mercoledì, 05 ottobre 2005

Il cinema è morto (ma non sepolto)/3

Caro Guido,

 

il cinema con tutto il suo botteghino è morto e gli sta bene. Nel senso che è quanto gli spettava. Non ho mai capito quelli che esaltavano il valore aggiunto della visione in sala cinematografica. D’accordo, è bello andare al cinema, tornare dal cinema, parlare di cinema. Perché solitamente lo si fa con amici. Ma la visione in sé non guadagna nulla dall’avvenire in una sala con altre 300 persone. C’è lo schermo grande e il sonoro che ti fa tremare? Ma ormai la qualità della visione fatta in casa può essere equivalente, se non superiore. Anzi non hai l’inconveniente di essere disturbato da quello che tossisce, quello che parla, quello che si alza, quello che ride per niente, quello che apre la porta del bagno illuminato di viola. Per non parlare poi dei guardoni che ansimano nell’oscurità.

 

La visione in sala non c’entra nulla con il cinema. E’ solo un retaggio circense, è solo economia di scala: l’esercente cerca di stipare per guadagnare. Del resto ti accoglie con moquette e lustrini per poi espellerti il prima possibile, dal retro, tra cunicoli, griglie e parcheggi mal illuminati.

 

Il cinema in sé è altro. Non ha bisogno della sala. Anzi, per sua natura tende ad annullare la presenza di altri: la visione centrale e il buio in sala cercano di eliminare il pubblico. Il cinema non è il teatro elisabettiano, curvo, dove il pubblico vede il pubblico, dove ognuno vede l’altro, dove di fronte alla storia, al dramma e alla sua soluzione è prevista la partecipazione di ognuno alla reazione dell’altro. Il cinema non si pone mai il problema dell’educazione, non gliene importa nulla di far riflettere su come le idee muovono le idee. Lo ha mostrato bene Sergio Leone: il cinema è oppiaceo. Al cinema interessa affascinare, incantare, ammaliare. E per fare questo ti chiama per nome. Il pubblico può solo disturbare il rapporto intimo e personale con il film. Film che nel suo procedere (soggetto enunciatore) ha inscritto nei suoi segni la modalità (soggetto enunciatario) di accogliere e rapire lo spettatore .

 

Visione, fascino, incanto, rapimento. Ogni film si rivolge allo spettatore, non al pubblico. Ogni film ha il suo cerimoniere e il cerimoniere chiama per nome.

 

ld

Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)

Commenti
#1   06 Ottobre 2005 - 16:24
 
Hey, ma sai che sono persin d'accordo? In particolare sul Leone oppiaceo (avercene, peraltro). E la cosa dell'esercente che ti fa entrare tra i lustrini e ti rivomita nel parcheggio è da applauso (e da generalizzare a teoria della socialità postmoderna, ma qui lascio perdere).
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente farfintadiesseresani

#2   06 Ottobre 2005 - 17:28
 
no no generalizza pure. il caso cinema è particolarmente evidente perché alla socialità postmoderna si aggiunge la fisiologia dell'esercente. ed è fisiologia pesante.
ld
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente wXre

Commenti