giovedì, 12 gennaio 2006

IHS

Caro Luigi,

il filone classico di critica al Concilio, diciamo di matrice lefebvriana, mi ha spesso interessato per dei dettagli, ma nel complesso mi ha sempre lasciato freddo.

Ho sempre visto in chi si concentra ossessivamente sul Concilio, visto come causa della crisi successiva, una posizione speculare di quella di Alberigo & soci, con il loro Vaticano II di rottura e “alba di una nuova Chiesa” (magari mi è dispiaciuto che siano stati scomunicati i valorosi membri della Fraternità di San Pio X e non quelli della scuola di Bologna, ben più meritevoli di un tale provvedimento. Questo sì).

Chi crede che sia stato il Concilio ad aver causato l’infarto che ha colpito la Chiesa negli anni ‘60, stroncando nel giro di pochi anni le comunità di Paesi storici per la cattolicità (Germania, Francia, Belgio, quell’Olanda che fu fucina di missionari, per citare i casi più impressionanti) è più che miope. E’ come chi voglia ricercare le cause dell’ictus di Sharon (lasciamo stare la pulsa denura) in quello che aveva o non aveva mangiato la sera prima.

In realtà, se la Chiesa invece di fiorire è collassata è perché era già debilitata da lungo, lunghissimo tempo. In modo spesso poco visibile, certo, ma non meno reale.

La stessa cosa vale per la Compagnia di Gesù. Com’è noto le bizzarrie, le provocazioni, le idee ereticali, la contestazione delle gerarchie ecclesiastiche, ecc. sono diventate nel dopo Concilio un suo tratto identificativo. Negli Stati Uniti, per esempio, i gesuiti da braccio armato del Papa sono diventati sinonimo di promozione dell’omosessualità, di cristianesimo hippy, di pauperismo tossico alla Don Ciotti, ecc. E anche qui, la diagnosi che generalmente viene fatta di questa metamorfosi è che i gesuiti “sono cambiati” in concomitanza del Concilio e del suo “spirito” (in senso etilico).

La versione forse più popular di questa diagnosi è un libro degli anni ’80, famosissimo negli Usa, “The Jesuits and the betrayal of the Roman Catholic Church”, scritto da uno dei tanti geniacci cresciuti in seno alla Compagnia e poi usciti per contrasti con l’Ordine: Malachi Martin.

Colto, già docente al Biblico a Roma, dotato di una penna da bestsellerista (con i suoi thriller mistici ha dato più di uno spunto a Dan Brown) Malachi Martin ha fatto un racconto della svolta della Compagnia di Gesù nel ‘900 che si tracanna tutto d’un fiato (altro che Codice da Vinci). Un libro ricco di dati, ottimamente confezionato, aderente al vero. E che tuttavia ha un limite pesante, che ne inficia non i dettagli, ma il quadro generale. E alla fine la tesi di fondo. L’idea, cioè, che fino all’altro ieri i gesuiti fossero buoni, bravi e fedeli e poi…un colpo di Teilhard De Chardin da una parte, di Rahner dall’altra, le briglie della Compagnia finite in mano a quel comunista di padre Arrupe …gli stessi gesuiti sono diventati disubbedienti e cattivi.

Più lucido un giudizio di Vittorio Messori, raccolto in Pensare la Storia. Secondo cui “Attorno alla Compagnia di Gesù aleggia un ‘mistero’ che le consuete categorie non sono in grado di penetrare del tutto”.

Scrive Messori:

Per stare ad alcuni esempi: le terribili Provinciali di Pascal (letta la prima, il Superiore dei gesuiti in Francia fu colto da un attacco apoplettico e dovette essere salassato sette volte..) sono un’ingiustizia, seppur rivestita dallo smalto del genio, o sono una legittima protesta in nome della serietà del cristianesimo?

Ancora: aver stroncato, con una decisione papale del XVIII secolo, il progetto di “inculturazione” dei missionari della Compagnia in Asia fu un errore disastroso di Roma o fu invece (come sostenevano gli altri Ordini) l’indispensabile difesa dell’identità cristiana?

Per continuare: fu resistenza profetica o cieco anacronismo la resistenza della Compagnia, per tutto l’800, a difesa dell’intransigentismo romano e a rifiuto di ogni modernità? Ebbe ragione la Civiltà Cattolica del 1873 che non volle dare notizia, se non reticente, della morte di un “cattolico liberale” come Alessandro Manzoni o hanno ragione quei gesuiti di oggi impegnati nelle più spericolate “aperture” non solo culturali ma anche politiche?

Ma gli interrogativi, qui, sono senza numero: la soppressione della Compagnia, nel 1773, fu una gratuita iniquità cui fu spinto un Papa ostile e debole, pressato dalla congiura dei philosophes anticristiani, o fu una meritata punizione per avere ceduto a una volontà di potenza ormai lontana dall’umiltà richiesta a seguaci del Cristo sconfitto e crocifisso? Se i dizionari di tutte le lingue alla voce “gesuita” indicano non soltanto il significato di “membro della Compagnia di Gesù”, ma anche altri significati poco lusinghieri, ciò avviene per una diffamazione di potenti nemici o per una vox populi nata da una realtà?

Ancora, qual è il “vero” gesuita? è Sant’Ignazio stesso che restò in Europa solo per ripiego, il sogno inappagato della sua vita essendo il promuovere una crociata contro il Turco o almeno il recarsi con i suoi discepoli in Oriente per convertirvi i musulmani? O il “vero” gesuita è quello impegnato oggi nel più tollerante e irenico degli ecumenismi?

Spiegare il senso delle apparenti contraddizioni che attraversano tutta la storia della Societas Jesu non è solo importante per capire l’identità dell’Ordine. Ma, data l’importanza dell’Ordine negli ultimi 400 anni, per capire quale sia stato quel “colesterolo” che ha indurito le arterie della Chiesa è l’ha portata all’infarto post-conciliare.

