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Riportava Zenit, il 23 aprile scorso, che “tra le decisioni adottate nel recente Capitolo Generale della Congregazione Salesiana, spicca il cosiddetto Progetto Europa. Il rettor maggiore dei Salesiani, don Pascual Chávez [foto sopra], ha invitato a ripensare la presenza salesiana nel Vecchio Continente per prestare un miglior servizio pastorale ai giovani”.
Probabilmente è già un assaggio di questo nuovo impegno l’ultimo numero di Dimensioni Nuove, la rivista salesiana dedicata ai giovanissimi.
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Per esempio, alla rubrica “Pensatori”, troviamo, con piacevole sorpresa, Bertrand Russell:
Grande estimatore della scienza e della matematica, Russell ha decisamente negato ogni metafisica e ogni religione. Il Cristianesimo era per lui un complesso di non-sensi, e caratterizzato da una morale disumana, bigotta, formalistica ed oscurantista. Questo suo giudizio nasce dal pesante influsso che ebbe su di lui l’ambiente Vittoriano in cui trascorse la sua giovinezza, sovente perbenistico e ipocrita.
Il suo saggio veemente ed appassionato, Perché non sono cristiano, può essere ancora oggi una lettura provocatoria e liberante anche per un autentico credente.
Alla rubrica “Dossier”, veniamo spronati giustamente a sostenere la causa del Tibet:
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In Tibet puoi barattare il vortice della vita con una beatitudine senza confini (Milarepa)... Secondo Robert Thurman, uno dei più autorevoli studiosi del Tibet, grazie alla loro adorazione di tutto ciò che vive, i tibetani hanno preservato il più sofisticato ecosistema della Terra, «un ambiente così fragile che, una volta scomparso, non potrà ritornare mai più». Un angolo di Paradiso, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
Alla rubrica “Scuola” campeggia una bella proposta formativa: Sulle orme di Vasco. Percorsi naturalistici e storico-culturali lungo la via Emilia:
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Il progetto nasce con l’intento di condurre gli studenti attraverso i luoghi della biografia di Vasco Rossi suggerendo, nel contempo, una molteplicità di link storici, artistici, urbanistici ed economici con il territorio: dalla centuriazione romana della pianura padana con l’insediamento dei veterani delle guerre civili fino ai moti risorgimentali, dalla musica di Verdi ai cantautori, da Wiligelmo alle tombe dei glossatori, dal paesaggio e dalle coltivazioni appenniniche al fenomeno Ferrari.

Vengono suggeriti però altri due itinerari: sulle orme di Totti e sulle orme di Scamarcio.

Magister segnala la citazione di Hawthorne fatta dal Papa nell’omelia di sabato, nella cattedrale di San Patrizio a New York.
Ripesco e trascrivo un articolo uscito su Avvenire il 10 dicembre 2004: Il segreto di Rose, la figlia suora di Hawthorne, di Andrea Galli. Può fare forse da sfondo alla curiosa citazione papale.
«Era già un anno provvidenziale, il 2004, per Nathaniel Hawthorne, il grande scrittore americano, con il duecentesimo anniversario della nascita e la serie di commemorazioni che si sono susseguite negli ultimi mesi negli Stati Uniti e all'estero. Italia compresa, dove nei giorni scorsi, a Roma, l'Associazione italiana di Studi nordamericani ha reso omaggio con un convegno all'autore de La lettera scarlatta. Come se non bastasse, poi, sono arrivate le elezioni americane, la vittoria di George W. Bush e il successivo dibattito sulla persistenza delle radici cristiane e puritane nel mondo Usa: quelle radici che lo scrittore del New England più di ogni altro ha raffigurato e contribuito a cristallizzare nell'immaginario collettivo.
