Caro Guido,
Magister pubblica un articolo di Pietro de Marco sull'arte e sullo spazio sacro: è un confronto tra il duomo di Monreale e la chiesa "di Meier" a Tor Tre Teste. Stefano Borselli l'aveva già pubblicato nel suo numero speciale. Essendoci modifiche e aggiunte entrambi gli articoli sono da leggere. Sì perché ad esempio, su Il Covile c'è un riferimento all'importanza di non leggere l'iconografia solo come biblia pauperum ma piuttosto come presenza, discorso per me vitale, ma che non viene più citato esplicitamente sul secondo articolo.
De Marco analizza la svolta aniconica delle chiese contemporenee. Pensavo di chiedergli un'analisi dell'opera di Wallinger collocata in Duomo, e un'eventuale idea sul da farsi se giudicata inadeguata. Ora quest'articolo non è semplicemente e linearmente traslabile, ma di risposte iniziano ad esercene già parecchie. Con tanto di proposta eversiva:
"Ogni chiesa siffatta tornerà ad essere spazio sacro se la “plebs sancta”, il popolo dei fedeli, prenderà il coraggio di rompere l’incanto perverso dell’interno bianco, vuoto, spiritualistico più che spirituale, reintroducendo eversivamente “brutte” statue del Sacro Cuore, una grotta di Lourdes, una grande immagine di padre Pio, una teca con un corpo di cera di un Santo, degli ex voto, le candele e una Via Crucis; insomma quello che c’è in ogni chiesa che non sia stata denudata dal purismo di parroco e parrocchiani, o di qualche ufficio di curia".
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Luigi,
sottopongo alla tua attenzione un altro esempio di arte contemporanea cripto-sacra. Migliore, penso, di quella wallingeriana che hai magistralmente smontato e demolito.
Quest’estate esce negli Stati Uniti il nuovo film di Mel Gibson, Apocalypto, di cui è giù visibile il sito con relativo e molto interessante trailer.
La storia, come sai, riguarda il tramonto o collasso della civiltà Maya. Molti si sono chiesti quale sia il senso di un argomento del genere dopo l’esperienza di The Passion. Bene, dagli indizi che Mel ha seminato qua e là nelle pochissime interviste rilasciate finora e soprattutto dal provino che puoi scaricare, il senso c’è, ed è riconducibile ancora una volta, sotto sotto, a Cristo.
Si tratterà, vedrai, del ritratto di una civiltà apparentemente magnifica e imperitura, che invece è crollata dall’oggi al domani, non lasciando praticamente più tracce (vive). E questo non per colpa dei cattivi spagnoli – mera causa esterna o comunque semplice goccia che ha fatto traboccare il vaso – ma per via della metamorfosi maligna del proprio senso religioso, della dispersione dei propri principi e della corruzione dei propri costumi.
I sacrifici umani che probabilmente saranno presenti nel film e fanno gridare qualcuno allo scandalo preventivo, saranno un po’ la sintesi di tutto ciò. Vedrai.
Ovviamente ogni riferimento di Mel all’odierna civiltà occidentale è puramente voluto.
GdC
Se l'opera Via Dolorosa di Wallinger risulta inadeguata, vedo aprirsi almeno tre ordini di questioni:
1. di fronte all'opera che si rivela inadeguata non si può che invitare Wallinger a ri-vedere, a ri-pensare da artista la propria opera, per convertirla;
2. se l'artista non accetta, se si reputa insindacabile e autoreferenziale, l'opera o viene smantellata o viene trasformata da un altro artista. Se quanto iniziato da Wallinger venisse continuato, ci si inserirebbe dentro un cammino antico e nobile: anche il Duomo di Milano passò attraverso molte mani e molti ripensamenti. Non ci sarebbe scandalo, ovvero inciampo. Anzi, sarebbe coerente con la natura di fabbrica del duomo e di via dolorosa;
3. qualora l'opera fosse intoccabile, immodificabile in quanto appartenente alla Provincia di Milano e concessa solo in comodato permanente al Duomo, allora saremmo di fronte a un altro segnale del problema che coinvolge la figura del committente e la comunità cui (non) si rapporta, ovvero dell'abdicazione dal ruolo di committente effettuata dalla comunità dei fedeli.
Il vero pericolo è che Via Dolorosa rimanga lì così com'è, per sempre, come pubblicizzato. A invecchiare come una cantina.
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p.s. qualcuno ha l'indirizzo email di Don Garbini?
La Chiesa, soprattutto nel suo polmone occidentale, non si è mai legata ad uno stile. Poiché l’arte è dono dello Spirito Santo, l’artista non può precludere un esito.
Ma non tutta l’arte sacra è cristiana. Questa ha una sua specificità. Infatti non è che qualsiasi cosa vada bene. Per essere cristiana deve annunciare Cristo: fosse anche solo la croce posta in cima a un obelisco monolitico. La tensione al sacro di ogni tempo, per il cristiano, trova compimento nel segno di Cristo.
