«Come è potuto accadere che una tradizione plurisecolare cristiana abbia potuto diventare l'attuale grottesca carnevalata in stile horror? Il fenomeno Halloween è tutto americano: quell'America dove giunsero milioni di emigrati irlandesi con la loro profonda devozione per i santi, un culto oltremodo fastidioso per la cultura dominante di derivazione puritana, che nella sua attuale versione secolarizzata ha deciso di scartare il senso cattolico di Ognissanti, trattenendo nella cosiddetta Halloween l'aspetto lugubre dell'aldilà, con i fantasmi, i morti che si levano dalle tombe, le anime perdute che tormentano uelli che in vita arrecarono loro danno: un aspetto che si tenta di esorcizzare con le maschere e gli scherzi.
Dagli schermi di Hollywood e dalle irrequiete città americane la brutta messinscena di Halloween è arrivata così da qualche anno nella vecchia Europa: non una forma di neopaganesimo, non un culto esoterico, ma solo una penosa parodia della religiosità cristiana autentica, a fini unicamente consumistici: vendere un po' di prodotti carnevaleschi in più, (il cosiddetto merchandising di Halloween) e spazi pubblicitari nei film dell'orrore mandati sulle reti televisive.
A tutto ciò si può e si deve contrapporre tutto il patrimonio di fede, cultura - e perché no? - di folklore della Chiesa: dalla liturgia alla preghiera di suffragio, dalle visite ai cimiteri ai dolci tradizionali (come "le ossa dei morti"): faremo riscoprire a noi e ai nostri figli assediati dalle immagini horror delle zucche e degli scheletri tutta la bellezza della nostra tradizione millenaria e della nostra Fede». (Paolo Gulisano, Il Timone)
GdC
Qui la ricostruzione della vicenda dell'accordo (che non ci fu) tra neocatecumenali e patriarcato di Mosca.
GdC
L’idea di Calasso è che questa collana rappresenti un unico immenso libro, un lungo serpente di pagine…
“Tiepolo – dice Calasso – fu un esempio perfetto di esotericità. Non c’è in lui una singola parola che tradisca la complessità delle cose che si agita sotto la sua pittura. Un’opera dunque cifrata, segreta, doppia. Tanto leggera e disinvolta quanto invisibilmente drammatica”…
…“Alla domanda sul perché non facciamo pubblicazioni di stretta attualità – dice sempre Calasso – rispondiamo che è molto difficile trovare libri di sostanza in grado di resistere all’urto del tempo. Naturalmente ci sono eccezioni, una di queste è stata Anna Politkovskaja con il suo libro sulla Russia di Putin”...
Caro Luigi, ovviamente non devi perderti l’intervista in ginocchio di Antonio Gnoli a Calasso, su Repubblica di ieri. Quasi che ci avesse sentiti, qualche post fa.
GdC
Il patriarcato di Mosca ha smentito l’accordo con i neocatecumenali che era stato rilanciato da Zenit…
GdC
Scoperta dell'acqua calda, oppure tiepida: il British Empire non è morto, si è solo trasformato.
London: the financial capital of the universe? Si chiede l'International Herald Tribune.
GdC
«Se il vescovo vuole, il Cammino va; se il vescovo non vuole, il Cammino si ferma. Dura legge, ma è la legge della Chiesa. Fortissimi a Roma, in crescendo a Milano, ottimisti a Venezia, cauti e accorti a Napoli: quanto mai varia e dinamica è la mappa del Cammino Neocatecumenale nelle diocesi del nostro paese. In ognuna di esse l’itinerario di formazione cristiana sorto per volontà di Kiko Argüello vive una realtà diversa, fra grandi entusiasmi, brusche frenate e pronti scatti in avanti. Aperture e diffidenze si alternano di diocesi in diocesi, al mutare dei paesaggi e al mutare degli uomini: strettissima intesa a Roma con il vicario del papa per la diocesi Camillo Ruini, rapporti cordiali a Venezia con il patriarca Angelo Scola, lavori di conoscenza a Napoli e a Genova con i nuovi arrivati cardinali Sepe e Bagnasco, e così via passando per i “si” e i “no” pronunciati dai titolari delle diocesi dell’intero paese».
