Ciao Luigi,
sono tornato a malincuore dalla mia amata Lucerna, dove tra l’altro un amico mi ha portato a visitare la tomba di Hans Urs Von Balthasar nel cimitero della Hofkirche cittadina. Spero ti arrivi presto la mia cartolina.
Riguardo a Derek Walcott, sai che ne sono un grande estimatore dal punto di vista letterario. Mi azzardo a dire che un giorno sarà ricordato tra i più grandi poeti di lingua inglese del ‘900.
Sul perché Calasso lo pubblichi penso che tu abbia colto nel segno. Per “Omeros”, specificamente, il motivo lo ha riassunto felicemente Giuseppe Genna (personaggio su cui un giorno vorrei esprimerti qualche parere) scrivendo quanto segue: “530 pagine in terzine di versi scapestratamente irregolari e tuttavia ancora giambici, un’esplosione di lingua inglese storta e genialmente rivelatrice: Omeros realizza l’assalto al centro dell’impero sollevando la fantasia immane delle periferie, per realizzare quella che è un’epica dei drop out, l’Uomo Povero contro l’antiuomo, la battaglia finale che riassume un tempo intero”.
Sugli errori di traduzione, invece, bisogna dire che Andrea Molesini ha trovato come correttore di bozze un osso duro. Luigi Sampietro è il maggior conoscitore di letteratura caraibica in Italia (mi pare sia stato il primo a creare diversi anni fa una rivista specifica sull’argomento, Caribana) oltre che amico personale di Walcott. Però si può aggiungere che non serve conoscere lo slang anglo-caraibico come Sampietro per cogliere certi errori esilaranti di traduzione. Se prendi la raccolta di poesie di Walcott “Mappa del Nuovo Mondo”, sempre edizione Adelphi, trovi una bella lirica intitolata “A Far Cry from Africa”, che una geniale Barbara Bianchi ha pensato bene di tradurre come “Un Lontano Grido dall’Africa”. Quando “a far cry from” è una frase fatta che significa semplicemente “lontanissimo da”...
Per quanto riguarda Scalfari, se sei superstizioso vorrei consigliarti di parlarne con prudenza. Scriveva anni fa Giancarlo Perna all’inizio della sua biografia del personaggio (che chiamava amabilmente Barbapapà, per via della sua vezzosa barba bianca): “Il giorno in cui è nato, Eugenio Scalfari è incappato in tre disavventure. La prima è di essere venuto al mondo a Civitavecchia, porto periferico dell’Alto Lazio, dove i romani si affacciano solo se devono imbarcarsi per la Sardegna. La seconda è di averlo fatto il 6 aprile. Era una domenica e la mammana di turno lo aveva fatto controvoglia, senza festeggiamenti. La terza è che correva il 1924, anno bisestile. Iella, insomma”.
Hasta la victoria
GdC