mercoledì, 27 febbraio 2008

Bataille a Camaldoli

Jenny Saville è senza dubbio un’artista di grande talento, forse la vera erede di Francis Bacon. Cito alcune note biografiche su di lei:

“Nata a Cambridge nel 1970, vive e lavora a Londra . Dopo essersi diplomata con successo alla Glasgow School of Art nel 1992, viene scoperta dal gallerista e mecenate Charles Saatchi, che dal 1992 al 1994 le commissiona alcuni dipinti per varie mostre collettive. Si distingue immediatamente nel panorama artistico contemporaneo per la sua singolare visione del nudo femminile dipinto a olio, in cui l’erotismo non è espresso tanto dal soggetto donna, quanto dalla superficie della carne abordante, dipinta ossessivamente, copiando fotografie, spesso tratte da riviste mediche”.

“Avendo assistito ad alcuni interventi di chirurgia plastica in una clinica di New York nel 1994, subisce il fascino della nuova tecnologia di trasformazione del corpo umano del quale può approfondire la conoscenza. Ispirata anche da Le Lacrime dell’Eros di Georges Bataille, un volume di fotografie scattate in Cina all’inizio del secolo scorso che documentano la macabra esecuzione di un uomo che, intorpidito dagli effetti dell’oppio, viene tagliato a pezzi, abbandona momentaneamente la pittura per sperimentare la fotografia”.

Interpellata sul perché oggi abbia scelto di vivere a Palermo, dice la Saville: "Ho scelto questa città italiana perché è permeata da un senso di morte, da una consapevolezza straordinaria... Quando vai a comprare la carne vedi carcasse dappertutto, interiora di animali esposte....". “Se voi vedete una ferita e io vedo la materia, vedo del colore, è la stessa cosa per me, mi interessa la patologia della pittura, il fatto di produrre qualcosa di brutto e renderlo desiderabile. Io riesco a rappresentare solo ciò che vedo… se vado giù a comprare le sigarette e passo dal mercato di Ballarò, la carne è esibita, l'esposizione della morte è ovunque, se vuoi comprare della carne a Palermo, vai per strada e il corpo dell'animale è lì, appeso, che sanguina”.

Così invece il New York Times: “Ms. Saville has devised a kind of elaborate pictorial plate tectonics of shifting planes and strokes of paint that reveal her dead-weight bodies as hollow, painted shells. They are artistic cadavers being both dissected and reconstructed in a process that links different paintings or parts of paintings to photography, sculpture and abstraction, as well as suggesting darker analogies like surgery, deformity and torture".

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Ivan Nicoletto (quello in fondo al tavolo a sinistra, nella foto in basso) “è monaco dell’eremo di Camaldoli che ama il suo tempo e il suo mondo” – come si legge sulla quarta di copertina del suo ultimo pamphlet Transumananze. Per una spiritualità del/nel mutamento (Città Aperta/Servitium) – e “prega al cospetto di Dio perché liberi la sua laicità adulta dai vincoli infantili della religiosità e gli dia ogni istante il coraggio e la gioia di diventare” (cosa non è specificato).

In un interludio (pp. 55-60) con tanto di succinto apparato iconografico – titolo: “La carne esposta di Jenny Saville” – Ivan rende omaggio all'arte della pittrice batailliana, “che sulla superficie della pelle costeggia le linee d’ombra della vita, si immerge nella melme di una quotidianità senza scampo, nella pratica quotidiana di un’interpretazione del mondo, del modo per viverlo, per sopportarlo. Arte che alimenta il desiderio, il sogno di una nuova, altra realtà, grazie ad una conoscenza sensibile, che ama ciò con cui viene a contatto, della toccante e impalpabile sostanza dell’amore”.

Del resto (pag. 73), "Nell'istante della morte scompare la solida realtà che immaginiamo di possedere. Nel tessuto della forma s'aprono degli squarci, dove, nell'istante, il lavoro si sospende e si sperpera (Georges Bataille)".

Pare che Ivan sia primo assistente del Priore Generale della Congregazione dei monaci camaldolesi.

Auguri. Alla congregazione.

