giovedì, 31 gennaio 2008

Una amistad comenzada en esta tierra

Cuando todo me ha fallado: amistades, ayuda de los hombres, cuando la persecución ha asomado a mis puertas, entonces lo único que me sostenía era la figura adorada y real de Cristo. Y el día de mañana, cuando los hombres se olviden de nosotros, solamente una cruz, y en ella Cristo, seguirá abrazando nuestra sepultura como guardián eterno de una amistad comenzada en esta tierra”.

Marcial Maciel LC

giovedì, 31 gennaio 2008

Arrivederci in Cielo, Padre Maciel



«Yo soy la resurrección y la vida; – dice el Señor –
todo el que vive y cree en mí, no morirá para siempre»

(Jn 11, 25-26).

El Padre Álvaro Corcuera, director general, junto con los Legionarios de Cristo
y los miembros del Movimiento Regnum Christi
comunican la partida de su querido Padre Fundador, el Padre

MARCIAL MACIEL DEGOLLADO, L.C.

a la Patria celestial, acaecida el día 30 de enero de 2008,
y expresan viva gratitud a cuantos quieran unirse en oración
por el eterno descanso de su alma.

Por voluntad del Padre Maciel, el funeral se celebrará en un clima de oración, de forma sencilla y privada.

martedì, 29 gennaio 2008

Siamo diventati “casiani”?

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Diversi lo cercavano, il testo di questo lungo articolo di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Karaganda (Kazakhstan), uscito sull’Osservatore Romano di mercoledì 9 gennaio. Titolo, Come il lattante in braccio a chi lo nutre. Tema, l’implicita critica all’uso invalso nella Chiesa di prendere la Comunione con la mano.

Eccolo qui. Buona lettura.

 

 

Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucaristia, ha lasciato alla Chiesa un’ammonizione ardente che suona come un vero testamento: “Dobbiamo badare con ogni premura a non attenuare alcuna dimensione o esigenza dell’Eucaristia. Così ci dimostriamo veramente consapevoli della grandezza di questo dono (…) non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero!” (n.61). La consapevolezza della grandezza del mistero eucaristico si mostra in modo particolare nella maniera con cui è distribuito e ricevuto il Corpo del Signore.

Consapevole della grandezza del momento della sacra Comunione, la Chiesa nella sua bimillenaria tradizione ha cercato di trovare un’espressione rituale che potesse testimoniare nel modo più perfetto possibile la sua fede, il suo amore e il suo rispetto. Questo si è verificato, quando nella scia d’uno sviluppo organico, a partire almeno dal sesto secolo, la Chiesa cominciò ad adottare la modalità di distribuire le sacre specie eucaristiche direttamente in bocca. Così testimoniano: la biografia di Papa Gregorio Magno e un’indicazione dello stesso Gregorio relativa a Papa Agapito (Dialoghi, III). Il sinodo di Cordoba dell’anno 839 condannò la setta dei cosiddetti “casiani” a causa del loro rifiuto di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca. Poi il sinodo di Rouen nell’anno 878 ribadì la norma vigente della distribuzione del Corpo del Signore sulla lingua, minacciando i ministri sacri della sospensione dal loro ufficio, se avessero distribuito ai laici la sacra Comunione sulla mano.

In Occidente, il gesto di prostrarsi e inginocchiarsi prima di ricevere il corpo del Signore si osserva negli ambienti monastici già a partire dal sesto secolo, per esempio nei monasteri di san Colombano. Più tardi – nel decimo e nell’undicesimo secolo – questo gesto si è diffuso maggiormente. Alla fine dell’età patristica la prassi di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca diventa quindi una prassi ormai diffusa e quasi universale.

Questo sviluppo organico si può considerare come un frutto della spiritualità e della devozione eucaristica del tempo dei Padri della Chiesa. Già nel primo millennio, a causa del carattere altamente sacro del Pane eucaristico, la Chiesa sia in Occidente si in Oriente in un ammirevole consenso e quasi istintivamente ha percepito l’urgenza di distribuire la sacra Comunione ai laici solamente in bocca. Il liturgista Josef Andreas Jungmann spiegava che, a causa della distribuzione della Comunione direttamente in bocca, si eliminarono varie preoccupazioni: quella che i fedeli debbano avere pulite le mani, la preoccupazione ancora più grave che nessun frammento del Pane consacrato si perda, la necessità di purificare la palma della mano dopo la ricezione del sacramento. La tovaglia e, più tardi, il piattino per la Comunione saranno l’espressione di accresciuta attenzione riguardo al sacramento eucaristico.