Luigi, così inizia un interessante mini-reportage di Korazym sui neocatecumenali in Italia. Lo segnalo anche per rispondere all'amico che ha fatto qualche rilievo sulfureo sui neocat due post fa. O meglio, lo segnalo per non-rispondere: conosco troppo poco i neocat per esprimere un giudizio serio sui rilievi che vengono loro mossi.
Il poco che posso dire è che sono letteralmente impressionato dai loro frutti e dalla loro forza apostolica (sono certamente la realtà organizzata in più forte espansione nella Chiesa oggi). In più, che alcune delle critiche che leggo nei loro confronti (lavaggio del cervello, settarismo...) ricalcano fin troppo quelle che vengono mosse - non senza appigli esteriori, magari, ma in base ad una incomprensione di fondo - ad altre realtà militanti e meritorie.
Mi fermo qui.
GdC
PS= Qui trovi il file audio di un discorso di Kiko durante il suo incontro con il clero sardo. Qui gli altri file dello stesso appuntamento.
Fossero pochi non cambierebbe nulla. Ma la lista di personalità scientifiche che non concordano con le teorie di Darwin, compilata dal Discovery Institute e aggiornata allo scorso giugno, con circa 600 nomi, fa un certo effetto.
Da tenere nel cassetto.
GdC
Luigi, i giornaloni da noi non ne hanno fatto parola. Tutti presi nel seguire il copione dello screditamento dell’interessato. Il Corriere in testa, con un patetico “affondo” affidato alla penna di Bernard-Henri Lévy.
Il Financial Times, invece, più scrupoloso nella sua rettile astuzia, l’ha buttato lì, en passant. Nella sua cronaca del pranzo al summit europeo di Lahti, in Finlandia, ha fatto notare che Putin, rintuzzando le varie provocazioni che gli sono arrivate tra una “soup” e una “rosemary grilled goose”, ha sottolineato come “EU’s most important challenge is to safeguard Christianity in Europe”. Un’uscita, fa capire il FT, tanto imbarazzante e indigesta per gli euroburocrati quanto la battuta sulla Spagna corrotta o sull’Italia terra natale della Mafia.
Sarà stata una mossa tattica, a sua volta provocatoria. Può darsi. Fatto sta che giovedì scorso è andata in scena a Mosca un’altra riunione di grande interesse, di cui solo Zenit ha dato conto, e che magari ha qualche rapporto con la battuta di zio Vladimir. Cito:
«In base ad un accordo raggiunto con la Chiesa ortodossa russa, il Cammino Neocatecumenale mostrerà ai sacerdoti ortodossi il processo di evangelizzazione seguito da questa nuova realtà ecclesiale.
Lo hanno rivelato a Zenit Kiko Arguëllo e padre Mario Pezzi, iniziatori e responsabili del movimento, che insieme a Carmen Hernández si sono riuniti il 19 ottobre scorso con il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill, presidente del Dipartimento per i Rapporti Esterni del Patriarcato, per stabilire questa collaborazione.
Secondo quanto ha rivelato Kiko, durante l’incontro è stato presentato al metropolita ciò che rappresenta il Cammino Neocatecumenale partendo dai suoi concetti-base, arrivando ad un accordo che includerà in una prima tappa l’insegnamento dei principi di evangelizzazione del Cammino Neocatecumenale, in una seconda l’abilitazione dei sacerdoti ortodossi.
“Non vogliamo in alcun modo fare proselitismo”, ha spiegato padre Pezzi. “Il metropolita Kirill e la delegazione ortodossa che lo accompagnava ci hanno accolti in modo molto cordiale ed erano al corrente del fatto che avevamo informato della nostra visita il Cardinale Walter Kasper”, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. […]
“Nel nostro incontro con il metropolita Kirill, gli abbiamo spiegato che il Cammino vuole che la fede della gente cresca affinché avvenga in lei un cambiamento e possa allora amare. Siamo venuti in Russia per mostrare il nostro amore”, ha detto Kiko Arguëllo.