GdC

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Commenti
#1   13 Gennaio 2006 - 13:12
 
Tento una ipotesi di lavoro da dilettante allo sbaraglio.
Il centro di gravità filosofico della Compagnia, lo schwerpunkt del suo attacco al mondo ad majorem Dei gloriam è il molinismo. Nel Molina, l'innovazione centrale è una ipotesi: Dio avrebbe potuto creare l'uomo in stato di "pura natura", cioè a dire senza i doni preternaturali che furono poi perduti a seguito del peccato originale.
Molina non dice mai che Dio lo abbia fatto: dice soltanto che Dio avrebbe potuto farlo.
Espongo con una semplificazione brutale le conseguenze di questa ipotesi di Molina.
Nel suo linguaggio, Molina dice una semplice ed efficace cosa: che gli uomini non più o non ancora cristiani possono essere trattati "come se" per loro non valesse l'economia di grazia.
Intendiamoci: non lo dice apertamente e non lo pensa consapevolmente, perchè conosce benissimo i dogmi, e non ha voglia di negare il Magistero, nè di finire sul rogo.
Ma nella sua ipotesi di fantateologia della "natura pura" si esprime in forma indiretta (e ideologica) il tentativo di soluzione teorica di un problema della massima importanza pratica e politica, allora e oggi.
Al tempo della frattura della cristianità, nel momento in cui si scopre il nuovo mondo, e gli atei cominciano a non essere più una presenza marginale e sconfitta; nel tempo insomma in cui "cristiano" comincia a smettere di significare anche "uomo", per quale manico la prendiamo, questa gente?
Ecco come: facendo "come se" per loro l'economia di grazia, che sta al centro della vita del cristiano, non esistesse. E' solo un'ipotesi, intendiamoci, un "come se". Ma quanto efficace!
Di qui derivano tanto la proverbiale ipocrisia dei gesuiti (basare un'intera politica sul "come se" non può che condurre all'ipocrisia sistematica) quanto gli sbandamenti politici(a destra e a sinistra) della Compagnia.
Infatti, che consegue a questo presupposto? Questo. Cristiano e uomo non sono più sinonimi. Ergo, cristiano è sinonimo soltanto di membro della Chiesa visibile, che si accosta ai sacramenti e fa le sue devozioni. Ergo, gli altri restano sì uomini, ma la loro costituzione antropologica non è esattamente la stessa. Sono figli di Dio, ma per così dire figli minori, e come tali vanno trattati. Ergo, se fanno la rivoluzione sociale può andare bene, a patto che non si scontrino anche con la Chiesa visibile, e anzi se ne lascino guidare (affermano infatti il loro diritto naturale alla giustizia); se invece, nelle loro azioni nel regno temporale, si scontrano con la Chiesa visibile, anche solo per toglierle un granellino di potere, vanno fatti segno a campagne che non hanno niente da invidiare a quelle di Vishinsky (Manzoni, il Risorgimento italiano tutto, etc.).
Gli uomini non ancora cristiani vanno guidati verso la Chiesa (encomiendas, teologia della liberazione, etc.). Gli uomini non più cristiani vanno guadagnati a un patto di solidarietà o di non aggressione politica con la Chiesa, per mezzo della persuasione, dell'educazione dei sentimenti, della propaganda, della convenienza, e, quando la si ha, della forza.
Il punto debole di questa strategia è antropologico, perchè gli uomini non sono fatti così. Tutti gli uomini, cristiani e non cristiani, credenti e atei, condividono la medesima natura umana, che si fonda su un rapporto necessario con Dio. Da questo rapporto, che io personalmente non ho mai trovato meglio espresso che in "La malattia mortale" di Kierkegaard, originano una serie di conseguenze, quasi tutte pericolosissime e spiacevoli, tra le quali risalta la inimmaginabile capacità degli uomini tutti di fare e di farsi del male (l'economia di grazia funziona per tutti, che lo si voglia o no, e funziona tanto nel bene - santificazione - quanto nel male - dannazione).
Così, i gesuiti che sembrano e sono tanto inteligenti e tanto saggi prendono delle terrificanti cantonate, una dopo l'altra, perchè credono che i non cristiani siano una specie di nobili animali da compagnia (mi scuso del gioco di parole) che vanno addestrati e guidati da chi la sa veramente lunga, cioè loro.
Purtroppo, come sapeva bene anche un altro filosofo, Hegel, gli uomini fanno tremendamente sul serio il loro mestiere di imagines Dei, e ben presto si stuccano degli ossi di gomma.
Sta in questo fraintendimento anche il problema politico maggiore del cattolicesimo democratico odierno. Credere che il mondo moderno sia secolarizzato nel senso di "non più religioso", "adulto", "autosufficiente," e che ai cattolici spetti il compitino di aggiungere, a mo' di glassa sulla torta, un supplemento d'anima o di predica alla democrazia, è una catastrofica sciocchezza e sottovalutazione di quel che siamo (ripeto, nel bene e nel male).
Per esempio, il capitalismo, e il neoliberalismo che lo esprime ideologicamente, è una (falsa) religione come e più di quanto lo fosse il comunismo buon'anima, e secondo il mio avviso il cattolicesimo presto ci andrà a sbattere il muso, perchè siamo noi, e non l'Islam, i primi della sua lista: il vero nemico è sempre il vicino, e non il lontano, e se noi non saremo bombardati, nssuno ci risparmierà le tre classiche tentazioni già ben ilustrate nel Vangelo.
Credere come fa Prodi o il prof. Scoppola che lo si ammansisca con le predicuzze e i sindacati è pura scemenza, credere che ci si possano stringere patti di mutua assistenza basati sulla Realpolitik come fa il card. Ruini è una follia (contro una falsa religione egemone il buonismo è scemo,la furbizia folle).
Corialmente. Roberto Buffagni

utente anonimo

#2   13 Gennaio 2006 - 18:54
 
Molto interessante e suggestiva questa analisi, di cui ti ringrazio. Magari gdc avrà modo di intervenire direttamente.

