giovedì, 27 luglio 2006

Letture estive

Caro Guido,

ma andiamo in vacanza! Non vedo l'ora di dedicarmi alla lettura: sull'amaca mi porto l'Ortensio di Cicerone. Sai, lo ha consigliato il Vescovo di Varese.

Vale, ld

martedì, 25 luglio 2006

Sotto il grembiulino, niente

Caro Guido,

da Piccolo Zaccheo è comparso e si pure eclissato un tale che si definisce "cattolico e massone". Da leggere. Il piccolo Zaccheo si è armato di pazienza e ha risposto.

Sto massone è bravo: mena il can per l'aia, vende la pelle dell'orso, guarda in bocca al cavallo donato, fa di tutta l'erba un fascio, tiene per la spina e spande per il cocòn. Se ne va in giro a trovare quello che trova, lo prende per la coda e te lo porta dicendoti che ti è uscito dalla scarsella. E guai a dirgli no grazie, mai vista questa roba.

Il fatto è che quando il fratello muratore stringe e parla della sua arte, casca il palco. Le solite quattro panzane farlocche e confuse. Vantano segreti e conoscenze superiori: ma anche ‘sti massoni, cosa vuoi che tengano sotto il grembiulino, il noumeno? Parlano di conoscenze iniziatiche e faticose. Sì certo anche mandar giù la garzantina a fascicoli è faticoso. Ma di eclatante, cosa vuoi che sappiano i massoni! Niente. Niente di Niente. Nozioni. Nozioni su nozioni. Ma un'ideuzza da lì non è mai uscita perché non ne hanno mai prodotte. E poi si dicono costruttori di cattedrali! Entri a casa loro ed è il regno del cartongesso. Scale e colonne, porte strette e costumi da cappa e spade, indovinelli e scacchiere bianche e nere: le logge massoniche sono il gardaland dell’enigmistica.

Ecco, sui distinguo, sul mischiare, sul rinfacciare, sul confondere qui sì, invece, che gli gira bene. Alludere, questo imparano i grembiulini. Far credere chissà cosa, questo è il giochetto. Perché la Massoneria nei contenuti è tutta essoterica, ma fanno credere chissà cosa di esoterico. E facendo credere chissà cosa mescolano e rimescolano, confondono e rinfacciano. Perché questa è la buona causa: sminuzzare e problematizzare. Destrutturare, destrutturare tutto. E ricostruire alla bisogna. Per questo si dicono architetti. La bisogna è il gran segreto. Qui sta l'iniziazione.  

ld

mercoledì, 19 luglio 2006

Andreotti e la Palestina, Israele e l'Uganda

Roma, 18 luglio - Difficilissima la vita per i rifugiati palestinesi in Libano, "credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento, da 50 anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire, sarebbe un terrorista". Lo ha detto il senatore a vita Giulio Andreotti, applaudito da alcuni senatori di Rifondazione comunista, intervevendo nel breve dibattito svoltosi nell'aula di Palazzo Madama sul Medio oriente in apertura di seduta. "Diciamolo pure con molta chiarezza, moralmente credo che sia dovuto fare di tutto quello che si può trovare una strada. L'Onu ha fallito su questo. L'Onu -ha aggiunto Andreotti- ha fatto tante risoluzioni che non sono mai state applicate, allora cerchiamo di riattivare, attraverso il nostro stimolo, un intervento dell'UE. Credo che possiamo farlo e non possiamo assolutamente fare della confusione con i problemi di valutazione di quella che è stata la politica razziale in Italia. Se guardiamo gli atti parlamentari del Senato del Regno dobbiamo concludere che è una vergogna che in questa aula non si sia levato uno solo a protestare contro le leggi razziali nel 1938. Ma guai a non ritenere che bisogna isolare, in questo momento, il problema dei rifugiati palestinesi". (AGI) 
 