Papa Giovanni Paolo II così insegna nell’Ecclesia de Eucaristia: “Sull’onda di questo elevato senso del mistero si comprende come la fede della Chiesa nel mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l’istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne” (n.49). L’atteggiamento più consono a questo dono è l’atteggiamento della ricettività, l’atteggiamento di lasciarsi nutrire, appunto l’atteggiamento del bambino. La parola di Cristo, che ci invita ad accogliere il Regno di Dio come un bambino (Cfr. Luca 18, 17), può trovare la sua illustrazione in modo assai suggestivo e bello anche nel gesto di ricevere il Pane eucaristico direttamente in bocca ed in ginocchio. Giovanni Paolo II metteva in evidenza la necessità di espressioni esterne di rispetto verso il pane eucaristico: “Se la logica del ‘convito’ ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa ‘dimestichezza’ col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore (…) Il convito eucaristico è davvero convito ‘sacro’, in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio. Il pane che è spezzato (…) è pane degli angeli, al quale non ci si può accostare che con l’umiltà del centurione del Vangelo” (n.48). L'atteggiamento del bambino è il più vero e profondo atteggiamento di un cristiano davanti al suo Salvatore, che lo nutre con il suo corpo e il suo sangue, secondo le seguenti commoventi espressioni di Clemente di Alessandria: “Il Lògos è tutto per il bambino: padre, madre, pedagogo, nutritore. ‘Mangiate, dice Lui, la Mia carne e bevete il Mio sangue!’ (…) O incredibile mistero!”. (Pedagogus, I, 42, 3). Un’altra considerazione biblica è fornita dal racconto della vocazione del profeta Ezechiele. Egli ricevette simbolicamente la parola di Dio direttamente in bocca: “Apri la bocca e mangia ciò che io ti do”. Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo (…) Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele” (Ezechiele, 2, 8-9; 3, 2-3). Nella sacra Comunione riceviamo la Parola, fatta carne, fatta cibo per noi piccoli, per noi bambini. Quindi, quando ci accostiamo alla sacra Comunione, possiamo ricordarci di quel gesto del profeta Ezechiele. Cristo ci nutre veramente con il Suo corpo e sangue nella sacra Comunione e ciò è paragonato nell’età patristica all’allattamento materno, come mostrano queste parole di san Giovanni Crisostomo nelle sue omelie sul Vangelo di Giovanni: “Con questo mistero eucaristico Cristo si unisce ad ogni fedele, e quelli che ha generato li nutre da sé e non li affida ad un altro. Non vedete con quanto slancio i neonati accostano le loro labbra al petto della madre? Ebbene, anche noi accostiamoci con tale ardore a questa sacra mensa e al petto di questa bevanda spirituale; anzi, con un ardore maggiore di quello dei lattanti!” (82, 5).

Il gesto più tipico dell’adorazione è quello biblico dell’inginocchiarsi, come lo hanno recepito e praticato i primi cristiani. Per Tertulliano, che visse tra il secondo e il terzo secolo, la più alta forma dell’orazione è l’atto dell’adorazione di Dio, che si deve manifestare anche nel gesto della genuflessione: “Pregano tutti gli angeli, prega ogni creatura, pregano il bestiame e le belve e piegano le ginocchia” (De Oratione, 29). Sant’Agostino avvertiva che noi pecchiamo, se non adoriamo il Corpo eucaristico del Signore, quando lo riceviamo: “Nessuno mangi quella carne, se prima non l’ha adorata. Pecchiamo se non l’adoriamo” (Enarrationes in Psalmos, 98,9). In un antico Ordo communionis della tradizione liturgica della Chiesa copta fu stabilito: “Tutti si prostrino a terra, piccoli e grandi e così cominci la distribuzione della Comunione”. Secondo le Catechesi mistagogiche, attribuite a san Cirillo di Gerusalemme, il fedele deve ricevere la Comunione con un gesto di adorazione e venerazione: “Non stendere le mani,  ma in un gesto di adorazione e venerazione accostati al calice del sangue di Cristo” (5, 22). San Giovanni Crisostomo nelle omelie sulla lettera ai Corinzi esorta coloro che si accostano al corpo eucaristico del Signore a imitare i Magi dell’Oriente nello spirito e nel gesto dell’adorazione: “Accostiamoci dunque a Lui con fervore e con ardente carità. Questo corpo, benché si trovasse in una mangiatoia, lo adorano gli stessi Magi. Ora, quegli uomini, senza conoscenza della religione ed essendo barbari, adorano il Signore con grande timore e tremore. Ebbene, noi che siamo cittadini dei cieli, cerchiamo almeno di imitare questi barbari! Tu, a differenza dei Magi, non vedi semplicemente questo corpo, ma ne hai conosciuto tutta la sua forza e tutta la sua potenza salvifica. Sproniamo dunque noi stessi, tremiamo e mostriamo una pietà maggiore di quella dei Magi” (24,5). Sullo stretto legame tra l’adorazione  e la sacra Comunione Papa Benedetto XVI nell’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis ha scritto: “Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo” (n.66). Già da cardinale, Ratzinger sottolineava questo aspetto: “Cibarsene [dell’Eucaristia] (…) è un evento spirituale, che investe tutta la realtà umana. ‘Cibarsi’ di essa significa adorarla. Per questo l’adorazione (…) neppure si pone accanto alla Comunione: la Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione (Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2001, p.86). Nel libro dell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, il gesto della prostrazione dei ventiquattro anziani davanti all’Agnello può essere il modello e il criterio di come la Chiesa in terra debba trattare l’Agnello di Dio quando i fedeli si avvicinano a lui nel sacramento dell’Eucaristia.

I Padri della Chiesa mostrarono una viva preoccupazione affinché non si perda nemmeno un minimo frammento del Pane eucaristico, come esortava san Cirillo di Gerusalemme in maniera suggestiva: “Sii vigilante affinché tu non perda niente del corpo del Signore. Se tu lasciassi cadere qualcosa, devi considerarlo come se tu avessi tagliato uno dei membri del tuo proprio corpo. Dimmi, ti prego, se qualcuno ti desse granelli d’oro, tu per caso non li terresti con la massima cautela e diligenza, intento a non perdere niente? Non dovresti tu curare con cautela e vigilanza ancora maggiore, affinché niente e nemmeno una briciola del corpo del Signore possa cadere a terra, perché è di gran lunga più prezioso dell’oro e delle gemme?” (Catechesi mistagogiche, 5,21). Già Tertulliano testimoniava l’angoscia  e il dolore della Chiesa perché non si perda nessun frammento: “Soffriamo angoscia perché nulla dal calice o del pane cada a terra” (De Corona, 3). Sant’Efrem – quarto secolo – così insegnava: “Gesù ha riempito il pane di se stesso e di Spirito e lo ha chiamato il Suo corpo vivo. Ciò che adesso vi ho dato, diceva Gesù, non lo considerate pane, nemmeno calpestate i suoi frammenti. Il minimo frammento di questo pane può santificare milioni di uomini e basta per dare la vita a tutti quelli che lo mangiano” (Sermones in hebdomada sancta, 4, 4). Nella tradizione liturgica della Chiesa copta si trova la seguente avvertenza: “Non c’è nessuna differenza tra le parti maggiori o minori dell’Eucaristia, persino quelle minime che non si possono percepire con l’acutezza della vista; esse meritano la stessa venerazione e possiedono la stessa dignità come il pane intero” (Heinrich Denzinger, Ritus Orientalium, Wurzuburg, 1863, I, p.405). In alcune liturgie orientali il Pane consacrato è designato con il nome “perla”. Così nelle Collectiones canonum Copticae si dice: “Dio non voglia! Che nulla delle perle o dei frammenti consacrati aderisca alle dita o cada a terra!”. L’estrema vigilanza a cura della Chiesa dei primi secoli affinché non si perdesse nessun frammento del Pane eucaristico era un fenomeno universalmente diffuso: Roma (cfr Ippolito, Traditio apostolica, 32), Africa del nord (cfr Tertulliano, De Corona, 3, 4), Gallia (cfr Cesario di Arles, Sermo, 78, 2), Egitto (cfr Girolamo, In Psalmos, 147, 14), Siria (Efrem, In hebdomada sanctam, 4, 4).

