
“Difendere Wilders. Non aiuteremo l’islam consegnando ai fanatici la libertà d’espressione”, titolava oggi il Foglio. Un editoriale sul filmato oltraggioso verso il Corano e di istigazione al pogrom anti-islamico diffuso dall’olandese Geert Wilders, sorta di incrocio tra Mirko dei Biaiv e Christopher Walken, ma soprattutto leader e fondatore del Partij voor de Vrijheid, il Partito della libertà.
Hanno ragione quelli del Foglio. Glielo dobbiamo far vedere noi a questi beduini schifosi che cos’è la libertà d’espressione. E che cazzo.
Ci sta già pensando, a dire il vero, la diocesi di Vienna, che ospita in questi giorni, nel museo diocesano vicino alla cattedrale di Santo Stefano, una mostra dedicata all’arte di Alfred Hrdlicka, noto e discusso scultore/pittore, una sorta di Pasolini austriaco col pennello.
Al suo quadro dell'Ultima Cena, raffigurata come un’orgia sodomitica, ha dedicato un video (qui sotto) un gruppo di cattolici reazionari che, come al solito, non ha capito nulla del valore della libertà di espressione.
Alcuni visitatori - così ha riferito Bernhard Böhler, direttore del museo - hanno chiesto a Hrdlicka perché ha voluto rappresentare gli apostoli nel cenacolo intenti a copulare fra di loro. Risposta del Pasolini austriaco: “Non c’erano donne in giro”.
Wilders e il Foglio possono essere fieri di lui. E della diocesi di Vienna.
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Siccome siamo nell’Ottava di Pasqua e un po’ di dolcezza non guasta.
Siccome Joe Satriani torna in Italia, vicino a Milano, e se possiamo una capatina a sentirlo la faremo.
Siccome ci siamo accorti che su wikipedia qualcuno ha letto e fatto riferimento a un post di wXre su Satriani di qualche tempo fa (lo rimettiamo qui sotto).
Ecco, visto tutto ciò, abbiamo pensato di dedicare il video di Love Thing a chi capitasse tra oggi e domani sul questo blog. s
CHITARRISTI DI DIO
Musica, Big Sur, soffio dello Spirito. Caro Luigi, l’altra cosa che mi veniva in mente leggendo la storia di Jacqueline Chew è una riflessione che ho fatto alcuni giorni fa, quando una gentile fanciulla mi ha regalato un pezzo che mi mancava: il DVD del G3 Live, la tourné del 1996-97 che ha visto insieme tre fra i più grandi chitarristi in circolazione: Steve Vai, Joe Satriani ed Eric Johnson.
Preciso la fisionomia dei protagonisti: Steve Vai è probabilmente il più grande chitarrista elettrico di sempre, se mettiamo da parte Jimi Hendrix, che è un caso tutto a sé; Satriani, pur non essendo inarrivabile tecnicamente, è musicista di grande, grandissima sensibilità e originalità. E’ stato un pioniere dello strumento all'inizio degli anni ’80 e ha saputo coltivare la sua fama con il passare del tempo, anche quando veniva via via superato da una schiera di giovani talenti. Eric Johnson è invece un simpatico fenomeno proveniente dal Texas, uno che, 50enne e con un viso da eterno fanciullo, suona la sua Stratocaster come un violoncello, con la sensibilità di un Rostropovich.
La tourné ha avuto un enorme successo - ed è stata ripetuta più volte, con l’innesto di altri acrobati della sei corde - anche perché dopo diversi anni ha riproposto una formula storica, quella del trio Al Di Meola, John McLaughlin e Paco De Lucia, immortalato nel famoso disco “Friday night in San Francisco” del 1981.
Ma arriviamo al dunque. Caratteristica comune di Vai, Satriani a Johnson, oltre ai virtuosismi, è una tensione musicale positiva, lieta, che emerge anche dalle melodie più pensose o introspettive. E’ un tipo di musica, la loro, dal colore brillante, anche nei passaggi più ruvidi (per la cronaca, Steve Vai e Satriani se li cerchi in un negozio di CD li trovi sempre nel settore heavy metal, non ho mai capito il motivo). Uno stile dall’effetto “rigenerante” per chi ascolta.
Un caso? Una coincidenza? Può darsi. Però ci sono alcuni dati che, presi in considerazione, suggeriscono una possibile spiegazione.
