Una diocesi che da 14 anni non ha una sola vocazione sacerdotale fa pensare. Se si aggiunge che la diocesi è in Irlanda, fa pensare ancora di più. Se si aggiunge poi che la diocesi è quella di Ossory, piccola sì, ma anche una delle più ricche di ricordi e segni dell’epopea cattolica dell’Isola, colpisce.
Lo scorso dicembre monsignor Séamus Freeman, il vescovo locale, ha detto fuori dai denti che se la tendenza rimarrà inalterata, tra una ventina d'anni la diocesi di Ossory sarà destinata a chiudere i battenti. E ha invitato a mettere il problema vocazionale in cima alla lista delle priorità della Chiesa irlandese.
Come scrive il domenicano Gerard Dunne OP, “In my forty odd years, I have not heard any other bishop or religious superior say in a public way that the promotion of vocations was a priority. Hopefully now, through the courage and enthusiasm of the new bishop, others will follow”.
Già. Perché questa situazione non è solamente una questione di fede calante, che resta ovviamente la causa principale. E’ anche il frutto di 40 anni in cui la pastorale “ufficiale” ha battuto con vacua ripetitività sull’importanza del laicato, relegando in seconda, terza o quarta fila la figura del prete. Anni in cui è diventato politicamente scorretto ricordare che le vocazioni non “cadono” dal cielo. Alcune certamente sì, ma la Chiesa saggiamente dura di una volta sapeva che la chiamata divina passa anche attraverso una chiamata molto terrena: per esempio – come era normale in Irlanda fino agli anni ’60 – quella di sacerdoti che visitavano le scuole e parlavano agli adolescenti della bellezza di spendere la vita per Dio. O di religiosi che proponevano attivamente ai ragazzi e alle ragazze “migliori” la via della consacrazione e della missione, via in cui convogliare la sete di eroismo e di ideali propri della giovinezza. Uomini di Chiesa, insomma, che svolgevano quell’attività con un nome militare che oggi farebbe inorridire i più: il reclutamento vocazionale. Un po’ come i marines fanno oggi in Usa, all’uscita della scuole, davanti ai supermercati, ai centri sportivi, per arruolare nuove leve.
Violenza psicologica? Poca fiducia nella Grazia? Pelagianesimo di ritorno? No. Era semplicemente un modo per far giungere all’orecchio e al cuore del maggior numero di giovani le parole lapidarie, asseverative, rivolte dal Signore ad Andrea e Pietro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”.
Monsignor Freeman, probabilmente memore di tutto ciò, ha ripristinato un team vocazionale che nelle intenzioni ricorda vagamente quello stile rinnegato.
Da noi, a parte casi particolari, si resta a qualche intenzione per le vocazioni letta durante la preghiera dei fedeli, al lavoro burocratico di qualche ufficio diocesano, e poco più.
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Comunque, per non buttarla troppo in negativo, è bene ricordare che quella irlandese è una Chiesa che offre ancora delle sorprese nella sua parte “resistente”, come può testimoniare Angelo B.
Una di queste è certamente Alive!, la free press più diffusa del Paese, con le sue 345mila copie distribuite.
Fondata e diretta da un altro domenicano, Brian McKevitt OP, si tratta di una rivistina mensile in cui uno può ritrovare la fede dell'Irlanda popolare, semplice e a tratti ingenua, ma viva e sanguigna.
Ogni tanto gli do un’occhiata, e mi rincuora sempre un po’.