Nella Chiesa antica gli uomini prima di ricevere il pane consacrato dovevano lavarsi la palma della mano. Inoltre il fedele s’inclinava profondamente ricevendo il Corpo del Signore con la bocca direttamente  dalla palma della mano destra e non dalla mano sinistra. La palma della mano serviva per così dire come patena o come corporale – specialmente per le donne. Così si legge in un sermone di Cesario di Arles (470-542): “Tutti gli uomini che desiderano comunicarsi, devono lavare le proprie mani. E tutte le donne devono portare un lino, sul quale ricevono il corpo di Cristo” (Sermo, 227, 5). Di solito la palma della mano veniva purificata ossia lavata dopo la ricezione del pane eucaristico come è finora norma nella Comunione del clero nel rito bizantino. Nei vecchi canoni della Chiesa caldea, persino al sacerdote celebrante era vietato di mettere il pane eucaristico nella propria bocca con le dita. Invece doveva prendere il corpo del Signore dalla palma della sua mano; come motivo era indicato che si trattava non di cibo comune, ma di cibo celeste: “Al sacerdote – si legge nel Canone di Ioannis Bar-Agbari – si ordina di ricevere la particella del pane consacrato direttamente dalla palma della sua mano. Non gli sia permesso di metterla con la mano nella bocca, ma deve prenderla con la bocca, poiché si tratta di un cibo celeste”.

Nell’antica Chiesa siriaca il rito della distribuzione della Comunione era comparato con la scena della purificazione del profeta Isaia da parte di uno dei serafini. In uno dei suoi sermoni sant’Efrem lascia parlare Cristo con queste espressioni: “Il carbone portato santificò le labbra di Isaia. Sono Io, che, portato adesso a voi per mezzo del pane, vi ho santificato. Le molle che ha visto il profeta e con le quali fu preso il carbone dall’altare, erano la figura di Me nel grande sacramento. Isaia ha visto Me, così come voi vedete Me adesso stendendo la Mia mano destra e portando alle vostre bocche il pane vivo. Le molle sono la Mia mano destra. Io faccio le veci del serafino. Il carbone è il Mio corpo. Tutti voi siete Isaia” (Sermones in hebdomada sancta, 4, 5). Nella liturgia di san Giacomo, prima di distribuire ai fedeli la sacra Comunione, il sacerdote recita questa preghiera: “il Signore ci benedica e ci renda degtni di prendere con mani immacolate il carbone acceso, mettendolo nella bocca dei fedeli”.

Se ogni celebrazione liturgica è azione sacra per eccellenza (cfr Sacrosanctum concilium, n.7), lo deve essere soprattutto il rito della sacra Comunione. Giovanni paolo II insisteva sul fatto che, dinanzi alla cultura secolarizzata del tempo moderno, la Chiesa di oggi debba sentire uno speciale dovere riguardo alla sacralità dell’Eucaristia: “Bisogna ricordarlo sempre, e forse soprattutto nel nostro tempo, nel quale osserviamo una tendenza a cancellare la distinzione tra sacrum e profanum, data la generale diffusa tendenza – almeno in certi luoghi – alla dissacrazione di ogni cosa. In tale realtà la Chiesa ha il particolare dovere di assicurare e corroborare il sacrum dell’Eucaristia. Nella nostra società pluralistica, e spesso anche deliberatamente secolarizzata, la viva fede della comunità cristiana garantisce a questo sacrum il diritto di cittadinanza” (Dominicae cenae, 8). In base all’esperienza fatta nei primi secoli, alla crescita organica nella comprensione teologica del mistero eucaristico e al conseguente sviluppo rituale, il modo di distribuire la Comunione sulla mano fu limitato alla fine dell’età patristica ad un gruppo qualificato, cioè al clero, come è finora nel caso dei riti orientali. Ai laici si cominciò pertanto a distribuire il pane eucaristico – intinto nel vino consacrato nei Riti orientali – direttamente in bocca. Sulla mano si distribuisce nei Riti orientali  soltanto il pane non consacrato, il ciosiddetto antidoron. Così si mostra in maniera evidente anche la differenza tra Pane eucaristico e pane semplicemente benedetto. La più frequente ammonizione dei Padri della Chiesa sull’atteggiamento da avere durante la sacra Comunione suonava così: cum amore ac timore. Lo spirito autentico della devozione eucaristica dei Padri della Chiesa si sviluppò organicamente alla fine dell’antichità in tutta la Chiesa – Oriente e Occidente – nei corrispondenti gesti del modo di ricevere la sacra Comunione in bocca con la precedente prostrazione a terra – Oriente – o inginocchiati – Occidente. Non corrisponderebbe maggiormente all’intima realtà e verità del pane consacrato, se anche oggi il fedele per riceverlo si prostrasse a terra aprendo la bocca come il profeta che riceveva la parola di Dio (cfr Ezechiele, 2) e lasciandosi nutrire come un bambino – poiché la Comunione è un allattamento spirituale? Un tale gesto sarebbe anche un impressionante segno della professione di fede nella presenza reale di Dio in mezzo ai fedeli. Se sopraggiungesse qualche non credente e osservasse un tale atto di adorazione, forse anche lui “si prostrerebbe a terra e adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è tra voi” (1 Corinzi, 14, 24-25).