Che lo spirito di Hawthorne in un qualche modo aleggi sul dibattito culturale e civile Usa, lo ha ricordato sul Foglio anche Siegmund Ginzberg, con un lungo articolo dedicato alla compresenza negli scritti di questo autore delle "due facce del Dio Padre dell'America", quella puritana e quella liberale. Adelphi, inoltre, ha da poco dato alle stampe l'inedito – per l'Italia – Venti giorni con Julian (pagine 120, euro 8,00), un estratto poco noto dai voluminosi taccuini di appunti lasciati dallo scrittore al momento della morte. Si tratta di un resoconto che Hawthorne fece, in modo diaristico, dei giorni trascorsi nell'estate del 1851 con il figlioletto Julian, mentre la moglie Sophie, assieme alle altre due figlie, si trovava a Boston in visita ai genitori. Un racconto breve, che restituisce l'esperienza di un uomo "schivo, introverso, incline a elaborare storie di memorabile e fascinosa cupezza" - come scrive Roberto Calasso nella quarta di copertina –, lasciato solo ad accudire un bambino di cinque anni, "mezzo elfo e mezzo angelo", infaticabile produttore di parole e di domande. Pagine che permettono di scrutare da un'angolatura domestica uno dei padri fondatori della letteratura americana, figura tersa e allo stesso tempo vagamente enigmatica, sospesa tra la cultura dei propri avi e lo spirito di Ralph Waldo Emerson e dei trascendentalisti, tra la severa sobrietà del gentiluomo del Massachussets e la compiaciuta cedevolezza ai momenti ludici di un amante della quotidianità.
Ma anche la Chiesa cattolica ha reso omaggio, seppur indirettamente, alla figura di Hawthorne. La Conferenza episcopale americana ha infatti presentato la settimana scorsa il nuovo Catechismo per gli adulti, dove, fra i modelli di santità proposti ai fedeli, spicca il nome di Rose Hawthorne, la terza figlia di Nathaniel, la cui causa di beatificazione è stata aperta l'anno scorso dal cardinale di New York Edward Egan.
La storia di Rose Hawthorne (1851-1926) è probabilmente fra le più singolari e meno note del cattolicesimo americano di fine '800. Legatissima al padre, che perse all'età di soli 13 anni, Rose crebbe con la madre spostandosi tra Stati Uniti, Inghilterra e Germania e coltivando come il fratello maggiore Julian ambizioni letterarie. Ambizioni che, all'età di 20 anni, poté condividere con il marito George Lathrop, figlio di un ex-console degli Stati Uniti ad Honolulu, il quale aveva abbandonato gli studi di diritto per intraprendere l'attività di giornalista e scrittore. Stabilitisi a New York nel 1871, Rose e George iniziarono entrambi collaborazioni con numerose riviste letterarie – George divenne condirettore del prestigioso Atlantic Monthly e nel 1883 fondò l'American Copyright League - diedero alle stampe poesie, articoli, studi biografici su Hawthorne, i quali però, se permisero loro di affermarsi nei salotti letterari newyorkesi, non permisero loro di superare uno stato di pressoché continua precarietà finanziaria e di inquietudine esistenziale. Quest'ultima acuita anche dalla morte dell'unico figlio della coppia, Francis, di appena 5 anni.
Una situazione di instabilità che subì però una svolta quando, nel 1891, i coniugi Lathrop optarono per una scelta scandalosa: si convertirono al cattolicesimo. Una decisione che suscitò diffusi commenti di sdegno da parte di una società, quella dell'East Coast, che mal digeriva che la figlia del grande Nathaniel Hawhtorne potesse aderire al credo papista dell'odiato sottoproletariato italo-irlandese. Un dileggio, anche sui giornali, che Rose rimandò al mittente rivelando come lo stesso padre, nei suoi viaggi in Italia, avesse manifestato una crescente "simpatia" nei confonti del cattolicesimo, tracce della quale rimasero anche nel romanzo di ambientazione italiana Il fauno di marmo.