 

 

martedì, 26 febbraio 2008

sonda me

Brasilia, 18 febbraio 2008 – Resi noti i dati di vendita delle case discografiche brasiliane per il 2007. E come lo scorso anno, per il secondo anno consecutivo il campione di incassi è Padre Marcelo Rossi, con l’album “Minha bênção” (La mia Benedizione). Risultato storico se si considera un mercato in cui da decenni spopolano autori come Roberto Carlos o Ivete Sangalo.

In particolare, significativa appare la distanza nelle vendite tra “O Rey” Roberto Carlos, autore lo scorso anno di un album ricco di duetti con altri famosi cantanti, e Padre Rossi, che con il suo “Minha bênção” ha venduto praticamente il triplo di copie.

Ex insegnante di educazione fisica, Padre Marcelo Rossi è famoso in Brasile già da dieci anni, per le grandi masse di fedeli che è riuscito a radunare intorno ai suoi eventi. Il Brasile è la nazione al mondo più ricca di fedeli della religione cattolica, e l'opera innovativa di Padre Rossi, portatore di un diverso linguaggio religioso, è stata definita utile per tamponare l'emorragia di fedeli verso le chiese evangeliche, in grande espansione in America Latina.

News ITALIA PRESS

Questa è “Sonda me”:

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Senhor,
Eu sei que tu me sondas
Sei que também me conheces
Se me acento ou me levanto
Conheces meus pensamentos
Quer deitado ou quer andando
Sabes todos os meus passos
E antes que haja em mim palavras
Sei que tudo me conheces

Senhor eu sei que tu me sondas (4 vezes) 

Deus, tu me cercaste em volta
Tuas mãos em mim repousam
Tal ciência, é grandiosa
Não alcanço de tão alta
Se eu subo até o céu
Sei que ali também te encontro
Se no abismo está minha alma
Sei que aí também me amas

Senhor eu sei que tu me sondas (4 vezes)

Senhor eu sei que tu me amas (4 vezes)

lunedì, 25 febbraio 2008

Dead or alive!

Una diocesi che da 14 anni non ha una sola vocazione sacerdotale fa pensare. Se si aggiunge che la diocesi è in Irlanda, fa pensare ancora di più. Se si aggiunge poi che la diocesi è quella di Ossory, piccola sì, ma anche una delle più ricche di ricordi e segni dell’epopea cattolica dell’Isola, colpisce.

 

Lo scorso dicembre monsignor Séamus Freeman, il vescovo locale, ha detto fuori dai denti che se la tendenza rimarrà inalterata, tra una ventina d'anni la diocesi di Ossory sarà destinata a chiudere i battenti. E ha invitato a mettere il problema vocazionale in cima alla lista delle priorità della Chiesa irlandese.

 

Come scrive  il domenicano Gerard Dunne OP, “In my forty odd years, I have not heard any other bishop or religious superior say in a public way that the promotion of vocations was a priority. Hopefully now, through the courage and enthusiasm of the new bishop, others will follow”.

 

Già. Perché questa situazione non è solamente una questione di fede calante, che resta ovviamente la causa principale. E’ anche il frutto di 40 anni in cui la pastorale “ufficiale” ha battuto con vacua ripetitività sull’importanza del laicato, relegando in seconda, terza o quarta fila la figura del prete. Anni in cui è diventato politicamente scorretto ricordare che le vocazioni non “cadono” dal cielo. Alcune certamente sì, ma la Chiesa saggiamente dura di una volta sapeva che la chiamata divina passa anche attraverso una chiamata molto terrena: per esempio – come era normale in Irlanda fino agli anni ’60 – quella di sacerdoti che visitavano le scuole e parlavano agli adolescenti della bellezza di spendere la vita per Dio. O di religiosi che proponevano attivamente ai ragazzi e alle ragazze “migliori” la via della consacrazione e della missione, via in cui convogliare la sete di eroismo e di ideali propri della giovinezza. Uomini di Chiesa, insomma, che svolgevano quell’attività con un nome militare che oggi farebbe inorridire i più: il reclutamento vocazionale. Un po’ come i marines fanno oggi in Usa, all’uscita della scuole, davanti ai supermercati, ai centri sportivi, per arruolare nuove leve.