“In Europa – ha proseguito –, gli uomini stanno abbandonando Cristo e la società è sempre più intrisa di individualismo, per il quale l’importante è la soddisfazione dell’ego, il piacere del nostro io. Nelle chiese rimane poca gente. Per questo Dio prepara una nuova evangelizzazione e la Chiesa ortodossa russa sa che bisogna lavorare ad un modo diverso di catechizzare”.
“La Russia, come l’Europa, ha bisogno di Cristo. Qui ci sono milioni di persone alcolizzate o che si suicidano perché non lo conoscono. Bisogna annunciare il Vangelo, ed evangelizzare vuol dire tirar fuori l’uomo dalla situazione che lo distrugge”, ha spiegato.
Durante la riunione che hanno avuto nella Cattedrale di Mosca, la sera di venerdì 20, Kiko, padre Mario e Carmen hanno ringraziato le quasi 250 persone delle comunità neocatecumenali della Russia e dell’Estonia che si sono riunite in occasione della loro visita per la formazione e il sostegno dei gruppi».
Com’è noto, stretti e molto buoni sono i rapporti tra il Patriarcato di Mosca e Putin.
GdC
Caro Luigi, non c’è solo Verona. Asianews ha dato un giusto spazio al primo Asian Mission Congress, che si è tenuto in questi giorni in Thailandia.
Sono sempre affascinanti le vicende del cattolicesimo in Asia: sanno sempre un po’ di esotico e utopia, spesso di sangue versato ed eroismo.
Padre Bernardo Cervellera, che è andato lì come inviato, riporta alcune testimonianze. Quella “di un musulmano del Bangladesh, Abdus Sabur, segretario dello Asian Muslim Action Network, un’associazione internazionale islamica per lo sviluppo. Sabur ha raccontato della sua collaborazione con altri cristiani, spesso 'più vicini ai poveri rispetto ai musulmani'. Egli ha pure ricordato la prontezza e la fedeltà dei cristiani verso le vittime dello tsunami, primi nel soccorrerli e tuttora presenti nell’aiutarli.
Il p. Jean Tanaka, giapponese, ha parlato della sua esperienza di ricerca nel buddismo, sfociata poi nella conversione e nella sua vocazione di padre domenicano.
È stata poi la volta di un indiano convertito dall’induismo. Aravindaksha Menon, di una famiglia di brahmini, Aveva perso il lavoro e per questo la sua famiglia era ridotta al lastrico. E cercava il perché del suo dolore pregando nei templi indù, senza risposta. Dopo aver superato la tentazione del suicidio per sé e la famiglia, studiando i Rig-Veda, uno dei libri sacri indù, ha trovato una 'profezia' che parlava di uno (Prajapati, figlio di Dio), che avrebbe portato su di sè il male del mondo. È stato un sacerdote brahmino a dirgli che 'solo Gesù è l’incarnazione' di questa profezia. Così Aravindaksha Menon è divenuto cristiano e ora è predicatore laico nel movimento carismatico.
Il cardinale Telesphore Toppo, presidente della Conferenza episcopale indiana, ha raccontato la storia della conversione del suo villaggio natale, Chotanagpur, e del modo in cui centinaia di migliaia di tribali sono oggi cattolici, sacerdoti, religiose e religiosi”.