Ma se la "simpatia" dello scrittore di Concord per il cattolicesimo rimase un fatto celato, nella figlia Rose essa fiorì in tutta la sua forza e visibilità. Di lì a poco, infatti, morto prematuramente il marito e percepita la vocazione a servire i più poveri e sofferenti, Rose abbandonò definitivamente il mondo della lettere, si fece terziaria domenicana e aprì una casa per l'assistenza ai malati terminali di cancro (quando il cancro era ancora considerato malattia contagiosa) nel poverissimo Lower East Side di New York. Cresciuta negli anni l'attività assistenziale e aggregatesi al progetto altre volontarie, Rose diede poi vita a un ordine religioso, legato alla famiglia domenicana, che tuttora opera con il nome di Sisters of Hawthorne a New York, Atlanta e Philadelphia. E che, anche soltanto dal nome, ricorda quello che - forse - sarebbe potuto essere l'approdo spirituale di uno dei più grandi narratori dell'800 americano, nonché discendente di eletti puritani e di implacabili nemici di Roma».

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E’ da poco uscito per le Edizioni di Storia e Letteratura, quelle fondate da don Giuseppe De Luca, un carteggio fra don De Luca stesso e Massimiliano Majoni, piccolo nobile lombardo e importante collaboratore di Raffaele Mattioli.
Majnoni, a metà degli anni ’30, fu nominato responsabile della rappresentanza romana della Comit. Posto chiave per quanto riguardava i rapporti (e furono molti) fra Mattioli e la Santa Sede.
Solo alcune citazioni. Don De Luca a Majnoni, il 12 luglio del 1949:
Ho avuto un buon incontro con Mattioli, buono sino alla commozione. Lei sa che ci si commuove facilmente sino alle lagrime noi del Regno… dicevo che noi regnicoli si piange presto, ma si resta armatissimi sempre e, se occorre, contrari. Dunque ci si commosse, e io ne ho riportato l’impressione che non pagherò il mio debito e lui, anzi, mi dà 300.000 per il volume dello Wilkins.
Don De Luca a Majnoni, il 20 luglio 1949:
Sì, se a Milano ringrazia per me Mattioli, mi fa gran piacere. Gli dica quanto sento la sua amicizia per me, che è stata un elemento della mia vita. E forse questa mia povera vita, se dura e la misericordia di Dio vince la mia miseria, forse la mia povera vita non sarà stata vana, in Italia.
Così, invece, don De Luca alla sua pupilla Romana Guarnieri, il 26 agosto dello stesso anno:
Mattioli mi prende sottobraccio, mi fa sedere, innanzi a Lui, e mi dà a leggere certe versioni dei sonetti di Shakespeare manoscritte; lui esce intanto. Torna e io gli dico che mi paiono una cosa bella: pensavo a Bacchelli, certo è un traduttore (dicevo) che scrive alla cinquecentesca. Attacco a discorrere. Sono stato lì un’ora abbondante. Il traduttore era lui […] Voleva parlarmi del figlio, Maurizio, e degli studii di lui. Mi ha proposto degli studii sulla storia letteraria della zona dove lui ha i suoi fondi, perché si è accorto che io la sapevo più lunga di tutti. “Farai una conferenza, lì, a casa mia, e avrai il meglio de’ miei amici a sentirti”. Non ti dico Romana, com’ero felice. Quest’uomo, ho detto a Koch uscendo, è un santo; e lacrimavo, a vere lagrime, dicendo così. Quest’uomo non solo mi ha aiutato, mi ama. Non solo mi ama ma ha gettato le sue sonde sulla profondità delle mie acque, ed è lieto ogni volta di trovare profondità sconosciute. Ha l’aria di volermi scoprire, esplorare. Vuoi ringraziare Iddio anche di questo?
Il carteggio, come si può intuire, è utile per comprendere meglio i rapporti fra il prete lucano e il banchiere iniziatico.
Sfogliandolo, tra l'altro, mi veniva in mente quell’androgino che Mattioli si fece scolpire da Giacomo Manzù e che poi venne posto nell’abbazia di Chiaravalle, dove il Nostro riposa nella tomba che fu di Guglielma la Boema.
Non è difficile indovinare chi fu a suggerire a don De Luca, allora in stretto contatto con Roncalli, di scegliere Manzù per realizzare la famosa Porta della Morte, in San Pietro.