 

Violenza psicologica? Poca fiducia nella Grazia? Pelagianesimo di ritorno? No. Era semplicemente un modo per far giungere all’orecchio e al cuore del maggior numero di giovani le parole lapidarie, asseverative, rivolte dal Signore ad Andrea e Pietro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”.

 

Monsignor Freeman, probabilmente memore di tutto ciò, ha ripristinato un team vocazionale che nelle intenzioni ricorda vagamente quello stile rinnegato.

Da noi, a parte casi particolari, si resta a qualche intenzione per le vocazioni letta durante la preghiera dei fedeli, al lavoro burocratico di qualche ufficio diocesano, e poco più.

 

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Comunque, per non buttarla troppo in negativo, è bene ricordare che quella irlandese è una Chiesa che offre ancora delle sorprese nella sua parte “resistente”, come può testimoniare Angelo B.

 

Una di queste è certamente Alive!, la free press più diffusa del Paese, con le sue 345mila copie distribuite.

Fondata e diretta da un altro domenicano, Brian McKevitt OP, si tratta di una rivistina mensile in cui uno può ritrovare la fede dell'Irlanda popolare, semplice e a tratti ingenua, ma viva e sanguigna.

 

Ogni tanto gli do un’occhiata, e mi rincuora sempre un po’.

giovedì, 21 febbraio 2008

Ci sono centristi e centristi

Sulla carta sono pochini. Ma si vedrà. Si vedrà precisamente il 9 marzo, giorno del loro debutto ufficiale,  l’elezione dei membri del Landtag del Niederösterreich, il parlamentino di uno degli stati federali del Paese, la Bassa Austria.

Trattasi di Die Christen, un partito di centro fondato da fuoriusciti dell’Österreichische Volkspartei (ÖVP), il Partito Popolare Austriaco, in teoria la compagine cristiano-conservatrice, in pratica uno slavato corpaccione al cui confronto Forza Italia può apparire un partito clericale.

I fuoriusciti, capeggiati da Rudolf Gerhing, se ne sono andati nauseati dall’andazzo libertario dell’ÖVP e hanno voluto fondare un partito dichiaratamente cristiano (cattolico). Che si batta per i valori cristiani (cattolici). Che si batta, per esempio, contro l’aborto, per il sostegno alle famiglie numerose, per il sostegno economico alle donne che decidono di rinunciare al lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia, contro la unioni civili, contro la probabile legalizzazione delle unione omosessuali, contro la promozione della “cultura” omosessuale, contro gli oltraggi alla religione nei media e nell’arte… contro l'invadenza dello Stato nell'economia e nei corpi sociali intermedi... (il loro programma politico è, letteralmente, tutto un programma).

Insomma, si tratta di cristiani (cattolici, ma non solo) un po’ incazzati. Il che per molti è stata una sorpresa, perché sembrava impensabile che nella iper-secolarizzata Austria ci fossero ancora esemplari siffatti, addirittura desiderosi di impegnarsi pubblicamente e senza timori reverenziali.

Spia della loro qualità, anche gli attacchi già arrivati da parte di un piccolo Enzo Bianchi locale (in versione monaco agostiniano), Maximilian Fürnsinn, prevosto del convento di Herzogenburg.

lunedì, 18 febbraio 2008

Non solo Motu Proprio

Dalla comunità carismatica cattolica "Shalom", in Brasile, la proposta di una terza via liturgica, oltre Bugnini e Trimeloni.

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domenica, 17 febbraio 2008

Motu Proprio: la sorpresa che aspetta i seminari

Padre John Zuhlsdorf riporta sul suo blog la fotocopia di una lettera che un seminarista ha ricevuto pochi giorni fa da monsignor Camille Perl, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, a chiarimento di alcuni dubbi riguardanti il Motu Proprio (la fotocopia è qui sotto, ma sul blog in questione trovate un'immagine più leggibile). 

La lettera è interessante perché, a detta di Perl stesso, anticipa qualcosa di quanto sarà contenuto nell’atteso documento sull’applicazione di Summorum Pontificum.

