Luigi,
non ti posso aiutare molto per il libro sull’arte. Però ti possa segnalare una piccola perla, che se vuoi puoi girare come regalo di Natale.
Non so se hai dato un’occhiata all’ultimo libro di Giampaolo Pansa, “Sconosciuto 1945”. E’ molto bello, forse anche più bello del “Sangue dei vinti” e sta avendo un buon successo in libreria.
Spiace, tuttavia, che in questa rivisitazione pubblica degli orrori commessi nel dopoliberazione, nessuno tributi il giusto omaggio a colui che più si spese, nella solitudine e nel disprezzo, per documentare quella tragedia: Giorgio Pisanò.
Anche Pansa, che deve molto alle ricerche di costui, non ama rievocarlo.
Giorgio Pisanò è stato un fascista, anzi un Fascista, fino alla fine della vita. Ma soprattutto è stato un patriota, un uomo retto, coraggioso, che ha amato profondamente l’Italia. Nel dopoguerra, di ritorno da una dolorosa prigionia, si mise sulle tracce di tanti partigiani responsabili di omicidi orrendi, vili, che nulla avevano a che fare con le vicende belliche. Gente che non aveva mai reso conto a nessuno del sangue versato. Fu un lavoro da Simon Wiesenthal nero, che lo portò a denunciare tanti, a scrivere le sue importanti inchieste giornalistiche, come quella sul triangolo della morte in Emilia Romagna, ma che soprattutto fece sì che il suo risentimento, quello senza fondo del “vinto”, che ha visto violentare e trucidare il suo mondo, e la sua visione manichea della realtà maturassero lentamente in un sentimento e una percezione del “nemico” molto diversi.
Un passaggio di cui diede conto nella prefazione ad un suo libro del 1964, “La generazione che non si è arresa”, di cui ti allego un passo:
«Conosco bene questa sofferenza [il dolore dei vinti]. E’ anche la mia. Sul suo calore ardente ho bruciato gli anni della mia giovinezza, i più belli della mia vita. E per lenirla, per placarla, ho continuato a combattere una mia “guerra privata”. Per anni e anni, dal 1949 in poi, sono stato in “rastrellamento”: sono andato a scovarli, i miei nemici di allora, nelle loro tane. Ho indagato sulle loro imprese, ho scoperto i loro delitti. Ho documentato nel corso di cento inchieste, ciò che avevano fatto: ho pubblicato i loro nomi. Li ho denunciati: nel 1954, davanti alla Corte D’Assise di Como, sostenni l’accusa, io solo, contro cinque partigiani comunisti della 52esima brigata, che si erano macchiati di 72 omicidi in tredici giorni. Furono condannati a trent’anni. Nel 1957, a Padova, al processo per l’oro di Dongo, denunciai, con nome e cognome, nel corso di una deposizione che venne riportata da tutta la stampa italiana, i responsabili di oltre cinquecento delitti. E molti di questi responsabili si trovavano, in quel momento, in aula, a pochi passi da me.
Rimasi in “caccia” per anni interi. Volevo vendicarmi: volevo vendicare le mie sofferenze, volevo vendicare i miei morti. E ci riuscii. Mentre l’Italia ufficiale celebrava nella fazione le “glorie” di una spaventosa lotta tra fratelli, io denunciavo gli “eroi”, documentavo delle verità atroci e nessuno fu mai in grado di chiudermi la bocca, di smentirmi.
Furono, quelli, i miei pascoli dell’odio. Ma nell’amarissima gioia della vendetta io non sentii placare la mia sofferenza. Ogni volta che terminavo un’inchiesta, ogni volta che terminavo una documentazione, sentivo l’onda del dolore e della ribellione che risaliva e mi sommergeva nuovamente.
La mia sofferenza cominciò a placarsi solo quando, un giorno che ricordo molto bene, incontrai la sofferenza degli “altri”. Accadde nel biellese. Ero sulle tracce di un partigiano che aveva “fatto fuori” due dei miei. Volevo incontrarlo, strappargli qualche ammissione e denunciare anche lui, come tanti altri. Raggiunsi così un paesino di montagna e finii in una casa colonica abitata da una donna anziana. Era la madre del partigiano che cercavo. Seppi così che stavo cercando un morto. Catturato negli ultimi giorni della guerra dalla Guardia Repubblicana, era stato subito fucilato. Un viaggio inutile. Stavo per uscire, quando mi colpì il ritratto di un giovane, illuminato da una fiammella che, evidentemente, veniva tenuta sempre accesa. Mi avvicinai. Era la fotografia di un bersagliere in divisa coloniale: “E’ lui”, mi disse la donna “E’ mio figlio”.
“Quanti anni aveva?”
“Ventitré”, mi rispose la donna “era stato in Africa, volontario. Era un buon italiano”.
Avrei voluto risponderle che, secondo me, i buoni italiani non erano andati con i partigiani, ma con la Repubblica. Naturalmente, però, tacqui. Lei allora cominciò a parlare. Mi raccontò di suo figlio, che era un bravo figlio. Mi disse che dopo l’8 settembre era rimasto a casa. Poi i primi partigiani erano giunti nella zona e i tedeschi e i fascisti si erano messi a rastrellare. Lui, allora, per non farsi prendere era scappato in montagna e si era unito alle bande. Una brutta sera gliel’avevano ucciso. Mi raccontò tutto tra le lacrime: composta, dignitosa, senza una parola di odio. Le stesse lacrime delle donne della “mia parte”, quando mi raccontavano dei loro figli, dei loro mariti, dei loro genitori massacrati, assassinati.
Per un momento mi dimenticai che mi trovavo nella casa di un partigiano: e fu in quel momento che qualcosa dentro di me cominciò a placarsi. Quel ragazzo in divisa da bersagliere, quel ragazzo volontario in Africa, quel ragazzo sbattuto dalla bufera sull’“altra” barricata, quel ragazzo caduto sotto il piombo di altri italiani, non era più un mio nemico. Non lo era mai stato. In quel momento avvertii nitidamente che, al di là della cronaca feroce della lotta fratricida, al di là degli orrori, c’era una verità più profonda da scoprire, una verità che mi sembrava di intuire confusamente e che dovevo raggiungere ad ogni costo perché la sorte di quel ragazzo, le lacrime di quella madre, il dolore degli “altri”, in definitiva, erano identici alla sorte toccata a tanti dei miei camerati, alle lacrime di tante nostre donne, al nostro dolore».
GdC