domenica, 20 aprile 2008

Il fumo nel Tempio

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E’ da poco uscito per le Edizioni di Storia e Letteratura, quelle fondate da don Giuseppe De Luca, un carteggio fra don De Luca stesso e Massimiliano Majoni, piccolo nobile lombardo e importante collaboratore di Raffaele Mattioli.

 

Majnoni, a metà degli anni ’30, fu nominato responsabile della rappresentanza romana della Comit. Posto chiave per quanto riguardava i rapporti (e furono molti) fra Mattioli e la Santa Sede.   

 

Solo alcune citazioni. Don De Luca a Majnoni, il 12 luglio del 1949:

 

Ho avuto un buon incontro con Mattioli, buono sino alla commozione. Lei sa che ci si commuove facilmente sino alle lagrime noi del Regno… dicevo che noi regnicoli si piange presto, ma si resta armatissimi sempre e, se occorre, contrari. Dunque ci si commosse, e io ne ho riportato l’impressione che non pagherò il mio debito e lui, anzi, mi dà 300.000 per il volume dello Wilkins.

 

Don De Luca a Majnoni, il 20 luglio 1949:

 

Sì, se a Milano ringrazia per me Mattioli, mi fa gran piacere. Gli dica quanto sento la sua amicizia per me, che è stata un elemento della mia vita. E forse questa mia povera vita, se dura e la misericordia di Dio vince la mia miseria, forse la mia povera vita non sarà stata vana, in Italia.

 

Così, invece, don De Luca alla sua pupilla Romana Guarnieri, il 26 agosto dello stesso anno:

 

Mattioli mi prende sottobraccio, mi fa sedere, innanzi a Lui, e mi dà a leggere certe versioni dei sonetti di Shakespeare manoscritte; lui esce intanto. Torna e io gli dico che mi paiono una cosa bella: pensavo a Bacchelli, certo è un traduttore (dicevo) che scrive alla cinquecentesca. Attacco a discorrere. Sono stato lì un’ora abbondante. Il traduttore era lui […] Voleva parlarmi del figlio, Maurizio, e degli studii di lui. Mi ha proposto degli studii sulla storia letteraria della zona dove lui ha i suoi fondi, perché si è accorto che io la sapevo più lunga di tutti. “Farai una conferenza, lì, a casa mia, e avrai il meglio de’ miei amici a sentirti”. Non ti dico Romana, com’ero felice. Quest’uomo, ho detto a Koch uscendo, è un santo; e lacrimavo, a vere lagrime, dicendo così. Quest’uomo non solo mi ha aiutato, mi ama. Non solo mi ama ma ha gettato le sue sonde sulla profondità delle mie acque, ed è lieto ogni volta di trovare profondità sconosciute. Ha l’aria di volermi scoprire, esplorare. Vuoi ringraziare Iddio anche di questo?

 

Il carteggio, come si può intuire, è utile per comprendere meglio i rapporti fra il prete lucano e il banchiere iniziatico.

 

Sfogliandolo, tra l'altro, mi veniva in mente quell’androgino che Mattioli si fece scolpire da Giacomo Manzù e che poi venne posto nell’abbazia di Chiaravalle, dove il Nostro riposa nella tomba che fu di Guglielma la Boema.

 

Non è difficile indovinare chi fu a suggerire a don De Luca, allora in stretto contatto con Roncalli, di scegliere Manzù per realizzare la famosa Porta della Morte, in San Pietro.