 

Due le novità degne di nota: si stabilisce che i candidati al sacerdozio hanno il “diritto” di essere formati nell’uso di entrambi i riti (“have the right to be instructed in both forms of the Roman Rite”), mentre i responsabili della loro formazione hanno il dovere di soddisfare tale diritto ("should provide for the instruction in both forms of the Roman Rite.").

 

Il che sarà una piccola (come impegno) ma grande (come significato) rivoluzione per i seminari dell’orbe cattolico.

 

Va da sé che affidiamo sempre al nostro L. Puddu l’ingrato compito di informare di tutto ciò i giapponesi di Santa Giustina

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venerdì, 15 febbraio 2008

Kurt Koch: guarire dal "mellonismo" si può

Per dare un’idea del clima che si respira nella Chiesa cattolica svizzera – clima ecclesiale, teologico, di fedeltà al Magistero – basta citare la lettera che padre Martin Werlen, l’abatino della meravigliosa e millenaria abbazia benedettina di Einsiedeln, ruolo da sempre di assoluto prestigio nella Chiesa elvetica, ha indirizzato a Joseph Ratzinger  dopo la sua elezione al soglio pontificio. Una lettera per dirgli in sostanza che  lui, Martino, doveva farsi carico come pastore del malcontento che la scelta di un siffatto Papa stava creando tra i fedeli … (“Mir fielen die vielen Menschen ein, für die diese Nachricht eine zu große Herausforderung sein könnte. Tatsächlich zeigten die Reaktionen, daß es für viele nicht einfach war, den Menschen, von dem ein solch negatives Bild im Raum stand, plötzlich im Petrusamt zu sehen…“).

 

Posto che quello rappresentato dall’Abt Martin è un sentire diffusissimo, e non la posizione di un estremista, si capirà perché val la pena rendere un piccolo omaggio a un vescovo che, in un contesto simile, e con posizioni passate simili a quelle di Martino il benedettino, ha maturato una sua lucidità e una coraggiosa indipendenza di giudizio. Dimostrando così che dal "mellonismo" e dall' "alberighismo", in realtà, si può guarire.

Si tratta di Monsignor Kurt Koch, vescovo di Basilea.

 

Questo è un un passo tratto da Opus Dei, tutta la verità, di Patrice de Plunkett, da poco uscito per i tipi di Lindau:

 

Lo stesso cambiamento di giudizio si riscontra anche da

parte del vescovo di Basilea, mons. Kurt Koch.

Nel gennaio del 2002, suscitando lo stupore generale,

questi pubblica un testo di elogio a favore di Escrivá e dell’Opus

Dei. Ciò lo espone agli attacchi del quotidiano zurighese

Tages Anzeiger, ai quali egli risponde in maniera tagliente,

dalle pagine dello stesso giornale, il 30 gennaio:

“Chiunque osi parlare in tono positivo del fondatore dell’Opus

Dei è immediatamente trattato come un lebbroso. È questa la

logica semplicistica della debole polemica di Michael Meier

contro di me. L’unico elemento di verità nelle sue affermazioni

è che dieci anni fa anch’io ho espresso alcune critiche sul conto

dell’Opus Dei. All’epoca mi ero fidato delle opinioni dei giornalisti

e dei teologi. Accettarle senza verificare è stato un comportamento

ingenuo da parte di un professore di teologia, quale

ero allora: non mi vergogno di ammetterlo.

Quando si è allargato il coro di condanne nei confronti del fondatore

dell’Opus Dei, mi sono sentito in dovere di studiare personalmente

le sue opere. Non sono i cardinali e i vescovi che

Meier definisce ultraconservatori ad avermi spinto in questa direzione,

ma una certa irritazione personale: non potevo ignorare

le dichiarazioni altamente positive dei cardinali Martini e

König (quest’ultimo ha addirittura redatto un opuscolo informativo

sull’Opus Dei) riguardo al fondatore. […] Ho saputo

inoltre che un vescovo per il quale nutro una sincera devozione, mons. Óscar Arnulfo Romero, è stato il primo a pregare insistentemente

