calvino ha dedicato un ritratto nel suo Perché leggere i classici.
GdC
Caro Guido,
vorrei dare una breve sintesi di quanto scritto in questi giorni su radicali e Malthus. E ci può aiutare uno che divideva i forti e i deboli, nobili e plebei, in base a chi rimaneva in piedi con lo scalpo in mano. Scriveva Nietzsche in Umano, troppo umano di una chimica delle idee e dei sentimenti: “ma che avverrebbe se questa chimica concludesse col risultato che anche in questo campo i colori più magnifici si ottengono da materiali bassi e persino spregiati”?
La girandola di magnifici colori, le parole altisonanti, le nobili battaglie non violente, l’affermazioni di diritti come eutanasia, ricerca scientifica (mai che si sbraccino per la ricerca sul nucleare), procreazione assistita (non cura della malattia ma eliminazione del malato), aborto, legalità (law and order), ecologismo, anticlericalismo, non sono comprensibili nella specificità della modalità radicale se non all’interno di uno scenario vincolato dalla necessità di una soluzione maltusiana al problema della c.d. bomba demografica. Si basano, insomma, sulla combustione di un materiale più basso, solitamente nascosto dai bagliori dei fuochi artificiali; si basano su una concezione dell’umanità definita come animalesca, capace solo di riprodursi nella carne e incapace di sfamarsi tutta in una ciotola troppo stretta.
Bisogna scendere a due miliardi in cento anni, dice Pannella. Sei troppo buono gli dice Guido Ferretti. Non ce lo possiamo permettere. Bisogna essere più intransigenti. Vorrà dire meno dittature e più epidemie?
Ecco, io spero solo una cosa. Siccome questi qua ci saranno ancora a lungo (alla faccia di Malthus), mi auguro solo che si abbia almeno il buon gusto di farla finita di chiamarli ogni volta “campioni” e “sale” della democrazia con tutto quel vocabolario di nobili colori. E se proprio dobbiamo chiamarli, li si chiami becchini. Che il requiem hanno già iniziato a farlo ascoltare, tutti i giorni.
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Guido, non so se hai visto il commento di Alberto Licheri di Rientro Dolce nel post qui sotto. Ci tiene a ribadire che Pannella, o comunque la sua tesi, è liberale e libertaria, non coercitiva, basata sull'informazione e sulla sensibilizzazione.
A me la faccenda non torna. Perché l'obiettivo che si pongono non è da poco: dobbiamo tornare a due miliardi di persone! Scartiamo l'ipotesi che il metodo scelto possa essere sensibilizzare coniando slogan tipo: single è bello, senza figli è bello, figlio unico è bello. Lo troverei, oltre che di una tristezza desolante, un po' poco incisivo, a dir poco ingenuo. Il problema è: in quanto tempo raggiungere questa soglia ideale? Proviamo a ragionarci.
A) Più si mira a tempi brevi e più sono necessari interventi decisivi, risolutori ovvero più deve aumentare la mortalità, à la Bertrand Russell per intenderci, e si devono invocare guerre e pestilenze varie.
B) Più si mira a raggiungere l'obiettivo in tempi lunghi e più sono necessari interventi e controlli limitativi, rigorosi, inappellabili nel numero di figli ammessi.
Insomma o guerre o dittature. Alla faccia del liberale. Ma è l'altra faccia del radicale.
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Caro Guido, adesso ho capito. EuropaQuotidiano è stato troppo severo. Gira e rigira La Rosa nel Pugno non è sbilanciata sui diritti civili e su uno stanco anticlericalismo. No, ha anche delle proposte che pongono al centro la questione sociale e un preciso programma economico.
Prima di tutto ha l’obiettivo di ridurre la popolazione a due miliardi di persone. La proposta si basa su un metodo preciso che gli esperti della Rosa nel Pugno chiamano “salta un giro”. E’ facile, si fa così: la nostra generazione non fa figli (che altrimenti si aumenta ecc. ecc.); ma, assicurano, li potranno fare i nostri nipoti. Ok. Lo so cosa pensi. C’è un ancora problemino logico da risolvere, ma la Bonino ha detto che ne parlerà con Cappato, lui ne parlerà con i cervelloni che ha radunato oggi e qualche cosa inventeranno.
Secondo punto. Vanno tassati quelli che si riproducono bestialmente, ovvero le famiglie numerose, ovvero le famiglie con figli. Perché consumano, sporcano e inquinano di più. Fanno scoppiare la bomba demografica. E magari sono pure cattolici.
Terzo punto. Chi non ha figli verrà detassato. Perché consuma e inquina di meno. Sono previsti incentivi per non fare figli. Si prevede quindi la casa gratis alle coppie omosessuali (che qualcosa più di Zapatero s’ha pur da inventare). Al posto dell’ora di religione, ci si mette l’educazione sessuale che fa tanto Copenhagen e ‘na volta al mese si manda in giro Silvio Viale col banchetto a prescrivere ricette di Norlevo. Altro punto fermo, ribadito fermamente da Boselli, è la Scuola pubblica, la scuola pubblica, la scuola pubblica. E bastano cinque anni di Pannella ministro che della prima elementare se ne può già fare a meno.
