Caro Luigi,
sai cos’è mancato alla festa di ieri, perché risultasse davvero una festa? Direi un tocco culinario. Da che mondo è mondo, infatti, le feste si celebrano un po’ anche a tavola. Papini stesso ci ricordava che Gesù “quand’era vivo, mangiava e beveva, e si lasciava profumare i piedi e i capelli, e aveva in uggia i digiuni ipocriti e le vanitose penitenze”. Ma chi, il Papini che si fece ad un certo punto terziario francescano? Sì, proprio lui, che fu seguace infatti non di un Francesco macilento e cataro, ma di quel Francesco che, stando al sapido racconto di Tommaso da Celano, voleva, in occasione del Santo Natale, che il potente di turno spargesse per le vie frumento e granaglie in abbondanza, sicché pure gli uccelli potessero giubilare.
Del resto, non è mica solo un fatto giudeo-cristiano quello del binomio tra pasto e sacro (e ci mancherebbe. Sembra anzi che sia uno dei motivi riccorenti un po’ in tutte le religioni). Mi viene in mente che anche il livido Karoly Kerényi, nel suo Religione antica pubblicato da Adelphi, ha dedicato un capitolo a “La sacralità del pasto”, dicendo cose tipo queste:
anche nella più semplice vivanda si può avvertire il carattere festivo di un pasto preparato e assaporato con dedizione, un pasto nel corso del quale è escluso ogni pensiero che distolga da questa dedizione ed è ammesso solo ciò che, dal piano di un consumo attento e rispettoso, si innalza verso una espansività che nasce spontanea. In questo senso il mangiare in sé è la materia di una possibile festa. E come l’espansività dei commensali trova spontaneamente le sue forme di manifestazione naturali nel canto e nella danza, con la medesima spontaneità essa sorge durante il banchetto stesso. Ma il pasto degli antichi - dei Greci, degli Etruschi, dei Romani - non è mai puramente materiale e formale: esso contiene sempre un riferimento alla presenza divina, a uno o più partecipanti spirituali, che condividono il banchetto, e appunto perciò esso è una festa pienamente realizzata
certo il Kerényi ci tiene poi a far percepire quell’odore di sangue e morte, “quegli atti terribili ed empi” su cui la sacralità del pasto si fonderebbe (siamo sempre in ambito Adelphi, niente di strano) ma non senza intuizioni felici (e mi sa che dalle considerazioni kerenyiane sull’ambiguità del “sacer” antico, per esempio, anche il noto indoeuropeologo Emile Benveniste ha pescato un po’).
Comunque, Luigi, non avendo potuto festeggiare gastronomicamente quest’anno, ti butto lì tre idee per l’anno a venire. La prima, nel caso volessimo fare un banchetto fatto in casa, è quella di studiare per tempo il libro A taste of catholicism, abbinamento di gusto e spirito cattolico che in USA ha riscosso un grande successo, e che è stato aggiornato più volte negli ultimi anni. Volendo rendere il tutto ancora più rustico, potremmo poi contattare p. Dominic Garramone, benedettino americano che predica una particolare ascesi attraverso l’operazione del pane fatto in casa: con gran numero di discepoli, pare, e ottimi risultati come fornaio.
Ma, se invece volessimo fare gli esosi, se invece volessimo far crepare l’avarizia – e sarebbe questa la mia intenzione, francamente – io direi di chiamare in aiuto, a servirci una cena come si deve, i cuochi europei cattolici: una potentissima organizzazione cattolica semisegreta (qualcuno li definisce i templari del buona tavola, qualcuno l’Opus Dei dei ristoranti) che, devotissimi a S. Francesco Caracciolo, hanno la fama di unire in modo implacabile santità di vita e virtuosismi da chef...
Cosa ne dici?
GdC