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Cito dal sito da cui ho pescato l'immagine (http://www.scultura-italiana.com/Approfondimenti/Porta_della_Morte.htm):
Sul retro, visibile dall'interno della basilica, quando la porta è chiusa, è raffigurato l'episodio principe del pontificato di Giovanni XXIII, l'apertura del Concilio ecumenico vaticano II. Nel lungo pannello con la solenne processione dei prelati, vi sono due figure particolarmente toccanti, il pontefice sulla destra e, più a sinistra, un monsignore che esce di scena: è visto di spalle. Quest'ultimo è don Giuseppe de Luca che nel frattempo era morto, come del resto era morto lo stesso Giovanni XXIII, quando la porta fu installata. Quel don Giuseppe, consigliere iconografico dello scultore, si era tanto impegnato perché era conscio che l'ateo Manzù avrebbe creato nella più augusta delle basiliche un'opera degna dei geni che avevano eretto e decorato l'insigne monumento. Manzù non lo deluse. Era stato attento a ogni dettaglio. Si era preoccupato, per esempio, che la fusione bronzea avesse un colore biondo, di miele, per accordarsi con il tono dei marmi delle colonne scanalate e del fastigio, voluti secoli prima da papa Paolo V Borghese. Aveva studiato un'apposita lega e poiché la prima fusione era riuscita troppo scura (esiste tuttora) ne fece ripetere la colata.
Il retro della porta è anche un'elegante soluzione spaziale: la sequenza dei prelati è una striscia figurata sottile rispetto all'altezza dei battenti. A baciare la mano del pontefice è il cardinale africano Rugambwa. II fatto che sia di colore è segno dell'universalità del cattolicesimo. Manzù ricordò, in proposito, che era stato il pontefice a decantargli i meriti di quel porporato. I volti dei due personaggi sono realistici ritratti.
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E tornano alla mente vecchie storie, magari lette con scetticismo (http://www.bloogs.com/ducadegandia/archives/2007_01_01_index.shtml):
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Come ognun saprà delle cinque porte bronzee della Basilica Vaticana soltanto quella centrale è antica: opera del Filarete commissionata a Firenze da papa Eugenio IV a metà del XV secolo e destinata alla precedente basilica tant'è vero che, regnando Paolo V Borghese, furono fatte delle aggiunte in basso ed in alto per adattare la porta alle nuove dimenzioni degli ingressi della basilica michelangiolesca.
I battenti delle altre porte erano in legno. Solo nel XX secolo sono state sostituite con artistici battenti di bronzo. Nel Giubileo del 1950 i fedeli svizzeri donarono a Pio XII la "Porta Santa" opera di Vico Consorti. Giovanni XXIII commissionò a Giacomo Manzù la "Porta della Morte" e regnando Paolo VI fu eseguita quella detta "dei Sacramenti" opera di Venanzio Crocetti (inaugurata da Paolo VI il 12 settembre 1965) e per ultima quella detta "del Bene e del Male" commissionata direttamente da Papa Paolo VI al maestro Luciano Minguzzi, considerato dalla critica uno dei maggiori scultori del Novecento e inaugurata nel settembre del 1977.
Tra i vari pannelli della porta "del Bene e del Male" quello commemorativo del «Concilio Ecumenico Vaticano II» fu poco tempo dopo sostituito.
Nel bassorilievo bronzeo originale figuravano sei prelati seduti: ad un estremo Giovanni XXIII, che inaugurò il Concilio , poi quattro vescovi - o cardinali di cui uno di rito bizantino - ed a chiudere la teoria Papa Montini che chiuse il Concilio Vaticano II. Mentre papa Giovanni e gli altri quattro Padri conciliari erano stati raffigurati con il corpo ed il viso rivolti in avanti, Paolo VI (l’ultimo a destra) era invece modellato di profilo, in modo da presentare, ben visibile, la Sua mano sinistra con incisa sopra una «Stella a cinque punte», o «Pentalfa massonico»!
Poco tempo dopo l’inaugurazione don Luigi Villa - come lui stesso riferisce - si recò da un cardinale per denunciare il fatto.
