venerdì, 22 ottobre 2004

Tradire Walcott

Caro Guido,

in questi giorni non ho avuto molto tempo per guardare la televisione e leggere giornali. Però ti voglio segnalare un articolo che ho letto sull’inserto letterario del Sole24Ore. O meglio: si tratta della lettera che Luigi Sampietro ha scritto per argomentare ulteriormente le critiche che aveva mosso (in un precedente articolo che mi sono perso) alla traduzione italiana di Omeros di Derek Walcott, autore pubblicato da Adelphi.

Sono sempre stato convinto che a comprare Adelphi si portasse a casa la traduzione migliore. Perché la nomea è quella. Sarà per il lavoro di Colli e Montinari su Nietzsche, sarà che ormai vive di rendita, non lo so. Comunque l’articolo di Sampietro descrive tanti di quegli svarioni presenti nella traduzione di Omeros fatta da Andrea Molesini che ho iniziato a guardare con sospetto la mia pigna di libri adelphici. “Morning glories” è stato tradotto con “la bellezza del mattino”, invece è il nome di un fiore, delle campanule. “Broke” è diventato rotto invece significa “in bolletta”. Cartagena non è Cartagine, ma Cartagena città ancora in piedi della Colombia. “Plantain” effettivamente potrebbe signficare platano se la scena richiamasse Parigi, ma nei Caraibi in quel modo vengono chiamati i banani.

Gli esempi che cita sono ancora numerosi e con un articolo del genere sono curioso di vedere se Adelphi attiverà qualche contromisura.

Se non sbaglio, sei stato tu a farmelo conoscere. Derek Walcott è ciò che mi aspetto da un poeta: immagini. E anche ciò che non mi aspetto: immagini nuove. Il più delle volte lo leggo senza neanche sapere dove inizia e dove va a finire. Non mi interessa e probabilmente non lo sa neppure lui. Perché mi basta ammirare quella sua forza con cui erutta immagini. Certo. Capisco perché Walcott piace a Calasso: primigenio, caraibico, schivo e violento come il vodoo, selvatico perché già decadente. Si sente che gli piace ascoltarsi mentre scrofola nel torbido. Ma non è cinico. Si arrende e alza le mani. Sa che, fosse pure per fulminarlo, nella bellezza ci si imbatte. E poi immagini e metafore, nel loro uscire da sé, sono già da sole buona metafisica.

Stammi bene e fatti sentire quando torni.

LD

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Commenti
#1   23 Ottobre 2004 - 13:38
 
Siamo quasi ai livelli di una traduzione che mi capitò di leggere di recente, in cui “i valorosi Alpini” vennero tradotti in inglese “the walrus Alpini”. Si può certo dire che di tutto avessero passato gli Alpini durante la Grande Guerra, ma mai che fossero diventati dei “trichechi”.
Colgo l’occasione per togliermi un sassolino nella scarpa a proposito delle traduzioni dell’Adelphi.
Ho avuto modo in primavera di occuparmi di Friedrich Hölderlin e di cimentarmi nella traduzione di alcune sue poesie.

A lavoro svolto, ebbi la curiosità di confrontare la mia traduzione con quella degli altri per scoprire chi di loro potesse essermi maggiormente affine quanto a, diciamo, sensibilità linguistica. Ne nacque una simpatica caccia al tesoro che mi portò a collezionare una decina di versioni diverse.
Quella dell’Adelphi non fu per nulla entusiasmante: inserimento di parole che nel testo originale non ci sono, vocativi diretti in seconda persona plurale che diventano una sorta di relazione indiretta del fatto in terza persona plurale... Ma il sassolino di cui parlavo è relativo alla traduzione del termine “Hütte” nella poesia Abendphantasie, davanti alla quale il contadino, anzi l’aratore (Pflüger), siede tranquillo in attesa che sia pronta la cena che fuma dal suo parco focolare.
La “capanna” in questione, così come il termine “Stille” (silenzio, ma anche calma interiore, serenità) vengono spesso usati da Hölderlin e sono di chiaro stampo pietistico. Allo scopo di rendere la Bibbia più comprensibile anche ai lettori incolti, Lutero aveva trasformato le tre tende sul Monte Tabor in tra capanne (Hütten) e appunto le capanne divennero non solo il simbolo del riposo dell’anima in Cristo, ma anche rappresentazione concreta della cellula pietistica, in cui i fedeli vivevano insieme nell’amore e in amicizia con Cristo. E’ per questo motivo che rimasi alquanto sconcertato di trovare la “Hütte” tradotta in Adelphi con “tugurio” !

