Caro Guido, nelle settimane scorse ho letto con interesse il denso carteggio tra Angelo Bottone e Massimo Adinolfi sull’umanità dell’embrione.
Di certo non mi metto a riassumerlo. Dico solo che concordo con Angelo che da subito ha contrapposto la imprescindibilità del rispondere alla domanda cosa è l’uomo al tentativo di spiegare l’uomo solo in base al come è l’uomo.
Già la disputa sugli universali aveva messo in luce che il come, il simile è possibile sempre in virtù di un’identità condivisa.
E’ vero che il concetto di uomo può risultare vago, ma questo non significa che non esista un’essenza individuale. Questa, a rigore, la può conoscere completamente solo una mente divina perché presupporrebbe definire l’ente secondo tutte le relazioni che lo determinano. Ma per esprimere in modo adeguato la quidditas di un ente (adequatio ad rem) basta definirlo secondo le determinazioni che lo differenziano rispetto agli altri enti.
Dire uomo animale razionale non è certo una definizione completa, né devo presupporre secondo una sorta di realismo platonico l’uomo totalmente in atto. E’ semplicemente sufficiente per differenziarlo, ad esempio, dagli altri animali. Qualora arrivassero i venusiani si tratterà di specificare ulteriormente l’essenza attingendo ad altre proprietà dell’individuo capaci di differenziarlo adeguatamente. E sempre si tratterà di una adequatio ad rem.
Questo per dire che non devo presupporre giochi linguistici alla Wittgenstein, o stoffe temporali merlopontiane per giustificare una progressione e una caratterizzazione storica delle definizioni. Anzi, in questo modo si approda nella convenzione e nella necessità della decisione. E in ultima analisi credo che partiti per trovare il simile ci si ritrovi confinati nell’indifferenziato proprio dell’equivocismo.
Ma ammettiamo, per ipotesi, che la definizione di uomo sia data da una sorta di zeitgeist, che si dia come gioco linguistico, come decisione che si modifica nel tempo. Vediamo allora cosa dice il nostro tempo.
Ho fatto un giro nel forum di Avvenire dedicato in questi giorni al tema della fecondazione. Il forum è arricchito della posizione di chi è favorevole al referendum e dgli interventi di persone che sono migrate in massa da siti come cercounbimbo.net e altri. Vi si legge l’esperienza di chi si sottopone alla procreazione medicalmente assistita. Non è certo una passeggiata: stimolazioni ovariche, interventi dei medici, spesso un numero elevato di impianti. Emerge con forza con quale speranza tutto questo iter sia vissuto. Emerge come tutti i singoli momenti diventino importanti e quanto sia intensa l’attesa e la speranza (per niente scontata) che i singoli embrioni risultino vitali, che proprio quella cellula fecondata sia viva e forte, e che possa crescere. Si legge di quanto sia ampia la frustrazione quando quegli embrioni risultino non adatti, non voglio dire morti, diciamo non-vivi.
Attesa, speranza, desiderio, gioia e frustrazione come se quel embrione fosse un uomo. Un tempo quando non c’erano queste tecniche non si poteva investire così presto la maternità di tale e tanti pensieri ed emozioni. C'era sempre, o perlomeno spesso, un pre-sentimento che si dimostra oggi sempre più vero.
Insomma, quasi paradossalmente, sono proprio tali tecniche che oggi stanno facendo emergere la consistenza, l’individualità, l’essere persona dell’embrione. Credo che ogni ricognizione fenomenologica non possa eludere questa stoffa temporale.
Certo rimane da chiedersi se possa essere il desiderio il luogo della decisione. Il desiderio che prima decreta l’embrione come l’atteso e la speranza, e poi lo riduce a grumo di cellule.
LD