 

mercoledì, 23 gennaio 2008

Ron Paul, Gesuiti &...

All'estero per qualche giorno, lontano da tutto e da tutti, wXre non poteva pero' resistere dal segnalare un paio di cose. Anzi tre. La prima e' il (pare) clamoroso risultato di Ron Paul in Lousiana, dopo quello molto buono in Nevada, a cui si aggiunge anche l'importante endorsement da parte di Jane Roe, la protagonista dell'epocale causa Roe vs. Wade poi pentitasi e diventata una testimonial di peso del mondo pro-life americano. La seconda e' questo simpatico commento sull'elezione del nuovo generale dei Gesuiti, in sintonia con quanto scritto qui nell'ultimo post. La terza, beh, e' che il nostro amato Roger Federer e' alle semifinali degli Australian Open contro Novak Djokovic. E sara' un grande match...

domenica, 20 gennaio 2008

Gesuiti, fine di una storia 2

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Il punto, caro Angelo (vedasi commento-saluto dell’amico di penna Botblog a post precedente), è che se i Gesuiti avessero scelto come loro generale Benedetto XVI in persona, rispetto a padre Adolfo Nicolás SJ, penso sarebbe stata esattamente la stesa cosa…

 

Da tutti gli incontri che ho avuto con Gesuiti tedeschi, francesi, americani, messicani, indiani... da tutte le testimonianze che ho ricevuto da terzi, da tutto ciò che ho letto e leggo della loro produzione ho maturato da tanto tempo la convinzione che la Compagnia di Gesù sia del tutto irriformabile. Non nei suoi lati esteriori, ovviamente, ma nel profondo, nel suo cuore pulsante, nella sua struttura teologica.

 

La Compagnia che, paradosso della storia, è stata accusata per secoli di essere antimoderna, è stata invece la madre di un tentativo generosissimo di coniugare, in senso etimologico – mettere sotto lo stesso giogo, come gli sposi – la dottrina e la Chiesa Cattolica con la “modernità”. E intendo con “modernità”, come si fa nei manuali delle medie, il periodo che inizia dagli sconquassi del Rinascimento.

 

Un tentativo fallito o, se si preferisce lasciare i bilanci al Contabile Celeste, un tentativo finito.

 

Suarez a Rahner, due giganti, sant’Ignazio e padre Arrupe, due giganti, sono stati l’alfa e l’omega di questa vicenda, nel pensiero e nella “prassi”.

 

I paradossi della storia dicevo. Ma anche e soprattutto le vie misteriose dello Spirito.

Quando una pensa al Concilio di Trento e all’inizio dell’epopea dei figli di Ignazio di Loyola, uno pensa alla Chiesa che reagisce alla “modernità” per tornare al suo caro “medioevo”. Falso. O vero solo in apparenza. In realtà la Chiesa, e la Compagnia che ne è stato simbolo e motore in quella fase, iniziavano lì lo sforzo titanico per con-iugarsi con la “modernità” stessa.

Quando uno pensa al Concilio Vaticano II uno pensa  alla Chiesa che si apre alla “modernità”. Falso. O vero  solo in apparenza. In realtà la Chiesa inizia da quel momento un faticoso, drammatico superamento della “modernità”: entra anche lei nella “post-modernità”.

 

E’ per questo, penso, che il Vaticano II resta a tutt’oggi un oggetto così strano, che ha spiazzato davvero tutti. E’ stato fatto in teoria dai Rahner, ha segnato in teoria il riconoscimento da parte della Chiesa della “modernità”. Ma appena chiuse le assise con Paolo VI, quelli che avrebbero dovuto trionfare dopo l’epocale risultato raggiunto, i Rahner in senso lato, hanno iniziato a sbandare in ogni direzione e a dissolversi. Coloro che invece dovevano essere spazzati via dalla “modernità” finalmente accolta a braccia aperte da Sancta Romana Ecclesia, sono invece cresciuti e pian piano sono diventati i protagonisti della scena. Perché? Perché la “modernità” in Sancta Romana Ecclesia, ovvero nella sua parte gesuitica in senso lato, c’era già da quattro secoli, anche se in rigorosa talare nera e con modi di fare alquanto retrò. Il Vaticano II è stato il suo svelamento e allo stesso tempo il suo canto del cigno.

 

I Gesuiti sono stati i campioni di un’era che si è virtualmente chiusa. Quando John Allen scrive del nuovo Papa nero: “A Jesuit source in Rome said that several years ago, Nicolás was under consideration as Rector of the Gregorian University, but the Vatican expressed doubts about the appointment on the basis of concerns about the role he played as a theological advisor to the Japanese bishops during the 1998 Synod for Asia. During that session, prelates from across Asia, including a particularly strong push from Japan, argued for greater collegiality, or decentralization, in church authority”, ecco, non che tutto ciò sia particolarmente scandaloso – alle cose veramente scandalose della Societas Jesu  sono dedicati un faldone straripante di fogli e alcuni cd nel mio studiolo, e te li raccomando… – ma tra le righe, conoscendo i Gesuiti, uno intuisce che Adolfo Nicolás SJ non è anzianotto perché ha 72 anni. E’ anzianotto perché vive delle suggestioni e degli errori di un’altra epoca ecclesiale. Il suo avanguardismo – scrive sempre John Allen: “observers say, his election is … a choice for a ‘forward thinking’ outlook” – ricorda un po’ quello dell’edilizia “moderna” degli anni ’60: che vista oggi stringe un po’ il cuore e sembra irrimediabilmente vecchia.

giovedì, 17 gennaio 2008

Gesuiti, fine di una storia

Wxre vorrebbe spendere due paroline, domani, in vista dell'elezione del nuovo generale dei Gesuiti, che qualcuno prevede possa avvenire già sabato. Come preambolo, tre stralci dal carteggio LD/GdC del gennaio del 2006...

