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Il punto, caro Angelo (vedasi commento-saluto dell’amico di penna Botblog a post precedente), è che se i Gesuiti avessero scelto come loro generale Benedetto XVI in persona, rispetto a padre Adolfo Nicolás SJ, penso sarebbe stata esattamente la stesa cosa…
Da tutti gli incontri che ho avuto con Gesuiti tedeschi, francesi, americani, messicani, indiani... da tutte le testimonianze che ho ricevuto da terzi, da tutto ciò che ho letto e leggo della loro produzione ho maturato da tanto tempo la convinzione che la Compagnia di Gesù sia del tutto irriformabile. Non nei suoi lati esteriori, ovviamente, ma nel profondo, nel suo cuore pulsante, nella sua struttura teologica.
La Compagnia che, paradosso della storia, è stata accusata per secoli di essere antimoderna, è stata invece la madre di un tentativo generosissimo di coniugare, in senso etimologico – mettere sotto lo stesso giogo, come gli sposi – la dottrina e la Chiesa Cattolica con la “modernità”. E intendo con “modernità”, come si fa nei manuali delle medie, il periodo che inizia dagli sconquassi del Rinascimento.
Un tentativo fallito o, se si preferisce lasciare i bilanci al Contabile Celeste, un tentativo finito.
Suarez a Rahner, due giganti, sant’Ignazio e padre Arrupe, due giganti, sono stati l’alfa e l’omega di questa vicenda, nel pensiero e nella “prassi”.
I paradossi della storia dicevo. Ma anche e soprattutto le vie misteriose dello Spirito.
Quando una pensa al Concilio di Trento e all’inizio dell’epopea dei figli di Ignazio di Loyola, uno pensa alla Chiesa che reagisce alla “modernità” per tornare al suo caro “medioevo”. Falso. O vero solo in apparenza. In realtà la Chiesa, e la Compagnia che ne è stato simbolo e motore in quella fase, iniziavano lì lo sforzo titanico per con-iugarsi con la “modernità” stessa.
Quando uno pensa al Concilio Vaticano II uno pensa alla Chiesa che si apre alla “modernità”. Falso. O vero solo in apparenza. In realtà la Chiesa inizia da quel momento un faticoso, drammatico superamento della “modernità”: entra anche lei nella “post-modernità”.
E’ per questo, penso, che il Vaticano II resta a tutt’oggi un oggetto così strano, che ha spiazzato davvero tutti. E’ stato fatto in teoria dai Rahner, ha segnato in teoria il riconoscimento da parte della Chiesa della “modernità”. Ma appena chiuse le assise con Paolo VI, quelli che avrebbero dovuto trionfare dopo l’epocale risultato raggiunto, i Rahner in senso lato, hanno iniziato a sbandare in ogni direzione e a dissolversi. Coloro che invece dovevano essere spazzati via dalla “modernità” finalmente accolta a braccia aperte da Sancta Romana Ecclesia, sono invece cresciuti e pian piano sono diventati i protagonisti della scena. Perché? Perché la “modernità” in Sancta Romana Ecclesia, ovvero nella sua parte gesuitica in senso lato, c’era già da quattro secoli, anche se in rigorosa talare nera e con modi di fare alquanto retrò. Il Vaticano II è stato il suo svelamento e allo stesso tempo il suo canto del cigno.
I Gesuiti sono stati i campioni di un’era che si è virtualmente chiusa. Quando John Allen scrive del nuovo Papa nero: “A Jesuit source in Rome said that several years ago, Nicolás was under consideration as Rector of the Gregorian University, but the Vatican expressed doubts about the appointment on the basis of concerns about the role he played as a theological advisor to the Japanese bishops during the 1998 Synod for Asia. During that session, prelates from across Asia, including a particularly strong push from Japan, argued for greater collegiality, or decentralization, in church authority”, ecco, non che tutto ciò sia particolarmente scandaloso – alle cose veramente scandalose della Societas Jesu sono dedicati un faldone straripante di fogli e alcuni cd nel mio studiolo, e te li raccomando… – ma tra le righe, conoscendo i Gesuiti, uno intuisce che Adolfo Nicolás SJ non è anzianotto perché ha 72 anni. E’ anzianotto perché vive delle suggestioni e degli errori di un’altra epoca ecclesiale. Il suo avanguardismo – scrive sempre John Allen: “observers say, his election is … a choice for a ‘forward thinking’ outlook” – ricorda un po’ quello dell’edilizia “moderna” degli anni ’60: che vista oggi stringe un po’ il cuore e sembra irrimediabilmente vecchia.