Joe Satriani è nato a Long Island nel 1958 da una famiglia cattolica, ha frequentato a lungo una scuola cattolica e si professa cattolico, anche se non ama parlare della propria fede (nel mondo dello spettacolo non è che faccia guadagnare molti punti, si sa). Sposato con una pittrice dal nome esotico, Rubina, non solo è monogamo da oltre vent’anni (il che nel mondo dello spettacolo è quasi un miracolo) ma si dice innamoratissimo di sua moglie e della sua famiglia. Rubina è il nome dell’etichetta indipendente che Satriani ha fondato anni fa ed è anche il nome di una delle sue composizioni più belle, in un album dell’86. Ma tutti i suoi dischi hanno almeno un brano dedicato ai suoi affetti, con titoli come “Home”, “You saved my life”, “Always with me, always with you”, ecc. che testimoniano una peculiare sensibilità per il valore della famiglia.
Eric Johnson viene dal Texas, dicevamo, e non è cattolico. Ha frequentato però anche lui un college confessionale, protestante, prima di avventurarsi diciottenne nel mondo degli strumentisti. A parte la sua musica che, come ti dicevo, è di una eleganza e di una “positività” del tutto speciale, anche i testi delle sue poche composizioni non strumentali hanno contenuti insolitamente edificanti. Inoltre, lui protestante, in un album del ’97 ha inserito quella che è la più riuscita versione dell’Ave Maria di Schubert mai realizzata in atmosfere fusion e distorte. Sai, quei tentativi di riportare brani classici in contesti elettrici che in genere producono delle vere schifezze, ma che in questo caso, con basso batteria chitarra elettrica e tastiera, si sono dimostrati possibili e suggestivi.
Infine Steve Vai: come ti dicevo, probabilmente il più grande chitarrista (chitarra elettrica, ovviamente) di sempre. E qui il discorso si fa davvero interessante, non solo perché c’è di mezzo un talento fuori dall’ordinario e dallo straordinario. Si fa interessante perché Steve Vai - nato pure lui a Long Island, nel 1966, e per un breve periodo allievo del compaesano Satriani - fu notato e lanciato nel mondo dei musicisti professionisti da un altro geniaccio, Frank Zappa. Da Zappa Vai ha preso molto: dallo stile anarchico, all’insopprimibile vena ludica, alla complessiva bizzarria musicale ecc. Molto, tranne una caratteristica: il gusto pesantemente dissacratorio e l’irriverenza verso tutto ciò che sapeva di religioso, che erano propri di Zappa.
La cosa curiosa, e stranamente poco notata, è infatti che nella lunga carriera di Steve Vai l’elemento religioso, “cristianeggiante”, è uno dei fili conduttori di tutta la sua produzione. Qualche esempio: il brano più celebre e forse più bello composto da Steve Vai si intitola “For The Love of God”. Nel 1992, l’album “Sex and Religion” tira dentro sì banalmente il tema del sesso, ma per il resto, dalla splendida “Still my bleeding heart” a “The Road to Mt. Calvary” a “Rescue me or bury me” è tutto intessuto di riferimenti cristiani e in modo non così scontato. Così nell’album “The Ultra Zone” del ’99, brani come “The silence within” o “Windows to the soul”, per non parlare di “Whispering a prayer” nel doppio album “Alive in an ultra world”, evocano atmosfere, diciamo così, di orazione. Fino ad arrivare all’ultimo parto del Nostro, cioè “Real illusions”, uscito qualche mese fa, e in cui pezzi come “Building the Church”, “Dying for your love” o “Under it all” riprendono le ricorrenti suggestioni cristianeggianti.
Altro particolare. Anche Steve Vai, come Satriani, manifesta un insolito, appassionato e delicato amore per la propria famiglia: per la moglie Pia (moglie ininterrottamente ormai da vent’anni), per i figli Julian Angel e Fire, per la sorella Pam, per i genitori, tutti quanti regolarmente inseriti in cori, dediche, ringraziamenti, testi di canzoni ecc. Una sensibilità che ha un sapore un po' "italiano"... un po' cattolico...
Insomma, caro Luigi, scrivo tutto questo sia per segnalare al Vaticano possibili inviti per il prossimo concerto di Natale, sia per confermare ciò che dici tu: lo Spirito soffia veramente dove vuole, zufola sui registri musicali più impensati...
GdC

Lo scorso 8 marzo ad Hollywood, alcuni manifestanti hanno invaso la sala in cui si stava proiettando "Horton Hears A Who!", intonando lo slogan del film: "Una persona è una persona. Non importa quanto piccola sia". Finito il canto di protesta, i militanti hanno percorso i corridoi della sala, sfoggiando un adesivo sulla bocca sul quale era scritto "Life".