Il filone classico di critica al Concilio, diciamo di matrice lefebvriana, mi ha spesso interessato per i dettagli, ma nel complesso mi ha sempre lasciato freddo.

Ho sempre visto in chi si concentra ossessivamente sul Concilio, visto come causa della crisi successiva, una posizione speculare a quella di Alberigo & soci, con il loro Vaticano II di rottura e “alba di una nuova Chiesa” (magari mi è dispiaciuto che siano stati scomunicati i valorosi membri della Fraternità di San Pio X e non quelli della scuola di Bologna, ben più meritevoli di un tale provvedimento. Questo sì).

Chi crede che sia stato il Concilio ad aver causato l’infarto che ha colpito la Chiesa negli anni ‘60, stroncando nel giro di pochi anni le comunità di Paesi storici per la cattolicità (Germania, Francia, Belgio, quell’Olanda che fu fucina di missionari, per citare i casi più impressionanti) è miope. E’ come chi voglia ricercare le cause dell’ictus di Sharon (lasciamo stare la pulsa denura) in quello che aveva o non aveva mangiato la sera prima.

In realtà, se la Chiesa invece di fiorire è collassata è perché era già debilitata da lungo, lunghissimo tempo. In modo spesso poco visibile, certo, ma non meno reale.

La stessa cosa vale per la Compagnia di Gesù. Com’è noto le bizzarrie, le provocazioni, le idee ereticali, la contestazione della gerarchia ecclesiastica, ecc. sono diventate nel dopo Concilio un suo tratto identificativo. Negli Stati Uniti, per esempio, i Gesuiti da braccio armato del Papa sono diventati sinonimo di promozione dell’omosessualità, di cristianesimo hippy, di pauperismo tossico alla Don Ciotti, ecc. E anche qui, la diagnosi che generalmente viene fatta di tale metamorfosi è che i Gesuiti “sono cambiati” in concomitanza del Concilio e del suo “spirito” (in senso etilico).

La versione forse più popular di questa diagnosi è un libro degli anni ’80, famosissimo negli Usa, “The Jesuits and the betrayal of the Roman Catholic Church”, scritto da uno dei tanti geniacci cresciuti in seno alla Compagnia e poi usciti per contrasti con l’Ordine: Malachi Martin.

Colto, già docente al Biblico a Roma, dotato di una penna da bestsellerista (con i suoi thriller mistici ha dato più di uno spunto a Dan Brown) Malachi Martin ha fatto un racconto della svolta della Compagnia di Gesù nel ‘900 che si tracanna tutto d’un fiato (altro che Codice da Vinci). Un libro ricco di dati, ottimamente confezionato, aderente al vero. E che tuttavia ha un limite pesante, che ne inficia non i dettagli, ma il quadro generale. E alla fine la tesi di fondo. L’idea, cioè, che fino all’altro ieri i Gesuiti fossero buoni, bravi e fedeli e poi… un colpo di Teilhard De Chardin da una parte, di Rahner dall’altra, le briglie della Compagnia finite in mano a quel comunista di padre Arrupe… gli stessi Gesuiti sono diventati disubbedienti e cattivi.

Più lucido un giudizio di Vittorio Messori, raccolto in Pensare la Storia, secondo cui “Attorno alla Compagnia di Gesù aleggia un mistero che le consuete categorie non sono in grado di penetrare del tutto”.

Scrive Messori:

Per stare ad alcuni esempi: le terribili Provinciali di Pascal (letta la prima, il Superiore dei gesuiti in Francia fu colto da un attacco apoplettico e dovette essere salassato sette volte..) sono un’ingiustizia, seppur rivestita dallo smalto del genio, o sono una legittima protesta in nome della serietà del cristianesimo?

Ancora: aver stroncato, con una decisione papale del XVIII secolo, il progetto di “inculturazione” dei missionari della Compagnia in Asia fu un errore disastroso di Roma o fu invece (come sostenevano gli altri Ordini) l’indispensabile difesa dell’identità cristiana?

Per continuare: fu resistenza profetica o cieco anacronismo la resistenza della Compagnia, per tutto l’800, a difesa dell’intransigentismo romano e a rifiuto di ogni modernità? Ebbe ragione la Civiltà Cattolica del 1873 che non volle dare notizia, se non reticente, della morte di un “cattolico liberale” come Alessandro Manzoni o hanno ragione quei gesuiti di oggi impegnati nelle più spericolate “aperture” non solo culturali ma anche politiche?

Ma gli interrogativi, qui, sono senza numero: la soppressione della Compagnia, nel 1773, fu una gratuita iniquità cui fu spinto un Papa ostile e debole, pressato dalla congiura dei philosophes anticristiani, o fu una meritata punizione per avere ceduto a una volontà di potenza ormai lontana dall’umiltà richiesta a seguaci del Cristo sconfitto e crocifisso? Se i dizionari di tutte le lingue alla voce “gesuita” indicano non soltanto il significato di “membro della Compagnia di Gesù”, ma anche altri significati poco lusinghieri, ciò avviene per una diffamazione di potenti nemici o per una vox populi nata da una realtà?