Segno: è segno inciso e segno che rinvia. E’ l’incarnazione e la trasfigurazione.
E’ quindi la via dell’analogia. La forma è attraversata dall’eccedenza dello splendore e allo stesso tempo lo incardina affinché non risplenda equivocamente.
Wallinger fa dell’incarnazione (prendendo il momento particolare della passione) un pre-testo: la assume (e fin qui sono d’accordo con porphyrios) come cornice, come condizione di possibilità e limite del darsi dell’opera. Ma per rimanere nell’indeterminato. Quella cornice, intesa come condizione e insieme limite dell’opera, può valere tutt’al più come ragionamento dell’arte sull’arte. Come lo può essere, ad esempio, un ragionamento sulla materia condizione e limite del darsi di ogni opera d’arte. Ma che lì ci sia la pellicola della passione è un pre-testo. Non entra nel testo. Non entra nell’evento di un Dio che è entrato nella storia. Rimane un discorso dell’arte sull’arte (tanto quanto guardarsi un film dei fratelli Cohen).
Con via dolorosa non c’è memoriale, ma solo un’evocazione indeterminata. Il nero lungi dall’aprire alla ricchezza tematica della trasfigurazione rimane nella totale equivocità: quel nero può essere proiezione di tutto e il contrario di tutto.
Dio che muore può essere bestemmia o scandalo, ma innanzitutto è. E in quanto è, è concepibile. Invece Wallinger lo rende impensabile e irrappresentabile. Scambia la ricchezza semantica della contemplazione della croce per il silenzio dell’equivocismo. La Pentecoste ridotta a muta Babele.
Senza audio, senza verbo, nel nero della piccola sala di proiezione, nel solipsismo della sala buia che nasconde perfino il corpo del prossimo (ultimo ritaglio di confronto con il reale, non per niente lì mandò per il mondo a due a due), su quel nero non rimane che proiettare il proprio sentimento. Il resto, esperienza e ragione, è tagliato fuori. Quello che il sentimento da solo può fare, è una proiezione del sacro inteso come tremendum.
Forse da quel nero possono saltare fuori fauni e demoni, fantasmatici folletti e chimere, o al massimo, se guardiamo alle esperienze passate, un capobanda arruffapopoli fallito.
Certamente non dice nulla di Maria che sta, in piedi, di fronte alla croce. Non dice nulla di Giovanni. Non dice che lì è sorta la Chiesa. Non dice del centurione che riconosce “Questo veramente è il figlio di Dio”. Non dice nulla di queste trasfigurazioni perché ha già reso impossibile la trasfigurazione.
Spero si capisca che non sto sostenendo che l’arte si deve fermare al presepe. Sto dicendo, come ha espresso molto bene piccolo Zaccheo, che l’arte sacra è cristiana se contempla l’incarnazione, la trasfigurazione. E l’ascensione.
Non a caso l’occidente cristiano si fa erede del naturalismo dell’arte greco-romana e sviluppa elementi realistici, anatomici, la prospettiva lineare. Lo splendore eccedente dell’eterno si dà configurato entro lo spazio e il tempo. E questo naturalismo non manca di misticismo: ogni cosa del creato lo si può riferire al creatore, ogni cosa è scala per salire al trono.
L’arte cristiana, accanto all’incarnazione e alla trasfigurazione partecipa dell’ascensione di Cristo. Ogni cosa è elevata in dignità se nella Trinità il corpo di Cristo viene glorificato senza nascondimento delle ferite dalla croce. Non solo il corpo umano è nella trinità, ma è un corpo ferito!
L’arte cristiana è ostensorio della dignità conferita alla materia da un Dio creatore che si è fatto creatura. Di contro, la Via dolorosa, spazio avulso sottratto al Duomo, si sottrae, impalpabile. Non occorre andarci, vederla o percorrerla. E’ un brevetto che basta depositare.
Luigi Demiet
PS L'inadeguatezza dell'opera di Wallinger apre a (almeno) tre ordini di questioni che proporrò quanto prima.
Ho messo qui a lato un banner (ho cercato di adattare alla meglio un'idea di Rubytuesday). Partendo dal caso emblematico dell'opera di Wallinger nel Duomo di Milano, è un invito a interrogarsi sull'arte cristiana. E se l'invito verrà raccolto da qualche altro blogger, magari sarà possibile far tornare all'opera e sull'opera i diretti responsabili. Chi vuole può prendere da qui quello che gli pare (se aggiunge di suo, meglio ancora). Intanto, ringrazio Stefano Borselli che ha citato l'intero post nella newsletter de' Il Covile.