Roma, 18 luglio - "Quando alla fine dell'800 nacque il movimento sionista, il suo fondatore, Teodoro Herzl pensò di creare lo stato israeliano in Uganda; probabilmente erano gli inglesi che suggerivano di non pensare alla Palestina". Giulio Andreotti interviene in aula sulla spinosa questione
mediorientale, con ricordi e citazioni di carattere storico che si riflettono tuttavia sulla drammatica situazione di oggi. "Sono stati gli inglesi, nel '48, che hanno invece accelerato perchè non potevano più reggere la situazione della Palestina, creando lo Stato di Israele come è oggi".
E Andreotti, ricordando la presenza della grande collettività di rifugiati palestinesi in Libano, lancia l'idea di ipotizzare per questa collettività di rifugiati nel Paese dei Cedri "un insediamento in qualche parte del mondo che crei per loro una vita nuova. Ne ho parlato l'altro giorno col segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, in commissione Esteri, suggerendogli di studiare questa ipotesi. Non so se sia possibile però penso dovrebbe essere quantomeno studiata. Penso che sia importantissimo che si dedichi ai taxi e ai notai; ma non dobbiamo togliere dall'odg, prima di tutto morale, della nostra politica nazionale, questa sensibilità verso il problema della Palestina, perchè tale problema non solo può recare danni a tutti ma moralmente ci dovrebbe impegnare di più".
Il senatore a vita ha proposto di trasferire in aula in Senato la prevista comunicazione del ministro degli Esteri in programma per giovedì della prossima settimana. E parlando del problema Israele-Palestina ha aggiunto: "Non vogliamo dimenticare il passato dinanzi al Muro del Pianto, quando mi domandarono il mio avviso dissi che, quando erano gli ebrei gli ammalati, chi non era al loro fianco mancava ai propri doveri morali, perchè il medico deve essere accanto all'ammalato. Adesso è certamente più malato il mondo palestinese". (ANSA)
giovedì, 13 luglio 2006

Del Noce: da Augusto a Fabrizio

Del Noce non mi piace un gran che, anche se riconosco in lui degli spunti validi e una buona volontà di fondo. Tra i motivi della scarsa stima ne scelgo due.
 
Il primo è di natura filosofica: il filone moderno che Del Noce ha provato in qualche modo a riscattare, quello di Cartesio-Malebranche-Vico-Gerdil-Gioberti-Rosmini non regge. Uno sforzo generoso, ma che non porta molto lontano. So che il Nostro stimava Cornelio Fabro, temo che non si sia confrontato abbastanza con i suoi studi.
 
Il secondo motivo è che anche Del Noce come Samek Lodovici – e, vista la sua fama, in modo più grave – è stato usato e depistato. Proprio lui, tra l’altro, che aveva rilanciato il concetto di eterogenesi dei fini.
Un personaggio che lo ha fortemente influenzato è stato per esempio Giacomo Ca’ Zorzi (e poteva mancare il veneziano?) alias Giacomo Noventa. Una figura complessa quella di Noventa, con una biografia poco esplorata che si snoda in mille rivoli, incontri, viaggi, contatti, ecc. Fu un personaggio molto importante, anche se defilato, nel milieu letterario e filosofico a cavallo della seconda guerra mondiale. Il milieu che contava, ovviamente. Legatissimo ad Adriano Olivetti, ebbe un ruolo strategico nella nascita delle Edizioni di Comunità, una delle incubatrici del progetto Adelphi.
Fu Noventa sostanzialmente che fissò l’attenzione di Del Noce su uno spauracchio, quello dell’azionismo torinese. E fu sempre Noventa, con il suo cristianesimo esoterico, che spinse Del Noce, di fronte alla minaccia di un immanentisimo dilagante per via azionista, verso quella “spiritualismo” di cui Comunità, con le sue Simone Weil e i suoi Walter Schubart, fu una propagatrice.
Morto Noventa, a lavorarsi Del Noce nella stessa chiave ci pensò Elemire Zolla, che condiresse con lui una collana per la Rusconi e lo spinse sui lidi di Che cos’è la Tradizione et similia.
 