Da parte mia, solo una nota sulla chiusura. Non credo che la posizione di Ruini si risolva in furbizia fatta di realpolitik. Proprio da lui (ri)parte l'attenzione a quella che è stata definita antropologia cristiana, con la sottolineatura di una natura fatta di esigenze e evidenze comuni a tutti gli uomini. Al riparo quindi da gesuitismi alla Molina. Ma soprattutto in grado di individuare nel "naturalismo scientifico" dell'occidente il pericolo maggiore. Non mi pare quindi che ci sia lo spazio per tutti questi patti realpolitik col neoliberismo.
Anzi credo che si possa ravvisare proprio qui lo schwerpunkt della sua strategia. Certo non con la cavalleria di Clausewitz.
saluti,
ld
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#3   13 Gennaio 2006 - 22:54
 
Ringrazio per il consenso, e cerco di rispondere brevemente alla critica.
Personalmente, ritengo che le posizioni riassumibili nella figura di Ruini siano errate per i seguenti motivi.
Uno, e principale. Do del capitalismo un giudizio assiologicamente negativo. Il compromesso cristiano-borghese, che ha avuto ragioni storiche serie dalla sua (soprattutto l'opposizione al socialismo) è finito per il semplice motivo che è finita la borghesia come classe, e insieme a lei è finita anche quella "coscienza infelice" che della borghesia è stata il figlio ribelle, l'onore e il nemico (il comunismo è una delle invenzioni della coscienza infelice dela borghesia). Con la fine del comunismo storico, e il fallimento di quella ipotesi storica, si dispiega nel mondo e tende ad esprimersi con totale purezza la Forma capitale. La Forma capitale è - sempre a mio avviso - un forma religiosa, nel senso compiuto della parola. Cioè a dire, da un canto addita un oltre della vita, dall'altro ordina simbolicamente la vita quotidiana. Ha una eucaristia - il denaro. Un centro sacerdotale e sacrale - la potenza mondiale egemone, l'impero angloamericano. Un progetto storico universale - l'affermazione planetaria, per mezzo di una campagna di conversioni volontarie e/o forzate, del tipo antropologico di un individuo inteso come proprietario di se stesso, che si autovalorizza nel consumo performativo (nel linguaggio della propaganda, l'esportazione della democrazia e dei diritti umani).
Se sono anche solo nei paraggi del vero, mi pare piuttosto difficile che si possa rinnovare un compromesso con queste forze. Per riassumere: ritengo gravemente errata e fuorviante l'analisi di Ruini e Co., che tu riassumi riportando la formula di "naturalismo scientifico". Magari. A parer mio, Ruini sta preparando le difese del passato per perdere la guerra del futuro.
Due, corollario di uno. Sono personalmente furibondo con Ruini per la sua omelia sui feretri dei nostri soldati caduti a Nassiriya.
Quando l'ho sentito chiamare "terroristi" dei patrioti che attaccavano truppe d'occupazione, mi è salito il sangue agli occhi. Bastava chiamarli "nemici" per non offendere la sensibilità di nessuno, parenti dei morti compresi; ma per dare il segnale politico voluto Oltreatlantico, quell'uomo non ha esitato a disonorare la sua porpora, che come rammenterai simboleggia la testimonianza del vero usque ad sanguinem.
Ora, si può anche dire, per mille motivi (che reputo tutti sbagliati) che gli USA hanno fatto bene ad attaccare l'Iraq, e che noi abbiamo fatto bene ad accodarci. Ma che si neghi al debole il diritto di resistere a una ingiustificabile aggressione imperiale, che si sputi su parecchi secoli di diritto naturale cristiano e no, che si facciano gli aeroplanini con il diritto internazionale che garantisce il diritto di resistenza all'aggressore, che si metta in ridicolo il diritto e dovere morale di un popolo a difendere la propria indipendenza, che in breve si affermi che la forza crea il diritto, in una replica ipocrita del dialogo melico, questo, per la Madonna, e parlo proprio della Theotòkos, questo, no! Auguri al cardinal Ruini per il giorno del Giudizio.
Per ritornare alla questione principale. lo credo che la questione antropologica - la questione del come siamo fatti - di cui balbettavo nella lettera precedente, torni in ballo anche qui. Per tagliare corto, visto che è tardi e ho sonno: secondo me, non si dà uomo senza religione, perchè non si dà uomo che non si trovi nel metaxù. (La grande lezione di Voegelin è questa riscoperta). Ora, essere nel metaxù significa essere sottoposti alla tensione lacerante dell'esistenza a cavallo dei due mondi. Questa tensione lacerante non si esprime solo nelle religioni così rubricate nel vocabolario, si esprime dappertutto, si esprime dove le pare; e quando la forma di queste religioni è sbagliata, che Dio ci aiuti tutti.
Chiedo scusa della frettolosa esposizione, e saluto cordialmente. RB
utente anonimo

#4   14 Gennaio 2006 - 12:08
 
Ieri sera l'ora tarda mi ha fatto scordare che volevo lasciarvi l'indirizzo web a cui trovare un saggio di grande interesse, che parla proprio delle questioni sollevate in questo dialogo, anche se non direttamente dei gesuiti.
Eccolo:
http://www3.baylor.edu/~Scott_Moore/essays/Stereotypes.html

Pro Ecclesia VII:1 (Winter 1998): 17-47

The End of Convenient Stereotypes:
How the First Things and Baxter Controversies Inaugurate Extraordinary Politics

Scott H. Moore
Assistant Professor of Philosophy
Baylor University
Cordialmente, Rb



utente anonimo

#5   15 Gennaio 2006 - 00:58
 
grazie per il link che mi andrò a leggere appena posso.

Posso seguirti sull'evoluzione di quello che chiami "forma capitale".
io ero rimasto alla finanziarizzazione (entropica e quindi insostenibile).

Non ho capito però perché la risposta di un ruini sarebbe superata (e quindi folle).

Sui funerali. chiamare quell'evento atto terroristico e insieme chiedere di amare il nemico perché l'amore è più forte mi sembra più realistico (ma non realpolitik) che non definire (quell'evento) atto di difesa compiuto da patrioti. Beato il paese che non ha bisogno di questi patrioti. Sia chiaro, ritengo ingiustificato l'attaco all'iraq. Mi rivolta la visione da basso impero che ha bush e ritengo discutibilissimo l'accodarsi italico.

Ma c'è il fatto che i nostri militari lì sono morti, in quella circostanza. Che fare?