Ancora, qual è il “vero” gesuita? è Sant’Ignazio stesso che restò in Europa solo per ripiego, il sogno inappagato della sua vita essendo il promuovere una crociata contro il Turco o almeno il recarsi con i suoi discepoli in Oriente per convertirvi i musulmani? O il “vero” gesuita è quello impegnato oggi nel più tollerante e irenico degli ecumenismi?

Spiegare il senso delle apparenti contraddizioni che attraversano tutta la storia della Societas Jesu non è solo importante per capire l’identità dell’Ordine. Ma, data l’importanza dell’Ordine negli ultimi 400 anni, per capire quale sia stato quel “colesterolo” che ha indurito le arterie della Chiesa è l’ha portata all’infarto post-conciliare.

Bisogna guardare alla teologia di Molina, diceva Roberto Buffagni, per capire il tortuoso cammino dei figli di Sant’Ignazio. Condivisibile, senza dubbio. Ma c’è dell’altro, secondo me. Molto meno visibile della questione del molinismo, eppur altrettanto importante. Se non di più.

I gesuiti sono stati gli alfieri, i paladini della controriforma, della svolta attuata con il Concilio di Trento. Una svolta impeccabile sotto il profilo teologico – vedasi le meravigliose Costituzioni dogmatiche – molto più problematica sotto un altro profilo: quello filosofico.

Con il Concilio di Trento viene infatti oscurato il faro della speculazione, il vertice della metafisica cristiana, cioè san Tommaso d’Aquino. A parole non cambia molto – san Tommaso rimane il doctor Angelicus, la scuola domenicana continua ad avere un peso notevole – ma nei fatti sì. Un po’ è il sospetto che il Concilio fa calare su parte di quell’Umanesimo che da san Tommaso era stato direttamente influenzato (il primo indice dei libri proibiti, in cui finiranno personaggi del calibro del Petrarca, fu redatto da una commissione di saggi e letterati a Venezia…). Ma soprattutto è la Compagnia di Gesù che in filosofia guadagna la pole position e imprime una svolta antitomistica a molti e determinanti ambiti della Chiesa.

Qui uno potrebbe chiedere: ma non era stato Sant’Ignazio ad inserire lo studio di San Tommaso nelle costituzioni dell’Ordine??? Vero. Ma è altrettanto vero che per una serie di cause mai chiarite fin in fondo (tra queste l’influenza sulla Compagnia dell’oligarchia veneziana) – i gesuiti hanno gettato nel secchio San Tommaso. O meglio, ne hanno mantenuto vivo il ricordo, il nome, svuotandolo però di contenuto. E rimpiazzandolo di fatto con uno dei loro maestri, Francisco Suarez.

Il risultato è che San Tommaso è diventato forse l’autore più citato e allo stesso tempo più tradito della storia della Chiesa. E mica per qualche anno, ma per qualche secolo. Anche il richiamo di Leone XIII a ricuperarne gli insegnamenti essenziali (e non la forma) venne largamente disatteso: generò quel fenomeno spurio chiamato neotomismo, pieno di ogni astruseria e contraddizione sotto le insegne dell’Aquinate, che non a caso nel giro di poco tempo si inaridì e si dissolse.

Solo un personaggio (grosso modo) ha saputo intepretare davvero l’appello di Leone XIII, andando a ripescare sotto una coltre secolare di detriti il nocciolo più prezioso del tomismo, riproponendolo dopo tempo immemorabile nella sua essenzialità e purezza: Cornelio Fabro.

Fabro fin dagli inizi delle sue ricerche, in particolare da “La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso”, individuò nell’Esse ut Actus dell'Angelico il punto cruciale della mistificazione… e ricostruì il ruolo della “seconda scolastica”, dei gesuiti in primis, nell’operazione. Con ricadute di incalcolabile gravità nella genesi del cosiddetto pensiero moderno.

Fabro ne parlò anche – con accenti pudichi, ma molto chiari – in quel bellissimo scritto che è “San Tommaso di fronte al pensiero Moderno” di cui ti allego un passo:

Non tocca qui indicare le forme concrete di attuazione di tale tomismo, a cui s’impegneranno gli studiosi del prossimo futuro, come sinceramente ci auguriamo. Comunque, dev’essere saldo che l’essenzialità di cui si parla dice intensità di problematica, approfondimento di principii, chiarificazione delle differenze... anzitutto rispetto alla dialettica moderna dell’immanenza che, nel suo principio ispiratore più profondo (qual è la soggettività trascendentale), ha portato la filosofia alla morte, precipitandola nel baratro dell’attivismo puro, ossia del nulla; poi, anzi prima di tutto, rispetto alla scolastica formalistica che ha preparato e provocato con la sua vuotaggine e carenza speculativa l’avvento del pensiero moderno. Tale dipendenza del pensiero moderno dalla scolastica decadente è stata affermata con insistenza anche recentemente: la scolastica dell’età barocca è infatti in parte solidale con le scuole nominalistiche dei secoli XIV-XV di cui si cerca invano di frenare la caduta verso il formalismo e il fideismo assoluto. Non per nulla i grandi filosofi del razionalismo, da Cartesio a Spinoza, a Leibniz, fino a Wolff e più ancora fino a Schopenhauer e allo stesso Heidegger... avevano fra le mani i tomi degli scolastici celebrati che erano Toledo, Pereira, Fonseca, Suárez, i Conimbricenses...; è stato anche messo in risalto che la restaurazione della cosiddetta “seconda scolastica”, dovuta soprattutto agli scrittori iberici ora indicati, è direttamente legata all’occasionalismo di Arnauld, di Geulincx, Louis de la Forges, lo. Clauberg e G. de Cordemoy. Una storiografia più vigile al senso delle differenze di fondo non avrebbe difficoltà a mettere in rilievo che il pensiero moderno probabilmente non sarebbe esploso, o almeno non l’avrebbe fatto con quella veemenza irrefrenabile, se il campo del pensiero non fosse stato minato in antecedenza: “En fait, de 1550 á 1650, un lien étroit unit les scholastiques espagnols à ce que nous avons appelé l’esprit de la philosophie moderne”. Così J. Ferrater Mora, il quale indica acutamente e per contrasto il nucleo teoretico del tomismo, come soluzione del problema di struttura del finito nella distinzione di essenza e di esse: “Sans remonter aux Grecs, rappelons que Saint Thomas d’Aquin tenta de la résoudre nettement et harmonieusement par l’affirmation d’une “distinctio realis”. E conclude con una saggezza che farebbe onore a un esperto tomista: “Bìen que la craìnte de l’avicennisme entraine certains auteurs à diminuer l’importance de cette thèse dans la philosophie de Saint Thomas, il semble que l’oeuvre du Docteur Angélique n’est pleinement compréhensible qu’à la lumière d’une distinctio realis modérée”. Questo giudizio o bilancio vale soprattutto per la filosofia scolastica nell’indirizzo eclettico che divenne predominante e si guadagnò maggiori consensi nelle scuole cattoliche, fino a provocare fenomeni di erosione nella stessa scuola tomistica, se il maestro generale domenicano de Boxadors ritenne necessario nel sec. XVIII richiamare l’ordine ad una maggiore fedeltà alla dottrina del Maestro Angelico. Questo giudizio negativo non riguarda ovviamente la teologia, la quale, malgrado la diversità dei sistemi, poté assurgere sia nella dogmatica come nella mistica a momenti e progressi di indubbia grandezza, che ebbe il suo monumento nell’opera e nei decreti dogmatici del Concilio di Trento.

In sostanza, sembra che i Gesuiti siano partiti da subito all’insegna di questa contraddizione: una facciata militare, di obbedienza assoluta al Papa, di “aggressività” apostolica, ecc. che ha dato loro la nomea di reazionari e oscurantisti. Ma dietro la facciata, un abbraccio mortale con lo spirito dei tempi e con le istanze filosofiche che – come diceva Fabro senza molti giri di parole – avrebbero portato la filosofia al “baratro dell’attivismo puro”, al “nulla”, alla “morte”. E assieme alla filosofia, la stessa Compagnia di Gesù.

Questa ambivalenza ha dato problemi ricorrenti a partire dal ‘600, come dicevamo tempo fa, ma tutto sommato ha retto fino alla fine dell’800. Poi, con il deflagrare della carica dissolutoria del pensiero moderno, il cortocircuito è diventato incontrollabile: e allora sono usciti i Tyrrell, i Teilhard de Chardin, i Rahner, i gesuiti col mitra, i cocaleros, gli attivisti gay, i cercatori di Ufo e tutto quel campionario di orrori che regolarmente finisce sulle pagine di qualche quotidiano, senza scandalizzare ormai quasi più nessuno.

Curiosità. Molti hanno notato che ci sono stati solo due generali baschi nella Compagnia di Gesù: Sant’Ignazio e Pedro Arrupe, ovvero l’alfa e l’omega nella storia dell’Ordine. Non solo, ma sembra evidente una simmetria tra quelli che molti gesuiti considerano i loro massimi pensatori: Francisco Suarez e Karl Rahner. Rahner starebbe a Suarez come Arrupe starebbe ad Ignazio: apparentemente l’estremo opposto, in realtà la piena realizzazione delle virtualità insite nel progetto iniziale.

Della “fearful symmetry” – direbbe William Blake – tra Suarez e Rahner se ne accorse del resto anche un testimone d’eccezione: Joseph Ratzinger. Nella sua autobiografia, c’è un punto in cui il Papa parla della sua collaborazione con Rahner durante i lavori conciliari. Parla in particolare di un testo a cui i due dovettero lavorare insieme, per conto del card. Frings. La mano più pesante nel lavoro fu quella di Rahner ed infatti il risultato sollevò “reazioni amareggiate”…. Fu allora però, scrive Ratzinger, che improvvisamente gli fu chiara una cosa: nonostante certe sintonie di facciata, lui e Rahner si trovavano teologicamente “su due pianeti differenti”: “La sua teologia, nonostante la lettura dei Padri della Chiesa, era plasmata sulla tradizione suareziana e sulla sua ricezione alla luce dell’idealismo tedesco e del pensiero di Heidegger. Era una teologia filosofica e speculativa, nella quale i Padri e la Scrittura non giocavano alcun ruolo rilevante”.

Ipse dixit.

mercoledì, 16 gennaio 2008

Da accademia

Dai commenti su Agenzia Radicale:
j
Sono decenni che il dip.to di fisica della Sapienza è in mano a piccoli filistei tutti risentimenti, di cui Cini è un miserrimo esemplare. Non ha fatto un caxxo nella ricerca, si trova dove si trova solo per appartenenza politica. Gli altri accademici son lì o perche ebrei, oppure massoni oppure nel ritaglietto degli amici dell'opus dei... e si combattono come le fazioni libanesi. La ricerca per loro non è un optional, ma qualcosa assolutamente da evitare. Idolatrano quel coglione di Parisi che ha capito giusto una cazzata e per questo viene visto come un genio (o forse perche parla da solo nell'ascensore??).
sono dei poveracci... e poi ci si chiede perché quei pochi che vogliono solo far ricerca, senza prendere tessere di appartenenza o mettere il cervello al macero se ne vanno e, se ritornano, scappano di nuovo??
Frova.... non sa nemmeno risolvere gli esercizi di termodinamica da liceo...; Maiani... si autoloda per le proprie chiarissime insignificanti lezioni, Bernardini, rincoglionito come Cossutta e con amici e parenti da sistemare....
Che pena....
Ratzinger, non mi stai tanto simpatico, ma francamente a mescolarti con tale feccia mentale avresti solo sprecato parte della tua intelligenza.... 
Io ho gia rispedito al rettore la mia laurea presa alla sapienza... per fortuna tanti anni fa.
lunedì, 14 gennaio 2008