il Papa di beatificare Josemaría Escrivá, per il

quale aveva una profonda ammirazione. Quindi, non potevo

più attenermi a giudizi presi a prestito da altri…

Il mio voltafaccia non è assolutamente, come invece sostiene

Meier con i suoi logori luoghi comuni, quello del «progressista

pieno di speranza» che si trasforma in «conservatore devoto

dell’Opus Dei». In realtà, io non sono mai stato tanto progressista

come afferma Meier. E non sono sicuramente diventato

tanto conservatore, una volta raggiunto l’episcopato,

quanto sospetta Meier. Queste etichette corrispondono più alla

visione in bianco e nero di Meier che alla realtà… No, il

cambiamento che si può riscontrare nel mio caso, e che si è

prodotto prima della mia ordinazione episcopale, è il passaggio

dalla ripetizione ingenua dei giudizi altrui alla formazione

di un parere personale, attraverso la conoscenza della persona

da giudicare.

[…] Invece di confrontarsi con i fatti, [Meier] non fa che ripetere

le stesse accuse di sempre, che non per questo diventano più

vere. Sperando di poter incitare le persone a pensare con la propria

testa e rifiutare i pregiudizi ho, a quanto pare, peccato ancora

una volta di ingenuità. Ma, francamente, mi sento molto

più a mio agio con questa ingenuità che con quella di cui soffrivo

dieci anni fa”.

 

Ma la risposta forse più bella è quella che Koch ha fatto uscire pochi giorni fa,  in reazione a una montante campagna mediatica contro la sua diocesi, partita dalla solita storia di presunti  abusi sessuali da parte di un sacerdote avvenuti 60 anni fa.

Mentre altrove si sono visti arcigni vescovi conservatori  squagliarsi dalla paura di fronte all’aggressività della stampa su accuse di questo tipo, finendo per autoumiliarsi e avallare le menzogne più inverosimili,  il progressista Koch ha tenuto ferma la barra della giustizia e della dignità.  E ha  rilasciato un commento tostissimo, a firma del suo vicario, dal titolo Come si massacra Moby Dick, dove la balena bianca è ovviamente la Chiesa.

In sostanza, alla tradizione  dello sputo in faccia (vedasi post più sotto) il vescovo di Basilea ha scelto di reagire con l’evangelico calcio in culo. Invitando, tra l’altro, gli improvvisati difensori dell’infanzia violata a dare un’occhiata a dove davvero questo problema si pone. Cioè, fra la righe, a casa loro.

 

Molto stanco e con problemi di salute, i medici hanno imposto a  monsignor Koch tre settimane di riposo. Chi volesse dire una preghierina  per lui, farà una buona azione.

giovedì, 14 febbraio 2008

Lo spirito della City

Il pensiero dossettiano:  da interessante  critica all’Occidente mercatista  e  da  mite “rivolta contro il mondo  moderno”  all’insegna di un cristianesimo pneumatico,  ad amplesso con il più gelido  e  amorale  mondo della finanza angloamericana.

Difficile trovare un esempio più intrigante e sconcertante di eterogenesi dei fini.

L’apologia di Beniamino Andreatta fatta ieri da Mario Draghi,  incluso  il grazie a Nino per il contributo dato in quell'umiliante saccheggio nazionale che furono le “privatizzazioni” degli anni ’90, ne è il sigillo reale. Royal.

mercoledì, 13 febbraio 2008

giornali speculari

Colpito dalla finezza di queste due titolazioni oggi:

Libero:  “Se Vespa va a Lourdes, audience della Madonna”.

Liberazione:  “Vescovi contro Moretti. Il rapporto anale fa ancora paura”.

martedì, 12 febbraio 2008

la guerra dello sputo

Mentre il piccolo Zac e Blondet hanno messo nella giusta luce la vicenda della black list, ci piaceva spostare l’attenzione su un problema cogente del rapporto tra ebraismo e cristianesimo, riguardante in particolare la convivenza a Gerusalemme, e di cui si parla un po' poco: gli attacchi salivari che giungono improvvisi sui cristiani, a mo' di qassam su Sderot, da parte di non precisati ambienti talmudici.

Ovvero,  come riferisce oggi Haaretz, l’abitudine di diversi ebrei ortodossi della Città Vecchia di sputare in faccia, a bruciapelo,  a prelati armeni  o  ortodossi  (quelli cattolici si salvano più facilmente in quanto numericamente esigui) per comunicare, evidentemente, un dissenso teologico sulla comune eredità abramitica.