Non so se Ferrara ne abbia parlato sul Foglio. Perché la cosa gli si addice:
Il film, che ha dominato il box-office Usa con un incasso di 45,1 milioni di dollari nel fine settimana, è tratto dalla serie di libri per ragazzi del Dr. Seuss, ha per protagonista un elefante e può contare sul contributo delle voci dei comici Jim Carrey e Steve Carell.
I contenuti pro-life sono garantiti. Stando almeno a PewSitter.com.
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Qui il sito ufficiale.

Lo scorso 15 marzo, in un villaggio a un centinaio di chilometri da Bombay, due suore carmelitane indiane che gestiscono una scuola per gli abitanti tribali del posto (tribali che equivalgono nella scala sociale ai dalit, i fuori casta) sono state riempite di botte da un gruppo di fanatici. Induisti seguaci di Narendra Maharaj, un guru (non è il sadhu aghori della foto) che ha avuto un enorme successo negli ultimi anni, soprattutto nello Stato di Maharashtra.

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Il motivo del pestaggio era il solito: l’accusa di convertire al cristianesimo “intoccabili” e simili, cioè quella “spazzatura” umana che trova nei religiosi cattolici considerazione, aiuti materiali e spirituali.
Episodi di questo genere, o anche più gravi come roghi e tentati omicidi, sono ormai uno stillicidio quotidiano.
Chissà se il nostro nuovo fratello in Cristo Magdi Allam alzerà la sua voce a riguardo, sul Corriere della Notte. Speriamo.
Gli mancassero le notizie, le può sempre recuperare qui.
Victimae paschali laudes
immolent Christiani.
Agnus redemit oves:
Christus innocens Patri
reconciliavit peccatores.
Mors et vita duello
conflixere mirando:
dux vitae mortuus,
regnat vivus.
Dic nobis Maria,
quid vidisti in via?
Sepulcrum Christi viventis,
et gloriam vidi resurgentis:
Angelicos testes,
sudarium, et vestes.
Surrexit Christus spes mea:
praecedet suos in Galilaeam.
Scimus Christum surrexisse
a mortuis vere:
Tu nobis, victor Rex, miserere.
Amen. Alleluia.
Scrive Luigi Accattoli della scomparsa di Chiara Lubich: Ha mostrato che cosa possa fare una donna in questo nostro mondo e come sarà bello il volto della Chiesa quando la femminilità sarà in essa pienamente riconosciuta. La ricordo sul palco del Palaeur, mano nella mano con papa Wojtyla che aveva la sua età. Da lui ottenne una modifica dello statuto dell’Opera dei Focolari perché fosse garantita la possibilità che “il presidente dell’Opera fosse sempre donna”. Da lei venne il primo impulso al grido “santo subito” il giorno stesso della morte del papa polacco. La ammiro nella capacità di parlare al cuore di ogni cristiano ma anche degli ebrei, dei musulmani e dei buddisti. Mi ha aiutato a intuire che possa essere e che possa fare oggi un amore cristiano consapevole del proprio primato e della propria libertà.
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A noi Chiara Lubich piace ricordarla invece così:
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Chiara Lubich ebbe modo di conoscere il movimento Regnum Christi ed i Legionari di Cristo in maniera più approfondita nella Pentecoste del 1998, a Roma, e poi in occasione di una serie di incontri tra i fondatori dei Movimenti Apostolici della Chiesa, al fine di scambiarsi esperienze e per condividere gli sforzi nella nuova evangelizzazione richiesta da Giovanni Paolo II. Sin da allora si creò una forte sintonia tra Chiara ed il Regnum Christi, sia nella persona del suo fondatore, P. Marcial Maciel, L.C., che in quella dei suoi collaboratori, come lo era già allora P. Álvaro Corcuera, L.C., attuale direttore generale del Movimento Regnum Christi e della Legione di Cristo. Trovarono che il loro comune compito era quello di vivere il carisma della carità in tutti i suoi aspetti.
Appena saputo della sopraggiunta morte di Chiara, P. Álvaro Corcuera, L.C., ha espresso le sue condoglianze in una lettera indirizzata ad Anna Pelli, del movimento dei focolarini. A nome dei membri del Regnum Christi, ha voluto assicurarle l’unione e la concordia nelle preghiere, «nell’ora triste e insieme gioiosa del abbraccio di Chiara al Padre».
