Caro Guido,
mettere insieme Kim e primato dell'essere, porta a parlare del rapporto tra mistificazione e verità. E proprio in questo momento ho sottomano due libri: una raccolta di documenti su fra Dolcino e le Lettere di Ignazio di Antiochia.
Ti cito subito un passaggio della relazione di Bernardo Gui, l’inquisitore del XIV secolo, su Dolcino, eretico capo degli Apostolici bruciato nel 1307 a Novara dopo una crociata tra i monti della Valsesia. Nella relazione sugli Apostolici viene riportata una regola di comportamento data da Dolcino ai suoi seguaci: "e quand'anche si giuri di dire tutta la verità davanti ai giudici e ai prelati, non si è tenuti a rispondere e a rivelare la propria dottrina e i propri errori, né si è tenuti a difenderli a parole ma basta farlo col cuore. Se tuttavia si è costretti a giurare sotto minaccia di morte, in tal caso si devono giurare solo a parole e nella mente tenere ferma la convinzione che in nessun caso si è tenuti a dire la verità..., ma si deve rispondere in modo dispersivo, con frammistioni, negazioni o travestimenti di concetti, in qualunque modo cioè che permetta di potersela cavare. Ma se non si può evitare la morte, allora in tal caso si deve apertamente professare e difendere in tutto e per tutto la propria fede e morire per essa con spirito di sopportazione e costanza, senza rivelare il nome di alcun compagno o sostenitore".
Una moltitudine di “organizzazioni” procedono nel segreto e soprattutto nella mistificazione. Tu mi citavi la massoneria: molti suoi alti esponenti si dilettano nel mostrarsi maestri della mistificazione. Oppure pensiamo alla storia ebraica, a come ha sofferto per casi come Sabbatai Zevi e Jakob Frank. Su questi magari ci torniamo.
Mi sembra diverso invece il comportamento dei primi cristiani, come ad esempio Ignazio di Antiochia, vescovo e martire del I secolo. Di lui abbiamo sette lettere indirizzate a diverse comunità di cristiani scritte mentre era condotto a Roma in catene. Sapeva che andava incontro alla morte, ma chiese di non essere difeso e aiutato. Perché vedeva nel martirio il segno di fedeltà all'annuncio pieno del Vangelo. Che è per Ignazio d'Antiochia fedeltà alla Verità e quindi alla stessa comunità a cui apparteneva: non solo quella piccola dei primi cristiani, ma alla comunità più estesa, quella universale, più grande dell'Impero stesso. Per essere fedele alla verità e quindi per essere veritiero anche con i propri oppressori non voleva compromettere la pienezza dell’annuncio che portava. Nulla che potesse sapere minimamente di mistificazione. Non ci sono qui parole sussurrate all’orecchio. Con la fedeltà a Cristo fino alla morte, “diventerò parola di Dio; se invece avrete a cuore la mia condizione umana, rimarrò un semplice suono“. Ignazio sapeva che la sua morte era testimonianza di vita autentica. Sapeva che la carica eversiva dell’annuncio cristiano avrebbe vinto perché vera e buona anche per chi lo conduceva a morte.
Non c'è opposizione tra l'annuncio cristiano e la società. La verità non può che essere pienezza di vita per tutti. Stai bene, ld