Aggiungo solo che sulla Via Dolorosa ho trovato questo giudizio autorevole di padre Andrea dell'Asta, gesuita e direttore della Galleria San Fedele di Milano: "Le scene della sua vita ci sono consegnate da una comunità di credenti. Non certo per negare un racconto, ma al contrario perché possiamo prendervi parte. Mark Wallinger nega questa possibilità. Fatto che appare ancora più strano proprio nella cattedrale milanese, quando san Carlo Borromeo prestava così attenzione al ruolo dell’immagine nella vita del credente. Questo aspetto appare un limite fondamentale del video dell’artista inglese. Certo, ci esclude dalla visione di un film convenzionale, al quale nessuno ha mai chiesto di partecipare. Ma non ci permette di prendere parte al mistero della vita del Figlio di Dio". Che lui abbia scritto questo e che la videoinstallazione sia installata lì dove sappiamo, la dice lunga sull'impresa.
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Caro Guido, cari amici,
dal 22 settembre 2005, nella cripta del Duomo di Milano c’è una videoinstallazione opera di Mark Wallinger, artista inglese. L’ha acquistata la Provincia di Milano e l’ha ceduta in comodato alla Veneranda Fabbrica del Duomo. Starà lì per sempre, lo ha detto Mons. Luigi Manganini Arciprete del Duomo di Milano.
La videoinstallazione, dal titolo Via Dolorosa, la chiamano cappella. Sarebbe meglio dire che è un box nero. Uno spazio chiuso, sottratto e reso avulso dal resto della cripta e del Duomo. Un box grande pochi metri cubi, ci staranno sì e no una quindicina di persone. Dentro è buio, le pareti di compensato e cartongesso sono nere. Sulla parete in fondo, grande circa 3 metri x 2, vengono proiettate alcune scene del film di Zeffirelli Gesù di Nazareth: i 18 minuti che rappresentano la passione. Solo che il 90% dello schermo, il 90% delle immagini, sono oscurate da un grande rettangolo centrale completamente nero. Affiora solo la parte esterna dell’inquadratura, come una cornice di luce. Tutto il resto è nero. Non c’è audio.
Al centro di questo box, ci sono tre panche. Mi sono seduto. Ho guardato. Ho assistito. Ho visto. E non ho visto quanto non è vedibile.
Il luogo è sempre vuoto. Qualcuno fa capolino, ma è solo per andarsene subito dopo. Nessuno si ferma in quel box che hanno chiamato Via Dolorosa. Nemmeno chi l’ha pensata, fatta, pagata, montata, inaugurata, promossa. Nessuno. Ne sono sicuro. Per un semplice motivo. Quel rettangolo nero assieme a quegli scampoli di immagini laterali che si muovono tutt’attorno disturbano l’equilibrio e provocano un effetto di nausea. Insomma, è impossibile resisterci. Ho provato a pensare che fosse un effetto voluto, ma sarebbe ridicolo.
E’ una via dolorosa che non si lascia percorrere, e neppure interrogare. Semplicemente si lascia evitare.
Il discorso
Questa videoinstallazione non è un’opera, ma un discorso. L’opera non interessa, tanto è vero che non va neppure fruita. Ciò che importa è il discorso sull’opera. Alla fine non si discosta dalla furbizia di quasi tutta l’arte contemporanea: la materia lavorata è solo occasione per parlarci sopra, per giocarci, per provocare, per organizzarci aperitivi. La materia formata è ridotta a semplice presenza. Non può dire nulla perché assorbita totalmente dalla soggettività dell’artista. L’artista, ennesimo rivendicatore di diritti, rivendica la propria autonomia, insindacabile. Lui la vede così, punto. Non c’è mediazione e quindi non c’è comunicazione. Perché non c’è nulla da condividere, ma solo affermazione. L’artista apre la finestra e grida quello che vuole. Questa è arte. Anzi, arte è il suo aprire la finestra. Punto.
Annullata la mediazione, reso impossibile il linguaggio artistico rimane il discorso che accompagna l’opera. Il discorso non è gestito dall’artista, ma dal suo curatore e dal suo ufficio stampa. In assenza di un linguaggio artistico in cui riconoscersi, il discorso vale non per quello che afferma ma per la forza di colui che lo afferma.
Detta in soldoni, in questo caso, è l’agenzia ARTache che ha avuto la forza di proporre/imporre il proprio discorso.
Stefania Morellato di Artache dice, anzi discorre: l’installazione è “un segno vertiginosamente sporto verso il futuro, un segno che non corrisponde esattamente al bisogno figurativo di una catechesi dogmatica (sic), ma alla domanda dubbiosa del viandante del Terzo Millennio che entrando in Duomo guarda la realtà con gli occhiali scuri”.
Oltre il discorso. Argomentazione
Più interessante quanto dice Don Luigi Garbini, che non si ferma al discorso: per lui la Via Dolorosa assegna all’arte un’attitudine alla spiritualità; con tanto di ricerca di salvezza, affidata da Wallinger ai brandelli di luce; a questi dobbiamo affidarci perché è il dato stesso della fede che è stato affidato alla povera cronaca frammentaria e non univoca; la narratività che ci viene offerta è tutta al negativo, prevale l’oscurità; perché a noi non ci è dato di mettere il dito nelle piaghe, non possiamo più toccare con mano. Al viandante di oggi non rimane che una libera scelta: credere oppure no. Dopotutto, chi se la sente di dire che il toccare con mano sia più originario dell’introspezione e dei sentimenti?
