venerdì, 30 marzo 2007

DICO: una similitudine

Pippi Calzelunghe è il modello più avanzato della migliore pedagogia svedese degli anni '70. Altissime capacità fisiche e intellettive, quasi sovrumane, tra le quali si distingue una irrefrenabile produzione di disordine definita creatività. Senza genitori e quindi libera, vive grazie alla rendita parassitaria di un baule pieno di monete d'oro frutto dell'attività di saccheggio del padre, pirata nei mari del sud (detti anche isole Cayman).

Ecco un suo ragionamento mentre dialoga con i suoi amici di sempre, Tommi e Annika.

Pippi: "Ehi, amici, andate a scuola?"

Tommi e Annika: "Sì".

Pippi: "Lasciate stare per oggi, ci divertiremo. Vedrete"

Tommi e Annika:  "Noi troviamo molto divertente andare a scuola. La nostra maestra è molto simpatica. Quelle poche ore passano molto in fretta. E poi ci sono molte vacanze. E le più belle sono quelle di Natale".

Pippi: "E' un'ingiustizia! Perché voi avete le vacanze di Natale e io no".

Tommi: "Ma se non vai a scuola come fai a pretendere di avere le vacanze di Natale"?

Pippi: "Per me è un ingiustizia. Se è per avere le vacanze allora verrò anch'io a scuola".

Annika: "Sarebbe meglio che tu ci venissi subito Pippi".

Pippi: "No, non ho tutta questa fretta. L'importante è che mi diano le vacanze... Mi basta un giorno di scuola, quel tanto per avere le vacanze di Natale".

domenica, 04 marzo 2007

Lo schiavo di Anastasia

Caro Guido, come vedi mi sto prendendo un periodo sabbatico dal blog.
Colgo l’occasione per rispolverare questo feuilleton dimenticato. Era stato pubblicato da Il Foglio più di 10 anni fa. Un guizzo spavaldo l’aver pubblicato questo romanzetto. Chissà se so lo rifarebbe oggi.
 
Non so se te la ricordi; è una storiella che descrive e sputtana tutto quel mondo che sta dietro a Mr Xox, filantropo spacciatore di droga (ci si mette un nano secondo a capire chi è), la regina Elisabetta, l’emmeicinque eccetera eccetera.
E' un caso, ma questo testo in internet è come dimenticato. Eppure è divertente e interessante.
Lo scrisse Sukumar Periwal. Il titolo è Lo schiavo di Anastasia. E’ online sul sito del Foglio, ma scomodo da leggere. Ti ripropongo qui le prime due puntate.
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LO SCHIAVO DI ANASTASIA - Iniziamo
con il numero di oggi la pubblicazione
a puntate dello “Schiavo di Anastasia”, romanzo
d’esordio di Sukumar Periwal. Nato
ventinove anni fa a Nuova Delhi, Sukumar
Periwal ha studiato in Inghilterra e negli
Stati Uniti. Si definisce “uno che viaggia
molto”; in realtà, oltre a viaggiare, scrive
numerose corrispondenze per il Foglio. Da
oggi pubblichiamo l’opera prima di Periwal,
autore che si inserisce nel grande filone
della letteratura anglo-indiana. Su
questo numero si possono leggere i primi
due capitoli del feuilleton; da domani, ne
pubblicheremo uno ogni giorno, per tutta
la durata dell’estate. (La traduzione del romanzo
è stata curata da Tilde Riva)
 
 
 