Nelle sue linee, P. Álvaro ha rinnovato la memoria degli incontri e delle le conversazioni avute con Chiara, risaltandone «la parola sempre luminosa, chiaroveggente, nella passione condivisa per l’unità e nell’impegno di testimoniare Cristo al mondo». Ha inoltre menzionato alcune parole edificanti, ed oggi commoventi, che Chiara Lubich lasciò scritte il 9 febbraio 2001 nel libro d’oro del centro di studi superiori dei Legionari a Roma, al termine di una delle sue visite. Vi si legge: «Viviamo l’altro, il prossimo, ogni prossimo, sempre. E’ l’Altro, Dio, nelle sue volontà, e la nostra vita sarà AMORE, MORTE E RISURREZIONE sempre. Chiara».
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A tutti l'augurio di una buona Settimana Santa, riuscendo a strappare dal lavoro o dallo studio il tempo necessario per pregare un po'.

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Concilium, la rivista fondata da Yves Congar, Hans Küng, Johannes Baptist Metz, Karl Rahner ed Edward Schillebeeckx, oggi vanta altri numi teologici, ovviamente.
Nell’attuale comitato di direzione figurano, per dire, Jon Sobrino e Silvia Scatena, storica vicinissima ad Alberto Melloni, mentre nel comitato scientifico, accanto a Giuseppe Alberigo †, figurano Jürgen Moltmann, Gustavo Gutierrez, Leonardo Boff et plurimi alii.
Un bimestrale sempre molto interessante.
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Per esempio, nel numero 1/2008 debutta come nuovo direttore Felix Wilfred, teologo dell’Università di Madras, in India, scegliendo come titolo e tema della rivista Le omosessualità.
L’argomento, non facile, viene trattato dagli autori con quell’apertura al mondo e nell’ascolto di quello “spirito del Concilio” che hanno sempre contraddistinto Concilium.
“C’è da sperare che il sostegno pionieristico dato a persone gay e lesbiche possa portare un maggior numero di cristiani a riconoscere che questi modelli di vita hanno valore e dovrebbero essere celebrati – insieme ad altre espressioni umanizzanti – come elementi positivi della famiglia umana e come un’anticipazione del santo governo (polity) di Dio sul mondo”, scrive Julie Claque, docente di teologia cattolica ed etica all’Università di Glasgow, nel suo I valori morali dell’Europa: segni o ferite della civiltà?
Ma quello che auspica la Claque è proprio ciò che stenta ad avvenire in Sudafrica, come spiega padre Charles P. Ryan, della società missionaria di S. Patrizio, attualmente direttore del corso di teologia morale del St. Joseph’s Theological Institute di Cedara, ne L’omosessualità in Sudafrica. “Nonostante una società che conserva leggi relative all’omosessualità insolitamente liberali”, scrive il missionario europeo, “l’omofobia, il negazionismo, la discriminazione e il pregiudizio sono ancora attivi sia nella vita secolare del Paese sia nella Chiesa, inclusa la Chiesa cattolica”.
E brucia ancora, a padre Charles, una rispostaccia ricevuta da una platea di sacerdoti sudafricani impegnati nella formazione dei seminaristi, i quali lo avevano chiamato a parlare della nota della Cdf sui Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali, nel 2006: “Avanti di questo passo lei ci giustificherà anche i rapporti sessuali con gli animali!”.
Allargando lo sguardo in senso ecumenico, Philip Cubertson, episcopaliano, direttore del St. John’s Theological College di Auckland, e Tavita Maliko, ministro della Chiesa congregazionalista delle Isole Samoa, presentano un altro utile saggio: “Il perizoma non è samoano”. Alla scoperta di una teologia trasgressiva del terzo genere nell’area del Pacifico.
Erik Borgman, laico domenicano olandese, nonché membro del comitato direttivo di Concilium, in Non “fissare” la natura in termini statici ricorda che “purtroppo la tradizione della legge naturale cattolica nella sua forma ecclesiale ufficiale ha ripreso l’idea moderna di natura come statica norma comune”.
Deryn Guest, docente di ermeneutica biblica all’Università di Birmingham, studiosa della pratica della vita religiosa, “specie nei modi in cui questa riguarda le persone lesbiche, gay, bisessuali e trans-generi”, offre un approfondimento dal titolo suggestivo: Incontro alle bestie. Ermeneutica lesbica della Bibbia “per strada”. Ovvero, scrive la Guest citando una collega, Marcella M. Althaus-Reid: “Perché non possiamo parlare in termini immaginifici di Dio come di un finocchio (faggot)? Perché non riusciamo a vedere il divino al di fuori delle strutture riduttive di una teologia sessuale sistematica, che sa poco dell’amore fuori dai sistemi regolativi decenti di categorie sessuali controllabili”.