Secondo Don Garbini, dunque,a seguire Wallinger rimane soltanto la vertigine di un salto nel buio. Solo questo può essere la fede.
Ne concludo che Wallinger è un Bultmann in formato fieristico.
Limiti dell’argomentazione
Se tutto è affidato al soggetto, Wallinger non ha ragione (perché non la chiede) ma risulta il più forte. Si entra in chiesa per finire nel box nero. La ragione è tagliata fuori. L’esperienza non conta. Rimane tutt’al più un sentimento. Il brandello di luce non testimonia l’esistenza della luce ma solo quel poco che serve per dire che non c’è più luce. L’unica opzione che rimane è un sentimento. Ovvero rimane l’arbitrio che decide se quel brandello di luce valga o meno. Ma perché debba valere o non valere non lo dice. Se vuoi credere che quella luce conta qualcosa, devi crederlo non per quanto la luce fa vedere. Fideismo.
La storia sparisce perché Wallinger la approccia col sentimento. Il sentimento è furfante e sbadato, perché ruba e poi perde quanto rubato. Ma non si tratta di contrapporre all’opera di Wallinger la storia della Chiesa, quella storia che il box nero occulta. Si tratta piuttosto di comprendere cosa siano la ragione e l’esperienza. Perché il discorso che riduce a brandelli il farsi carne dell’annuncio evangelico ha prima ridotto a brandelli la ragione e l’esperienza.
E’ necessario quindi riaffermare ragione ed esperienza, le loro condizioni di possibilità e la loro capacità conoscitiva. Fino a mostrarne la forza elenctica. Solo così quello che il sentimento può confondere per un rettangolo nero, può invece risultare ricchezza semantica. E’ necessario partire dal patrimonio teoreticamente forte e storicamente ineludibile del realismo cristiano.
Già e non ancora
Una cosa che colpisce è quanto quest’opera sia sgrammaticata per quanto riguarda la sua collocazione. Il box si trova vicino alle reliquie di San Carlo. “E’ la prima volta che succede, è un evento!” esulta Artache.
Le cripte sotto l’altare sono luogo per le reliquie dei santi. Le ossa inaridite non sono brandelli di cenere. E non stanno lì perché aspettano fideisticamente la vita nuova che avverrà con la resurrezione. Ma aspettano la vita nuova della resurrezione perché il santo con la sua vita ha testimoniato una trasformazione che è già stata. La santità è la testimonianza di una vita già trasformata. Il compimento avverrà perché la vita nuova è già avvenuta. La santità non è un brandello, ma il segno di un’interezza che è già stata data, testimonia un già avvenuto e in forza di quel già testimonia un non ancora che dovrà avvenire. Crediamo nella resurrezione perché abbiamo visto chi è già risorto.
Le reliquie dei santi stanno vicine all’altare. Perché l’altare è il luogo dell’Eucarestia, il pane vivo. Il cristianesimo non è nostalgia. Gesù Cristo è la vita che si è fatta visibile (1GV 1,2). Si è incarnato. E ci ha lasciato il suo corpo e il suo sangue. La storia ha mostrato e annunciato nell’arte Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore perché l’arte è estensione della sua incarnazione. I sacramenti sono segni efficaci, sono presenza. E l’arte ha una dignità che è quasi sacramentale.
Gesù ci ha lasciato lo Spirito Santo. La creatività dell’artista è un dono dello Spirito Santo. Presenza efficace della sua azione. Da un lato c’è il mistero della Grazia con cui agisce lo Spirito Santo, dall’altro la testimonianza dell’artista cristiano di un agire dello Spirito Santo. Pur se soffia dove vuole, bisogna rendere testimonianza dello Spirito. La creatività è misteriosa, ma c’è. L’artista, soprattutto se cristiano, non può non testimoniare la forza creativa dello Spirito Santo. Non si tratta di esaurire il mistero della Grazia, ma di testimoniarne la presenza. E soprattutto di non soffocarla dentro un’icona nera.
Se Wallinger afferma la nostalgia di un non più, tutta l’arte cristiana testimonia il già e non ancora.
Proposta
Non sono qui a rivendicare diritti. Non sono un consumatore. Sono un fedele. So che chi ha scelto di mettere quell’opera ha fatto una scelta meditata e pensata per servire la comunità e i credenti. Chiedo però, per amore alla Chiesa, che è storia di fede e di ragione, che i responsabili si interroghino se quella installazione non abbia già esaurito il suo senso.
A Schaffhausen un migliaio di anni fa hanno demolito una bellissima Chiesa ritenuta inadeguata perché nel frattempo era sorta l’esperienza di Cluny.