Io credo non sia stato sbagliato unirsi allo Stato. Non per dare corpo ad una millantata unità occidentale che si troverebbe in fase di scontro con un'altra civiltà. Questo sarebbe stato un errore. Ma per dare un senso, un altro senso al modo di stare dentro una guerra (sempre rifiutata). Nel poter quindi distinguere atto terroristico da nemico. Dove il nemico può e deve essere amato. Per chi è dentro una guerra, è un altro modo di fare la guerra. E non è poco.

Per tornare su un piano meno circostanziato, quello che viene chiesto (quasi paradossalmente, ma forse è pure sano) al cristiano è proprio quello di dimostrare di essere un buon cittadino. Non voglio dire che lo si dimostra sostendendo la guerra in iraq, tutt'altro. Ma che lo si dimostra facendo proprio vedere che non c'è lacerazione tra la città di Dio e dell'uomo. Che non è facile, che ci vuole conversione e grazia. Ma facendo vedere che è l'amor di Dio (genitivo sogg. e ogg.) che moltiplica, qui, i pani e i pesci.

E' tardi. Spero di non essere stato confuso. Molto cordialmente, ld
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#6   16 Gennaio 2006 - 20:53
 
Caro Luigi,
grazie per la tua replica. Una breve precisazione (poi smetto, per non intasare il vostro carteggio: se vuoi, continuiamo la discussione in privato: ti manderò il mio indirizzo di posta elettronica).
1) I nostri soldati sono caduti onorevolmente facendo il loro dovere. Non spettava a loro la decisione politica sulla guerra in Iraq, ci mancherebbe.
2) Giustissimo che un alto prelato celebrasse i funerali.
3) Quando Ruini ha chiamato "terroristi" i combattenti irakeni lo ha fatto a ragion veduta. L'impero USA ha in corso una campagna ideologica per costringere a identificare resistenza a loro e terrorismo.
Pronunciando quella frase, Ruini ha fatto ammenda per l'opposizione alla guerra di Papa Giovanni Paolo II, che era andato a un pelo dalla scomunica, e ha comunicato Oltreoceano la correzione di rotta della Curia Vaticana, in vista della alleanza con le forze che in Italia sono rappresentate dagli "atei devoti" (se desideri che ti dia qualche informazione sui neocon americani e italiani, e il loro rapporto con il filosofo Leo Strauss, fammelo sapere e ti mando qualche testo).
Poi, certo, Ruini ci ha aggiunto il riferimento all'esortazione evangelica ad amare il proprio nemico. Da un canto, è la scoperta dell'acqua calda; dall'altro, è una vera e propria bestemmia, perchè in questo caso, la prima manifestazione di amore per quel nemico è riconoscere le sue ragioni e il suo diritto, non insultarlo chiamandolo "terrorista", non mentire a proposito della natura della sua lotta. Ripeto che non c'era bisogno di chiamarli "resistenti" in quella occasione (ho anch'io il senso delle opportunità: 'erano lì i parenti dei morti). Bastava chiamarli "nemici". La verità sarebbe stata salva, e non sarebbe stato poco (nessuno pretende o desidera la linea politica dalla Chiesa; io però gradirei che gli alti esponenti della mia Chiesa non sparassero in pubblico troppe balle. Non avendo più quindici anni, purtroppo le conosco anche troppo bene, queste fole.

4) Il terrorismo è una tattica, non una posizione politica. Per questo buon motivo, non esiste una definizione giuridica di "terrorismo" comunemente accettata.
Con il buon senso, potremmo definire "terrorista" chiunque colpisca intenzionalmente gli inermi per raggiungere uno scopo bellico e politico. In questo caso, sono terroristi i kamikaze che si fanno saltere per aria negli autobus affollati, e sono terroristi i soldati che sganciano bombe sulla popolazione civile. Nel caso specifico di Nassiryia, chi ha attaccato i nostri soldati ha compiuto una azione secondo lo jus belli, perchè ha aperto il fuoco contro truppe d'occupazione. Quela azione era terrorismo solo se era terrorismo anche qualsiasi azione partigiana contro un contingente di truppe tedesche o repubblichine. I tedeschi la pensavano così; io, no.

5) Ho citato il dialogo melico perchè lì, gli ateniesi hanno il coraggio e la faccia di bronzo di dire apertamente una cosa che è sottintesa anche dall'omelia di Ruini, ma che Ruini, essendo di Reggio Emilia (a due passida casa mia) e non di Atene, non ha voglia di dire. Gli Ateniesi dicono ai Meli che ha senso di parlare di giustizia solo dialoganti di forza eguale; altrimenti, si parla di convenienza.

6) Una delle funzioni della Chiesa, e della Citta celeste, sarebbe quella di ricordare che per quanto frequente e addirittura statisticamente normale sia questa posizione, essa non è affatto pacifica, senza conseguenze, e senza giudizio: giudizio degli uomini, e giudizio di Dio. A me, i prelati che fanno i furbi, e credono di avere il cucchiaioabbastanza lungo per sedersi a pranzo col diavolo, non stanno simpatici.
Cordialmente, RB
utente anonimo

#7   16 Gennaio 2006 - 21:54
 
Concordo con le ottime analisi di Roberto (in particolare apprezzo il riferimento negativo a Leo Strauss), ma anche con quelle di Luigi, a parziale difesa di Ruini. Forse anche il mio cucchiaio è troppo lungo, ma almeno a tavola non ci sono diavoli.
Un saluto.
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#8   16 Gennaio 2006 - 23:47
 
Non ti preoccupare, non si intasa nulla, anzi, come vedi, ci sono amici che partecipano.

In un tutti contro tutti (militari, polizia, sciti,sunniti,curdi, ecc.), ho difficoltà a definirli patrioti per il solo fatto di opporsi alle forze di occupazione. Non basta essere antibushiani e antiamicidibush.

E lo dico proprio perché non mi convince la politica neocon nell'area. Il perdurare degli scontri è sospetto e molti episodi ne hanno dimostrato l'artificialità, nel senso di non spontanei.

