Luigi, ieri sera ho scritto una lettera a Maurizio Blondet, per avere lumi su un paio di questioni. Te la allego qui. Ciao
Caro Blondet,
bello il suo editoriale di oggi su Avvenire. Visto che Lei parla di turismo, della bellezza come risorsa per il nostro Paese, ne approfitto per rivolgerLe un paio di domande-provocazioni, su cui rimugino da tempo e su cui Lei, buon decifratore degli enigmi dell’antropologia italica, probabilmente potrà dare a me e ad altri lettori qualche elemento in più per una possibile risposta.
1) Come mai l’Italia da faro mondiale di bellezza artistica pare divenuta, da molto tempo, incapace di produrre alcunché di bello, per esempio in un campo dove aveva la primazia assoluta, cioè l’urbanistica?
Troppo facile parlare, che ne so, del boom edilizio popolare degli anni ‘50 e ‘60: l’hanno avuto tutti in Europa, mica solo gli italiani, e se uno va in Spagna, Francia, Germania trova sì esempi di bruttezza, ma di una bruttezza più contenuta ed elaborata rispetto al vomito cementizio che si può ammirare qui da noi. Troppo facile parlare, che ne so, della sciatteria del Meridione e della sua gente: si provi ad andare nel laborioso Veneto o nella nordica Longobardia, e si troverà magari meno spazzatura per strada, ma altrettanta, se non di più, fossilizzata in parallelepipedi di schifo, disseminati dai paeselli di provincia alle grandi città.
Non mi si venga poi a dire che sì, forse noi italiani abbiamo perso un po’ di punti in ciò che attiene all’architettura, ma ne abbiamo mantenuti per il design o per la moda: chiunque non sia scemo vede che ciò che passa come “frutto del geniale made in Italy”, per il grado di insignificanza estetica, se non proprio di oscenità, potrebbe essere prodotto in qualsiasi altro posto del mondo. Come di fatti sta progressivamente avvenendo.
Why? Può essere un caso l’involuzione di una creatività che ha ammaliato il mondo per secoli e secoli? Non mi pare. Chiedo lumi.
2) Il secondo quesito non c’entra apparentemente un’acca con il precedente, ma forse sotto sotto un po’ sì. Chissà. Nello stesso editoriale Lei parla di Pompei, cioè di Roma. Bene, noi “romani” siamo stati per quasi un millennio il faro universale anche di un’altra ars: quella militare. Eppure anche qui l’Italia, dopo l’epopea dell’Urbs, pare aver perso radicalmente lo spirito e la genialità che ne avevano forgiato la grandezza. Siamo diventati, letteralmente, un popolo imbelle.
Son cose che capitano, sono cicli della storia si dirà. Sì e no. Si prendano le descrizioni che gli scrittori dell’antichità hanno fatto di goti, angli, o ispanici. E si potrà facilmente constatare come certe attitudini belliche rilevate quasi duemila anni fa per quelle popolazioni sono rimaste a lungo nel “carattere” di tedeschi, inglesi e spagnoli. Per gli italiani, dopo la fine di Roma, pare invece subentrata una metomorfosi che ne ha, su questo specifico punto, cambiato i tratti in profondità. Anche qui, un barlume di motivo dovrà pur esserci (e non mi si venga a dire che è stata colpa del cristianesimo, che poi mi arrabbio: forse che i conquistadores spagnoli o i miliziani bavaresi erano liberi pensatori e senza Dio?). Anche qui cerco spunti per capire e far capire. Cordialmente
Guido