Volendo essere un po’ cattivi – anche se Del Noce, come dicevo, ha sempre conservato una bona fides e quindi non è bello né giusto infierire – verrebbe quasi da dire che nel figlio Fabrizio si sono solidificati e resi visibili tanti miasmi insufflati dal Nostro nel corso degli anni...
 
GdC
martedì, 04 luglio 2006

Samek Lodovici, combattente depistato

Luigi,
 
sono d’accordo anch’io che i conti non tornano, anche se il pezzo è suggestivo. Mi viene poi una postilla, forse un po’ spiacevole, ma che mi sembra opportuno aggiungere.
 
L’Orfeo di cui parla Blondet è ovviamente Emanuele Samek Lodovici, personaggio di spicco del giro milanese Ares/Opus Dei degli anni ‘70, il cui figlio, Giacomo, si sta scaldando in panchina come futuro intellettuale kattolico (lo trovi su Studi Cattolici, sul Timone, qualche sua lettera esce sul Foglio, ecc.).
 
Di Samek Lodovici senior si tramandano ricordi più che onorevoli. A detta di quelli che l’hanno conosciuto era davvero un sant’uomo, serio umile devoto.
 
Anche a me risulta che esercitò un ruolo di leadership in quel giro di cattolici resistenti allo tsunami post-conciliare di cui parla Blondet. Il suo “Metamorfosi della Gnosi” (Ares edizioni) è circolato come un testo di culto negli ambienti catto-conservatori di allora, il nome di Samek risuonava e risuona tuttora ai testimoni dell’epoca come quello di un profeta, di uno che sarebbe potuto diventare un secondo Del Noce e certamente migliore del primo (non ci vuol molto, si dirà).
 
Proprio qui però sta il problema. Questo sfortunato combattente, certamente uomo di Dio, certamente studioso con buone capacità di lavoro (giovanissimo conosceva bene l’opera di sant’Agostino, che non è poco) prese però dei granchi tremendi. E li fece prendere a molti dopo di lui, causando danni non piccoli.
 
“Metamorfosi della Gnosi” è un testo che trasmette uno zelo per la Buona Battaglia, indubbiamente, ma che letto oggi è, come dire, imbarazzante. Un testo in cui il povero Samek prende come esempi della lotta contro la gnosi personaggi quali Quinzio, Citati o Calasso. Soprattutto quest’ultimo, verso cui il Nostro non nasconde una grande ammirazione.
 
Il motivo di un tale colossale fraintendimento (a cui se ne potrebbero aggiungere diversi altri) è abbastanza semplice. Samek cade in pieno nella trappola della dicotomia materalialismo/trascendenza, progressismo/tradizione, identificando la gnosi con i due primi fattori, riassunti in modo sommo nel marxismo. Ecco allora che la prima produzione adelphiana, con il recupero di fattori “spirituali” e di istanze “tradizionali” (Samek è fortemente suggestionato anche da Guénon) diventa per lui un motivo di consolazione, non accorgendosi che proprio da lì stava per arrivare l’attacco più micidiale al cattolicesimo.
 
Errori di gioventù a cui il Nostro non ebbe il tempo di rimediare, si dirà. Senz’altro. Fatto sta che furono errori gravissimi, anche perché la carica dissolutoria di personaggi come Calasso, che aveva già pubblicato un testo horror come l’Impuro Folle, o di Zolla erano chiarissimi. Bastava leggere.
 
Spiace, quindi, che fra coloro che ricordano questa bella figura scomparsa 25 anni fa nessuno abbia il coraggio di redigere un onesto bilancio della sua esperienza culturale. Non si tratterebbe di mancanza di rispetto, ma di un atto di chiarezza, che potrebbe evitare anche oggi a molti lettori un po' naif di essere depistati.
 
GdC
sabato, 01 luglio 2006

Blondet veterotestamentario

Caro Guido,

Blondet lo chiama Orfeo e sa toccare le corde giuste. Ma quella contabilità che descrive non mi torna.

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