putiniana

h
Per chi fosse interessato a bucare la cortina di mistificazioni sul tema “Russia e Putin”, o comunque a leggere analisi geopolitiche che vengono direttamente dall’ambiente dei siloviki – in inglese, non solo in russo – bene, può segnarsi tra i siti favoriti quello della Strategic Cultural Foundation. Troverà materiale di grande interesse.
 f
Magari questo articolo di Vladimir Kazarin, Russia Is Concentrating!, che parte da una vicenda bellica tanto paradigmatica quanto oramai dimenticata, la guerra di Crimea (1853-1856), può essere una buona introduzione al tutto.
lunedì, 14 gennaio 2008

Borghezio e l'Arcangelo

f
Buona carta, bell’impaginazione, foliazione generosa, insomma ben confezionata, ha come titolo Idee per l’Europa dei Popoli. E’ la nuova rivista della Fondazione presieduta presieduta dall’On. Mauro Borghezio, che firma anche il secondo pezzo di apertura, “Identità e tradizione, punti di riferimento per la causa dei popoli”.
 g
“L’idea di Europa che portiamo nella mente e nel cuore è anzitutto il portato di una storia e di valori ben radicati nei nostri popoli. E’ l’Europa delle cattedrali, che con il loro simbolismo esprimono il senso profondo della nostra civiltà…” scrive Borgh. “Oggi l’UE rappresenta un’istituzione estranea e, per molti versi, contrapposta al sentire dei popoli…”. Giusto. “Il superpotere monetario, che viene esercitato nella più assoluta mancanza di trasparenza e di legittimazione popolare dalla BCE… riduce il ‘civis europaeus’ ad un ruolo non più dignitoso di quello di un paria”. Infatti. “Solo Papa Ratzinger – vero Capo spirituale di questa Europa senza idee e senza ideali – ha indicato, come un profeta visionario, la via da seguire…”. Wxre si sente toccato nel vivo. “Intendiamo, dunque, svolgere in questa sede un’analisi delle possibilità che, a nostro parere, sussistono anche in questi tempi di Kali-Yuga, di far riappropriare l’Europa dei suoi valori di sempre…”. “Come ci indica uno dei maestri citati, J.J. Bachofen…”.  “La causa dei popoli che si è sempre espressa in contesti apparentemente diversi e ha avuto per protagonisti figure eccezionali… da De Valera a Bossi…”. Wxre deglutisce. “Per quanto ci riguarda, non esitiamo ad affidare il nostro umile lavoro di ‘guardie’ metapolitiche alla protezione dell’Arcangelo Michele”. Ecco.
 f
Il quale Michele lo immaginiamo solo un po’ seccato nel leggere, poco oltre, la segnalazione de Il demiurgo e altri saggi di René Guénon (Adelphi, pp. 313, euro 14), l’amarezza di tal Lorenzo Sartorio, per il quale “la tradizione dei falò è sicuramente di origine celtica, oscurata come sempre dalla religione cristiana”, le due pagine dedicate al surrealista belga Mark Eemans, principe dell’idealismo magico, le riflessioni del prezzemolino e storico della massoneria Aldo Mola, la sobria apologia della naturopatia. Ma gli passerà...
venerdì, 11 gennaio 2008

Letture

Pare che lo splendido articolo di monsignor Athanasius Schneider sull'Osservatore Romano di mercoledì, con una disamina patristica del significato (e l'opportunità) del ricevere la Comunione sulla lingua e in ginocchio, sia l'anticipazione di un libro di prossima uscita, che sarà spedito dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti a ogni Episkopos (thanks to Curt Jester)
kk
giovedì, 10 gennaio 2008

vinto e vincitore

kk
In un momento di difficoltà per il miglior candidato, da decenni a questa parte, alla presidenziali americane, e in un momento in cui da noi si parla o si blatera di aborto, meritano una piccola segnalazione alcuni passaggi della kilometrica pagina di wikipedia su Ron Paul.
kk
...Assuming the practice of a retiring doctor in Lake Jackson, Texas, in a single day, Paul became the only ob/gyn doctor in Brazoria County, reportedly delivering 40–50 babies a month and frequently busy with surgery. His practice refused Medicare and Medicaid payments; he worked pro bono, arranged discounted or custom-payment plans for needy patients, or otherwise «just took care of them».
jj
...Paul was the first Republican representative from the area; his successful campaign against Gammage surprised local Democrats who had expected to retain the seat easily in the wake of the Watergate scandal. Gammage underestimated Paul's support among local mothers: «I had real difficulty down in Brazoria County, where he practiced, because he’d delivered half the babies in the county. There were only two obstetricians in the county, and the other one was his partner».
hh
...In 2005 and 2007, Paul introduced the Sanctity of Life Act, which would remove federal court jurisdiction over abortion cases arising from state laws and effectively negate Roe v. Wade as binding legal precedent. Also, for the purposes of statutory construction over the jurisdictional limitation imposed, the bill declares that «human life shall be deemed to exist from conception». Paul has also introduced a Constitutional amendment with similar intent. Also in 2005 and 2007, Paul introduced the We the People Act, which would forbid all federal courts from hearing cases on abortion, same-sex marriage, sexual practices, and government display of religious symbols, texts, and images. The Act would make federal court decisions on those subjects nonbinding as precedent in state courts, and would forbid federal courts from spending money to enforce their judgments.
gg
Infine, il bellissimo articolo che Paul scrisse quando morì Giovanni Paolo II.