Come fui licenziato dal “Sociologist” e assunto come agente di Sua Maestà
 
Tutto è bene quel che finisce
bene, ma che dire
dell’inizio? Avrei dovuto
saperlo, quel giorno, che avrei
fatto meglio a non andare in ufficio.
Raggomitolato nel letto,
comodamente al calduccio sotto
il mio soffice piumone, crogiolandomi
voluttuosamente
nel languido cerchio alla testa
che solo una sbornia di
scotch di puro malto può
dare, mi sentivo deliziosamente
fragile. Con gli
occhi socchiusi, vidi che
era un pomeriggio perfetto. Il
sole splendeva dolcemente in un cielo azzurro
e terso, intiepidendo il gelo del freddo
vento autunnale. E pregustavo il piacere
di starmene seduto in qualche confortevole
piccolo pub, uno di quei buchetti
tranquilli e caldi dalle parti di Fleet
Street, ad ascoltare distrattamente gli ultimi
pettegolezzi. Invece mi alzai, mi lavai
denti e capelli, presi un taxi e andai in ufficio,
dove trovai l’ennesima convocazione
urgente del mio capo. La ignorai finché mi
fu possibile. Ma a un certo punto Cynthia,
la piccola, vivace segretaria del capo, mi si
accostò tutta impettita, mi solleticò la
guancia con le sue graziose ciglia da finta
bionda e con un paio di mossette mi convinse
a seguirla nel corridoio dell’ufficio
di Jenkins. Non si sentiva al sicuro, disse
Cyn, con tutti quei giornalisti intorno, e io
fui tanto stupido e gentiluomo da crederle.
Come potevo immaginare che la buona
educazione mi avrebbe condotto cosi fuori
strada? Comunque non cerco scuse e
non intendo lamentarmi. Mi merito quel
che mi è capitato. La mente oziosa e la fucina
del Diavolo.
Eccomi dunque seduto davanti a
Jenkins, al capo opposto della sua scrivania,
a sentire i suoi balbettii. “Saremo costretti
a lasciarti andare via”, sospirò lui.
Annuii con aria comprensiva. II capo servizio
esteri del “Sociologist” si frugò un
momento nella tasca della giacca e tirò
fuori un pacchetto tutto sgualcito di Marlboro.
Già prima di sentirlo imprecare mestamente,
sapevo che il pacchetto era vuoto.
“Grazie,” mormorò Jenkins prendendo
la Gauloise che gli porgevo. Chinandomi
sulle bozze sparpagliate sull’enorme tavolo,
gli accesi la sigaretta. Avvolto nel suo
tweed e nella acre nebbiolina della mia
 