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Cito dal sito da cui ho pescato l'immagine (http://www.scultura-italiana.com/Approfondimenti/Porta_della_Morte.htm): 

 

Sul retro, visibile dall'interno della basilica, quando la porta è chiusa, è raffigurato l'episodio principe del pontificato di Giovanni XXIII, l'apertura del Concilio ecumenico vaticano II. Nel lungo pannello con la solenne processione dei prelati, vi sono due figure particolarmente toccanti, il pontefice sulla destra e, più a sinistra, un monsignore che esce di scena: è visto di spalle. Quest'ultimo è don Giuseppe de Luca che nel frattempo era morto, come del resto era morto lo stesso Giovanni XXIII, quando la porta fu installata. Quel don Giuseppe, consigliere iconografico dello scultore, si era tanto impegnato perché era conscio che l'ateo Manzù avrebbe creato nella più augusta delle basiliche un'opera degna dei geni che avevano eretto e decorato l'insigne monumento. Manzù non lo deluse. Era stato attento a ogni dettaglio. Si era preoccupato, per esempio, che la fusione bronzea avesse un colore biondo, di miele, per accordarsi con il tono dei marmi delle colonne scanalate e del fastigio, voluti secoli prima da papa Paolo V Borghese. Aveva studiato un'apposita lega e poiché la prima fusione era riuscita troppo scura (esiste tuttora) ne fece ripetere la colata.

Il retro della porta è anche un'elegante soluzione spaziale: la sequenza dei prelati è una striscia figurata sottile rispetto all'altezza dei battenti. A baciare la mano del pontefice è il cardinale africano Rugambwa. II fatto che sia di colore è segno dell'universalità del cattolicesimo. Manzù ricordò, in proposito, che era stato il pontefice a decantargli i meriti di quel porporato. I volti dei due personaggi sono realistici ritratti.

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E tornano alla mente vecchie storie, magari lette con scetticismo (http://www.bloogs.com/ducadegandia/archives/2007_01_01_index.shtml):

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Come ognun saprà delle cinque porte bronzee della Basilica Vaticana soltanto quella centrale è antica: opera del Filarete commissionata a Firenze da papa Eugenio IV a metà del XV secolo e destinata alla precedente basilica tant'è vero che, regnando Paolo V Borghese, furono fatte delle aggiunte in basso ed in alto per adattare la porta alle nuove dimenzioni degli ingressi della basilica michelangiolesca.

I battenti delle altre porte erano in legno. Solo nel XX secolo sono state sostituite con artistici battenti di bronzo. Nel Giubileo del 1950 i fedeli svizzeri donarono a Pio XII la "Porta Santa" opera di Vico Consorti. Giovanni XXIII commissionò a Giacomo Manzù la "Porta della Morte" e regnando Paolo VI fu eseguita quella detta "dei Sacramenti" opera di Venanzio Crocetti (inaugurata da Paolo VI il 12 settembre 1965) e per ultima quella detta "del Bene e del Male" commissionata direttamente da Papa Paolo VI al maestro Luciano Minguzzi, considerato dalla critica uno dei maggiori scultori del Novecento e inaugurata nel settembre del 1977.

Tra i vari pannelli della porta "del Bene e del Male" quello commemorativo del «Concilio Ecumenico Vaticano II» fu poco tempo dopo sostituito.

Nel bassorilievo bronzeo originale figuravano sei prelati seduti: ad un estremo Giovanni XXIII, che inaugurò il Concilio , poi quattro vescovi - o cardinali di cui uno di rito bizantino - ed a chiudere la teoria Papa Montini che chiuse il Concilio Vaticano II. Mentre papa Giovanni e gli altri quattro Padri conciliari erano stati raffigurati con il corpo ed il viso rivolti in avanti, Paolo VI (l’ultimo a destra) era invece modellato di profilo, in modo da presentare, ben visibile, la Sua mano sinistra con incisa sopra una «Stella a cinque punte», o «Pentalfa massonico»!

Poco tempo dopo l’inaugurazione don Luigi Villa - come lui stesso riferisce - si recò da un cardinale per denunciare il fatto.
Dapprima quella insegna massonica sul dorso della mano sinistra di Paolo VI venne raschiata, poi, il pannello venne sostituito con un altro - l’attuale - sul quale, però, non compaiono più le sei figure di prima, ma solo cinque.

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Commenti
#1   15 Maggio 2008 - 23:32
 
E' un vero peccato che post come questo non vengano sviscerati in modo divulgativo, né commentati.
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