Franz von Lahn
utente anonimo

#2   23 Ottobre 2004 - 18:45
 
Caspita! Lo dico da ex traduttore (non eccelso). Certo che questi sono errori madornali...
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#3   23 Ottobre 2004 - 22:00
 
Anche a me sembrano errori grossolani.
Grazie Franz. Curioso quel modo di tradurre di Lutero. Ma se aggiungiamo anche Hoelderlin a Walcott, con le traduzioni di Adelphi bisogna proprio andarci cauti.
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#4   23 Ottobre 2004 - 22:48
 
Scusate, ma vi ho linkati sul blog. Sperando vi faccia piacere...
Saluti P.
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#5   24 Ottobre 2004 - 15:57
 
certo, grazie! dovremo anche noi mettere ordine e sviluppare i link. ricambieremo non appena capiremo come si fa a strutturare elenchi distinti, come nel tuo blog. solo che GdC ne capisce meno di me...
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#6   26 Ottobre 2004 - 15:08
 
Per Franz von Lahn.
Interessante. mi fai venire in mente che anche nelle Wahlverwandschaften di Goethe c'è una cruciale "Hütte", quella che all'inizio del romanzo sembra ad Eduard, il protagonista maschile, "zu eng", troppo stretta, e che costui vorrebbe "allargare" assieme alla moglie Charlotte.
Chissà che non ci sia anche lì un richiamo alla Hütte pietistica a cui tu ti riferisci, declinata però in chiave alchemica, essendo tutto il romanzo costruito su tale tipo di simbologia.

Per Hölderlin penso che la scarsa qualità che tu rilevi nella traduzione adelphiana sia dovuta al fatto che Enzo Mandruzzato, il traduttore delle liriche appunto, è uno che ha tradotto tutta la vita dal greco e dal latino, mai dal tedesco. Evidentemente Calasso negli anni '70 aveva pensato che affidare la traduzione di H. ad un classicista facesse più figo. Il che può essere, però nel caso in cui il classicista conosca il tedesco tanto quanto il latino e l'italiano.
Saluti
GdC
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#7   26 Ottobre 2004 - 22:25
 
Caro Guido,
dev’essere senz’altro come dici tu: per una buona traduzione non basta un buon vocabolario!

Complimenti per la memoria “edile”, sono dovuto andare a rileggermi le prime pagine delle Affinità, per ritrovare quel termine “Hütte”, che insieme a “Stille” e a “Geduld” (giusto per fare un esempio di tipica virtù del ‘700: la pazienza) hanno segnato un secolo di storia e influenzato la letteratura per ancora più tempo. Alcuni effetti del Pietismo a livello linguistico si trovano ancora oggi: basti pensare che il termine divertimento può essere tradotto in tedesco, oltre che con “Vergnügtheit”, anche con “Zerstreuung”, cioè vera e propria “dispersione” delle forze rispetto al fine prefissato.

Anche Klopstock sognava una sua “capanna dell’amicizia”, purtroppo non sul lago di Lucerna, bensì sul Lago di Zurigo.
A tal proposito mi urge avvisare che Hütte ebbe nel Pietismo anche il significato di “corpo corruttibile” ed è forse in tal senso che possiamo avvicinarlo alle leggi naturali di attrazione, regolate dalla chimica delle combinazioni di elementi affini, che troviamo nelle Wahlverwandtschaften. A differenza della “feste Burg” (fortezza) di Bach.

Franz von Lahn
utente anonimo

#8   26 Ottobre 2004 - 23:15
 
Caro Franz,
complimenti per la conoscenza di questi risvolti pietistici della cultura tedesca, mica tanto noti ai più.
Mi verrebbe da segnalarti a riguardo un libro - se non lo conosci già - in cui penso nuoteresti come un pesce d'acqua dolce nel Lago di Lucerna: il "Soren Kierkegaard" di Furio Jesi. Una lettura straordinariemente acuta del filosofo danese fatta proprio a partire dal suo sostrato pietistico. Un piccolo e un po' sottovalutato capolavoro.
Ma magari ne riparleremo e ci ragioneremo insieme in una delle prossime puntate.
Stammi bene e continua a fare le pulci ai traduttori adelphiani.
GdC
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