La quale Althaus-Reid, docente alla facoltà teologica dell’Università di Edinburgo, firma il capitoletto successivo, il più importante forse dell'intera rivista: Teoria queer e teologia della liberazione, dove viene illustrato il passaggio dall’opzione preferenziale per i poveri all’opzione preferenziale per lesbiche gay e trans.
Chiude il numero monografico uno scritto di James Alison, teologo inglese, ex domenicano: Lettera a un giovane cattolico gay.
Insomma, un materiale teologico, come si può intuire, di alto livello. Magari, vista la complessità delle analisi e la loro carica profetica, un materiale adatto non proprio a tutti.
Noi infatti, che non abbiamo la cultura degli scrittori di Concilium, né la loro capacità di aggiornamento, restiamo inguaribilmente legati alla teologia semplice e démodé di Paolo D’Ungheria, alla sua Summa de Poenitentia del 1215: “I sodomiti sono gli avversari di Dio, assassini e distruttori dell’umanità. Essi sembrano dire a Dio: Tu hai creato gli uomini perché si moltiplicassero. Ma noi lavoriamo perché la tua opera venga distrutta”.
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Oggi il Corriere della Notte pubblica il discorso tenuto dall’Abbé di San Satiro in occasione del conferimento a Parigi della Legion d’Honneur. Il Nostro annuncia il tema del prossimo capitolo della propria Recherche, la poesia di Baudelaire, e allo stesso tempo torna alle origini della sua peregrinazione verso la verità principiale: Talleyrand e la Rovina di Kasch.
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L’ultimo numero della rivista Mediterraneo Dossier, diretta dal contadino quinziano Gino Girolomoni, dopo aver già dedicato un numero monografico a Guido Ceronetti per i suoi 80 anni (dove compare l'inarrivabile omaggio di Enzo Bianchi dal titolo Un brindisi di-vino per Guido) ospita un articolo di Francesco Zambon, sempre su Ceronetti, dal titolo Un pellegrinaggio a Montségur. In sogno con Guido Ceronetti (in realtà già apparso su Cartevive, periodico della biblioteca cantonale di Lugano).
“L’eresia catara è uno dei temi più ricorrenti nelle lettere e nelle telefonate fra Guido e me – scrive Zambon – soprattutto dopo che, una decina di anni fa, ho pubblicato da Adelphi un libro contenente l’intero corpus dei testi catari originali fortunosamente scampati alla distruzione o all’oblio. Poco dopo l’uscita del libro, ci fu una delle tante mancate occasioni di incontro: fu organizzato a Caraglio, vicino a Cuneo, un convegno sul catarismo al quale fui invitato e avrebbe dovuto intervenire anche Ceronetti. Avendo dovuto rinunciare, Ceronetti scrisse però un bell’articolo su La Stampa; riferendosi al mio libro, dichiarava che quella catara non è per lui una delle tante eresie, ma l’eresia – l’eresia per eccellenza. E i suoi lettori sanno quanto spesso e con quale pathos tornino nelle sue poesie e nei suoi saggi i riferimenti alla storia e alle dottrine catare, al rito del consolamento, al rogo di Montségur”.
Zambon racconta poi sotto forma di sogno il viaggio che avrebbe voluto compiere con l’amico Guido C. – novello Guido Cavalcanti, cioè l’amico di Dante iniziato alla setta gnostica dei Fedeli D’Amore secondo lo studioso veneziano – in terra catara.
Viaggio che passa per l’estasi del Ceronetti di fronte alla cupola della chiesa della Daurade, a Tolosa, già fiorente centro del pensiero cataro e cortese (e richiamo colto al sonetto di Cavalcanti Una giovane donna di Tolosa) e trova il suo acme di fronte a un’immagine del castello/rifugio degli albigesi, con la rievocazione dei versi del sonetto ceronettiano Consolamentum: “I piedi accorsi le contatte essenze / di noi non morti di Montségur”.
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Bene. L’Abbé Calasso nel pezzo di oggi cita Lévi Strauss, che nel 1985 scriveva: “Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture – e quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l’esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura”.
