martedì, 31 agosto 2004

La battaglia tra postmoderni e monsignori

Caro Guido,

leggevo sul domenicale del Sole 24 Ore di qualche settimana fa un intervento di Maurizio Ferraris. Tratta dell’“ascesa, declino e resurrezione di una moda filosofica: il postmoderno” ma il bello dell’articolo sta nello scenario da battaglia che dipinge tra postmoderni e monsignori.

Il postmoderno - scrive Ferraris - è una moda iniziata circa 20 anni fa con Lyotard in “La condizione postmoderna” come discorso relativista che predica la fine dei grandi racconti, illuminismo, idealismo, marxismo, dio, la scienza oggettiva.
Poco dopo il postmoderno si accorge di essere a sua volta un grande racconto; si butta allora nell’ironia, nel dire ma senza credere troppo a quanto dice (seconda fase). Ma questo piacere di buttare sempre tutto in vacca non può durare a lungo, il gioco è bello se dura poco.
Quindi si passa alla terza fase del postmoderno, che Ferraris definisce della resurrezione. Qui si cerca qualcosa in cui confidare anche se in forma comunque flebile. Esponente di spicco: Vattimo e la riscoperta dello spiritualismo, del cristianesimo, di Bergson, dello spirito che galleggia sulle acque”.

E all’apparire di questa terza fase Ferraris rivela: “è a questo punto che i monsignori denunciano lo scippo: questa è roba nostra”. Segnale ne sarebbe il polverone sollevato da Caffarra qualche mese fa. E sarebbe quindi in atto una “guerra fratricida tra postmoderni e monsignori, entrambi vogliono il dominio sulla stessa cosa”.
Mi resta però un dubbio. Secondo te, Caffarra o Ratzinger sono proprio così preoccupati di tutta questa torma di gente condotta alla santità da Vattimo?

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