Non c’è nulla di male a ritornare sui propri passi. Anzi quanto fatto può e deve rientrare nella fondazione e nella rifondazione di un linguaggio artistico cristiano. Che non è mai qualcosa di concluso. In questo, lo slancio e il coraggio di intraprendere azioni, fossero anche erronee, sono più utili di un rigido immobilismo e di una reiterazioni di linguaggi morti.
Per questo mi sembra che la cosa più ragionevole da dire, che possiamo dire, sia:
Caro Wallinger, la vita si è fatta visibile. Converti la tua opera perché testimoni esperienza e ragione. Se è vero che non è un sepolcro nero ma arte viva, allora trasformala, da artista. Torna nel Duomo, lavoraci ancora, perché diventi vita che testimonia la vita.
Luigi Demiet
Caro Guido, ti giro una lettera di Cardini che non ha trovato spazio nei giornali. E non stento a crederci.
Non è che Cardini ha bisogno della nostra tribuna. Mi preme piuttosto sottolinearti la seconda parte della lettera, dove Cardini riporta analisi e proposte di una vecchia conoscenza: il generale russo Ivashov. Ne riconoscerai subito la precisa influenza.
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Una denunzia nel silenzio
di Franco Cardini
3 marzo 2006
In questo paese, in Italia, nel marzo del 2006, sta accadendo l’incredibile. Sta accadendo sotto gli occhi di tutti e nella generale indifferenza: al massimo, lo si fa oggetto di qualche miserabile speculazione elettorale alla vigilia della competizione del 9 aprile prossimo. Ma il problema è serio e inaudito. Qui la destra e la sinistra non c’entrano.
Chi scrive non è l’ultimo arrivato. Egli si è rivolto a tutti i sette quotidiani sparsi per tutta Italia ai quali abitualmente collabora chiedendo di poter denunziare l’accaduto con la massima energia: perché si tratta di emergenza. Gli si è opposto concordemente, sia pur con motivi e con tono differenti, la barriera del silenzio.
Lancio allora quest’appello, per chiunque voglia e possa accoglierlo.
Credo che tutti i cittadini ancora dotati d’un minimo di senso civico e di carità di patria si siano trovati a disagio dinanzi allo spettacolo della visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nei giorni appena trascorsi: specialmente dinanzi alle sue dichiarazioni di fedeltà incondizionata all’alleato statunitense iterativamente pronunziate, l’1 marzo dinanzi al Congresso degli Stati Uniti e il 2 successivo a bordo della portaerei in disarmo Intrepid, ora museo navale di Manhattan. Secondo il quotidiano “La Repubblica” del 3 marzo stesso, p.6 – al quale va attribuita la responsabilità di eventuali false o difettose citazioni – il Presidente del Consiglio avrebbe usato espressioni quali “Il nostro compito è quello di convincere tutti i paesi democratici a seguire l’America nella diffusione della libertà, che è l’unico modo per avere il benessere”; avrebbe affermato che la battaglia per la democrazia sarà vinta “solo se trasformiamo il mondo in un’a ltra straordinaria America”; avrebbe affermato che il nostro “dovere è stare insieme all’America per portare avanti la guerra per la nostra libertà”; e avrebbe addirittura esplicitamente approvato l’ipotesi dell’one shot, l’attacco militare come ultima soluzione contro un paese che voglia usare armi di distruzione di massa, con ciò allineandosi sulle posizioni più oltranziste degli estremisti neoconservatori. Mi chiedo e chiedo al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale se in queste parole non sia ravvisabile qualcosa di ancor più grave d’un’inaccettabile dichiarazione di sudditanza nei confronti d’una potenza straniera, sia pur alleata.
In un paese ancor dotato d’un minimo di senso di dignità nazionale e di consapevolezza di che cosa significhino libertà e indipendenza, queste parole avrebbero provocato non solo unanime sdegno, ma anche immediata apertura di un’inchiesta di colui che le ha formulate. Si sono viceversa avute solo fiacche reazioni politiche da parte degli avversari di Berlusconi; e, cosa ancor più incredibile, silenzio o addirittura assenso da parte di quelle forze della “Destra” che fanno parte del governo e che si presentano come tutrici dell’identità, dell’onore e degli interessi nazionali.
Opportunismo e complicità non possono arrivare fino a questo punto.
Ma, ancor più grave di questo, è stato un altro episodio che denunzio attingendo sempre al medesimo quotidiano e lasciando ad esso tutte le responsabilità sull’esattezza di quanto è esposto. Nello stesso 3 marzo, a p.4, “La Repubblica” ha pubblicato un articolo a firma di Ferruccio Sansa nel quale si riferisce di una scelta e di una dichiarazione del Ministro della Giustizia Roberto Castelli che, se esatte, sono di una gravità estrema.
I fatti.