Ceronetti, il 3 marzo sulla Stampa, intervistava in ginocchio Massimo Introvigne sul pericolo del fondamentalismo islamista per la “nostra” cultura, per la civiltà europea/occidentale.
Dal che wXre, nella sua ingenuità, deduce una cosa: se anche Adelphi, non solo Magda Allam, è per la difesa dell’Occidente, c’è decisamente qualcosa che non va nella categoria di Occidente...
A Montségur (foto sopra), per wXre l’Occidente era Hugues des Arcis. Per l'Abbé di San Satiro, quello di Bose e per monsieur Ceronetti era evidentemente Bernard Marty.

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Esattamente come nel 2006, wXre darà il proprio voto non al Pdl - di cui capisce bene lo schifo che può suscitare in tanti, condividendolo - ma a Giulio Tremonti.
L’unica personalità di governo all’altezza dei tempi e che ha compreso alcuni nodi cruciali della situazione economica, di quella politica e in parte anche di quella culturale di oggi. E che soprattutto, se diventerà ministro dell'economia, potrà fare qualcosa di importante, oltre a parlare.
Vi invito a leggere questa lezioncina politica dell'anno scorso. E, per chi giovedì scorso fosse stato preso da altre cose, a vedere l’ultima puntata di Annozero. Dove il Nostro si è spinto là dove nessuno, nella sua posizione e in una trasmissione nazionale in prima serata, si era spinto. Si è fermato giusto in tempo prima di citare Draghi, insieme a Prodi e Ciampi… e ha fatto bene, perché se no sarebbe successo il finimondo. Anche in questo ha dimostrato lungimiranza.
Da Movisol. 9 marzo 2008 – Nel corso della trasmissione “AnnoZero” su Raidue il 6 marzo, Giulio Tremonti ha ribadito il suo esplicito attacco alla globalizzazione finanziaria che ha gettato il mondo in una crisi finanziaria senza precedenti. Ma questa volta, in concomitanza con l’uscita del suo libro “La Paura e la Speranza”, Tremonti ha fatto un passo in più: per affrontare il “disastro globale”, ha detto, ci vuole “un nuovo accordo tra i grandi paesi del mondo… Ci vuole una nuova Bretton Woods”.
L’attacco di Tremonti al “mercatismo” – il termine che usa per definire l’aderenza fanatica al liberismo, e che definisce “l’ideologia totalitaria inventata per governare il mondo nel XXI Secolo” – non è nuovo. Da molti anni Tremonti cerca di evitare la camicia di forza imposta dal Patto di Stabilità, proponendo nuovi meccanismi di finanziamento per le infrastrutture in Italia. Nel 2003, il suo “Action Plan for Growth” riprese e ampliò il piano Delors del ’94 con l’intenzione di finalmente sbloccare una serie di grandi progetti infrastrutturali europei.
[…]
Negli ultimi mesi, Tremonti ha ripetutamente sfidato il falso dibattito imposto dall’establishment politico ed economico, denunciando i “folli” che hanno imposto la globalizzazione, la “tecnofinanza” utilizzata per mettere in piedi una bolla speculativa enorme, e paragonando l’attuale crisi a quella del ’29, se non peggio. Molti nella popolazione e nella classe politica sono stati colpiti dalle bordate di Tremonti, ma la casta – quella vera, fatta dai grandi giornali e dall’establishment economico – ha imposto la linea del silenzio: non reagire, ignorarlo, e si troverà il modo di metterlo all’angolo.
Pare che l’uscita del suo nuovo libro e le dichiarazioni sulla Nuova Bretton Woods abbiano cambiato tutto questo. Evidentemente Tremonti ha oltrepassato la linea rossa tracciata dalla finanza. Sicuramente contribuisce il fatto che potrebbe tornare al Ministero dell’Economia tra breve, se il Pdl dovesse vincere le elezioni; e questo proprio mentre la crisi richiede soluzioni urgenti, prima che la prossima banca (italiana questa volta?) che “scopre” perdite di decine di miliardi di Euro metta in ginocchio l’intero sistema.