Dapprima quella insegna massonica sul dorso della mano sinistra di Paolo VI venne raschiata, poi, il pannello venne sostituito con un altro - l’attuale - sul quale, però, non compaiono più le sei figure di prima, ma solo cinque.

Dicono sia un libro interessante.

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«Il leader di Forza Italia è il campione di un'Italia populista, insofferente alle regole e diffidente nelle istituzioni».
Così Massimo Giannini, ieri, nel commento ragionato sulle elezioni.
Ovvero, come non capire un ***** dell’Italia ed essere vice-direttori del più diffuso quotidiano nazionale, Repubblica.
Quando si dice pastorale per i circensi e lunaparkisti.
Monaco, 32° Festival internazionale del Circo (17-27 gennaio 2008)
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Thanks to Catholic Church Conservation

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Il 10 febbraio Avvenire ha dedicato un articolo a «Kyushu, la più meridionale delle quattro isole maggiori che disegnano l’arcipelago giapponese, dove oggi il numero dei cattolici è circa il 10% della popolazione».
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Qualche giorno fa anche il New York Times ha dedicato un servizio struggente alla presenza cattolica nelle lande desolate del Giapppone del Sud, presenza che, causa il vento della secolarizzazione e l’emigrazione delle giovani generazioni nei grandi centri urbani, si sta assottigliando sempre di più.
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L’articolo del NYT è segnalato da un blog curioso: Catholic in Japan, il cui autore è un giovane americano finito in terra nipponica per motivi di studio, se capisco bene.
L’anonimo blogger racconta cosa vuol dire essere cattolici romani in un Paese dove tutti insieme, protestanti ortodossi e papisti, valgono circa l’1% della popolazione. Pare non sia molto facile.
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Mentre sul sito della Santanché campeggia la foto seguente…f

…nell’archivio di wXre campeggia questa citazione del 14 agosto 2006:
“Da un Papa così moderno e attento alla valorizzazione della donna, mi aspetto un ulteriore passo avanti: il sacerdozio femminile”. Lo afferma in un'intervista a La Stampa la parlamentare di An Daniela Santanché.
Ohibò. Vedremo forse Bose votare per La Destra?

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Aperitivo con un caro amico ciellino, l’altra sera. Si parla del più e del meno e, come può accadere davanti a un flut di vermentino sardo e a un po’ di olive nere, si parte dal matrimonio di Chiara, compagna di studi universitari, finendo a Magdi Allam e al terrorismo islamista.
Tra i vari esempi del male assoluto, dei tagliagole nemici della civiltà cristiana contro cui Magdi san Giorgio Allam dovrebbe combattere, mi sento citare Hezbollah.
L'oliva nera mi va di traverso.
Provo a ricordare, all’amiko che mi diede da leggere Il Senso Religioso alcune ere geologiche fa, un'ovvietà: cioè che in Libano la grande maggioranza dei cristiani maroniti, ossa cattolici come me e lui, sostiene il maronita Michel Aoun, già capo dell’esercito libanese ed eroe anti-siriano, e la sua alleanza con Hezbollah.
Gli ricordo che, per dare l’idea del seguito di cui gode Aoun, l’anno scorso un suo candidato, Camille Khoury, è riuscito a vincere il seggio liberatosi per l’uccisione di Pierre Gemayel, mentre contro di lui correva il padre di Pierre Gemayel stesso, Amin, della storica famiglia falangista e maronita, ma "filo-occidentale". (La circoscrizione era quella di Metn, la regione a nord-est di Beirut a maggioranza cristiana).
E segnalo all'amiko, come contro-aperitivo, il resoconto di un'intervista rilasciata dal generale Aoun a OTV, il canale televisivo del suo partito, il Free Patriotic Movement, pochi giorni fa.
La incollo qui sotto. Utile punto di riferimento contro mistificazioni e omertà varie sull'argomento.