Senza andare nella cronaca, ma guardando dall'alto è evidente che
militarmente è una guerra condotta da deficienti. politicamente è fatta per pestare i piedi a tutti.
La strategia sembra non la pacificazione, ma la guerra permanente: Afghanistan, Iraq, adesso Iran, poi Siria. Non si vuole tanto piantare la bandierina, non si vuole tanto il petrolio. Questo forse lo pensa la testolina di bush (ma una cultura sudista come quella neocon non ha obiettivi industriali). Invece, emerge dagli amabienti neocon sempre più la teorizzazione della rivoluzione permanente. si cerca la belligeranza continua. il divide et impera.

Mi pare che rispetto a questo scenario che è partito con la proposizione dello scontro di civiltà, mi pare che proprio ruini e ratzinger abbiano avuto un giudizio critico. Innanzitutto smentendo l'esistenza di un occidente unico contrapposto.

Buona notte
ld
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#9   17 Gennaio 2006 - 18:04
 
Non mi trovo inIraq, perfortuna. Però, da quel che leggo - cerco di informarmi a fondo - nella resistenza irakena ci sono due correnti principali. Un movimento di liberazione nazionale soprattutto sunnita, una specie di di internazionale jihadista; più manovre indecifrabili di tutti i servizi segreti interessati, che non sono pochi. Di recente trapelano voci che i resistenti sunniti abbiano aperto trattative con gli americani proponendogli, in cambio di un ritiro garantito e veloce, ponti d'oro e la soffocazione dei jihadisti. Se va così, va di lusso per il popolo irakeno, e per il mondo tutto, perchè questi patrioti, antipatici, baffuti e saddamisti che siano, hanno fermato l'impero americano, che senza di loro sarebbe già a pagina enne della sua lista di stati da disfare e rifare. Dunque, che Maometto e la Madonna di Loreto li benedicano.
Quanto ai neocon, ti mando a breve un saggio che ho fatto pubblicare su "Il ponte". E' stato scritto dalla maggiore studiosa e avversaria politica di Strauss nel mondo anglosassone, la canadese Shadia Drury. Ne scoprirai delle belle.
Cordialmente, RB
utente anonimo

#10   22 Gennaio 2006 - 17:35
 
All'inizio pensavo che si fosse andati fuori tema, partendo dalla Societas Jesu e arrivando all'omelia di Ruini sui caduti di Nassiryia. Mi avvedo, rileggendo meglio, che il tema è sempre uno: le convergenze parziali. Se e quanto la Chiesa ed i singoli cattolici possano o debbano collaborare con "ideologie" (uso la parola in senso ampio) che con essa hanno in comune certe parti di Verità o certi immediati obiettivi, ma che in un discorso più vasto ed in una prospettiva di lungo periodo sono e restano incompatibili con la dottrina di fede.
Un esempio di convergenza parziale era il detto (cito a memoria e inesattamente) "non potremo mai essere d'accordo sul cielo, ma possiamo collaborare per migliorare la terra" con cui i cattolici vicini al comunismo, in anni ormai lontani in cui il comunismo era davvero tale, giustificavano così il loro voto a partiti che pure si rifacevano ad un'ideologia ineluttabilmente anticristiana.
Un esempio speculare è quello che RB addita a Ruini, il patto di mutua assistenza con gli atei devoti neocon basato sullo scambio "noi vi appoggiamo laicamente e razionalmente contro i matrimoni gay e la fecondazione assistita, continuiamo a non credere in Dio ma diciamo pubblicamente che è necessario che qualcuno ci creda e quel qualcuno siate voi; in cambio voi ci appoggiate nell'esportazione globale del capitalismo e nella rinascita in Italia di una forte cultura di destra".
Altro esempio, infine, è quello dei cattolici "progressisti" post-Vaticano II che rielaborano ed insegnano una dottrina cristiana depurata di aspetti decisamente dèmodè, difficilmente accettabili dai giovani inseriti nella società moderna pregna di edonismo, come l'importanza della castità prematrimoniale o del digiuno quaresimale. Come a dire: "meglio per questi ragazzi essere cattolici per tre quarti o per metà, piuttosto che non esserlo per niente". Un atteggiamento che è molto diffuso dopo il Concilio ma che ha sempre rappresentato una costante della cristianità nei secoli, ed ha trovato anche compiute teorizzazioni in certe sottili distinzioni moralistiche passate alla storia appunto come "gesuitiche".

Ora, io non ho particolari ricette per dire a chicchessia cosa si dovrebbe fare. Il cattocomunismo è morto quando è morto il comunismo, ed anche il socialismo non se la passa tanto bene.
(ci riflettevo già qui:
http://deliberoarbitrio.splinder.com/post/6181268)
Resta il liberalismo capitalista, che in sè (condivido su questo punto RB ) è incompatibile col cristianesimo: nella visione leibniziana gli individui sono monadi incomunicanti (salvo l'essere comunicate da un Dio di cui poco si sa e in concreto poco importa), i rapporti tra essi sono descritti in termini di utilitarismo puro ed equilibrati in un'armonia predeterminata che Smith defininisce mano invisibile del mercato che a lungo andare raggiunge il bene comune. Tutto questo, per quanto temperato nel neoliberismo per cui lo Stato sociale deve aiutare la mano invisibile e la religione non è più un fattore disturbante dell'equilibrio naturale del mercato, resta incompatibile con la visione cristiana per cui l'uomo non è isolato dai suoi simili ma inserito nel Corpo Mistico della Chiesa, volto ad amare il prossimo suo come sè stesso invece che considerarlo come un altro stipulante del contratto sociale, e in definitiva (giacchè la persona è fatta ad immagine e somiglianza di un Dio uno e trino in cui il Padre è l'essere-per, il Figlio l'essere-da, lo Spirito Santo l'essere-con) l'individuo è per gli altri, dagli altri e con gli altri. Altro che egoismo strutturale della monade incomunicante.
Ma questa incompatibilità teorica non impedisce varie convergenze pratiche, che nel presente momento storico (qui credo di discordare con RB) sono ammissibili e forse financo opportune. Perchè, come i cattolici e i liberali dovettero fare fronte comune contro la minaccia marxista (che all'individuo negava ogni dignità ontologica e ravvisava l'unico attore della storia nella collettività umana, divinità di sè stessa nel materialismo storico), oggi bisogna fare fronte contro l'islamismo radicale e disinnescare il rischio del clash of civilities, che i partiti post-comunisti sottovalutano vuoi per antiamericanismo a prescindere vuoi perchè sperano di trovare nelle folle islamiche un nuovo proletariato da brandire contro il capitale. Poveri illusi.

