sabato, 02 ottobre 2004

Gilson su tappeto persiano

Caro Luigi,

 

mi fai come al solito rimuginare. E dopo aver rimuginato un po' mi è balzata all'occhio (il terzo) una curiosità, che ti butto lì.

 

Nel curriculum vitae di Henry Corbin c'è un incontro che le biografie reputano importante, ossia quello con Etienne Gilson. Il futuro islamologo, infatti, frequentò a Parigi i corsi del grande medievalista - di cui conservò sempre, pare, grande stima - prima di iniziare quel percorso intellettuale che mica lo portò a far l'apologeta di San Tommaso, piuttosto, via Heidegger, ad indagare le correnti dell'esoterismo iranico, con un occhio particolare alla gnosi ismailita e ad alcune amenità riassumibili nel tuo simpatico "bisogna andare al di là dell’essere. Il fondo è irrazionale. Allora ci vuole il sentimento, la poesia, il bel gesto, il sesso, l’omicidio. Solo allora si entra in contatto con il profondo".

 

Domanda: che sia stato un caso? Sicuramente. Fatto sta che il buon Gilson, tomista spurio, è stato uno che, quatto quatto lemme lemme, ha annebbiato di Tommaso proprio la nozione di esse ut actus, fondante quel tipo di accesso al mistero a cui tu ti riferivi. L'ha fatto in un modo abbastanza semplice, ancorché sottile, ossia inchiodando Tommaso ad Aristotele e tratteggiando un Aquinate filosoficamente contrapposto ad Agostino e allo Pseudo-Dionigi. Il che, come puoi ben immaginare, è una bella palla al centro per i tanti Heidegger, la loro ubbia di Tommaso ontoteologo e il tipo di oltrepassamento che ne consegue.

 

Curiosità su curiosità, un altro illustre allievo di Gilson, il teologo ortodosso Vladimir Lossky, partendo da cotanto maestro tomista (che scrisse anche la prefazione a un'opera di Lossky su Meister Eckhart) è arrivato a sparare su Tommaso e a incensare il palamismo, la corrente teologico-mistica dell'ortodossia più distante dal tomismo. E più affine a quella gnosi sufico-persiana in cui si immerse Corbin.

 

Comunque sia, sit ei (a Gilson) terra levis

 

GdC

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