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Caro Guido, nel post qui sotto mi chiedevo: chi può essere contrario?
Solo chi pensa che uno di meno è meglio. Che la torta è poca e siamo in troppi. Che incombe la bomba demografica. In breve, i malthusiani.
Malthusiano è il principio ispiratore di tutta la cultura radicale. Basta ascoltare le lezioncine radiofoniche di Luigi De Marchi. O leggere l’ultima sparata di Marco Pannella. Patetica nell'appello, ma utile per capire. Da bravo marcionita ce l’ha con chi si moltiplica bestialmente. Cultore della sodomia non per nulla, se la prende con gli aiuti alla famiglia. Con le sovvenzioni, con le detassazioni alle famiglie numerose. Auspica invece “una politica demografica di rientro dolce”. Prima che ci tocchi fare, dice lui, come i nazisti e i cinesi.
Sai cosa significa rientro dolce? E’ uno slogan. E completo suona così: “per un rientro dolce a due miliardi di persone”. Chi lo ha pensato veramente, come Bertrand Russell, sa che l’unico mezzo che funziona è una qualche peste nera ogni generazione. Quindi, o sono degli sprovveduti o fregano.
Il fatto, poi, è che proprio il ritorno, in tempi apprezzabili, a un terzo della popolazione attuale sarebbe il vero shock ecologico.
Il malthusiano ti mette sempre di fronte alla catastrofe. Il sofisma è nel concetto di risorse. Queste sarebbero fisse ed esauribili. La verità è che non sono fisse e quindi non sono esauribili. Se Pannella e Aurelio Peccei fossero vissuti al tempo dei “cacciatori e raccoglitori” avrebbero gridato che erano troppi già allora. Perché caccia e bacche permettevano la sopravvivenza ad un numero limitato di persone per chilometro quadrato. Il fatto è che poi l’uomo spostò il limite dato dalle risorse esistenti scoprendo l’agricoltura. Questa a sua volta ha un limite, ma non è il limite.
Quello che manca quindi ai malthusiani è innanzitutto una nozione adeguata di uomo: non riescono a spiegare la sua capacità creativa, la capacità di spostare il limite, quello che la tradizione biblica chiama “imago dei”. I malthusiani si rifanno piuttosto alla tradizione fenicia. Alla cultura mercantile, finanziaria e fisiocratica, che al massimo riesce a concepire la magia usuraia di creare soldi dai soldi. E, come i fenici, pensano che per vivere bisogna sacrificare i più deboli.
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Caro Guido,
se tutti riconoscono che è un dramma, perché non cercare di evitare il dramma? Perché non cercare altre soluzioni?
Non tutte le donne sanno che possono non riconoscere il figlio. Non riconoscere non è facile, ci mancherebbe. Ma come opzione mi sembra il male minore rispetto all'annientare chi andrebbe riconosciuto.
Certo, c'è il giudizio della società. Si può far finta che non ci sia stato nulla. In effetti è più facile. Complicato, invece, è andare al lavoro col pancione e poi dire che non si è riconosciuto il figlio. Vuoi mettere quello che direbbe la gente. Meglio annientare. Guadagnare nove mesi e fare come se non ci fosse mai stato nulla.
Si sono fatte campagne per l'uso degli anticoncezionali. Ma, quando capita, quando ormai la creatura c'è, che si fa?
Perché non fare un campagna di comunicazione, un lavoro di sensibilizzazione, affinché la donna (o la coppia) che decide di portare avanti una gravidanza non si senta criminalizzata se poi non riconosce il figlio. Dopotutto una vita salvata può essere la gioia di un'altra famiglia.
Chi si può opporre a una campagna del genere?
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Caro Guido,
tutti concordano che l'aborto è una sofferenza, un dramma. Quasi tutti concordano che non è un diritto. Alcuni lo considerano il male minore.
Tutti sanno che con l'aborto si sopprime una vita umana. E' questo sapere che lo rende un dramma. Alleviare la sofferenza fisica di chi abortisce è possibile. Ma come alleviare la sofferenza non fisica?
In parte ci stanno provando, con la RU 486. Il claim era: sarà così facile che potrete abortire andando a sciare. Ma ci sono ancora dei problemi. Alla fine la donna si ritrova da sola, con un aborto lungo tre giorni, emorragie e l'espulsione del feto fatto in stato di coscienza. Il pericolo di morirci, per la madre, è 10 volte superiore. Per il feto non cambia. L'unico vero vantaggio è che costa meno.
Un giorno comunque ci sarà. Il mifepristone sarà denunciato come superato, come roba da barbari per le sofferenze e le complicanze che arrecava. Al suo posto ci sarà qualcosa d'altro e sarà come bere bicchiere d'acqua, senza complicanze né residui.