Gauloise, tossendo e strizzando lacrime
dagli occhi cerchiati di rosso, Jenkins in
quel momento incarnava la perfetta immagine
del giornalista. Mentre lo osservavo
con ammirazione, provai un clamoroso
attacco di déjà vu, l’impressione di vivere
dentro un film noir. Mi sentivo autentico.
Ma l’attimo non poteva durare . Jenkins
agito una mano nell’inutile tentativo di dissipare
il fumo. “Quando hai mancato Tienanmen,
abbiamo capito. Anche se tutti gli
altri reporter occidentali che coprono l’Asia
e la Russia erano sul posto. In fondo, se
quel week end non eri riuscito a prendere
un volo per Pechino, non era mica colpa
tua. E poi, eri nuovo del mestiere”.
Ora toccava a me sospirare. Conoscevo
la litania dei miei fiaschi che Jenkins stava
per snocciolare. Ma lui continuò impietosamente.
“Ci aspettavamo qualcosa di
meglio dopo che ti trasferimmo da Hong
Kong a Monaco. D’accordo, nessuno si
aspettava che proprio quell’anno accadesse
quel po’ po’ di roba in Centro Europa.
Ma rimane un mistero come tu sia riuscito
a mancarlo proprio tutto. I tedeschi orientali
che si stipano nelle ambasciate di Praga.
Le discussioni in Polonia. Le dimostrazioni
in piazza Venceslao. E la caduta del
Muro?” Jenkins mi fissava con aria lugubre.
“Io e il direttore amministrativo ci
stiamo ancora chiedendo come hai fatto.
Ti abbiamo dato dei soldi. Un mucchio di
soldi. Carta bianca per viaggiare. Fotografi.
Assistenza illimitata da tutti gli altri servizi.
Dove abbiamo sbagliato?”.
La voce di Jenkins era diventata un gemito
stridulo. Abbassai lo sguardo sulle
mie unghie perfettamente curate e rimasi
in attesa delle inevitabili lacrime. “E dopo,
dopo quella disastrosa estate, e dopo
l’autunno e l’inverno, te ne abbiamo offerte
altre di possibilità. Poteva capitare a
tutti, ci dicevamo. Mettiamo il ragazzo in
un posto che lui conosca bene, ci siamo
detti. Dove abbia famiglia. Conoscenze,
amici. In Mongolia. Nessuno può bucare
un avvenimento importante in Mongolia,
no?”. Jenkins scosse lentamente il capo.
“Col senno di poi, ora capisco che abbiamo
sbagliato. II fatto è che tu proprio non
hai l’istinto del giornalista. Mica è colpa
tua. Certa gente ha il dono e certa no”, disse
saggiamente. Guardo la parete al di sopra
della mia testa. “Quando ero un pivello
come reporter, agli inizi della carriera,
alin
Indocina...”, cominciò con aria assorta,
remota, come perduto nel tempo.
Li avevo già sentiti, quei ricordi. “Vuoi
dire quando eri alle corse dei cavalli a
Saigon? E sentisti due nani parlottare in
cinese sgrammaticato di un vecchio malato
in un nascondiglio e li hai seguiti fino
al luogo in cui c’era, chi? Ho Chi Min in
viaggio segreto d’ispezione? E hai ottenuto
un’intervista in esclusiva da lui fingendo
di essere un dottore svedese, solo che
nessun giornale te la volle pubblicare
perche nessuno ti credeva?”.
“Esatto,” sbottò lui, seccato per la mia
interruzione. “Però non era poi un palla
proprio del tutto. In fondo mia madre era
davvero svedese. Adesso è morta. Ma
quello che sto cercando di dire è che per
scrivere quell’articolo c’è voluta iniziativa.
Coraggio. Fegato. Non come te”, continuò
con tono di scherno. “A Madras, il
giorno che fecero saltare in aria Rajiv
Gandhi. Tu c’eri. Diretto a Ulan Bator. Ma
eri sul posto. Era il sogno di ogni giornali
giornalista.
Un articolo divino. Da prime pagine
di tutti i giornali, il giorno dopo. E ti
avrebbe reso famoso per la vita. Ma tu cosa
hai fatto? Hai preso il primo taxi che
hai trovato per tornare difilato all’aeroporto.
Vigliacco!”.
“C’erano tumulti, per le strade” protestai.
“Odio i lacrimogeni.”
“Un vero giornalista se ne fotte, dei lacrimogeni”,
strepitò Jenkins. “O è stato
per i lacrimogeni che hai bucato anche il
colpo di stato a Mosca?”.
“Li è stato per i carri armati,” dissi, ormai
sulla difensiva. “Non ho potuto farci
niente. II presidente della Mongolia non
aveva voluto darmi uno strappo da Sheremetievo
in città. Diceva che non c’era posto
sulla sua limousine. E poi il tassista ha
cominciato a dare fuori di matto, quando
ha visto i carri armati. Urlava cose in-
comprensibili, sulla vendetta dei ceki. Poi
ha cominciato a schiumare dalla bocca e
gli sono venute le convulsioni. Gli ho dato
un po’ del mio valium, ma lui è svenuto e
così ho dovuto restare là. Per ore. Volevo
essere sicuro che non morisse soffocato”.
“Quanto sei filantropo”, disse Jenkins
acidamente. “Così sei rimasto lì a farti
sbavare addosso da quel deficiente, senza
nemmeno pensare che eri il nostro unico
corrispondente a Mosca in quel momento,
dato che Rasputin era tornato qui a farsi
strappare il suo stupido dente del giudizio.
Il nostro colpo di fortuna, l’avvenimento