Adesso si è creato un dibattito nazionale, con numerosi articoli sui giornali nazionali e dichiarazioni dei politici. I liberisti “folli” come Francesco Giavazzi e Renato Brunetta hanno fatto del loro meglio per tappare la falla; ma non dovrebbe sorprendere che il loro meglio è ben poca roba davanti alla necessità di salvare l’economia reale. Fare la voce grossa non sta funzionando questa volta, e questo dibattito intorno alla globalizzazione e le misure protettive necessarie per affrontare la crisi ha la potenzialità di ridefinire la geografia politica in Italia e altrove. Si potrebbero archiviare le manipolazioni dello scenario destra-sinistra in cui nessuno osa sfidare l’ortodossia delle “regole europee” o della società dei consumi. Si potrebbe aprire un vero dibattito intorno a come salvarci dalla politica del liberismo finanziario degli ultimi decenni. […]
Alcuni stralci dell’intervento di Giulio Tremonti a “AnnoZero” il 6 marzo 2008
Tremonti: Nel ‘95 ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”... Il fantasma è arrivato ed è un fantasma che fa paura... Credo che quello che sta succedendo sui posti di lavoro sia anche il prodotto di quella che si è chiamata globalizzazione. Cioè dire – e ancora adesso girano, nelle nostre università, sui giornali nella politica, dei pazzi che ti dicono “ci vuole più com-pe-ti-ti-vi-tà”. La competitività, la velocità, la violenza dei processi... non che devi pensare ad un mondo di sogno, ma magari ad un mondo com’era prima, meno spinto, meno fanatizzato dal dogma del mercato. La paura ce l’hanno gli anziani che vanno al supermercato e non hanno i soldi per fare la spesa. Noi viviamo in un mondo all’incontrario: in un mondo in cui il superfluo costa meno del necessario. Puoi andare a Londra con 20 dollari ma non fai una spesa al supermercato con 20 euro. Questo è il punto.
La paura riguarda le famiglie che hanno la vita mangiata dai mutui. Sta arrivando una grande crisi. Questo è il punto e la risposta alla domanda. C’è una crisi della globalizzazione. Si è piantata...
Santoro: è il motivo, anche, della prudenza di Berlusconi...
Tremonti: Poi, dopo, rispondo all’imprudente Travaglio... ma direi che il punto è più generale, e cioè a dire: a partire dalla fine degli anni 90 e poi in questo secolo, un gruppo di - diciamo di illuminati, banchieri diventati statisti, politici diventati pensatori economici, falsi profeti – hanno predicato i benefici, il mito del XXI secolo, la globalizzazione, la cornucopia, l’età dell’oro. Tutto si è basato sulla divisione, prima, del mondo in due parti: l’Asia produttrice di merci a basso costo e l’occidente, l’America, importatore di queste merci a debito. Tutto è stato messo in piedi con la tecnofinanza, con le banche che non hanno fatto più il mestiere antico che sempre hanno fatto le banche: prendere denaro sulla fiducia e prestare denaro a proprio rischio. Hanno impacchettato i prodotti e li hanno venduti, ceduti a terzi.
Il meccanismo della tecnofinanza che ha finanziato la globalizzazione è saltato. Non solo: non ha funzionato in sé: non potevi fermare il mondo, ma non eri autorizzato a – solo dei pazzi illuminati, se vuole le dico i nomi italiani ma è meglio di no, hanno pensato che, governando gli anni novanta e poi dopo, che il mondo potesse essere forzato…
Le dico un’ultima cosa. Quando arrivano gli americani nel 45 e portano la penicillina, con la penicillina guariscono tutti di colpo. Adesso come adesso, con la penicillina ci fai poco: servono gli antibiotici. Tutti questi illuminati che governano l’economia, hanno gestito la crisi che c’è e che ci sarà, che continua, si aggrava e contagia, l’hanno gestita con gli strumenti vecchi, e cioè a dire con la riduzione dei tassi d’interesse, con le iniezioni di liquidità. Non reagisce l’organismo, anzi: sta ancora peggio. E’ cambiato il mondo, deve cambiare il governo del mondo.
Noi pensiamo alcune cose per l’Italia, ma pensiamo che se il disastro è globale, la politica non può essere più locale. Noi pensiamo ad un nuovo accordo tra i grandi paesi del mondo. Bretton Woods fu nel 44; va rifatto. Ci vuole una nuova Bretton Woods.

“Nasce l’eco quaresima” scrive l’ultimo numero di Jesus. “Quest’anno – si legge a pag. 35 della rivista –, in vista della Pasqua, invece che rinunciare a cioccolato o alcolici bisognerà cercare di ridurre il proprio impatto ambientale e combattere il riscaldamento globale. L’appello ai fedeli è stato lanciato dai vescovi anglicani di Londra e Liverpool. La campagna è patrocinata anche dal primate della Chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, che ha chiesto ai fedeli una ‘eco-buona azione’ al giorno durante la Quaresima”.
