giovedì, 10 aprile 2008

Gli ultimi samurai

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Il 10 febbraio Avvenire ha dedicato un articolo a «Kyushu, la più meridionale delle quattro isole maggiori che disegnano l’arcipelago giapponese, dove oggi il numero dei cattolici è circa il 10% della popolazione».

Lo spunto era la beatificazione, il prossimo novembre, di 188 martiri giapponesi, protagonisti di una vicenda indimenticabile che ebbe luogo da quelle parti: quando Amakusa Shiro, un samurai di 16 anni, e cinquantamila cattolici resistettero fino alla morte, nel castello di Hara, all’assedio dell’esercito imperiale. Il che ha fatto scrivere giustamente a Rino Cammilleri: «la storia dei samurai cristiani di Shimabara è una delle più eroiche di tutti i tempi». Leggere per credere. g

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Qualche giorno fa anche il New York Times ha dedicato un servizio struggente alla presenza cattolica nelle lande desolate del Giapppone del Sud, presenza che, causa il vento della secolarizzazione e l’emigrazione delle giovani generazioni nei grandi centri urbani, si sta assottigliando sempre di più.

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L’articolo del NYT è segnalato da un blog curioso: Catholic in Japan, il cui autore è un giovane americano finito in terra nipponica per motivi di studio, se capisco bene.

L’anonimo blogger racconta cosa vuol dire essere cattolici romani in un Paese dove tutti insieme, protestanti ortodossi e papisti, valgono circa l’1% della popolazione. Pare non sia molto facile.

 

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Commenti
#1   10 Aprile 2008 - 23:34
 
Questi sì che sono ... giapponesi.
luigipuddu
utente anonimo

#2   11 Aprile 2008 - 12:56
 
LP, a quando una tua recensione dell'ultimo numero di Rivista Liturgica?

http://www.rivistaliturgica.it/upload/2008/sommario1.asp
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#3   11 Aprile 2008 - 20:10
 
"Tuttavia anche i più appassionati sostenitori di questa riforma non hanno difficoltà ad ammettere che essa non può essere considerata «perfetta», cioè definitiva e compiuta sotto tutti i punti di vista. Sarebbe una visione antistorica. Se poi si considera il modo con cui è stata applicata, allora la lista delle lagnanze risulterebbe assai lunga[6]. Nella pratica ordinaria vi è una specie di «entropia» che tende a livellare tutto verso il basso, verso il «minimo necessario», verso le soluzioni più comode e meno impegnative, quando non si cede a improvvisazioni arbitrarie. La liturgia invece ha bisogno di una continua scuola di formazione, di approfondimento, se non si vuole cadere nel ritualismo, nell’insignificanza o nell’abuso[7]."

Chissà se l'aperitivo corrisponde al resto delle portate ...
luigipuddu
utente anonimo

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