
Per dare un’idea del clima che si respira nella Chiesa cattolica svizzera – clima ecclesiale, teologico, di fedeltà al Magistero – basta citare la lettera che padre Martin Werlen, l’abatino della meravigliosa e millenaria abbazia benedettina di Einsiedeln, ruolo da sempre di assoluto prestigio nella Chiesa elvetica, ha indirizzato a Joseph Ratzinger dopo la sua elezione al soglio pontificio. Una lettera per dirgli in sostanza che lui, Martino, doveva farsi carico come pastore del malcontento che la scelta di un siffatto Papa stava creando tra i fedeli … (“Mir fielen die vielen Menschen ein, für die diese Nachricht eine zu große Herausforderung sein könnte. Tatsächlich zeigten die Reaktionen, daß es für viele nicht einfach war, den Menschen, von dem ein solch negatives Bild im Raum stand, plötzlich im Petrusamt zu sehen…“).
Posto che quello rappresentato dall’Abt Martin è un sentire diffusissimo, e non la posizione di un estremista, si capirà perché val la pena rendere un piccolo omaggio a un vescovo che, in un contesto simile, e con posizioni passate simili a quelle di Martino il benedettino, ha maturato una sua lucidità e una coraggiosa indipendenza di giudizio. Dimostrando così che dal "mellonismo" e dall' "alberighismo", in realtà, si può guarire.
Si tratta di Monsignor Kurt Koch, vescovo di Basilea.
Questo è un un passo tratto da Opus Dei, tutta la verità, di Patrice de Plunkett, da poco uscito per i tipi di Lindau:
Lo stesso cambiamento di giudizio si riscontra anche da
parte del vescovo di Basilea, mons. Kurt Koch.
Nel gennaio del 2002, suscitando lo stupore generale,
questi pubblica un testo di elogio a favore di Escrivá e dell’Opus
Dei. Ciò lo espone agli attacchi del quotidiano zurighese
Tages Anzeiger, ai quali egli risponde in maniera tagliente,
dalle pagine dello stesso giornale, il 30 gennaio:
“Chiunque osi parlare in tono positivo del fondatore dell’Opus
Dei è immediatamente trattato come un lebbroso. È questa la
logica semplicistica della debole polemica di Michael Meier
contro di me. L’unico elemento di verità nelle sue affermazioni
è che dieci anni fa anch’io ho espresso alcune critiche sul conto
dell’Opus Dei. All’epoca mi ero fidato delle opinioni dei giornalisti
e dei teologi. Accettarle senza verificare è stato un comportamento
ingenuo da parte di un professore di teologia, quale
ero allora: non mi vergogno di ammetterlo.
Quando si è allargato il coro di condanne nei confronti del fondatore
dell’Opus Dei, mi sono sentito in dovere di studiare personalmente
le sue opere. Non sono i cardinali e i vescovi che
Meier definisce ultraconservatori ad avermi spinto in questa direzione,
ma una certa irritazione personale: non potevo ignorare
le dichiarazioni altamente positive dei cardinali Martini e
König (quest’ultimo ha addirittura redatto un opuscolo informativo
sull’Opus Dei) riguardo al fondatore. […] Ho saputo
inoltre che un vescovo per il quale nutro una sincera devozione, mons. Óscar Arnulfo Romero, è stato il primo a pregare insistentemente
il Papa di beatificare Josemaría Escrivá, per il
quale aveva una profonda ammirazione. Quindi, non potevo
più attenermi a giudizi presi a prestito da altri…
Il mio voltafaccia non è assolutamente, come invece sostiene
Meier con i suoi logori luoghi comuni, quello del «progressista
pieno di speranza» che si trasforma in «conservatore devoto
dell’Opus Dei». In realtà, io non sono mai stato tanto progressista
come afferma Meier. E non sono sicuramente diventato
tanto conservatore, una volta raggiunto l’episcopato,
quanto sospetta Meier. Queste etichette corrispondono più alla
visione in bianco e nero di Meier che alla realtà… No, il
cambiamento che si può riscontrare nel mio caso, e che si è
prodotto prima della mia ordinazione episcopale, è il passaggio
dalla ripetizione ingenua dei giudizi altrui alla formazione
di un parere personale, attraverso la conoscenza della persona
da giudicare.
[…] Invece di confrontarsi con i fatti, [Meier] non fa che ripetere
le stesse accuse di sempre, che non per questo diventano più
vere. Sperando di poter incitare le persone a pensare con la propria
testa e rifiutare i pregiudizi ho, a quanto pare, peccato ancora
una volta di ingenuità. Ma, francamente, mi sento molto
più a mio agio con questa ingenuità che con quella di cui soffrivo
dieci anni fa”.
Ma la risposta forse più bella è quella che Koch ha fatto uscire pochi giorni fa, in reazione a una montante campagna mediatica contro la sua diocesi, partita dalla solita storia di presunti abusi sessuali da parte di un sacerdote avvenuti 60 anni fa.
Mentre altrove si sono visti arcigni vescovi conservatori squagliarsi dalla paura di fronte all’aggressività della stampa su accuse di questo tipo, finendo per autoumiliarsi e avallare le menzogne più inverosimili, il progressista Koch ha tenuto ferma la barra della giustizia e della dignità. E ha rilasciato un commento tostissimo, a firma del suo vicario, dal titolo Come si massacra Moby Dick, dove la balena bianca è ovviamente la Chiesa.
In sostanza, alla tradizione dello sputo in faccia (vedasi post più sotto) il vescovo di Basilea ha scelto di reagire con l’evangelico calcio in culo. Invitando, tra l’altro, gli improvvisati difensori dell’infanzia violata a dare un’occhiata a dove davvero questo problema si pone. Cioè, fra la righe, a casa loro.
Molto stanco e con problemi di salute, i medici hanno imposto a monsignor Koch tre settimane di riposo. Chi volesse dire una preghierina per lui, farà una buona azione.