piu importante della storia del
mondo e il nostro uomo sul posto decide
di mettersi a fare l’infermiere. Del resto”,
aggiunse ergendosi di scatto sulla sedia e
radunando un po’ di carte sul tavolo, “sono
sicuro che ti tornerà utile. Ho letto che
c’è scarsezza di personale ospedaliero, ultimamente.
Non so se ti renderà meglio
che fare il corrispondente per “The Sociologist”,
disse Jenkins con un sorriso
maligno, “ma di certo lo troverai più... appagante”.
Si alzò dalla sedia. Con riluttanza
gli strinsi la mano che mi tendeva,
trattenendo l’impulso di addentarla. “Non
so se ti dobbiamo ancora qualcosa”, mi
gridò dietro Jenkins mentre mi giravo per
andarmene, “ma per caso non hai un’altra
sigaretta da darmi?”.
Non restava altro da fare che andare a
Praga. Proprio nient’altro
Che altro potevo fare, se non andare
a Praga, dopo essere stato licenziato
dal mio comodo posto di corrispondente
estero per “The Sociologist”?
Faceva presto lui, il mio ex capo, Jenkins,
a consigliarmi di fare l’infermiere . Ma da
anni avevo brutalmente infranto il sogno
di mia madre d’una mia carriera nel campo
della medicina. Chissà se sarebbe stata
ancora disposta a pagarmi un corso alla
scuola infermieri? Certo, le avrebbe fatto
piacere. A volte provo affetto per mia madre,
ma non quando ottiene quello che
vuole. La preferisco quando è in preda a
un attacco di nervi. Così posso sentirmi superiore.
Né potevo certo tornare in Mongolia.
Probabilmente mio nonno stava ancora
cercando di rifarsi una vita, dopo i vari
sgarbi che avevo, senza volerlo, fatto ai
suoi amici e ai suoi contatti ufficiali, nel
mio breve soggiorno in quel paese da corrispondente.
E poi non me la sentivo di
rinunciare agli agi, in quel lontano e felice
autunno del 199..., quando venni licenziato
dal “Sociologist”. Soffrivo d’una tardiva
infatuazione per i morbidi formaggi
Cheddar, con quella loro deliziosa sintesi
di gusti dolci e piccanti, e mi rifiutavo alin
l’idea dei formaggi mongoli, che, come sapete
bene, sono invariabilmente piccanti,
sia che siano di latte cagliato di pecora o
di capra. Gli ovini mi facevano schifo, li
odiavo da che avevo avuto una brutta
esperienza con una pecora, durante una
gita sugli altopiani della Scozia. Dopo settimane
di pioggia torrenziale, era finalmente
spuntata una bellissima giornata. Il
cielo era d’un azzurro profondo e splendeva
il sole, e io girovagavo per un sentiero
deserto di montagna, fischiettando stonatamente,
pensando agli affari miei, mani
in tasca, il cuore traboccante di simpatia
per tutte le creature viventi della terra,
quando un grosso bestione lanoso balzò
giù da una roccia e si piazzò sul sentiero,
a pochi metri da me, respirando pesantemente.
Con un tuffo al cuore, notai che sul
fianco aveva una livida macchia rossa, indubbiamente
l’estremo messaggio che il
suo padrone calpestato e travolto, con un
ultimo sforzo sovrumano prima di crollare
data
dai loro bambini biondissimi e urlanti,
gli aveva impresso per segnalare l’animale
come un pericoloso criminale solitario.
La bestia criminale pareva fissarmi
con occhi cupamente minacciosi, mentre
io mi guardavo intorno in cerca d’una via
di scampo. Ricordavo vagamente di avere
letto da qualche parte che le pecore sanno
correre giù per le colline a una velocità
superiore a quella degli sciatori olimpionici,
ma non ero sicuro se l’orrendo coso
sarebbe stato altrettanto rapido in salita.
Sorridendo per ingraziarmi il minaccioso
bestione, cercai di girargli attorno. Ma
quello mi bloccò la strada e si fece ancora
più vicino. Notai una folla di suoi simili
che si stava radunando attorno a noi due,
incoraggiandolo con orrendi belati. Mi girai
e mi misi a correre più in fretta che
potevo, ansando, in preda a conati di vomito.
Dovetti fermarmi. Solo allora mi resi
conto di essere sfuggito per un soffio a
una morte orribile. Da quella volta ho
sempre evitato con cura qualsiasi contatto
con le pecore, a parte i cosciotti d’agnello
(allo spiedo, però, e con molti spicchi
d’aglio per coprire il disgustoso odore
di pecora) che demolisco con una certa
selvaggia e malvagia gioia al pensiero di
quella mandria di pecore a tre gambe che
zoppicando s’erano lanciate al mio inseguimento
con tutte le loro forze, senza riuscire
a raggiungere la loro preda in fuga.
Dunque, fuori questione la Mongolia. E
così pure l’Amerika, se non altro perché ci
viveva mia madre. Se ci fossi tornato, sarei
stato un cucciolo sconfitto che torna
con la coda tra le gambe a farsi consolare
dalla mamma. Poco importava che lei vivesse
in California, mentre probabilmente
io avrei cercato di starmene quatto
quatto a New York. Lei mi avrebbe scovato.