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• If parliamentary elections were to be held now, the Free Patriotic Movement would achieve the same results as in 2005 if not better. We should take into consideration the systematic media campaign launched against me by local and foreign parties and aiming at tarnishing my image. • The US policy in Lebanon is not serving the Christians. The American policy has 2 aims: first and foremost, the security of Israel ; and this requires the rejection of the Palestinians’ right of return, which means their settlement in Lebanon. This will jeopardize the country and change the demographic makeup of Lebanon especially since the Christians have been forced to leave because of the war, then the economic situation and now the political situation. This aims at creating a void in one community and filling it with something else. The second aim is the control of oil and in this case the US has no interest in Lebanon per se but as much as Lebanon can serve its interests in this matter. If they want to send us the same democracy they sent to Iraq, then we don’t want it. We have proudly blocked the plan of the US because it would lead Lebanon into the abyss. • The US policy aims at undermining stability in Lebanon. Isolating one group of the Lebanese people and instigating violence without any effort to find a solution is an attempt to weaken the country’s stability. Whoever wants stability should not divide the people. |
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• Former US Ambassador Jeffrey Feltman was assigned to implement a certain strategy and I still don’t understand how he can say that I am implementing a Syrian agenda especially that I have relinquished my candidacy to the presidency and we only asked for the minimum rights with proportional representation in the government and a new electoral law. I can’t see the link between these demands and the implementation of a Syrian or Iranian agenda. • The understanding between the Christian mentality and the mentality of Hizbullah that represents the Muslim resistance is not odd at all. The components of the Lebanese social fabric are the Christians, Shiites and Sunnis and none has rejected the Lebanese common living formula. We as FPM respect the others’ rights to be different at all levels. And we also believe in dialogue as a means of complementing each other within the boundaries of each groups’ specificities. And we do not seek to dominate the other and it’s this exchange that we achieved with Hizbullah through the Memorandum of Understanding. Now in spite of all the crises, Lebanon does not risk any sectarian strife because the Lebanese people are divided politically and not according to their beliefs. I believe in a secular state, but one that is not imposed on the people; one that we seek to achieve through dialogue. • Even if they ever wanted to, and even if their beliefs say so, there are a lot of hurdles that stand in the way of Hizbullah to be able to establish a Shari’a rule in Lebanon. Sayyed Hassan Nasrallah, by talking about Jesus and Christian beliefs, is not saying something new but he is going back to basic Islamic rules that were probably hidden and he is unveiling realities that do exist in Islam. • We have a different stance on issues than that of the Maronite Patriarch and there is nothing personal; but we need to find another way of dealing with these differences. • The ruling parties accuse us of implementing a Syrian agenda and they ask Syria to pressurize me to implement their own policies and I will never play this game. In 1988, I told the Syrians that once they leave Lebanon we will stop being in a state of war and after they left in 2005, there is no reason for self defense. • In the investigation in the assassination of Prime Minister Rafik Hariri and the preliminary results, there were no accusations pressed against the 4 officers and their imprisonment has been considered unlawful by external judicial powers. If they are judging them for what they did prior to the Hariri assassination then they should judge their successive governments and we are the ones who have the right to do that. If there is an accusation and it is used as political blackmail then the trial will not serve justice. • I have proposed the Christian principles and we have done the MOU and they were both rejected without giving any other alternative. There are Lebanese parties who are hampering any Christian entente. It is misleading to cry out for division when 70% of the Christians are with one side and 30% on the other. This is not division but this is majority of the Christians. • I do not have high hopes in this government but I think that Lebanon should have participated in the Summit in Syria even if there is no solution to the presidential crisis now; but the government missed an opportunity to put its relations with Syria on the right track as all the parties agreed on the table of dialogue. Apparently the Siniora government has become too compromised to external powers and has decided to be part the broader Middle East crisis. • The decision making power is not in the hands of the Siniora government but in the hands of the great powers that support them and compromise their will. • For House Speaker Berri’s dialogue initiative to succeed, there should be a promise to respect each others’ weight and that’s why they want us in the government; not to implement policies that are good for everybody but to serve their own interests as they did in the electoral law. • The opposition is not responsible for ruling the country and the government is watching the country sink and this is mainly due to the exaggerated support given by the international community to Siniora who does not even seek to solve the problems with the opposition. Our keenness on preserving stability has made the government take it for granted that we will not make a move. They want no solution; they just want Siniora to continue ruling. So far there was the same initiative in different languages, an initiative that wants to strip us of our rights and push us further away. • Hizbullah will not use their weapons internally and we do not seek to take over the power but to participate in ruling the country. • There are serious flaws in the Taef agreement but now is not the time to make amendments to this accord. We need first to start with 4 things: security, justice, development, and corruption. • I don’t think there will be any war internally and in the region. If Israel initiates a war, it will be fatal. Any war effort is made more difficult since there is also a serious economic crisis in the US and in Europe. |

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Tutti a parlare di Tibet nei giorni scorsi. Fino alla nausea. Ma sui mitici cattolici tibetani nessuno che abbia speso una parola, ci pare, a parte Avvenire con un breve articolo di Lorenzo Fazzini.
