mercoledì, 27 ottobre 2004

Ecumene

Caro Guido,

anch’io sono andato a guardarmi dei siti web. In quello dei monaci camaldolesi di Fonteavellana ho trovato una riflessione sul tema del sacramento della riconciliazione scritta dal priore Alessandro Barban.

All’interno di una trattazione piuttosto ampia, si sofferma su una convinzione religiosa abbastanza comune, secondo la quale il processo della conversione cristiana avverrebbe secondo questa “concatenazione di eventi: la caduta o il peccato, la conversione del peccatore ed infine il perdono di Dio. Ma veramente - si chiede Barban - Gesù denunciava il peccato, invitava alla conversione ed infine redicava il perdono di Dio?”.

Barban dice di ravvisare, partendo da una prospettiva cristologia, un movimento differente. E fa notare una scansione che parte “dalla positività della relazione vitale e orante col Padre, dall’Evangelo del regno che si tramuta (attraverso appunto la figura del Cristo) nella vita delle persone quale perdono dei peccati. Per cui – continua Barban - il processo di conversione cristiana parte dalla manifestazione dell’amore di Dio nel suo Figlio, giunge agli uomini quale annuncio del Regno, crea in essi la compunzione del cuore per i propri peccati e per finire il perdono divino si attua come una metanoia della propria esistenza.”

Cosa è la compunzione del cuore? Qui cita Dossetti (La Parola e il silenzio) “è l’intima esperienza dell’anima che di fronte alla morte e risurrezione del Signore, percepisce l’entità e la gravità del suo peccato in rapporto all’immensità della maestà di Dio e del suo amore assolutamente gratuito.”

Semplice e chiaro: non è tanto uno sforzo del singolo che, alla fine, trova il perdono. Se fosse così saremmo perduti. Ma è Dio che si muove per primo, che non viene a mancare, che già è pronto a perdonare e a riperdonare, condizione costitutiva, direi ontologica, della possibilità di conversione.

Mi pare che ci metta in guardia bene. Lo sforzo eroico acquista pienezza di senso perché già dentro un orizzonte di amore, di dono e di grazia. Barban mi dice quanto stavo giusto leggendo in una omelia di San Josemarìa Escrivà: “il Signore ci viene incontro per parlarci della sua misericordia, della sua tenerezza, della sua clemenza [...] Un sussulto d’amore. Guardo la mia vita e vedo che non sono nulla, non valgo nulla, non ho nulla, non posso nulla, di più, che io sono nulla! Ma Lui è tutto e, allo stesso tempo, è mio e io sono suo, perché si è donato per me. Avete mai visto un Amore più grande? Dio non si stanca di amarci. [...] Dobbiamo camminare con affettuosa vigilanza, con la sincera preoccupazione di lottare per non perdere la divina compagnia. Questa lotta di chi sa di essere figlio di Dio non comporta tristi rinunce, tetre rassegnazioni, o privazioni della gioia: essa è il modo di reagire dell’innamorato che, nel lavoro e nel riposo, nella gioia e nella sofferenza, pensa alla persona amata, e per lei affronta volentieri le difficoltà”.

E poi sempre San Josemaria Escrivà cita il Salmo 22: se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Buonanotte.

LD

PS Ma a chi farà riferimento Barban quando parla di convinzione abbastanza comune ma imprecisa?

Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)

Commenti
#1   28 Ottobre 2004 - 10:02
 
non era Sant'Agostino che già si era sentito rispondere "Se mi cerchi mi hai già trovato" ?

et.labora
utente anonimo

#2   30 Ottobre 2004 - 14:12
 
sì, grazie per la citazione che aiuta a esprimere quello che intendevo. cogliere il peccato, l'errore, la mancanza presuppone sempre un orizzonte già dato di grazia, di verità, di pienezza.
LD
PS. bella la tua firma!
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente wXre

Commenti