Ma sfogliando il sito del convegno mi sono imbattuto anche in un’altra storia, semi-sconosciuta, che dà l’idea di quanti gesti di amore eroico ci siano stati e ci siano a quelle longitudini, senza che noi ne sappiamo nulla. Leggi qui:
People like Bishop William Finnemann svd, a naturalized Filipino citizen, former auxiliary bishop of Manila and first Apostolic Prefect of Calapan, Mindoro, are modern examples of living the story of Jesus in their lives: As bishop of Calapan, Finnemann refused to let girls and women be abused by Japanese soldiers. He also refused converting Catholic schools and convents into brothels for the soldiers. Thus, he was imprisoned and finally thrown alive into the sea between Calapan and Batangas on October 26, 1942: “Along the way in the waters between Verde Island and Batangas the soldiers bound his hands and feet, tied his body on a huge rock and dropped him overboard into the depths of the sea.” He was 60 years old. Until today, the people of Mindoro honor Bishop Finneman’s living the story of Jesus and ultimately, giving up his life. Every year on October 26, they would sail out into the sea between Calapan and Batangas to offer prayers and flowers to their pastor who laid down his life upholding their dignity.
Who laid down his life upholding their dignity. Quando si dice un Buon Pastore.
GdC
300, eran trecento giovani e forti e sono morti. Erano spartiati. Nell'occidente, nella Grecia del logos, si dedicavano alla forza, bevevano brodo nero, ammazzavano iloti. Combatterono contro i persiani. Morirono in trecento, alle forche delle Termopili.
L'oriente dispotico minaccia la libertà dell'occidente. Gli spartani rappresentano la chiusura convenzionale, fosse anche tirannica e arbitraria, del sistema occidentale. Con la loro forza, la stessa che ammazzava gli iloti, la libertà si salda in cerchio con la democrazia. Il resto va fatto fuori.
Bisogna combattere. Non possiamo che combattere da Spartani. Non possiamo che vivere e morire da Spartani. I pochi di fronte ai molti. Non guardiamo alle Termopili che tanto ormai lì sono tutti morti o lo saranno tra poco. La loro morte è già bella che fatta. E’ già narrabile, per questo è bella. Bisogna allargare lo scenario (08.32): l'intero oriente, con i suoi copricapi e le sue maschere. Allora sì che si vince. Dopo le Termopili, ci sarà Capo Artemisio, Salamina, Platea, Pericle e Socrate.
Caro Guido, la Warner Bros ci vuole tutti spartani. Prova a dirle di no.
ld
Caro Luigi,
un anno misterioso, questo che è passato, per padre Marcial Maciel e i suoi figli spirituali.
Il 20 novembre 2005, poco meno di un anno fa appunto, il papa beatificava il piccolo martire cristero José Sanchez Del Rio, ucciso nel 1928 all’età di 14 anni durante la persecuzione religiosa in Messico. Il beato José si era unito ad un gruppo di cristeros che avevano la propria base a Cotija de la Paz, pasesino nello stato di Michoacan. Un giorno, durante un rastrellamento, fu catturato dalle milizie governative, che “gli chiesero di rinnegare la sua fede in Cristo sotto la minaccia della pena di morte. José non accettò l’apostasia. Sua madre era straziata dalla pena e dall’angoscia, ma sosteneva suo figlio. Allora gli spellarono le piante dei piedi e l’obbligarono a camminare per il paese, sulla strada verso il cimitero. Lui piangeva e gemeva di dolore, ma non cedeva. Di tanto in tanto si fermavano e gli dicevano: Se gridi, ‘muoia Cristo Re’ ti salviamo la vita. Dì ‘muoia Cristo Re’. Ma lui rispondeva: ‘Viva Cristo Re’. Giunti al cimitero, prima di sparargli, gli chiesero per l’ultima volta se voleva rinnegare la sua fede. Non lo fece e lo ammazzarono proprio lì. Morì dunque gridando, come molti altri martiri messicani: ‘viva Cristo Re!’”.
La citazione che riporto è di Marcial Maciel, che allora aveva otto anni, abitava a Cotija e fu testimone oculare di questo martirio e di altri episodi simili (il fratello della madre, Jesús Degollado, fu tra l'altro l’ultimo e più importante generale cristero, quello che stava portando gli insorti alla vittoria, se non fosse intervenuto il Vaticano imponendo l’armistizio).
Oggi, 15 ottobre 2005, il Papa ha santificato Rafael Guízar Valencia (1878-1938), grande evangelizzatore del Messico durante la persecuzione religiosa.
