sabato, 17 dicembre 2005

Venezia sj

Caro Luigi,

terza sigaretta. Ascetismo vs. via mistica e “imperfezioni” biografiche forse non esauriscono i motivi per cui il Racconto del Pellegrino è così caro a Calasso. Un altro motivo potrebbe riguardare un ambiente di cui abbiamo parlato tempo fa, la cosiddetta “Venezia segreta”.

Una tappa fondamentale del pellegrinaggio di Ignazio fu infatti la Serenissima Repubblica, in cui cui il Nostro giunse per la prima volta nel 1523, dopo essere stato a Roma per i riti della Settimana Santa. Nel racconto c’è un primo particolare che incuriosisce. Il Pellegrino (dopo “coincidenze” interessanti ma che tralascio) arriva su un’imbarcazione nella città più sorvegliata di allora, dove agisce il più capillare, occhiuto ed efficiente servizio di spionaggio del mondo. Vi arriva con un’aria tutt’altro che anonima o rassicurante... eppure cosa succede? “Montarono sulla barca alcune guardie per esaminare uno per uno coloro che vi si trovavano; a lui solo non chiesero niente”. A lui solo. Strano, no? Quasi come se qualcuno sapesse già chi era Ignazio e non volesse creargli troppi problemi (a quei tempi un vagabondo visionario che finiva nelle mani della giustizia veneziana rischiava di non fare una gran bella fine).

Ignazio comunque sbarca indisturbato e continua a fare le sue cose, con lo stile del barbone di Dio: “a Venezia viveva di elemosina e dormiva in piazza San Marco”, “qualche volta gli successe, alzandosi alla mattina, di trovarsi di fronte a un uomo che, al solo sguardo, fuggiva via, certamente perché doveva essere assai livido di aspetto”.

Nel frattempo, accade un altro fatto che ha dell’incredibile. Malgrado l’aspetto spettrale, macilento e possiamo supporre assai maleodorante, “un giorno un ricco spagnolo gli si accostò e gli chiese che facesse e dove volesse andare; e conosciuti i suoi propositi [andare in pellegrinaggio in Terra Santa], lo invitò a mangiare a casa sua, e in seguito lo ospitò per alcuni giorni, per tutto il tempo che durarono i preparativi per la partenza. Il Pellegrino aveva già questa abitudine, già dal tempo di Manresa, di non parlare a tavola quando mangiava con qualcuno, se non per rispondere brevemente, ma stava ad ascoltare ciò che si diceva, e fissava alcune cose, dalle quali prendere occasione per parlare di Dio; e, finito il pranzo, così faceva. E proprio per questa ragione il gentiluomo e la gente di casa lo presero in affezione a tal punto che lo volevano con loro e lo pregarono di rimanere; e il suo ospite stesso lo accompagnò dal Doge di Venezia, perché gli parlasse, id est, gli fece avere un’udienza”.

Ora, per capire la portata di questo passaggio, va ricordato che Venezia in quegli anni non era una qualsiasi cittadina, magari un po’ più trendy della media...era il centro mondiale del commercio, della finanza, della geopolitica, della cultura. Era la City per antonomasia. Un quidam che arrivava a Venezia nel 1521, doveva sentirsi grosso modo come un emigrato meridionale che arrivava a New York negli anni ’20: di fronte al top della magnificenza, della potenza e anche dell’esclusività. L’oligarchia veneziana era infatti quanto di più “olimpico”, nella consapevolezza di sé e nel distacco dal popolino-feccia ci potesse essere. Per non parlare del Doge, figura tanto potente e ieratica, da essere difficilmente raggiungibile.

I due incontri di Ignazio furono insomma l’equivalente di un emigrante campano arrivato a Staten Island negli anni ’20, senza mezzi, senza agganci, gravato da mille pregiudizi e diffidenze, ritrovatosi per incanto ospite in una suite d’Hotel sulla 5th Avenue (tutto spesato). E poco dopo, invitato a colloquio alla Casa Bianca dal Presidente degli Stati Uniti. Cosa che, puoi ben capire, è difficile ritenere del tutto casuale o del tutto dono della Provvidenza

Più probabile è che il buon Ignazio, con le sue stravaganze ma anche con il suo straordinario carisma, che non doveva sfuggire ad occhi esperti, fosse stato notato dai servizi d’intelligence della Serenissima molto presto, quando ancora non era conosciuto. E qualcuno avesse deciso che quel bizzarro spagnolo con lo spirito da crociato valeva la pena lasciarlo fare, accompagnandolo con discrezione per controllarlo e, chissà, poterne trarre all’occorrenza qualche vantaggio.

Così verrebbe da pensare, tanto più che la sospettosissima, insidiosissima Venezia divenne subito un comodo punto d’appoggio per Ignazio e i suoi, come si intravede anche nell’ultima parte dell’autobiografia. Le vicende dei primi gesuiti si intersecarono con la Serenissima e con il suo patriziato, che non ostacolò, anzi, agevolò (e, possiamo credere, sorvegliò) la nascita della Compagnia di Gesù. Vedi lo zampino del serenissimo Cardinale Gasparo Contarini, che nel 1940 fu decisivo nel convincere  Paolo III ad approvare il novello ordine con il decreto Regimini Militantis Ecclesiae.

Il tutto in un apparente controsenso: Venezia, l’anti-Roma, che contribuiva alla nascita e allo sviluppo della milizia di punta del cattolicesimo romano! Ma un controsenso che, in realtà, aveva una sua finissima logica...

Alla prossima gauloise.

GdC

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Commenti
#1   20 Dicembre 2005 - 19:06
 
Siccome fumo (!!!) dubito che tu abbia scritto tutto questo nel giro di una sola sigaretta, una gauloise, poi... :D
Continua, dai, ti leggo rapita, devi solo dirmi dove posso inviarti una bella stecca per Natale.
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