mercoledì, 18 luglio 2007

Sergio Romano, chapeau

Tanto di cappello a un avversario: Sergio Romano. Il primo da parte laico-muratoria ad avere l'onestà, oggi sul Corriere, di spiegare, seppur parzialmente, perché la Chiesa non poteva concedere i funerali a Piergiorgio Welby.

GdC

Le due lettere

Si sono celebrati negli scorsi giorni i funerali religiosi pubblici di un famoso avvocato, morto per suicidio. Sono sinceramente contento che la Chiesa in questo caso non li abbia negati al suicida: la «pietas», secondo me, anche se non credente, è uno dei cardini della religione. Mi dispiace, ma non mi sorprende, il constatare una volta di più che la Chiesa romana adotti ancora e sempre due pesi e due misure: funerali religiosi e pure pubblici per il personaggio famoso anche se suicida. Vietati a Piergiorgio Welby, che non si era suicidato ma aveva fatto smettere il proseguimento dell'accanimento terapeutico in atto da anni su di lui.
Ma Welby non era un personaggio importante...
Se per caso vi fosse un Dio da qualche parte, sono certo che davanti all'eventuale processo religioso per decidere la sorte eterna dei buoni e dei cattivi, Welby avrebbe dalla sua parte, come difensore, uno dei più famosi principi del foro.

- Renato Papazian

Un altro suicidio di una persona illustre, un altro funerale religioso.
Inevitabile il dubbio e la domanda: su che cosa si basa la Chiesa per decidere se un suicida ha diritto o meno al funerale religioso?

- Marco Pisano

La risposta

Cari Papazian e Pisano,
occorre ricordare anzitutto che il suicidio, per molto tempo, non fu soltanto un peccato contro natura. Fu anche, nel sistema giuridico di molti Stati di tradizione cristiana, un reato. Tempi remoti? Non esattamente. L’Inghilterra dovette attendere il 1961 perché una legge (The English Suicide Act) lo depenalizzasse.
Sino ad allora, almeno in teoria, il tentato suicidio avrebbe giustificato un’azione penale e il suicida fallito avrebbe corso il rischio di finire in prigione.
Negli Stati Uniti, soprattutto là dove la tradizione religiosa è particolarmente forte e radicata, la norma sopravvisse in alcuni casi sino agli anni Settanta e in Oklahoma, ad esempio, fu revocata soltanto nel 1976.
Per i suicidi riusciti, invece, la pena fu lungamente, al tempo stesso, statale e religiosa.
In alcuni sistemi giuridici il cuore veniva trafitto con un punteruolo, il corpo seppellito lungo la pubblica via in terra sconsacrata, i beni del morto venivano confiscati e assegnati al demanio reale. Non è tutto. Quando revocarono le vecchie leggi, anche gli Stati in cui il sistema giuridico era fondato sulla «common law» inglese si affrettarono a sanzionare come un reato l’assistenza al suicidio. Soltanto in tempi più recenti sembra essersi aperto un varco nel rigore della legge. Vi sono Paesi europei in cui l’assistenza al suicidio è ora considerata, in alcune circostanze, ammissibile, altri in cui i legislatori e i magistrati si dibattono in dilemmi che non sono soltanto morali. Vi è chi sostiene con qualche giustificazione, infatti, che una maggiore tolleranza potrebbe favorire in ultima analisi i disegni egoistici di chi desidera sbarazzarsi di un fardello o approfittare dell’eredità di un congiunto.
La Chiesa, dal canto suo, ha modificato progressivamente la sua posizione. Dopo avere negato al suicida il funerale religioso e il seppellimento in terra consacrata, ha compreso che il generale sentimento della pubblica opinione era ormai diverso e che l’antico rigore non sarebbe stato più compreso dalla maggioranza dei fedeli. Ma deve giustificare la sua maggiore tolleranza in termini religiosi e lo fa, se ho ben capito, presumendo che la coscienza del suicida sia oscurata da una sorta di smarrimento psicologico.
Lo perdona, in altre parole, perché ritiene che abbia perduto, nel momento in cui ha deciso di togliersi la vita, il bene della ragione. E’ questo, credo, il motivo per cui non poté, o non volle autorizzare una cerimonia religiosa per Welby. Dopo i suoi scritti e le sue dichiarazioni era impossibile sostenere che il suo gesto fosse un atto di momentanea e incontrollabile disperazione.

- Sergio Romano

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Commenti
#1   18 Luglio 2007 - 19:33
 
Una domanda: perché il Vicariato di Roma ha citato, in quella circostanza, il Catechismo della Chiesa Cattolica, e non il Codice di Diritto Canonico?
1) per leggerezza: chi ha redatto materialmente la lettera in questione ha pensato che si trattasse di testi di valore equivalente;
2) per prudenza: si è pensato che l’opinione pubblica avrebbe digerito meglio un rinvio al “paterno” Catechismo piuttosto che al “rigido” Codice (dando per scontato che gli italiani siano un popolo familista e insofferente alle leggi);
3) per convenienza: il Codice non cita esplicitamente i suicidi tra coloro cui può essere rifiutato un funerale, per cui bisognava evitare che qualcuno pretendesse un processo canonico volto a definire l’apostasia, l’eresia, la scismaticità o la condizione di pubblico peccatore di Welby (dovendo magari ammettere poi che i funerali religiosi vengono comunemente celebrati anche per chi si trova in tali condizioni);
4) per desiderio di sottrarsi a una responsabilità: «presentandosi qualche dubbio» il Codice affida la decisione in merito all’Ordinario (altro che non possumus!); in quel caso il vescovo di Roma (Ratzinger) o il suo vicario (Ruini) avrebbero dovuto assumersi in prima persona l’onere di dire di no, senza far ricadere la decisione su qualche passo del Catechismo.