Ma non avremo alleviato ancora la sofferenza. Perché rimane quel sapere. L'unica è intaccarlo. Renderlo docile, innocuo. Come se non ci fosse mai stato. Nascondere. Abortire senza neanche sapere di abortire. Qualcosa che c'è non c'è. E se c'è, è niente. Fare come se niente fosse. Allora, non avremo eliminato la sofferenza (ineliminabile perché quel qualcosa comunque c'è) ma avremo alleviato la sofferenza.
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PS Nel frattempo, in Australia è andata come è andata.
Caro Guido,
Sandro Magister torna su Romano Amerio. Anzi, fa di più. Anticipa, allude, avvicina. Benedetto XVI, con la sua attenzione alla questione della verità, mostrerebbe una sintonia con gli scritti di Amerio che sostengono il primato della verità sulla carità.
Amerio e il suo tradizionalismo sono sfuggenti. Ne avevi già parlato. Curioso invece che Magister proponga questo improbabile avvicinamento. Da Lugano, dove viveva, non è certo mai arrivato un segnale di apprezzamento per gli ultimi due papi.
Basterebbe leggere gli scritti del discepolo di Amerio, Enrico Maria Radaelli. E come si scaglia contro Ratzinger e il lavoro della Pontificia Commissione Biblica sulla questione dell'Antico Testamento.
Quindi, che fa Magister? Di certo, sta lavorando sul fianco destro: da un lato attacca duro i Legionari e dall'altro propone Amerio. Guido, qui lo scenario si sta facendo interessante.
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Caro Luigi,
abbiamo parlato dei gesuiti. Ma c’è un’altra famiglia religiosa che cela un “mistero” e su cui varrebbe la pena riflettere un po’: la famiglia francescana.
So che recentemente sei stato ad Assisi, città che anch’io ho visitato tante volte, l’ultima un paio di anni fa. Probabilmente sei stato in quel luogo magico che è la cripta della basilica di San Francesco, con la tomba del Santo e attorno quella dei suoi primi compagni. Io ogni volta che vado ad Assisi non manco di visitarla, fermandomi qualche minuto a pregare. E ogni volta mi sale al cuore una sorta di stupore, per qualcosa che è davvero poco spiegabile dal punto di vista umano.
Francesco è stato un uomo semplicissimo (carismatico, ma di figure carismatiche ce ne sono state un’infinità nella storia della Chiesa). Senza particolare cultura. Morto a poco più di quarant’anni d’età. Avendo quindi operato, dal momento della sua conversione, per un periodo di tempo brevissimo, soprattutto se si pensa alla lentezza della vita nel ‘200: vent’anni circa (ma neanche, se si tolgono il suo pellegrinaggio in terra Santa e i lunghi periodi di eremitaggio). Un uomo che non ha fatto cose sbalorditive agli occhi del mondo (pure l’ordine dei minori sembra sia nato senza che lui lo volesse più di tanto). Che ci ha lasciato, come documenti, poche paginette. Un uomo di cui, in fondo, sappiamo poche cose storicamente certe.
Ebbene, lasciamo pure da parte il passato, quello che i francescani hanno realizzato, il loro essere stati la più grande fucina di santi della storia, ecc. Guardiamo al presente: a 800 anni di distanza (!) dalla misteriosa esperienza mistica di Francesco, i suoi figli spirituali costituiscono ancora la più grande, ramificata e diffusa famiglia religiosa della Chiesa cattolica, se si sommano frati minori, cappuccini, conventuali, suore delle più svariate congregazioni tra clarisse e francescane, missionarie e contemplative.
E’ vero che pure loro hanno vissuto e vivono tutta la confusione, lo sbandamento e l’inaridimento del tempo post-conciliare.
Ma, a differenza di altre realtà, tra loro continua un fenomeno che è ormai una costante da otto secoli. Il fatto che i singoli rami del francescanesimo si possono rinsecchire e venire eventualmente potati, ma la pianta continua a germogliare. Un po’ come le eterne sequoie di Yellowstone.
Di esempi se ne potrebbero fare tanti. Però uno in particolare merita di essere segnalato, non foss’altro perché sta facendo parlare di sé negli Stati Uniti.
Si tratta dei francescani del rinnovamento, nati nel 1987 a New York da otto frati cappuccini che desideravano “lavorare ad una riforma personale e comunitaria nella Chiesa Cattolica” (anche se fra gli otto il vero leader era ed è Fr. Benedict Groeschel, frate psicologo).
Un giornalista francese, Luc Adrian, ha scritto su di loro un libro uscito anche dalla San Paolo: “Dio nel Bronx”, essendo il Bronx la loro Assisi, da dove sono partiti, assieme al ramo femminile di suore. Come sono questi novelli figli di san Francesco? Eco-progressisti, tutti dialogo pace e amore à la Nichi Vendola? No. Sono ortodossi nella dottrina, radicali nello stile di vita, votati all’apostolato e all’evangelizzazione senza timori reverenziali.
Il che – “ovviamente” direbbe l’amico Bernardo – sta regalando loro vocazioni e frutti spirituali in nove Paesi.
GdC