Sono stato forse poco chiaro, mi fermo qui perchè l'ho fatta anche troppo lunga, un'altra volta dico la mia sulla questione terroristi-resistenti (propendo sicuramente per il "terroristi").
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#11   23 Gennaio 2006 - 20:59
 
Grazie a Luigi che mi ha avvisato di questo commento. Mi scuso di non poter rispondere subito (sto consegnando un lavoro). Entro un paio di giorni, replicherò. Ringrazio intanto il gentile interlocutore. RB
utente anonimo

#12   31 Gennaio 2006 - 11:08
 
Ringrazio per la replica, mi scuso per il ritardo (stavo consegnando un libro, ho appena finito) e provo a rispondere.
Sì, la questione di fondo sono “le convergenze parziali”, cioè i compromessi fra Chiesa e mondo. Ci sono innumerevoli motivi a cagione dei quali la Chiesa è e sarà sempre costretta a compromessi di questo genere, primo tra i quali è che il Discorso della Montagna è un grande manifesto elettorale, ma un programma di governo catastrofico.
Non mi stupisco né mi scandalizzo, dunque, dei compromessi politici in quanto tali; e suggerisco di giudicare caso per caso sotto i due profili politico e religioso. Ma appena detto questo, nasce il problema serio: l’esigenza di giudicare con entrambi i criteri. Il conflitto di valori (anzi la vera e propria Croce) sta qui; e mi sbaglierò, ma la legittimazione del compromesso tra cristianesimo e democrazia, weberianamente intesa come conflitto permanente di valori, è possibile solo alla luce di questo più profondo e ineliminabile conflitto.
Sotto il profilo politico, è relativamente semplice. I compromessi fra Chiesa e posizioni politiche nascono e muoiono con l’affermarsi e il morire delle relative formazioni storico sociali che queste posizioni politiche e ideali sostengono: la Chiesa, come la Fiat, è sempre governativa, perché mira alla sua sopravvivenza fino alla fine dei tempi; e sul piano politico, questo significa necessariamente usare “come un taxi”, secondo l’immortale espressione di Enrico Mattei, non solo tutti i partiti politici, ma tutte le forme di civiltà. Perché i partiti e le civiltà muoiono tutti, e la Chiesa no.
(Poi, c’è il fatto nudo e crudo che la garanzia di sopravvivenza che la Chiesa ha ricevuto dal suo Fondatore non comporta affatto il suo permanere nella potenza e nella gloria, per quanto la gerarchia e i fedeli ci possano essere affezionati. Possibilissimo, e in definitiva almeno analogicamente probabile, che Pietro debba seguire la sorte del suo Maestro, e finire tradito, braccato, legalmente condannato, abbandonato e sbeffeggiato da tutti, fatto sbrigativamente fuori).
Muore l’ancien régime, e l’alleanza Trono Altare finisce nei film di cappa e spada. Muore il comunismo, e i cattolici comunisti spariscono con loro. Muore lo stato sociale europeo, e il progressismo cattolico finisce a cofondare un partito democratico il cui primo tesserato, pare, sarà un grande capitalista residente in Svizzera, che ha vigorosamente contribuito ad affondare la Democrazia Cristiana con un colpo di stato giudiziario intitolato a una pratica igienica, e ha lucrato tanti soldini dal grande saccheggio delle Partecipazioni Statali. Eccetera.
Il giudizio politico che un italiano come me può dare sull’attuale linea di Ruini, dunque, dipende dal giudizio (sempre politico) che si porta sull’attuale situazione italiana. Personalmente, ritengo che il principale problema politico italiano stia in questo: che siamo sul punto di fare la fine del Regno delle Due Sicilie al tempo dell’unificazione nazionale, cioè di diventare una colonia interna dell’entità politica inglobante (ieri l’Italia, oggi l’Europa Atlantica).
L’altro paragone possibile, quello con la crisi della fine del Cinquecento, purtroppo non tiene perché oggi ci manca quel che nel Cinquecento permise la salvaguardia un germe di identità nazionale, cioè a dire la straordinaria fioritura culturale italiana dell’umanesimo cristiano e del rinascimento, che si conservò nel freezer delle Accademie e della lingua letteraria, inerte finché si vuole ma nient’ affatto morta: e lo si vide due secoli e mezzo dopo. Stavolta, invece di partire da Pico della Mirandola e da Pietro Bembo partiamo da Antonio Tabucchi e da Maurizio Costanzo, che non durano due settimane, altro che due secoli: come la passiamo, la nottata?
Abbiamo una classe dirigente almeno altrettanto subalterna al neoliberalismo euroamericano, dal punto di vista culturale e ideologico, di quanto lo fosse al fascio di forze ideali e materiali che fecero il Risorgimento la classe dirigente borbonica, che si sciolse come neve al sole all’apparire di mille giovanotti con i Savoia (e l’Impero Britannico) alle spalle.
(Inciso: nonostante tutto, ma proprio tutto, e non solo per ragioni affettive, ritengo che il Risorgimento italiano sia stato una cosa necessaria, giusta, positiva ed anche eroica. Lo ritengo, all’ingrosso, per le stesse ragioni che motivarono Manzoni ad appoggiarlo, cioè a dire la necessità dell’indipendenza, senza la quale tutto il resto della vita storica perde coerenza e sapore. Non mi va di fare il servo, anche se Giacomo Noventa diceva che “nei santi/ ghe un fià de l’anima del servitor”).
Il magro settore di classe dirigente che si propone obiettivi di difesa dell’interesse e dell’identità nazionale è altrettanto arretrato, incompetente, inadeguato e corrotto dei legittimisti che avrebbero guidato alla sconfitta le insorgenze meridionali (v. Fazio). Gli unici briganti che potremmo mobilitare oggi sono i mafiosi e i camorristi, e quindi meglio lasciar perdere. La gente sveglia, poi, che in Italia è legione, starà come sempre dalla parte di chi vince: “Franza o Spagna, basta che se magna.”
I rapporti di forza economici e politici, poi, sono incomparabilmente peggiori di quanto lo fossero centocinquant’anni fa.
In breve, salvo l’aprirsi di una finestra di opportunità storica, che è sempre possibile perché la storia è piena di fantasia, siamo alla finis Italiae. La nostra classe dirigente si trasformerà compiutamente in borghesia compradora delle classi dirigenti cosmopolite europee e americane, le classi medie verranno spazzate via e spedite a fa la spesa nei discount, l’identità nazionale dissolta (v. la due distruttive riforme della scuola della destra e della sinistra), e l’Italia diventerà la Thailandia d’Europa: bei monumenti, deliziose campagne senza più l’ingombro estetico dei contadini e dei loro puzzolenti trattori, ottimi sarti, ristoranti fantastici, un sacco di allegri sex workers e lacchè a buon mercato.
La cosa non mi sorride per diverse ragioni: a) discendo da un martire dei moti risorgimentali del ’31, mio nonno invitava i suoi uomini e uscire dalle trincee gridando “Savoia”, mio padre avrebbe fatto volentieri lo stesso, ma viste le circostanze (8 settembre, incrociatore Baionetta, messaggio registrato di Sua eccellenza Badoglio) ritenne meglio star zitto b) sono uno scrittore di teatro e scrivo in italiano c) appartengo al ceto medio, cioè sono socialmente in via di sparizione d) ho dei figli piccoli.
Chi sceglie la linea di apparentamento con l’Impero USA, e con i suoi concessionari locali, appoggia attivamente questo processo, ed è nemico politico tanto mio, quanto della mia – c’è da vergognarsi a scriverlo, ma altra parola non c’è – patria.
Se poi è anche un Cardinale di Santa Romana Chiesa – la mia - ciò non migliora, ma peggiora la situazione, perché non solo appoggia questo processo, ma fraintende (a mio avviso, certo) gravemente diverse cose, politiche e non solo politiche, della massima importanza. Primo, fraintende la natura dell’Impero USA, il quale è un impero ideocratico e non territoriale (il suo territorio non è fisico ma spirituale: ne fa parte chi si uniforma a un modo di essere, non chi abita sul suo suolo: c’è scritto sulla Statua della Libertà).
Il modo di essere, cioè la costituzione antropologica del cives americanus, è quella dell’individualismo proprietario, e io non vedo come sia compatibile con la mia religione. Secondo, fraintende la natura del capitalismo così com’è e come vuole diventare nella realtà storica attuale, che vede la sparizione del suo fratello nemico, il comunismo. La Forma Capitale, che oggi tenta di attuarsi con purezza, prevede la trasformazione universale degli individui in proprietari di se stessi, che si autovalorizzano sul mercato per mezzo del consumismo performativo (che cioè si autogiustifica senza far ricorso a fondamenti di sorta, ma con il semplice fatto che funziona).
Terzo, fraintende la natura della religione cristiana e cattolica, la quale (sempre a mio avviso) non prevede e non auspica né il dissolversi delle identità nazionali ed etniche, né il governo mondiale per quanto illuminato, ma in ragione del limite creaturale intrinseco all’uomo, accetta e protegge il permanere delle differenze (reali, non folcloristiche) in seno all’umanità; differenze che si esprimono in differenti organizzazioni politiche e culturali; che tra di loro dialogano ma anche confliggono, senza che una qualsiasi di queste identità esaurisca così compiutamente la natura dell’esser uomo da meritarsi di assorbire e cancellare tutte le altre.
Direi che per essere furibondo con il Card. Ruini ce ne avanza.
Non sono stato esauriente (e vorrei vedere) ma spero di essere almeno stato chiaro.
Ringraziando, saluto cordialmente. RB
utente anonimo

