lunedì, 22 novembre 2004

A tavola con il Divino

Caro Luigi,

 

sai cos’è mancato alla festa di ieri, perché risultasse davvero una festa? Direi un tocco culinario. Da che mondo è mondo, infatti, le feste si celebrano un po’ anche a tavola. Papini stesso ci ricordava che Gesù “quand’era vivo, mangiava e beveva, e si lasciava profumare i piedi e i capelli, e aveva in uggia i digiuni ipocriti e le vanitose penitenze”. Ma chi, il Papini che si fece ad un certo punto terziario francescano? Sì, proprio lui, che fu seguace infatti non di un Francesco macilento e cataro, ma di quel Francesco che, stando al sapido racconto di Tommaso da Celano, voleva, in occasione del Santo Natale, che il potente di turno spargesse per le vie frumento e granaglie in abbondanza, sicché pure gli uccelli potessero giubilare.

 

Del resto, non è mica solo un fatto giudeo-cristiano quello del binomio tra pasto e sacro (e ci mancherebbe. Sembra anzi che sia uno dei motivi riccorenti un po’ in tutte le religioni). Mi viene in mente che anche il livido Karoly Kerényi, nel suo Religione antica pubblicato da Adelphi, ha dedicato un capitolo a “La sacralità del pasto”, dicendo cose tipo queste:

 

anche nella più semplice vivanda si può avvertire il carattere festivo di un pasto preparato e assaporato con dedizione, un pasto nel corso del quale è escluso ogni pensiero che distolga da questa dedizione ed è ammesso solo ciò che, dal piano di un consumo attento e rispettoso, si innalza verso una espansività che nasce spontanea. In questo senso il mangiare in sé è la materia di una possibile festa. E come l’espansività dei commensali trova spontaneamente le sue forme di manifestazione naturali nel canto e nella danza, con la medesima spontaneità essa sorge durante il banchetto stesso. Ma il pasto degli antichi - dei Greci, degli Etruschi, dei Romani - non è mai puramente materiale e formale: esso contiene sempre un riferimento alla presenza divina, a uno o più partecipanti spirituali, che condividono il banchetto, e appunto perciò esso è una festa pienamente realizzata

 

certo il Kerényi ci tiene poi a far percepire quell’odore di sangue e morte, “quegli atti terribili ed empi” su cui la sacralità del pasto si fonderebbe (siamo sempre in ambito Adelphi, niente di strano) ma non senza intuizioni felici (e mi sa che dalle considerazioni kerenyiane sull’ambiguità del “sacer” antico, per esempio, anche il noto indoeuropeologo Emile Benveniste ha pescato un po’).

 

Comunque, Luigi, non avendo potuto festeggiare gastronomicamente quest’anno, ti butto lì tre idee per l’anno a venire. La prima, nel caso volessimo fare un banchetto fatto in casa, è quella di studiare per tempo il libro A taste of catholicism, abbinamento di gusto e spirito cattolico che in USA ha riscosso un grande successo, e che è stato aggiornato più volte negli ultimi anni. Volendo rendere il tutto ancora più rustico, potremmo poi contattare p. Dominic Garramone, benedettino americano che predica una particolare ascesi attraverso l’operazione del pane fatto in casa: con gran numero di discepoli, pare, e ottimi risultati come fornaio.

 

Ma, se invece volessimo fare gli esosi, se invece volessimo far crepare l’avarizia – e sarebbe questa la mia intenzione, francamente – io direi di chiamare in aiuto, a servirci una cena come si deve, i cuochi europei cattolici: una potentissima organizzazione cattolica semisegreta (qualcuno li definisce i templari del buona tavola, qualcuno l’Opus Dei dei ristoranti) che, devotissimi a S. Francesco Caracciolo, hanno la fama di unire in modo implacabile santità di vita e virtuosismi da chef...

 

Cosa ne dici?

 

GdC

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Commenti
#1   22 Novembre 2004 - 22:48
 
Luigi,
ovviamente sulla "potentissima organizzazione semisegreta" scherzavo...