Molto bello. E comprensibile l’attenzione del mensile paolino alla proposta anglicana.
Deve essere una moda, evidentemente. Padre John Zuhlsdorf parla sul suo blog di una via Crucis ecologica tenutasi presso l’Immaculate Conception Church, una parrocchia di Durham, nel North Carolina, gestita dai francescani minori.
Avessi tempo tradurrei il tutto in italiano, purtroppo devo lasciarlo in lingua originale. Quella in corsivo, qui sotto, è l’introduzione dell'email di un parrocchiano della Immaculate Church che ha segnalato la cosa a Padre Zuhlsdorf. A seguire gli estratti delle meditazioni.
Jesus o le edizioni Messaggero Padova, così sensibili all’argomento,
potrebbero pensare a una pubblicazione dei testi di questa via Crucis anche in italiano.
This evening, I attended the Stations of the Cross [at Immaculate Conception], and the liturgy that was utilized was called The Ecological Stations of the Cross—an adaptation of a liturgy composed by the Office of Peace, Justice and Integrity of Creation, of the Franciscan Province of St. Barbara. Simply stated, the liturgy was horrendous. I don’t even know where to begin in detailing its shortcomings. As just a few examples, within the context of the liturgy, a prayer was directed to mother earth, the earth was compared to our crucified Lord, the earth’s care for humanity was offered as an analogy to the Blessed Mother’s care for Christ, Jesus’ crucifixion was reduced to the level of species extinction, mention was made of the Buddhist myth of a life-giving serpent under the Bodhi tree, and a reference to the Nietzschean notion of eternal return was set forth.
As you can see, this isn’t simply sloppy liturgy; this is outright paganism.
I have already written the pastor of my parish and am also in the process of composing a letter of complaint to my Bishop, the Most Reverend Michael F. Burbidge. My question for you, Father, is this: does the egregious nature of this liturgy warrant taking the matter to a higher authority, perhaps even to the Congregation for Divine Worship? [Yes, it does. More about this below.]
Excerpts from the Ecological Stations of the Cross
Second Station: Jesus Embraces the Cross
(Earth as Suffering Servant—Isaiah)
Meditation:
Mother Earth, you are alive with Christ’s Spirit. You, like Christ, are the suffering servant. You serve all Earth’s creatures so splendidly and graciously, but we often treat you as nothing more than a storehouse of goods. May we awaken to see both your suffering and your generosity. May we only harvest wood from your forests in ways that are sustainable and may we leave your ancient, mystical, old-growth forests to grow in peace.
Third Station : Jesus Falls the First Time
(The Poor and Unjust Systems)
Meditation:
Christ, we see you alive in all creation, and know your love extends in a special way to the poor and suffering. Like you, the poor fall so often under unjust social systems that strangle their right to good housing, health care and meaningful work. May we awaken to see how our economic systems and multinational corporations could be made more just. May we create just systems in solidarity with all peoples and nature.
Fourth Station: Jesus Meets His Mother, Mary
(We Meet Christ in Mother Earth)
Reflection:
Just as Jesus met and was comforted by his mother, so too can we all be comforted by the compassionate care of our Mother Earth. Christ’s love pulses through her, and we are truly welcome and at home on Earth. May we be aware of the healing, nurturing love with which she cares for us and all creation. May we awaken to know Christ’s wisdom and care through nature. May we, like Jesus, know our sacredness as children of God and as children of Earth.
Fifth Station: Simon from Cyrene Helps Jesus
(Earth Saints)
Reflection:
The Earth must stand up under the cross of global warming, water pollution, chemical and radiation poisoning, strip mining and deforestation. There are those who stand up for her to alleviate the burden. Earth Saints like Rachel Carson, Francis of Assisi, Hildegard of Bingham, Chico Mendes and John Muir have felt the Earth’s pain and offered their service to her. May we too respond to alleviate the burden of the Christ of Creation, and be of service to our sacred Earth Mother.
Eighth Station: Jesus Speaks to the Women of Jerusalem
(Women and Education, Hunger, Poverty and Sustainable Population Growth)
Reflection:
Christ, you look with compassion on women: the birth-givers, the nurturers, and the comforters. May we commit to sustainable world population growth by bringing women out of poverty; by providing adequate nutrition, health care and education, and by honoring the lives of all women.
Point to Ponder:
Unsustainable population growth is a direct result of poverty, hunger and illiteracy, especially for women. Without food, economic security, and education, no amount of family planning programs will curb high birth rates.