lunedì, 25 ottobre 2004

La iella di Barbapapà

Ciao Luigi,

 

sono tornato a malincuore dalla mia amata Lucerna, dove tra l’altro un amico mi ha portato a visitare la tomba di Hans Urs Von Balthasar nel cimitero della Hofkirche cittadina. Spero ti arrivi presto la mia cartolina.

 

Riguardo a Derek Walcott, sai che ne sono un grande estimatore dal punto di vista letterario. Mi azzardo a dire che un giorno sarà ricordato tra i più grandi poeti di lingua inglese del ‘900.

Sul perché Calasso lo pubblichi penso che tu abbia colto nel segno. Per “Omeros”, specificamente, il motivo lo ha riassunto felicemente Giuseppe Genna (personaggio su cui un giorno vorrei esprimerti qualche parere) scrivendo quanto segue: “530 pagine in terzine di versi scapestratamente irregolari e tuttavia ancora giambici, un’esplosione di lingua inglese storta e genialmente rivelatrice: Omeros realizza l’assalto al centro dell’impero sollevando la fantasia immane delle periferie, per realizzare quella che è un’epica dei drop out, l’Uomo Povero contro l’antiuomo, la battaglia finale che riassume un tempo intero”.

 

Sugli errori di traduzione, invece, bisogna dire che Andrea Molesini ha trovato come correttore di bozze un osso duro. Luigi Sampietro è il maggior conoscitore di letteratura caraibica in Italia (mi pare sia stato il primo a creare diversi anni fa una rivista specifica sull’argomento, Caribana) oltre che amico personale di Walcott. Però si può aggiungere che non serve conoscere lo slang anglo-caraibico come Sampietro per cogliere certi errori esilaranti di traduzione. Se prendi la raccolta di poesie di Walcott “Mappa del Nuovo Mondo”, sempre edizione Adelphi, trovi una bella lirica intitolata “A Far Cry from Africa”, che una geniale Barbara Bianchi ha pensato bene di tradurre come “Un Lontano Grido dall’Africa”. Quando “a far cry from” è una frase fatta che significa semplicemente “lontanissimo da”...

 

Per quanto riguarda Scalfari, se sei superstizioso vorrei consigliarti di parlarne con prudenza. Scriveva anni fa Giancarlo Perna all’inizio della sua biografia del personaggio (che chiamava amabilmente Barbapapà, per via della sua vezzosa barba bianca): “Il giorno in cui è nato, Eugenio Scalfari è incappato in tre disavventure. La prima è di essere venuto al mondo a Civitavecchia, porto periferico dell’Alto Lazio, dove i romani si affacciano solo se devono imbarcarsi per la Sardegna. La seconda è di averlo fatto il 6 aprile. Era una domenica e la mammana di turno lo aveva fatto controvoglia, senza festeggiamenti. La terza è che correva il 1924, anno bisestile. Iella, insomma”.

 

Hasta la victoria

 

GdC

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Commenti
#1   27 Ottobre 2004 - 08:28
 
"lontanissimo da"... inteso anche come "ben diverso da"...

Verrebbe proprio da dire "a far cry from a correct translation"

cordialmente

Franz von Lahn
utente anonimo

#2   27 Ottobre 2004 - 14:29
 
a proposito di traduzioni ... barbapapà dal francese "barbe à papa" che sarebbe poi come oltralpe chiamano lo zucchero filato

perdonate la banalità ... era per addolcire un po' il vostro tono un tantino acido

con affetto
anna
utente anonimo

#3   27 Ottobre 2004 - 18:05
 
"Malgrado i limiti, i difetti, le piccolezze, le colpe (a cominciare, s’intende, da miei e dalle mie) la Chiesa cattolica è ancora – lo dico per ormai lunga esperienza – l’ambito del mondo in cui più ci si sforza di praticare la più bella e oggi la più rara di tutte le virtù: la bontà." Vittorio Messori

Cara Anna,
é vero, ogni tanto nella polemica ci scappa un po' di acidità e di nervosismo (a me e a LD intendo), però in fondo in fondo, anche se si vede poco, anche noi crediamo nella bontà come "la più bella e oggi la più rara di tutte le virtù".
GdC
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