Caro Luigi,
così scrive Marco Ferrante sul Foglio di sabato scorso:
L’Eni è la più grande impresa italiana. Fattura oltre 50 miliardi di euro, ha una capitalizzazione di borsa di circa 70 miliardi, ha ancora abbastanza dipendenti (76.000, di cui la metà all’estero) per sentirsi una comunità influente. Ha un’identità sua propria che sopravvive agli uomini, e una specie di superego d’azienda fondato sulle origini mitiche, sulle tradizioni, sui legami internazionali, sulla cultura d’impresa [...], sulle storie degli uomini e delle cose: Bescapè, la flotta aerea, il primo velivolo occidentale che ritorna a Teheran dopo la fine del khomeinismo e che porta le insegne dell’Eni, i due carrozzoni-roulottes che Eugenio Cefis allestisce e che sistema a Torvajanica e all’Isola Sacra e in cui durante il fine settimana riceve gli amici a bere vino e a mangiare formaggio, le meraviglie della Saipem 10000, la più efficiente unità di perforazione off-shore al mondo (dislocamento 96.000 tonnellate, lunghezza fuoritutto 228 metri, potenza 60.000 hp, equipaggio 160 persone, profondità massima di perforazione 30.000 piedi, sistema di ancoraggio satellitare, grazie a sei motori che aggiustano automaticamente la posizione della nave sulla base delle informazioni ricevute dal satellite.
Come moltiplicatore di ricchezza e personaggio rappresentativo di quell’economia cristiana che a entrambi piacerebbe definire meglio, hai fatto il nome di Enrico Mattei. Concordo pienamente. Mattei infatti non è stato solo un formidabile imprenditore (con un grado di istruzione da terza media), ma è stato soprattutto un cattolico valoroso che ha scelto di sacrificare la vita per un sogno: riscattare una patria debole, umiliata e subalterna a livello internazionale; ridare dignità e onore a una massa di italiani, meridionali e non, costretti da decenni a transumare per ogni dove in cerca di un tozzo di pane.
Il sogno vibrante che si ritrova nell’ultimo discorso pronunciato da Mattei a Gagliano Castelferrato, poco prima di essere ammazzato, e che ancora commuove a leggerlo.
Il sogno tradottosi con gli anni nella maggior realtà industriale del Paese (e l’unica rimasta, insieme al gruppo Finmeccanica, di alto livello tecnologico), la quale, se avessero vinto gli attacchi furibondi portati contro Mattei da don Luigi Sturzo o da quello spregevole lacchè che fu Indro Montanelli, puoi immaginare cosa sarebbe a quest’ora: una sparuta serie di pompe di benzina con l’insegna luminosa di una conchiglia, o qualcosa del genere.
Saluti
GdC