Il 17 febbraio del 2003 alcuni agenti della CIA sequestravano in territorio italiano, a Milano, l’imam Abu Omar per interrogarlo in Egitto. L’inchiesta aperta al riguardo dalla Procura di Milano si chiudeva con l’accusa circostanziata a 22 agenti della CIA, la ricerca dei quali si estendeva dunque, in via di diritto, a tutti i paesi dell’Unione Europea e del mondo. In seguito a un’indagine circostanziata durata due anni, e sulla base di numerosissime e pesanti prove, è emerso un panorama inquietante: dati riguardanti voli aerei gestiti dalla CIA per operazioni “coperte” in Europa, e relative complicità degli organi ufficiali preposti alla nostra sicurezza, sono emersi in Germania, Svezia, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Francia, Spagna. In tutti questi casi, si è configurata una violazione della sovranità territoriale di tali paesi.
Come è stato testimoniato dal Procuratore capo di Milano Armando Spataro, che ha seguito l’inchiesta relativa ai 22 agenti della CIA, lettere della Procura che invitano il Guardasigilli a inoltrare agli Stati Uniti la richiesta di estradizione degli indiziati sono state ripetutamente inoltrate. Il Ministro può decidere di non dar luogo a tale richiesta: ma è per legge obbligato a fornire una risposta ai richiedenti.
L’atteggiamento del Guardasigilli, a tutt’oggi, è inaudito e intollerabile. Egli non solo non ha risposto alle legittime sollecitazioni, ma ha attaccato duramente sul piano politico e personale, dai microfoni di Radio Padania il Procuratore Spataro accusandolo di essere “andato a new York e al Parlamento Europeo a parlar male del governo”, di avere “scavalcato i suoi superiori” in ordine alla procedura di sollecitazione della risposta relativa all’inoltro di richiesta d’estradizione degli agenti della CIA e infine dichiarando di non fidarsi “dell’imparzialità di questo magistrato che si è sempre schierato a sinistra. E la sinistra, si sa, è antiamericana”.
Ma più grave e intollerabile ancora è stata un’osservazione del Ministro, nella medesima sede radiofonica, a proposito di quei magistrati che, esaminati i casi di alcuni sospettati di attività terroristiche e averli prosciolti constatando l’inconsistenza degli addebiti loro mossi, li hanno prosciolti. Ponendo in rapporto questi episodi con il caso dei rapitori di Abu Omar, il Ministro – dando per scontato che i magistrati, prosciogliendo i sospetti di terrorismo, abbiano agito contro il loro dovere e contro la verità obiettiva – ha affermato. “Quale immagine diamo? Che lasciamo liberi i terroristi che vengono costantemente assolti e ci occupiamo solo di arrestare i cacciatori di terroristi?”.
Da tale dichiarazione si evince che:
1. il Guardasigilli è più preoccupato dell’immagine che l’Italia offre di sé (dove? a chi?) che non della giustizia e della verità obiettive;
2. Il Ministro omette di far il suo dovere accampando giustificazione di carattere formale e procedurale e frattanto da un lato accusa alcuni magistrati di venir gravemente meno ai loro compiti senza peraltro provvedere contro di loro, come dovrebbe fare se davvero convinto di quanto dichiara e in possesso delle relative prove;
3. Il Ministro presenta come cosa obiettivamente sicura che tutti gli indiziati di attività terroristiche recentemente prosciolti siano in realtà colpevoli, senza comunque giustificare tale affermazione, e si dimostra nel contempo del tutto insensibile di fronte al problema della violazione della sovranità territoriale italiana nel caso Abu Omar.
Fin qui si configurerebbe soltanto – ed è cosa inaccettabile, che in un paese serio e civile provocherebbe quanto meno unanime sdegno nell’opinione pubblica e crisi di governo – una situazione di pesante inadeguatezza di un Ministro della Repubblica. Ma dalle dichiarazioni del Castelli, il quale dogmaticamente si uniforma alla tesi complottistica già dichiarata da Bush all’indomani dell’11 settembre 2001, che cioè stia gravando sul mondo una grave, estesa, coerente e profonda minaccia terroristica, traspare qualcosa di più e di peggio: complicità nel presentare un castello di menzogne come una verità obiettiva.
Vorrei al riguardo richiamare un episodio e una serie di dati a ciò collegati.
Il generale Leonid Ivashov era capo di Stato Maggiore dell’esercito russo al momento degli attentati dell’11 settembre 2001.