“Come sacerdote dovette accettare, con grande rassegnazione e spirito d’obbedienza, una pena ingiusta di sospensione a divinis che gli fu inflitta dal suo stesso vescovo, a causa di calunnie e invidie. Successivamente, dovette vivere tra i tumulti della rivoluzione messicana, occupandosi spiritualmente delle truppe delle diverse fazioni.
Sopravvissuto ad un annegamento, scampò miracolosamente a due sentenze di fucilazione. Dovette andare in esilio a causa delle leggi anticlericali e fu missionario in Guatemala, Colombia, Stati Uniti e Cuba. Mentre si trovava in quest’ultimo paese, ricevette la notizia della sua nomina a Vescovo di Veracruz.
Dei diciotto anni in cui fu pastore di questa diocesi vastissima, solo per otto poté risiedervi, a causa delle leggi anticlericali. Attraversò il territorio che gli era stato affidato in varie occasioni, con il mulo o a cavallo, facendo d’ogni visita pastorale una missione che rinnovava la vita cristiana delle parrocchie, spinto da un forte impulso a predicare Cristo.
Lottò strenuamente e con spirito indomito per la causa della libertà religiosa.
Non solo le truppe governative provarono ad ucciderlo, ma anche le truppe di Emiliano Zapata.
Il popolo lo ha acclamato santo fin dalla sua morte, avvenuta nel 1938. Per molto tempo, fino al 1950, i suoi resti hanno riposato nel cimitero vecchio di Xalapa. Il 28 maggio di quell’anno il suo corpo fu esumato e trovato incorrotto. Da subito, i fedeli hanno cominciato a ricevere molte grazie attraverso l’intercessione di monsignor Guízar. Il suo ricordo era vivissimo tra il popolo e i sacerdoti” (citazione tratta da Zenit).
Bene, oggi a San Pietro c’era una nutrita rappresentanza di Legionari di Cristo: monsignor Guizar Valencia era infatti il prozio di Marcial Maciel. Grazie a lui e sotto la sua guida padre Maciel iniziò la formazione sacerdotale, in un seminario clandestino di Città del Messico.
GdC
A new study by public health researchers estimates that up to 600,000 Iraqi people — nearly 1 in 40 — have died violently since the American-led invasion of the country in March 2003.
Luigi, forse la tabella che ho riportato giorni fa va leggermente aggiornata.
GdC
Luigi,
sito di Repubblica: «Folla al funerale della Politkovskaja». «Presente in massa il mondo dell’informazione». Clicco foto e filmato e si vedono tanti primi piani, più una normale camera ardente. Giro avanti e indietro sul web, ma di foto di questa folla piangente ai funerali proprio non c’è traccia. Alla fine trovo qualcosa: un codazzo di gente che segue la bara. Che mi ricorda però, più che i funerali di un idolo della nazione, quelli di un amato medico del mio paese, morto quando ero bambino.
Una piccolezza si dirà. Diciamo che è solo l’ultimo dettaglio di quell’enorme raggiro che è stata la raffigurazione della Politkovskaya da parte della stampa occidentale negli ultimi anni. Perché questa intrepida giornalista, questa paladina dei diritti umani è stata la versione giornalistica di personaggi come Khodorkovsky, Berezovsky o il penultimo Abramovich. Una figlia della aristocrazia partitica sovietica, agganciata, forse già per legami parentali, a un certo establishment angloamericano e il cui compito era minare dal di dentro – a livello giornalistico, come altri hanno fatto a livello finanziario – una realtà ostile all’idea di farsi brutalmente predare, soprattutto dopo l’arrivo di Putin. La sua popolarità e considerazione da parte del russo comune – ne ho avuto prova anche chiedendolo l’anno scorso ad un’affidabile amica russa, trasferitasi in Svizzera – era nulla. Un po’ come un altro personaggio tanto pompato in Occidente quanto disprezzato in patria: Gorbacev. Guarda caso coeditore di Novaja Gazeta, il giornale della giornalista intrepida.