A loro avevamo già accennato nel gennaio 2006, in particolare alla comunità di Cizhong.
Qui riportiamo un articolo sempre di Fazzini, uscito su Popoli e Missione nel marzo 2006, dove si parla invece della comunità di Yanjing.
CATTOLICI SUL TETTO DEL MONDO
Se da una parte crescono le conoscenze sulla Chiesa cattolica in Cina (stretta da una velata ma anche spietata persecuzione da parte del regime comunista), poco o nulla si sa del fatto che nel lontano e remoto Tibet vive una minuscola comunità di cattolici. Nel piccolo villaggio di 800 abitanti di Yanjing (che significa “salina”, da alcune vicine miniere di sale), a 3.000 metri d’altitudine, il 70% della popolazione professa la fede cattolica. Nella seconda metà dell’Ottocento l’intero villaggio si era convertito al Cristianesimo, proprio nella regione “cuore” della fede buddhista, patria del Dalai Lama, la guida spirituale dell’antica religione tibetana.
Una vicenda particolarissima e curiosamente provvidenziale, quella della presenza della Chiesa cattolica in Tibet: l’evangelizzazione del Paese più “alto” del mondo si deve a dei missionari delle Missions Etrangères de Paris (MEP), glorioso istituto ad gentes fondato nel Seicento, e dedicatosi prevalentemente all’annuncio in Asia. Orbene, la fondazione della Missione a Yanjing risale (come racconta l’agenzia Eglise d’Asie) a due intrepidi evangelizzatori francesi che giunsero in questa regione provenendo dall’India, con la speranza di arrivare in Cina. Qui si fermarono, si stabilirono per qualche tempo e iniziarono il loro lavoro di evangelizzazione. Che in seguito fu proseguito da alcuni missionari svizzeri – si trattava di Chanoines del Gran San Bernardo, evidentemente abituati alle “altezze” della missione in montagna – che nel 1856 poterono edificare la prima chiesa in Tibet. Negli anni seguenti l’intero villaggio di Yanjing aderì al cattolicesimo: la vita della comunità era fiorente, come testimoniano i libri sacri tradotti dal latino in lingua tibetana e risalenti a quell’epoca, ancora oggi conservati nella chiesa del villaggio.
Ma la pratica religiosa dei cattolici di Yanjing – Yerkalo, in lingua tibetana, mentre la precedente dizione è in cinese – non ha avuto un corso facile o tranquillo: è stata bagnata dal sangue del martirio e dalla violenza, ed anche è sopravvissuta alla chiusura totale verso le religioni operata dal regime ateo di Mao. Infatti, pochi anni dopo l’erezione della chiesa, alcuni lama tibetani uccisero il missionario francese Padre Etienne-Jules Dubernard, dei MEP, e ne affissero la testa decapitata fuori dalla porta del loro monastero, in segno di disprezzo verso la presenza cattolica.