#13   31 Gennaio 2006 - 11:53
 
Se posso permettermi, la assicuro che è stato chiaro.
E, per un attimo, è riuscito ad essere talmente cristallino da ottenere un risultato altrimenti impensabile, come sanno i gentili titolari di questo pregevole blog: farmi sentire pienamente solidale con Ruini!

Ma qui e ora non scrivo certo per esporre le mie tesi ma per comprendere meglio le sue, se avrà la gentilezza di rispondermi.

Un primo quesito è il seguente. Lei afferma che "ci sono innumerevoli motivi a cagione dei quali la Chiesa è e sarà sempre costretta a compromessi di questo genere, primo tra i quali è che il Discorso della Montagna è un grande manifesto elettorale, ma un programma di governo catastrofico".

Posto che il Discorso della Montagna non è un programma di governo e, quindi, l'indicarlo come primo motivo dell'inevitabile compromesso è una "bella forma", una cosa che suona bene ma, di per sé, priva di qualsiasi sostanza (e, quindi, a rischio - salva la prova contraria - di disonestà intellettuale, secondo me), potrebbe esplicitare una manciata di altri motivi, tra gli "innumerevoli"? E, se non chiedo troppo, premettere una breve illustrazione del concetto che lei attribuisce qui al termine "compromesso"?
Grazie.
Friedrich
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#14   31 Gennaio 2006 - 19:48
 