Altro dettaglio, altra piccolezza. La Politkovskaya è stata scelta personalmente dall’Abbé di San Satiro, che l’ha infilata nel catalogo Adelphi insieme a pochi altri cronisti contemporanei. Tali elezioni sono spesso un riconoscimento alla perfidia o alle capacità mistificatorie del prescelto.
Per la cronaca, gli unici commenti realistici che ho letto sulla Politkvoskaya sono quelli che hanno lasciato sul sito della BBC un lettore russo e uno "asiatico":
Her professional reputation was among the lowest among the Russian journalists, but all those "human rights" installations (like CIA-funded Freedom House) appreciated her very much. The newspapers she worked for lost several court cases as the appearance of truthful facts in her articles was a rare occasion. This is absurd to think that Putin or other high-ranking Russian officials has something to do with her (no doubt appalling) killing, as her audience and influence in Russia was close to zero. All her professional life was devoted to putting slur on Russia and Russian people, and now, as the majority of comments here and in other Western outlets clearly shows, her death will continue to serve this purpose.
Valentin Nikolaev, St-Petersburg, Russia
I am shocked by the comments rather than the news itself. I have no idea about the history of Russia or Chechnya, but from what I read in this news, blaming on Russia or its President is definitely not a wise idea. Ms Politkvoskaya’s death is believed to be a murder, by someone yet unknown. However, in common sense, would one to murder someone whose death in the end will result in his own jeopardy? Unlikely. Hence, making such a link between Russia' President or system with the murder would not give much sense to someone like me, who views it subjectively. Rather, it gives me a sense of existence of biasness.
Ginter, South Asia
GdC
Caro Guido, alla fine vinse. Del resto la Virginia, ma l'hai mai vista in faccia la Virginia? La sera, è già roba da cappuccetto bianco. E il lupo? Ci hanno anche quello: Frank Wolf.
Insomma alla fine vinse, Jim Gilmore diventò governatore della Virginia. Lo chiamavano Kill More, per il suo impegno a far quadrare il bilancio. Vinse promettendo una cosa, l'abolizione di questa odiata tassa. Me li ricordo ancora gli spot con lo slogan "I hate car tax". Del resto in Virginia, che ci fa la gente in Virginia? Alleva cavalli. Anche la regina Elisabetta, appassionata di cani e cavalli, ci viene giusto per questo.
Ricordo (1997) un party, uno di quelli per raccogliere soldi per la campagna elettorale di Kill More. Dove si sganciano gli assegni, come dappertutto. Arrivò Frank Lupo. Arrivò Ollie, ovvero il colonnello Oliver North già in preda a crisi mistica. E arrivarono dei coreani che gli rideva pure il culo.
I complotti non esistono. Esistono solo inviti a cena.
ld
Caro Luigi,
ricordi le nostre discussioni di mesi fa sulla Venezia segreta? Qui trovi un articolo interessante sulla storia della massoneria in Grecia. Secondo te chi ha esportato il seme muratorio nell’Ellade e ne ha curato lo sviluppo?
GdC
Troppi rantoli e sofferenze in Italia. La stacca lui la spina, ha detto.
Con l'eutanasia è iniziata una nuova battaglia, ma il packaging è sempre quello. Ci sarà la leva della clandestinità. Dei viaggi all'estero. Dei ricchi che se lo possono permettere. Dei costi da tagliare. Del lo dice lo scienziato. Della qualità della vita. Della dignità. Della medicalizzazione. Della non sofferenza. Della pietà.
Ovviamente il tutto con la stessa logica ferrea per cui uno si fa sterilizzare per comprarsi l'utilitaria. Cosa c'entra? Niente, ma il packaging mica presenta sillogismi. E per comprare non serve aver capito. Come ci fa vedere quel bravo confezionatore di pacchi Luigi De Marchi (allora con lo pseudonimo Jack Russel) in questi suoi fotoromanzi.
ld
qui "i dialoghi" si leggono meglio







Qui ci sono le altre puntate. Ormai appaiono un po' datati e gli argomenti denunciano la propria inconsistenza. Ma basterà cambiare i volti, prendere un Veronesi qualsiasi, e il restyling è garantito.