Puoi scappare, ma non ti puoi nascondere,
mi aveva detto all’aeroporto, il giorno
in cui io avevo lasciato l’Amerika per
sempre. “Ti chiamerò una volta alla settimana”,
aveva detto. O almeno credo, perché
ero in condizioni pietose per la mancanza
di sonno e per tutti gli intrugli che
ero stato costretto a ingurgitare durante le
strane feste date dai miei amici. Nominalmente
per esprimere il loro cordoglio
perché me ne andavo. Ma in realtà la mia
imminente partenza era solo una scusa
per pazzesche orge di sproloqui, provocati
dall’influenza negativa di pareti bianche
abbaglianti e di acque minerali straniere.
E l’idea di mia madre che cercava
di infilarsi tra i fusi orari, violando le austere
difese del mio college di Oxford, rovinandomi
quella che io caldamente speravo
sarebbe stata un’esistenza solitaria,
addirittura monastica. Pensiero che mi
aveva lasciato atterrito e basito per le prime
ore del lungo volo da Los Angeles a
Heathrow, tanto che la stupenda modella
che sedeva accanto a me dovette convincersi
che ero o un frocio o un presuntuoso
figlio di puttana. Ma le prime impressioni
(come lei stessa ammise più tardi) possono
essere così ingannevoli... Tanto peggio
per la vita monastica.
Eppure era di nuovo un’esistenza monastica,
quella che cercavo a Praga. Sognavo
facciate art nouveau splendide e cadenti.
Palazzi in rovina con le finestre tappate
da tavole di legno. Umidi ingressi
fiancheggiati di cassette per la posta, con
sulle targhette nomi sbiaditi e indecifrabili
di ex inquilini da tempo scomparsi
per misteriose circostanze. Erte salite su
per rampe di scale con i gradini rotti. E
poi la ricerca, al buio, della chiave della
mia gelida soffitta... Sogni rubati a Baudelaire:
con l’ansia disperata di voler provare
la dolcezza di vedere spuntare la prima
stella in cielo e il fumo nero del carbone
salire nell’aria, mentre la luna getta un
pallido incantesimo sul paesaggio! A Praga,
sapevo bene che l’inquinamento, d’inverno,
era tremendo, per via del riscaldamento
a lignite delle case. Ma, pensavo,
ero giovane e abbastanza in salute per farcela.
E poi potevo sempre fare come il mio
idolo fumatore d’oppio: chiudere le imposte,
tirare per bene le tende e sognare affascinanti
terre lontane. Anche la California?
Perché no. Era così facile cavarsela
nel mondo in cui vivevamo allora, purché
si avessero le conoscenze giuste. E io ce le
avevo. Una settimana dopo che Jenkins
mi aveva giudicato superfluo per il prestigioso
ma anonimo lavoro al “Sociologist”,
mi ritrovavo a Oxford, una tappa verso il
week end nella casa di campagna della
mia amica Maya. Naturalmente persi la
coincidenza a Oxford e dato che il treno
successivo per il piccolo villaggio di Costwold,
dove ero diretto, sarebbe passato
solo qualche ora più tardi, decisi di andare
a trovare il mio vecchio professore.
Terence mi accolse con uno sherry orrendamente
dolce e con moderato entusiasmo.
“Ho una proposta da farti, ragazzo
mio”, mormorò (o almeno, così sarebbe
potuto accadere - sto esagerando, ma di
poco), stropicciandosi le manine sottili.
“Ho sentito dei tuoi ...ehm ... piccoli guai
al ‘Sociologist’ e suppongo che in questo
momento tu sia forse lucrosamente disoccupato,
vero?”.
Esitai. Da sempre correva voce che Terence
fosse uno dei decani che reclutavano
gente a Oxford per i servizi segreti inglesi,
parlando sottovoce ai non laureati
della possibilita di servire la Regina e il
paese in... ehm...modo discreto. “Un mio
amico sta cercando giovani in gamba”,
continuò Terence.
Non ascoltai nemmeno il resto di quello
che disse; ero in preda a una strana ilarità.
Non c’è da stupirsi che abbiano perso
il loro stupido impero, pensai ridacchiando
tra me e me. Mi pareva un’idea
comicamente assurda che lo spionaggio
inglese volesse reclutare proprio me, congenitamente
incapace di prendere un treno,
e tanto meno di fare un rapporto sugli
avvenimenti storici mondiali, e per giunta
un mongolo-amerikano. Senza nemmeno
stare a sentire le condizioni, decisi di accettare.
Terence fu preso un po’ alla
sprovvista dalla rapidità con cui accettai
la proposta, ma credo abbia pensato fosse
da attribuire al mio sangue mongolo o alla
mia impulsività amerikana. Forse credeva
che fossero la stessa cosa. E’ difficile
a volte capire cosa pensino gli inglesi
delle altre razze. Però fanno degli ottimi
formaggi. Riuscii felicemente a prendere
il treno per Growe-on-the Mold, un antico
e assai caratteristico villaggio inglese. E
trascorsi uno splendido fine settimana nel
delizioso cottage di pietra della mia amica
curda Maya, assaggiando vari tipi di
morbido Cheddar. Sia piccante, che dolce.
(1 e 2 - continua)