Episodi del genere di susseguono regolarmente ormai dal 2004, con relative denunce delle autorità cristiane.  Ma, si sa, le tradizioni, per di più in una città che vive come nessun’altra nella profondità del tempo, sono dure a morire.

martedì, 12 febbraio 2008

Quello che il Motu Proprio non poteva dire

Non è uno scoop, perché la cosa fu resa nota a suo tempo dalla Fraternità di San Pio X. Pare però che fosse sfuggita a tanti. Così, ripubblicata con orrore, a novembre, da Fr. Joseph O’Leary (una sorta di Alberto Melloni in clergyman e di madrelingua irlandese), rilanciata l’altro giorno in Usa da Cafeteria is closed, e a sua volta da Catholic Canada e da Kath.net, sta facendo rumore.

 

Si tratta di una lettera che il Cardinale Ratzinger scrisse nel 2003 a Heinz-Lothar Barth, un professore di filologia classica all’Università di Bonn, vicino ai lefebvriani, riguardo alla richiesta di “liberalizzare” il rito di Pio V.

 

Qui il testo in inglese e nell'originale tedesco, postato da O'Leary.

 

Il pezzo forte è quando, a metà della lettera, Ratzinger dimostra di rendersi conto dell’anomalia di avere due riti contemporaneamente, e dice di ritenere opportuno, in futuro, una riforma liturgica che ridia alla Chiesa un unico rito, maggiormente in linea con la Tradizione rispetto a quello di Bugnini & co ("vollständig in der Tradition des überlieferten Ritus stehend" dice il Nostro).

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PS= Per Puddu: lo dici tu a quelli del bunker di Santa Giustina...?

lunedì, 11 febbraio 2008

Due domande sui neocatecumenali

Una domanda, anzi due, a chi ne sa di più di noi e ci vuole aiutare: ma gli statuti dei neocatecumenali sono stati approvati – e con una risoluzione che dovrebbe essere annunciata tra pochissimo – oppure no, anzi il Papa avrebbe avocato a sé la decisione in un finale di partita imprevedibile?

Inoltre, l’adeguamento liturgico chiesto da BXVI/Arinze c’è stato, nella prassi, oppure no?

 

A quest'ultimo riguardo, un articolo uscito sul sito neocat spagnolo Camineo.info, e qui tradotto in italiano con relativa presa di distanze, ha lasciato anche chi scrive, che ammira molto el fuego de los kikos, un po' perplesso. Se non altro per passaggi come:

v

"La lettera privata inviata dal Cardinale Arinze a Kiko e Carmen è parte di un esame da parte del Pontificio Consiglio per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, all’interno del processo “ad experimentum” del Cammino neocatecumenale [...] Secondo il funzionamento interno della Santa Chiesa Cattolica, questa Lettera privata, per due evidenti ragioni, non gode di valore ecclesiastico alcuno dal punto di vista normativo".

n

Insomma, sarebbe bello capirne di più.

venerdì, 08 febbraio 2008

La straordinaria (e silenziata) avventura dell'IVE

E’ curioso che i nostri vaticanisti non ne abbiano mai parlato.  E che le vedette antifasciste del Manifesto o di Liberazione non abbiano ancora lanciato alti lai e badilate di sterco.

Davvero curioso.

Perché il boom dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), l’ordine argentino fondato da p. Carlos Miguel Buela (quello più anziano, al centro nella foto) nel 1984, è uno dei più sorprendenti e imprevedibili della Chiesa postconciliare.

 

Una famiglia religiosa che dopo soli 25 anni di vita conta, nel ramo maschile, 302 sacerdoti, 195 seminaristi in formazione, 51 novizi, 92 seminaristi minori, ed è presente in 66 diocesi di 32 paesi; che vede il suo ramo femminile, le Serve del Signore e della Vergine di Matarà, con a capo una giovane suora olandese, annoverare 226 religiose di voti perpetui, 251 di voti temporali e altrettante tra postulandato e noviziato, presenti in 37 diocesi di 22 paesi; il cui  ramo contemplativo ha aperto monasteri a San Rafael (Argentina), Arequipa (Perù), Güímar, Tenerife (Spagna), Anjarah (Giordania) e a Trivento (Italia); a cui si aggiunge un braccio laicale in crescita.