La morte dell’intrepido sacerdote transalpino non fu l’unico tributo di sangue che i cattolici del Tibet pagarono alla loro fedeltà cristiana: infatti, in seguito a quell’uccisione le autorità cinesi (a quel tempo vigeva ancora il sistema imperiale) punirono i responsabili tibetani abbattendo alcuni templi buddhisti. Ma dei monaci decisero di vendicarsi e ingiunsero ad alcune famiglie cattoliche di Yanjing di rinunciare alla loro fede. Queste non abiurarono ma diedero testimonianza fino alla morte del loro credo cristiano: diversi cristiani furono uccisi in un luogo chiamato “campo di sangue”, così conosciuto ancora oggi. E ancora nel 1949 un missionario fu messo a morte.Era il Padre svizzero Maurice Tornay, fondatore di un monastero nella regione dello Yunnan: per un po’ di tempo fu lui responsabile della comunità di Yanjing, ma dovette subire le angherie dei religiosi buddisti del locale monastero di Ganda, che esercitavano una sorta di dittatura politica, senza lasciare spazio ad altre religioni. Quando nel 1949 si stava recando nella capitale Lhasa per protestare contro questa situazione, cadde in un’imboscata e fu ucciso.
Oggi di certo la situazione nel piccolo borgo himalayano è diversa: come racconta un inviato dell’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre francese, che di recente è stata nel villaggio, i rapporti tra buddhisti e cattolici sono buoni, frequenti i matrimoni misti, mentre tra i figli e nelle famiglie convivono appartenenti sia all’una che all’altra religione. Tanto che quando – dopo quasi 50 anni di assenza – a Yanjing è tornato un prete cattolico, i monaci buddhisti di Guanda hanno chiesto scusa ai cattolici locali.
Anche la vicenda degli ultimi decenni dei cattolici di Yanjing ha dell’incredibile: infatti, con il 1949 e l’annessione del Tibet da parte della Cina comunista, più nessun sacerdote poté assistere la comunità del villaggio a strapiombo sul Mekong, il celebre fiume che, partendo dall’Himalaya, sfocia nell’Oceano Indiano. Solo con il 1996 un nuovo sacerdote arrivò a Yanjing: era Padre Lawrence Lu Rendi, che oggi ha 34 anni, il primo prete cattolico tibetano dopo decenni. Dal 1998 Padre Lu serve il villaggio e i circa 3 mila cattolici del Tibet, disseminati in 10 centri, dove però non ci sono chiese, ma le riunioni e le celebrazioni eucaristiche avvengono nelle case degli stessi fedeli. A Yanjing Padre Lu ha ricostruito la chiesa parrocchiale, essa stessa emblematico simbolo della fortezza della fede dei cattolici del Tibet: costruita appunto dai missionari svizzeri nell’Ottocento, fu confiscata durante la Rivoluzione culturale maoista e trasformata in scuola. Solo nel 1982, con la stagione di maggiori aperture da parte del governo di Pechino, i cattolici tibetani poterono riprendere il corso di una pratica non più osteggiata dal regime: di tanto in tanto un anziano sacerdote cinese, che conosceva la lingua locale, veniva a Yanjing per celebrare la Messa. Nel 1986 poi la chiesa poté riprendere il suo uso normale. Nel 1999 un violento terremoto la danneggiò gravemente: il governo ne permise la ricostruzione solo in argilla, ma Padre Lu si batté per ristabilire in pienezza l’edificio sacro.
Ora l’opera del giovane ma deciso sacerdote (lui stesso originario di Yanjing) sta per arrivare a completamento: la chiesa è stata ricostruita secondo uno stile tibetano, ma mancano fondi per finire i lavori. Intanto però Padre Lu – come ha raccontato di recente l’agenzia AsiaNews – è stato affiancato da un altro sacerdote sempre originario del Tibet, Padre Ding Yaohua, e l’opera di assistenza pastorale ai cattolici tibetani prosegue, con corsi di catechesi e la preparazione ai sacramenti. E una particolarità: gli stessi cattolici, ciascuno in proprio, coltivano un po’ di quell’uva sconosciuta in questo lembo di mondo, a suo tempo introdotta dai missionari francesi, usata poi per il vino da Messa. Un segno concreto di come i cristiani del Tibet sentano davvero “loro” la fede cattolica.
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