Avendo vissuto gli avvenimenti dall’interno, egli ce ne ha fornita un’analisi molto diversa da quella dei suoi omologhi statunitensi. Durante un intervento alla conferenza Axis for Peace 2005 e in una successiva intervista egli prendeva fermamente e responsabilmente posizione per una sostanziale inesistenza del terrorismo internazionale, chiamando in causa anche la versione ufficiale degli attentati dell’11 settembre 2001. Egli affermava che quel che fino ad oggi si è visto è stato solo un terrorismo capace di colpi di mano magari gravi ma comunque episodici, non coordinati fra loro, non diretti da un unico centro e strumentalizzato dalle grandi potenze; anzi, che non esisterebbe senza di esse. Contestando il dogma della “guerra mondiale al terrorismo”, nel nome del quale si attenta ormai con evidenza alle libertà dei cittadini (come mostra negli Stati Uniti la vicenda del Patriot Act e altrove la realtà della lotta al terrorismo avanzata come alibi che giusti ficherebbe ogni sorta di atti illegittimi, come appunto i voli della CIA sull’Europa) Ivashov sosteneva che il modo migliore per ridurre gli attentati consiste nel ripristino del diritto internazionale e della pacifica cooperazione sia tra gli stati che tra i loro cittadini.
Il terrorismo si afferma dovunque si esasperino le contraddizioni, dove intervenga un cambiamento delle relazioni sociali; dove si crei un’instabilità politica, economica o sociale; dove si liberino delle potenzialità aggressive; dove intervenga la decadenza morale, dove trionfino il cinismo ed il nichilismo, dove si legalizzi il vizio ed esploda la criminalità.
È la globalizzazione che crea le condizioni per questi fenomeni estremamente pericolosi. All’interno del suo quadro si rimodella la carta geostrategica mondiale; vengono redistribuite le risorse planetarie; vengono ridisegnate le frontiere degli stati; viene stracciato il sistema di diritto internazionale; vengono cancellate o comunque attaccate le identità culturali. L’analisi dell’essenza del processo di globalizzazione, come delle dottrine politiche e militari degli Stati Uniti e di altri paesi, prova che il terrorismo contribuisce obiettivamente alla realizzazione di una dominazione mondiale ed alla sottomissione degli Stati ad una oligarchia mondializzata. Esso non è quindi un soggetto indipendente della politica mondiale, bensì uno strumento, un mezzo per instaurare un mondo unipolare avente un unico centro di direzione globale: è un espediente per cancellare le frontiere nazionali degli stati ed instaurare la dominazione di una nuova élite oligarchica m ondiale, i centri direzionali della quale sono appunto il soggetto-chiave del terrorismo internazionale, i suoi ideologi e i suoi “padrini”.
L’oggetto principale della nuova «élite» mondiale è la realtà naturale, tradizionale, culturale e storica, il sistema esistente delle relazioni tra gli Stati, l’ordine mondiale nazionale e statale della civiltà umana, cioè, in definitiva, l’identità nazionale.
Secondo Ivashov, l’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno caratterizzato da una parte dall’impiego del terrore - attraverso strutture politiche statali e non - come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi politici con l’intimidazione, la destabilizzazione sociale e psicologica della popolazione e con il soffocamento della volontà di resistenza degli organi del potere; dall’altra dal ricorso alla creazione delle condizioni per la manipolazione della politica degli stati e della condotta dei loro cittadini.
Il terrorismo sarebbe pertanto lo strumento di una guerra di nuovo tipo. Esso, così come viene presentato quale obiettivo pericolo dai media, diviene il sistema di gestione dei processi globali. È precisamente la simbiosi tra i media e il terrorismo a creare le condizioni che permettono mutamenti anche clamorosi e repentini nella politica internazionale, colpi di mano contrari al diritto internazionale e al principio della sovranità territoriale degli stati ma giustificati dall’eccezione determinata dalle “ragioni di sicurezza” atte a fronteggiare l’ “emergenza” e insomma modificazioni anche profonde della realtà politica esistente.
Se, in questo contesto, si rianalizzano gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, si possono trarre secondo Ivashov le seguenti, allarmanti conclusioni :
1. I mandanti di quegli attentati sono i circoli politici e gli ambienti d’affari che avevano interesse a destabilizzare l’ordine mondiale e che avevano i mezzi per finanziare quell’operazione. Il concepimento politico di quell’atto è maturato là dove sono apparse tensioni nella gestione delle risorse – finanziarie e di altro tipo. Le ragioni di quegli attentati devono essere ricercate nella collusione degli interessi del grande capitale al livello transnazionale e globale, in particolare nei circoli non soddisfatti dai ritmi del processo di globalizzazione o dalla direzione presa da esso.
A differenza delle guerre tradizionali il cui concepimento era determinata da politici e generali, gli iniziatori della « guerra mondiale al terrorismo » sono stati alcuni oligarchi e i politici da loro dipendenti.
2. Solo i servizi segreti ed i loro capi attuali o in congedo – ma che hanno conservato dell’influenza all’interno delle strutture dello stato – sono in grado di pianificare, organizzare e gestire un’operazione di tale ampiezza. In generale, sono i servizi segreti che creano, finanziano e controllano le organizzazioni estremiste. Senza il loro sostegno, tali strutture non possono esistere – e ancor meno effettuare azioni di una tale ampiezza all’interno di paesi particolarmente ben protetti.
Pianificare e realizzare un’operazione di tale portata è estremamente complesso.