 

Una famiglia religiosa che unisce un forte impegno culturale - vedasi l'inestimabile progetto di pubblicazione dell’opera omnia di Cornelio Fabro (www.corneliofabro.org), autore su cui si impernia la formazione filosofica e teologica di sacerdoti e suore - allo slancio missionario in paesi difficili o estremi per la Chiesa cattolica. Qualche esempio:

 

Albania

Guyana

Etiopia

Israele

Giordania

Kenia

Sudan

Egitto

Ucraina

Russia

Tajikistan

Tatarstan

Tunisia

Cina

Lituania

Olanda

Islanda

Groenlandia

 

In più, una famiglia religiosa che unisce un marcato spirito di povertà – la sua "spartanità" l’ho potuta constatare di persona ­– a uno stile, quando è utile, moderno e ben attrezzato (vedasi l’uso spigliato di internet come mezzo di apostolato).

  

Il tutto è partito da una sperduta città nella provincia argentina di Mendoza, San Rafael, emergendo dai meandri della contorta storia dell'Argentina del secondo ‘900 e dalla crisi acuta, nel dopo Concilio, della Chiesa argentina, una di quelle che più hanno segnato il passo in America Latina.

 

Un'esperienza frutto anche del lascito spirituale di un grande sacerdote, Julio Meinvielle. E, nelle persecuzioni intraecclesiali che l'IVE ha dovuto subito affrontare, della protezione del cardinale Angelo Sodano (un po' come per i Legionari di Cristo).

 

Ma soprattutto, una storia che è solo agli inizi.

 

PS= Qui le immagini del primo Natale dell’IVE dopo lo sbarco in Groenlandia. Qui l'ordinazione di tre sacerdoti in Ucraina.

lunedì, 04 febbraio 2008

Usa: nascono evangelici dal volto umano 2

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Una postilla all’articolo di Blondet USA: nascono evangelici dal volto umano, dove Blond parla della recente tendenza di ambienti evangelical a «Tornare all’insegnamento di Cristo», ossia «rifiutare l’ordine delle cose quando fa torto all’umanità» e  «rompere con quei predicatori che hanno un’agenda politica», in genere di taglio neoconservatrice.

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Il Boston Globe di domenica parlava di un altro fenomeno nel mondo evangelical che dà il segno di un certo “riflusso”: la scoperta dei valori della vita monastica, della meditazione personale in contrapposizione alla spettacolarizzazione carismatica delle megachurches, e una simpatia inedita verso la Chiesa Cattolica.

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Ecco un passaggio (l’articolo intero lo si trova qui):

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The image of the Catholic monk - devoted to a cloistered life of fasting and prayer, his tonsured scalp hidden by a woolen cowl - has long provoked the disdain of Protestants. Their theological forefathers denounced the monastic life: True Christians, the 16th-century Reformers said, lived wholly in the world, spent their time reading the Bible rather than chanting in Latin, and accepted that God saved them by his grace alone, not as reward for prayers, fasting, or good works. Martin Luther called monks and wandering friars "lice placed by the devil on God Almighty's fur coat." Of all Protestants, American evangelicals in particular - activist, family -oriented, and far more concerned with evangelism than solitary study or meditative prayer - have historically viewed monks as an alien species, and a vaguely demonic one at that.

Yet some evangelicals are starting to wonder if Luther's judgment was too hasty.

There is now a growing movement to revive evangelicalism by reclaiming parts of Roman Catholic tradition - including monasticism. Some 100 groups that describe themselves as both evangelical and monastic have sprung up in North America, according to Rutba House's Wilson-Hartgrove. Many have appeared within the past five years. Increasing numbers of evangelical congregations have struck up friendships with Catholic monasteries, sending church members to join the monks for spiritual retreats. St. John's Abbey, a Benedictine monastery in Minnesota, now makes a point of including interested evangelicals in its summer Monastic Institute.

"I grew up in a tradition that believes Catholics are pagans," said Roberts, who was raised Southern Baptist and serves as a pastor in a Baptist church. "I never really understood that. Now I'd argue against that wholeheartedly."