Caro Guido,
me lo ricordo bene L.R.
1991, primi tempi dell'università. Quell'anno stavo in "appa", in uno di quelli della cooperativa La Ringhiera, insomma con CL. Abitavamo in sei in quel appartamento. E devo dire che mi ci sono pure divertito, anche se ero, diciamo così, solo un ospite. L.R. invece era uno del gruppone. Uno che, una volta data la linea, la seguiva precisa. Erano giorni che stavamo su di notte con la tv accesa sui fuochi della contraerea sopra Baghdad. L.R. era preoccupato perché era stato detto che c'era da preoccuparsi. Che diamine, c'erano Bush (padre), c'erano i massoni, c'erano quelli della falsa pace. Quelli del Nuovo Ordine Mondiale. Quelli della guerra nel Golfo. Quelli "dell'imperialismo internazionale del denaro". Quelli che non ascoltavano le richieste del Papa che denunciava "la guerra come avventura senza ritorno". L.R. era uno serio. Me lo ricordo, incazzato fin dal mattino, con "quel massone di Bush, che fa tanto quello contro l'aborto e poi ammazza i bambini iracheni". Doveva arrivare informato in san Giovi e, a colazione, già leggeva l'editoriale pubblicato su Il Sabato:
Falso problema
Gli argomenti che, gira e rigira, vengono offerti dai sostenitori della guerra nel Golfo sono sempre gli stessi. Quelli che all'inizio ha messo a fuoco Norberto Bobbio e che sono diventati la linea cui quasi tutti, nel nostro Paese, si sono adeguati. Perfino la rivista ufficiale della Massoneria italiana di palazzo Giustiniani, Hiram, ha scritto di riconoscersi nella «tesi espressa da Bobbio». E cioè che bisogna in primo luogo distinguere fra l'aggredito (il Kuwait) e l'aggressore (l'Irak) e quindi riconoscere all'Onu il diritto, per conto del «consesso internazionale», di ristabilire la giustizia. In secondo luogo la guerra contro Saddam Hussein sarebbe indispensabile per contrastare il pericolo dell'Islam, minaccia per l'Occidente.
Sulla prima tesi, quella che si appella alla teoria della «guerra giusta» e che richiama la funzione dell'Onu, ci sarebbe molto da discutere. E' evidente a tutti che la gestione politica e militare della guerra è stata fin dall'inizio nelle mani di Bush; ed ogni volta che il povero De Cuellar, segretario dell'Onu, ha provato a esprimere dubbi o avanzare proposte è stato prontamente messo a tacere.
La seconda tesi, che riguarda il pericolo islamico, viene enfatizzata, in questa fase, ogni giorno di più. L'intervento nel Golfo diventa così una sorta di guerra santa dell'Occidente contro il fondamentalismo islamico impersonificato dal rais di Bagdad. E' una motivazione che trova grande attenzione anche in alcuni ambienti cattolici, tra ecclesiastici e intellettuali. L'America come spada di Dio contro l'aggressività della mezza luna.
E' curioso notare l'obiettiva convergenza tra questi nuovi cattolici fondamentalisti che enfatizzano il pericolo islamico e il laicissimo Bobbio-pensiero sulla guerra. La rivista Hiram arriva a bollare l'attuale politica vaticana per la pace nel Golfo come «maldestro ecumenismo da anni Settanta».
Curiosità a parte, c'è da dire che questa giustificazione ideologica della guerra combattuta contro l'Irak dalla coalizione occidentale è inaccettabile dai cristiani. Per molte ragioni. Innanzitutto per una considerazione generale: la religione non può essere usata per mascherare la vera natura di questa guerra, mossa da ben altre motivazioni di ordine politico ed economico.
