Carissimo Luigi,
è festa, da mezz'ora è Cristo Re! E per brindare è quasi impossibile non farsi tentare da questo brano della Storia di Cristo di Giovanni Papini, che il bravo Botblog ha messo sul suo sito. La pagina in cui, quella che è stata una delle penne più acrobatiche e appassionate del '900 italiano, annunciava la sua conversione al cattolicesimo, come "suddito e soldato di Cristo Re". E' un po' lunga, forse, per un brindisi, ma ci si può provare (e grazie a Botblog, ovviamente).
GdC
Come lo scrittore sia giunto a ritrovare Cristo, da sè, camminando per molte strade che alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell’Evangelo, sarebbe un discorso troppo lungo e anche difficile. Ma il suo esempio - cioè quello d’un uomo che ebbe sempre, fin da bambino, una repulsione per tutte le fedi riconosciute e per tutte le chiese, e per tutte le forme di vassallaggio spirituale, e poi passò, con delusioni tanto profonde quanto erano stati potenti gli entusiasmi, attraverso molte esperienze, le più diverse e le più nuove che poteva trovare - l’esempio di quest’uomo, dico, che ha consumato in se stesso le ambizioni d’un’epoca instabile e irrequieta come poche ve ne furono; l’esempio di un uomo che dopo tanto scavallare, motteggiare e vaneggiare torna vicino a Cristo, non ha, forse, un significato soltanto privato e personale.
Non v’è tornato per stanchezza perché, anzi, comincia per lui una vita più difficile e un obbligo più faticoso; non per le paure della senilità perché ancora si può chiamare giovane; non per voglia del perché, nel clima di questi anni, gli varrebbe meglio esser lusingatore che giudice. Ma quest’uomo, tornato a Cristo, ha veduto che Cristo è tradito e, piu’ grave d’ogni offesa, dimenticato. E ha sentito l’impulso di ricordarlo e difenderlo.
Perché non soltanto i suoi nemici l’hanno lasciato e guastato. Ma quelli stessi che furono i suoi discepoli, lui vivente, e lo compresero a mezzo e alla fine l’abbandonarono; e molti di quelli che son nati nella sua Chiesa e fanno il contrario di quel che comandò e hanno più dilezione per le sue immagini dipinte che per il suo esempio vivo e quando hanno consumato labbri e ginocchi in qualche materiale divozione credono d’essere in pari con lui e d’aver fatto quanto chiedeva, quanto chiede, disperatamente, e quasi sempre invano, insieme ai suoi Santi, da mille e novecent’anni.
Una storia di Cristo, scritta oggi, è una risposta, una replica necessaria, una conclusione inevitabile: il peso che si mette sul piatto vuoto della bilancia, perché dall’eterna guerra tra odio e amore esca, almeno, l’equilibrio della giustizia. E se diranno, a chi la scrisse, ch’è un ritardatario non lo toccano. Ritardatario, spesso, sembra colui ch’è nato troppo presto. Il sole che tramonta è lo stesso che, nello stesso momento, tinge la mattina nuova d’un paese lontano. Il Cristianesimo non è un’anticaglia ormai assimilata, in quel che aveva di buono, dalla stupenda e imperfettibile coscienza moderna, ma è, per moltissimi, tanto nuovo che non è neppure cominciato. Il mondo, oggi, cerca Pace più che Libertà e non v’è pace che sotto il giogo di Cristo.
Dicono che Cristo è il profeta dei deboli e invece venne a dar forza ai languenti e a fare i calpestati più alti dei re. Dicono che la sua e’ religione di malati e moribondi eppure guarisce gl’infermi e risuscita i dormienti. Ch’è il Dio della tristezza mentre esorta i suoi a rallegrarsi e promette un eterno banchetto di gioia ai suoi amici. Dicono che ha introdotto la tristezza e la mortificazione nel mondo e invece, quand’era vivo, mangiava e beveva, e si lasciava profumare i piedi e i capelli, e aveva in uggia i digiuni ipocriti e le vanitose penitenze. Molti l’hanno lasciato perché non l’hanno mai conosciuto. A codesti, specialmente, vorrebbe giovare questo libro.
Il qual libro è scritto, si perdoni il richiamo, da un fiorentino, cioè sortito da quella nazione che, sola fra tutte, scelse Cristo come proprio Re. La prima idea l’ebbe Girolamo Savonarola nel 1495 ma non poté portarla a buono. Fu ripresa, nelle distrette del minacciato assedio, nel 1527, e approvata a gran maggioranza. Sulla porta maggiore del Palazzo Vecchio, che s’apre tra il David di Buonarroti e l’Ercole del Bandinelli, fu murata una lastra di marmo con queste parole:
JESUS CHRISTUS REX FLORENTINI
POPULI P. DECRETO ELECTUS
Codesta iscrizione, benché mutata da Cosimo, c’è sempre; quel decreto non fu mai formalmente abrogato e disdetto e lo scrittore di quest’opera è fiero di riconoscersi, anche oggi, dopo quattrocent’anni di usurpazioni, suddito e soldato di Cristo Re.