GdC
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#2   23 Novembre 2004 - 07:38
 
Egr. GdC,
non ho sottomano il testo di Kerényi , però a me sembra che il rilievo che "il Kerényi ci tiene poi a far percepire quell’odore di sangue e morte" tipicamente adelphiano forse andrebbe precisato. In questo senso: cito a memoria un passo dell'ottimo Ratzinger (La festa della fede): "la festa presuppone un'autorizzazione" e questa autorizzazione donde proviene? In un contesto cristiano, il festeggiare deriva e si fonda dal/sul sacrificio pasquale, che è l'Evento (dentro il quale siamo ineludibilmente inseriti) che ci ha liberato. In un contesto puramente antropologico è dunque altrettanto vero questo legame tra pasto e sacrificio. direi che questo ha un certo sapore di "provvidenziale" (per questa affermazione fui bacchettato da Studi cattolici), nel senso che - fuori da questa connessione - vi è solo la violenza insensata ed il sacro-sacrificale è già una fuoriuscita dalla violenza omicida; da questo punto di vista Girard ha sia ragione che torto.
Ho scritto in fretta, perdoni le imprecisioni.
PS. A quando Maurras?
luigipuddu
utente anonimo

#3   23 Novembre 2004 - 18:11
 
Caro Luigi P.
andrò a cercarmi questa "bacchettata" di SC che mi citi (quando è apparsa?) per capire meglio le tue tesi. Comunque, così su due piedi, se colgo grosso modo quello che intendi dire, ossia che la violenza ritualizzata sarebbe un passo in avanti rispetto alla violenza belluina e insensata, che il "sacro-sacrificale sarebbe già una fuoriuscita dalla violenza omicida", cieca e caotica...non mi trovi d'accordissimo.

In questo senso. La ritualizzazione della violenza può essere anche l'elevazione di un "banale" male a celebrazione satanica, e quindi ad atto superiore in quanto a purezza e intensità malefica; in quanto a spregio e affronto nei confronti di Dio.
Il fatto, poi, che Dio abbia rovesciato una pratica di violenza ritualizzata (usandone, per così dire, il calco) nel salvifico "incruente immolatur" di Cristo nel sacrificio eucaristico, non mi pare basti per valutare "positivamente" la precedente pratica dei sacrifici umani.

Un po' come il peccato di Adamo: è vero che nell'exultet pasquale esso diventa una felix culpa per aver meritato un così grande Redentore, ma si può arrivare a dire che il peccato di Adamo è stato "propedeutico" (nella valenza più positiva di questo aggettivo) alla venuta di Cristo? Penso di no. Si finirebbe altrimenti in una visione vagamente faustiana, che legge il male sostanzialmente come forza propulsiva per l'acquisizione di un bene superiore. Mentre, sì, è vero che è arte propriamente divina quella di ricavare dal male un bene superiore, ma quando Dio la esercita non confonde o relativizza mai i termini della questione: il male rimane male e il bene bene. Punto.

Concordo anch'io, però, sul fatto che in molte manifestazioni sacre e cruente dell'antichità era presente un vero senso religioso, seppur distorto e oscurato dal fumo di Satana; quel senso religioso che spesso, entrando in contatto con il cristianesimo e purificandosi, è fiorito in tutta la sua autenticità e bellezza (l'esempio più eclatante e scontato penso sia quello del Messico, passato dall'essere quello che era ai tempi di Monctezuma, a paese tra i più cattolici del mondo). Concordo, cioè, sul fatto che anche per lavorare su queste questioni l'accetta non sembra l'utensile più adeguato. Come del resto sapevano bene i missionari francescani e domenicani che hanno compiuto la miracolosa, incredibile conversione dei mexica.

GdC
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#4   23 Novembre 2004 - 23:36
 
Per GdC.
Io mi riferivo all’articolo di Gianandrea Torre (che sia uno pseudonimo? Se è tale, propendo per Piero Vassallo) nel numero 508 di SC, che verteva sul pensiero di Furio Jesi. La mia lettera, con replica puntuta del GT, è apparsa nel numero 510 (? Ora non lo trovo, sono sepolto dai libri).
Certo, se quanto ho detto avesse come unica possibile interpretazione quella adelphiana, lo rigetterei. Ma io non ho detto propedeutico, ho detto solo iscritto – forse – in una misteriosa logica provvidenziale. Comunque definire satanico tutto ciò che c’è da Adamo ad Abramo, non è eccessivo? Se poi mi chiede se seguo la teologia pluralista delle religioni, certo che no!
Comunque, molto meglio di me, Giovanni Cantoni nel numero 320/2004 di Cristianità (Il mondo prima di Cristo).
Cordialmente,
luigipuddu
utente anonimo

#5   24 Novembre 2004 - 09:41
 
Certo, caro Luigi, che "definire satanico tutto ciò che c’è da Adamo ad Abramo" è eccessivo.
Dicevo infatti che "la ritualizzazione della violenza PUO' ESSERE ANCHE l'elevazione...", non che "la ritualizzazione della violenza E' SEMPRE..".
Vale, ovviamente, l'idea della "misteriosa logica provvidenziale".

GdC
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