Fa parte dell'uso ideologico della religione enfatizzare oltre misura la minaccia rappresentata dall'Islam. Chi ha viaggiato nelle capitali del mondo arabo ha avuto modo di constatare con i propri occhi come le mode occidentali (con tutto ciò che ne segue in termini di modelli di vita) stiano penetrando in profondità anche nelle società musulmane. Un'osservazione che vale a maggior ragione per quanto riguarda l'immigrazione araba in Europa. L'allarmismo di certi cattolici fa pensare ad una sorta di alibi: si addita il pericolo islamico per non fare i conti con la scristianizzazione. In Europa la fede è più minacciata dal Corano o dallo svuotamento dall'interno della tradizione cattolica? Non è molto più attuale e pericoloso, come denunciato da un ininterrotto Magistero dei successori di Pietro, il tentativo di ridurre la Chiesa alla «sezione cattolica dell'ecumene massonico»?
Si replica che in Egitto, Nigeria, Sudan e simili, giungono mensilmente notizie di chiese bruciate da gruppi islamici fanatici e di fedeli fatti oggetto di violenze. Notizie che lo stesso Vaticano, per prudenza, preferisce non rendere di pubblico dominio. E' vero, purtroppo. Ma innanzitutto si tratta di episodi circoscritti. E poi è innegabile che proprio l'assunzione di una simmetrica posizione «fondamentalista» da parte cattolica non avrebbe altro esito che moltiplicare tali aggressioni. La storia recente del Libano insegna che la politica del muro contro muro non paga. Mentre l'arcivescovo greco-melchita di Amman può dire, senza andare molto lontano dalla realtà, che «il re Hussein si comporta meglio di un monarca cristiano» quanto a tolleranza della comunità cristiana locale.
Ben più saggia della linea bellicosa dei neo fondamentalisti cattolici, e proprio dal punto di vista della «libertà della Chiesa», appare la strategia seguita da Giovanni Paolo II. Di dialogo col mondo musulmano, nella chiarezza della propria fede in Gesù Cristo, e nell'umile constatazione che come battezzati diventiamo di anno in anno sempre più una minoranza.
Dalla sede di Pietro non si è mai smesso di sottolineare come la guerra del Golfo sia una sconfitta per tutti. E possibile fonte di altre tragedie innanzitutto per milioni di uomini del Sud del mondo. Non perché innanzitutto credenti di una certa religione, ma piuttosto in quanto rappresentanti della parte più emarginata del pianeta. All'Angelus di domenica 10 febbraio Giovanni Paolo II ha paragonato gli abitanti dei Paesi del Terzo e Quarto mondo con gli operai della fine dell'800 per difendere i quali Leone XIII scrisse la Rerum Novarum. La guerra del Golfo comporta «inaudita violenza e inutili stragi» anche per questo: ne sono vittime gli abitanti della parte più povera del mondo. Che «l'imperialismo internazionale del denaro» ha deciso debba per ora rimanere tale.
Editoriale, Il Sabato, n. 7 del 16 febbario 1991
Bollettino provvisorio della guerra in Iraq:
1) numero di civili uccisi: 50.000 circa.
2) numero di soldati della coalizione uccisi: 3000 circa
3) numero di soldati della coalizione feriti e mutilati: 19.000 circa
4) costo delle operazioni belliche: 330 miliardi di dollari circa.
GdC
Luigi,
non so se hai visto qualche giorno fa la pagina del Foglio in onore di Sergio Ricossa, l’economista. Se mi chiamassero alle Iene proporrei subito un’intervista doppia. A sinistra, appunto, Sergio Ricossa, liberale “estremo”, già vice-presidente della Mont Pelerin Society e oggi presidente ad honorem dell’Istituto Bruno Leoni, quello dei Chicago boys italiani (boys letteralmente vista l’età di Mingardi e soci).
Dall’altra suo figlio, il “sedeprivazionista” don Francesco Ricossa, dell’Istititum Mater Bonii Consilii (Sodalitium, per capirci).
E chiederei ad entrambi: come mai da cotale padre, un cotale figlio? Quale mistero cela questa curiosissima geneaologia?
Credimi, la domanda non sarebbe peregrina.
GdC