Nessuna di queste possibili risposte mi sembra rassicurante.

Michele
utente anonimo

#2   18 Luglio 2007 - 21:28
 
Se si leggono bene i paragrafi (duri, assai duri) del Catechismo indicati dal comunicato del Vicariato (anche uno in più magari, il 2284), Welby rientrava incontestabilmente fra "gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli", di cui parla il Cod. di diritto Can.
GdC

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#3   18 Luglio 2007 - 21:55
 
Nella dichiarazione relativa (22 dicembre 2006) è fatto esplicito riferimento a quella parte del Catechismo della Chiesa Cattolica che riguarda l’eutanasia (§§ 2276-2279, riassunto al § 2324) e il suicidio (§§ 2280-2283, riassunto al § 2325): la volontà di Welby di porre fine alla propria vita sarebbe stata dunque un segno di contrasto «con la dottrina cattolica», per cui il Vicariato non ha potuto (questo è il verbo modale utilizzato) concedere le esequie. Ai commentatori ciò è sembrato un rifarsi al «diritto» contro la «pietà»
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, citato dal Vicariato, non ha però nulla a che fare con il diritto: ha a che fare con la catechesi e con la pastorale. È un testo importante, ma non dovrebbe essere menzionato nel momento in cui si vuole prendere una decisione avente valore disciplinare (punitivo) come può essere la negazione delle esequie ad un battezzato. Sarebbe come se un giudice comminasse una condanna non sulla base del Codice penale, ma su un manuale scolastico dedicato allo stesso tema. Non è la stessa cosa; un eventuale ricorso verrebbe facilmente vinto, prima per ragioni di forma che di contenuto.

Michele
utente anonimo

#4   18 Luglio 2007 - 22:39
 
Direi che il comunicato del Vicariato è stato scritto per fare capire all'opinone pubblica - o almeno ai pochi al suo interno in grando di capire - il nocciolo della questione. Che è chiarissimo.
Da cui le conseguenze canoniche.
GdC
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#5   19 Luglio 2007 - 01:00
 
quindi la mia seconda ipotesi: "per prudenza". Si è pensato che l’opinione pubblica avrebbe digerito meglio un rinvio al “paterno” Catechismo piuttosto che al “rigido” Codice (dando per scontato che gli italiani siano un popolo familista e insofferente alle leggi).
utente anonimo

#6   19 Luglio 2007 - 10:55
 
A mio modesto parere, i funerali pubblici ai suicidi andrebbero vietati sempre e comunque, senza eccezione.
utente anonimo

#7   19 Luglio 2007 - 12:00
 
Non credo che la "opinione pubblica" sia in grado di analizzare cotanta sottigliezza, e anzi -a mio modesto parere- nel caso specifico il riferimento al CJC sarebbe stato molto più "politicamente opportuno" (del tipo: non è colpa di nessuno, sono le regole, dobbiamo sottostarci anche noi, scusate e arrivederci).
Credo, invece, che se proprio deve esserci una ragione per usare un richiamo piuttosto che un altro (è vero che di preti si tratta :-) , ma tante volte cerchiamo significati oscuri o nascosti lì dove è presente solo l'immediatezza e, magari, la certezza di un riferimento...), credo che la preferenza accordata al Catechismo sia il senso pastorale e non giuridico del comunicato: non si trattava di un ricorso o di una questione da decidere a termini di codice, si trattava di spiegare i motivi di un comportamento (se si vuole, della decisione stessa); il comunicato non "decideva" nè "motivava", era un chiarimento, che doveva andare oltre la norma, puntualizzandone la ratio. E poiché il CJC trova il suo fondamento ultimo nella dottrina cristiana, che è pubblicamente esposta nel CCC, la scelta. Sempre ammesso, ripeto, che di scelta si sia trattato.
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#8   19 Luglio 2007 - 13:38
 
semmai e' questione di diritti e doveri. la gente comune sonosce solo i doveri, ma ci sono pure i diritti, amici miei.
utente anonimo

#9   19 Luglio 2007 - 16:05
 
>per fare capire all'opinione pubblica - o almeno ai pochi al suo interno in grado di capire

Ecco, GdC, il vero problema è proprio questo. E a tal fine non bastano 1000 comunicati ne' altrettante risposte di Romano a lettori "scandalizzati" per la presunta intransigenza a corrente alternata della Chiesa.

Davide
utente anonimo

#10   29 Settembre 2007 - 23:16
 
http://vinoe

[..] Quando un papa muore... L’anestesista è un portiere. Solo, tra i pali, a difendere la porta. Basta una “papera” e la partita è persa. Al contrario, le grandi parate non meritano replay. Il pallone d’oro [..]
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#11   04 Giugno 2008 - 14:30
 
HO APPENA PERSO LA MIA CARA AMICA FIAMMA..... DOV'E'????? PERCHE?????? AVEVA TUTTO... INTELLIGENTE, BELLA ...DOLCE +RICCA ..... ORA E' LBERA O DANNATA? ROY
utente anonimo

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