In an era in which televangelists and megachurches dominate the face of American evangelicalism, offering a version of Christianity inflected by populist aesthetics and the gospel of prosperity, the rise of the New Monastics suggests that mainstream worship is leaving some people cold. Already, they are transforming evangelical religious life in surprising ways. They are post-Protestants, breaking old liturgical and theological taboos by borrowing liberally from Catholic traditions of monastic prayer, looking to St. Francis instead of Jerry Falwell for their social values, and stocking their bookshelves with the writings of medieval mystics rather than the latest from televangelist Joel Osteen. 

lunedì, 04 febbraio 2008

Benedicenza

ATLANTA, lunedì, 20 agosto 2007 (ZENIT)

Benedetto XVI ha trasmesso la sua vicinanza ai membri del “Regnum Christi” attraverso il Cardinale Franc Rodé, che ha preso parte al X Incontro Internazionale di Gioventù e Famiglia organizzato da questo Movimento ecclesiale ad Atlanta (Stati Uniti).

Nel suo intervento di fronte a più di cinque mila partecipanti, il Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha riconosciuto che “la comunione con il Papa e con la Chiesa è la vostra garanzia di fecondità apostolica”.

“So quanto ciò mi dia allegria, però so soprattutto quanta allegria dà al Santo Padre Benedetto XVI”, ha aggiunto il porporato di origine slovena.

“Alcuni giorni fa ero in udienza con il Santo Padre e gli ho parlato di questo Incontro – ha rivelato –. Il Santo Padre si è detto molto soddisfatto ed ha espresso una grande gioia per l'Incontro di Atlanta”.

Il Papa sa di poter contare su di voi, sulla vostra obbedienza e amore – ha sottolineato –. La benedicenza che vi caratterizza è una testimonianza senza prezzo”.

“Il vostro carisma vi pone al nocciolo del cristianesimo – ha dichiarato –. Per voi, essere cristiani è aver contemplato Cristo che ha donato tutta la sua vita per voi, e con questa convinzione e certezza, rispondere all'amore di Dio con l'impengo quotidiano, con l'apostolato”.

“In altre parole – ha spiegato –, condividete la stessa esperienza spirituale del vostro fondatore”, padre Marcial Maciel, L.C.

Il Cardinale è stato accolto con entusiasmo dal Direttore Generale dei Legionari di Cristo e del “Regnum Christi”, padre Alvaro Corcuera, L.C., e dai più di cinque mila partecipanti all'Incontro, tenutosi dal 26 al 29 luglio presso il World Center Congress di questa città statunitense.

Nel commentare il tema centrale dell'Incontro, “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12) padre Corcuera ha spiegato in una conferenza che “la carità deve essere la nota distintiva dei membri del 'Regnum Christi'”.

Cristo chiede frutti diversi, poiché ciascuno ha una missione specifica, ha indicato, “tuttavia è nostro dovere dare un frutto comune, senza il quale tutto il resto manca di senso e valore: la carità”.

“Gesù Cristo non ci ha detto solamente che attraverso i frutti ci conosceranno, ma anche che saremo riconosciuti come suoi discepoli dall'amore che c'è fra di noi”, ha spiegato il Direttore Generale di questa nuova realtà ecclesiale.

Benedicenza

La critica e la maldicenza sono vizi diametralmente opposti al precetto della carità. La loro malvagità morale non è sempre sufficientemente riconosciuta, perché non si considerano in tutta la loro gravità le implicazioni che comportano per la persona criticata: la distruzione morale della sua reputazione e della stima e considerazione altrui. Le loro conseguenze sono imprevedibili, poiché una sola parola di critica è paragonabile alla scintilla che provoca l’incendio di un gran bosco. Nella maldicenza si nascondono i germi di un’infezione letale per qualsiasi comunità umana, perché finisce per inquinarla completamente. Coltivate la benedicenza, promuovete la creazione della buona reputazione del prossimo, del riconoscimento leale delle sue qualità e delle sue competenze. Una sola parola di stima e di apprezzamento delle qualità altrui può far cambiare radicalmente l’opinione che si ha di una determinata persona.

Marcial Maciel