Caro Luigi,
Blondet ha gentilmente risposto alla lettera. Ti allego qui due brani dalla sua e-mail. Ciao, GdC.
Le sue osservazioni sulla decadenza artistica italiana meriterebbero un complesso discorso; che andrebbe poi inserito nella decadenza (o sterilità) artistica europea, da cui si salva solo il cattolico Gaudì.
Se lei ha letto la “Perdita del centro” di Sedlmayr, ricorderà quello che dice: l’arte è un sintomo (psichiatrico-psicanalitico) e le sue forme mostruose sono sintomo di una patologia sottostante della civiltà. La sparizione della figura umana nell’arte o la sua deformazione spregiativa (Picasso) accompagna e anticipa il vilipendio dell’uomo dei totalitarismi anticristici, dal Terrore francese al comunismo staliniano: benché l’arte ufficiale di quei regimi, cartellonistica propagandistica, si tenesse ferma al figurativo. L’uomo-macchina, il robot capace di vivere sotto “tempeste d’acciaio”, istiga Le Corbusier a fare “macchine per abitare” anziché case. Questa retorica totalitaria, oggi esaurita, sopravvive nei cosiddetti architetti italiani (quelli che ricevono commesse pubbliche), genericamente comunisti (perché era il Pci che dava le commesse). Permane un vero vilipendio del figurativo e dell’”ornamento” (che ogni epoca ha ritenuto “necessario”, al punto che l’arte romanica non poteva consentire una sola finestra senza le sue colonnine tortili: eppure si faceva fatica, allora, a fabbricarle, che è esso stesso un sintomo di sparizione della spiritualità: a non aver bisogno di “ornamenti” è l’uomo che si contenta di “vivere di solo pane” (e di abitare “solo in ricoveri contro la pioggia”).
Una grande arte è sempre ispirata da gradi classi dirigenti. La sua scomparsa è la scomparsa di quelle classi. Sostituite dai mercanti d’arte internazionali
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Anche sulle virtù belliche romane ci sarebbe molto da dire. Anzitutto: ha notato come Giuliano Ferrara, da quando è diventato neocon, approva la guerra come esercizio della crudeltà? Ecco, per i romani era il contrario: lo scopo della guerra per loro non era “ammazzare” (come pensano gli ebrei) e nemmeno, strettamente parlando, “la vittoria”: La forza militare era il dispositivo che s’inseriva nel quadro di una proposta di “partecipazione alla civiltà”. Roma comandava, ma a tutti i vinti veniva proposto, dopo la sconfitta, di diventare “romani”. Iberici, Galli, Germani furono via via romanizzati non (solo) in senso culturale, ma con l’offerta generosissima dei medesimi diritti politici dei romani di nascita. La romanità non era un’etnia, era il suo contrario: la condizione giuridica dell’uomo che aderiva all’ordine e al diritto universale di Roma.
Purtroppo per gli italici, da un certo punto in poi gli imperatori (mi pare Traiano) vietarono ad essi il servizio militare: buoni soldati, erano però troppo sediziosi. Ovviamente, nel giro di un paio di generazioni, l’abitudine a non portare le armi ha un effetto tremendo sulla popolazione così favorita. La abitua ad approfittare solo dei privilegi connessi all’ordine romano, senza sentirsi obbligata a sostenerne gli oneri. Di questo ho parlato in un saggio ormai introvabile, “Italia Invertebrata”.
Maurizio Blondet