3. Usama ben Laden e «al Qaeda» non possono essere stati né gli organizzatori né gli esecutori degli attentati dell’11 settembre. Essi non possiedono né l’organizzazione richiesta a questo scopo, né le risorse intellettuali, né i quadri necessari. Di conseguenza, si è dovuto formare una squadra di professionisti, mentre i kamikaze arabi hanno svolto il ruolo di comparse per mascherare l’operazione. L’operazione dell’11 settembre ha mutato il corso degli avvenimenti nel mondo, imprimendogli il ritmo e la direzione decisa dagli oligarchi internazionali e dalla mafia transnazionale, vale a dire da coloro che aspirano al controllo sia delle risorse naturali del pianeta, sia delle reti globali dell’informazione, sia, infine, dei flussi finanziari. Quell’operazione ha pure fatto il gioco dell’élite politica ed economica degli Stati Uniti che aspira anch’essa alla dominazione globale.
L’uso del « terrorismo internazionale » mira a conseguire i seguenti obiettivi:
1. Dissimulare i veri scopi di quelle forze, sparse nel mondo, che lottano per la dominazione e il controllo globali ;
2. Sviare le rivendicazioni delle popolazioni e condurle in una lotta dagli esiti incerti contro un nemico invisibile (in quanto inesistente); distruggere le norme internazionali fondamentali, alterare concettualmente espressioni come “aggressione”, “terrore di stato”, “dittatura” o “movimento di liberazione nazionale”;
3. Privare i popoli del loro legittimo diritto alla resistenza armata contro l’aggressione e all’azione contro l’attività occulta di servizi segreti stranieri.
4. Condurre i popoli alla rinuncia della difesa prioritaria degli interessi nazionali; favorire la trasformazione nella dottrina degli obiettivi militari facendola scivolare verso quella che è stata definita, con i metodi e nelle prospettive che abbiamo visto, “la lotta contro il terrorismo” (che diviene un dogma nel nome del quale si dichiara terrorista o alleato e fiancheggiatore del terrorismo chiunque sollevi qualche dubbio nei confronti di esso e della versione ufficiale sulla base della quale lo si definisce); trasformare la logica delle alleanze militari a detrimento di una difesa congiunta e a vantaggio della coalizione anti-terrorista.
5. Risolvere i problemi economici ricorrendo ad una forte costrizione militare col pretesto della lotta contro il terrorismo.
Viceversa, sempre a detta di Ivashov, per combattere efficacemente il terrorismo internazionale – che può essere come si è detto eterodiretto, ma che recluta una manovalanza obiettivamente disposta a perseguire i fini che i leaders terroristici propongono (apprestandosi pertanto, come diceva il vecchio Bertold Brecht, a marciare contro il nemico senza rendersi conto che il nemico marcia alla loro testa) si dovrebbero assumere alcune misure, tra le quali :
1. Ribadire davanti all’assemblea generale dell’ONU che i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale debbono essere rispettati da tutti gli stati, superpotenza compresa.
2. Formare un’unione geostrategica di civiltà (forse, propone Ivashov, sulla base dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, che raggruppa la Russia, la Cina, il Kazakhstan, la Kirghizia, il Tadjikistan e l’Uzbekistan.) in grado di adottare una scala di valori e una strategia diversa da quella fondata sulla NATO ed egemonizzata dagli USA.
3. Unire (sotto l’egida dell’ONU) le élites scientifiche affinché elaborino e promuovano delle concezioni filosofiche dell’Essere umano del XXI secolo e organizzare l’interazione di tutte le confessioni religiose del mondo, in nome della stabilità dello sviluppo dell’umanità, della sicurezza e del sostegno reciproco.
Il generale Ivashov è portavoce degli interessi russi e può esser sensibile al richiamo di progetti utopistici di più o meno vecchio tipo. Ma le cose che ha dichiarato, specie se poste in rapporto con le dichiarazioni di Berlusconi e di Castelli all’inizio del marzo del 2006, non può essere sottovalutato. varrebbe la pena di far di tutto questo oggetto d’una seria inchiesta, nazionale e internazionale.
Guido, la notizia era che il Ppe dal Papa sarebbe stata una notizia da sbandierare ai tg prima delle elezioni. Ma quella notizia non ci sarà, mentre la vera notizia è stata la denuncia preventiva della notizia. E facendo notizia con una paventata notizia hanno fatto quello che dicevano che non andava fatto. Hanno strumentalizzato una notizia.
Così su tutti giornali c’erano Pannella, Bonino, Capezzone, e ancora Pannella, Bonino (no, Capezzone non c’era più, ma in compenso c’era ancora Pannella).
Il perdente silenzioso di questo round è stato Boselli, scartato dalle redazioni. Ce le mette tutta a fare l’anticlericale, ma più di tanto non ce la fa. Insomma è rimasto indietro e appena capisce che sta sparendo, gli toccherà agire e gli toccherà spararla più grossa dei suoi amici. Attendiamo.
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