Caro Luigi,
la morte di Welby Pier Giorgio, curioso figlio delle Highlands scozzesi e delle borgate romane, è stato un suicidio assistito, solo più ambiguo e sfumato del solito, a cui vanno concesse delle attenuanti.
Ma un suicidio fisico che sembra un tardo riflesso del suicidio dell’anima, di cui nessuno parla.
Uno che passava le giornate ascoltando Radio Radicale e Radio 3 scienza, che ormai immobilizzato usava le energie rimastegli per leggere libri sulla persecuzione degli omosessuali nel mondo, o per procurarsi saggi di Severino, e che ad un certo punto decide di offrire la vita per la causa di Silvio Viale e Marco Cappato, viene da pensare che fosse morto dentro già da un pezzo. Né la figura inquietante di Mina Welby - la moglie senza una lacrima in volto, disposta a bardare il proprio lutto con figure spettrali come Rita Bernardini, capace nella conferenza stampa per la morte del marito di fare una battuta senza senso sull’ipocrisia dei cattolici che disertano le chiese durante l’anno e le affollano a Natale, e capace di fare i complimenti al dottor Mario Riccio, l'esecutore finale - deve essere stata una gran fonte di luce. Luce spirituale, s’intende, l’unico carburante che può sostenere una vita in quelle condizioni.
Non so a te, ma a me di questa lugubre vicenda resta e resterà solo una rappresentazione mentale: una canzone di sottofondo, “l’uomo può decidere tutto perché non significa nulla” (Baget Bozzo, Il Foglio), che risuona in un appartamento senza luce, in un palazzo grigio non raggiunto dalla carità cristiana ma dai necrofori dell’Associazione Concioni. I quali hanno portato le loro bandiere ai funerali, come ad un comizio.
Il caso Welby, per me, si esaurisce qui.
Guido