Caro Friedrich,
un grande filosofo cattolico, Giambattista Vico, parlava di eterogenesi dei fini: evidentemente aveva ragione anche in questo minuscolo caso, visto che sono riuscito a farle amare il card. Ruini.
Quanto al Discorso della Montagna, lo so che non è un manifesto elettorale, e neanche un programma di governo: sono stato al catechismo anch'io, da bimbo. Non si trattava dunque di "disonestà intellettuale", parola un po' grossa, ma solo di una modesta battuta di spirito.
Quanto volevo intendere era questo: che nell'ambito politico, il messaggio evangelico contenuto nel discorso della montagna è affatto inapplicabile nella sua integralità, perchè viviamo in un mondo segnato dalla Caduta, nel quale la dimensione della forza, dell'ingiustizia e del male non sono eliminabili. Es.: il responsabile di una comunità politica che di fronte a un'aggressione rispondesse porgendo l'altra guancia, non verrebbe ricordato come un santo, ma maledetto fino alla fine dei tempi come un demente e/o un criminale, mentre il martire che preferisce morire piuttosto che uccidere verrà giustamente elevato agli altari.
Ecco qua un ottimo motivo per fare compromessi.
La Chiesa ne ha fatti, di buoni, di meno buoni e di pessimi (con Carlo Magno, con l'Impero Austro Ungarico, con i borghesi della rivoluzione industriale che facevano lavorare fino a crepare i bambini di otto anni, con i generali golpisti argentini che rapivano la gente da casa, la torturavano e la sbattevano giù dagli aerei dentro l'Oceano, etc.).
Il compromesso fra la Chiesa e il mondo politico è inevitabile, perchè la Chiesa è anche ecclesia militans, e agisce nel mondo.
Inevitabile il compromesso in quanto tale, ma non per questo tutti i compromessi si valgono. Insomma, la Chiesa non ci imbrocca sempre, però: magari. Purtroppo, l'infallibilità è serbata ad altro contesto.
Il filosofo moderno che ha meglio approfondito questo ordine di problemi è, per quel che ne so io, Eric Voegelin, del quale ho sentito che è recentemente uscito, in edizione italiana, un libro di grandissimo interesse, intitolato "Hitler e i tedeschi". Mi permetto di consigliargliene la lettura (V. fuggì dall'Austria all'ultimo momento, poco prima che la Gestapo lo acchiappasse). C'è nel libro un ottimo resoconto degli errori commessi dalla Chiese cattolica e protestante) nei riguardi del nazismo. Non tema che si tratti della solita solfa del "silenzio di Pio XII".
La saluto cordialmente. RB
utente anonimo

#15   31 Gennaio 2006 - 20:04
 
Ho scordato di rispondere alla sua ultima richiesta, la definizione di "compromesso".
"Compromesso" è reciproca accettazione, tra due contraenti un patto, di una comune base d''accordo allo scopo di agire, insieme o separatamente, in ambiti che siano necessariamente contigui o sovrapponentisi; un accordo per raggiungere il quale ciascuno rinuncia alla piena esplicazione dei propri principi, o al perseguimento completo dei propri scopi o desideri.
Il compromesso cristiano borghese, per esempio, si è fondato su questo: la borghesia la pianta di esigere la laicizzazione completa della società secondo il programma, ad es., massonico, o rivoluzionario; e tributa rispetto, ossequio, libertà d'azione, etc. alla Chiesa, eventualmente (a seconda dei momenti) incoraggiando la pratica religiosa, in ispecie da parte del popolino.
La Chiesa, dal canto suo, la pianta di ripetere le tesi legittimiste e antimoderne di de Maistre o Donoso Cortès a ogni piè sospinto, non guida più Vandee o insorgenze guidate dal card. Ruffo, mette in frigo la visione universalistica del diritto di proprietà che le è propria (senza rinnegarla: semplicemente, non la sottolinea dove polticamente conta, cioè nella pastorale) e quando gli operai vanno a spaccare le finestre del padrone perchè crepano di fame, e il padrone gli fa sparare dalla polizia, commenta che ciascuno ha il diritto di difendere i suoi beni, ma non chiosa che se il padrone ha il diritto di difendere casa sua, gli operai che casa non hanno hanno il diritto di difendere il loro solo bene, coè il salario (fatto realmente accaduto in Francia nell'800, e citato da Bernanos ne "I grandi cimiteri sotto la luna").
Scopo del compromesso: dal pdv della Chiesa, trovare spazio per l'azione evangelizzatrice, trovare un alleato contro il socialismo e poi il marxismo. Dal pdv della borghesia: disinnescare le velleità di rivincità dell'aristocrazia, tenersi buono il popolo, e trovare un alleato contro i socialisti.
Ecco, questo è un compromesso.
utente anonimo

#16   31 Gennaio 2006 - 23:06
 
Anche lei usa termini forti: non sono arrivato ad amare Ruini, ma solo a solidarizzare. E solo per un attimo! Battute a parte, devo confessare di aver parlato di disonestà intellettuale con un po' di ...disonestà intellettuale, cioè con un intento provocatorio. La cosa, peraltro, penso fosse abbastanza evidente da togliere ogni vera offensività. Mi perdoni e passiamo oltre.

Ciò non significa che sarò più morbido verso la sua cortese risposta. Le assicuro che ne sono rimasto confortato perché, ancora una volta, ho constatato la povertà delle argomentazioni (pur nella piena consapevolezza dell'occasione e dello strumento) utilizzate dai cattolici che io chiamo reazionari, come in genere qualifico (nel mio blog) i nostri gentili ospiti (da non confondere con quelli che io chiamo i nostalgici, lefebvriani e simili).

Non replicherò a tutto, perché molte delle mie repliche sarebbero scontate, per un sedicente cattolico liberale hayekiano e filoamericano, anzi peggio, reaganiano (e mi risparmio pure di indicarle libri, anche se di qualche lettura un po’ meno conformista almeno sulla rivoluzione industriale lei avrebbe urgente bisogno). Cerco di sintetizzare alcuni spunti di riflessione.

1.In primo luogo, amico mio, lei non mi ha risposto. Mi segua nel banale ragionamento.
A titolo di modesta battuta, lei ci indicava il Discorso della Montagna quale primo motivo dell’inevitabilità del compromesso, dicendo che è un programma di governo catastrofico.
Io, consapevole della …modestia della battuta, le chiedevo altri motivi dell’inevitabilità del compromesso, premesso che il DdM non è un programma di governo.
Lei mi dice: lo so che non è un programma di governo. E poi mi spiega che il “messaggio evangelico contenuto nel discorso della montagna è affatto inapplicabile nella sua integralità”; mi spiega, cioè, perché il Discorso della Montagna …non è un programma di governo.
Ma l’avevo già detto io, perbacco! E allora significa che lei non mi risposto affatto, perché gli altri motivi non me li ha detti!
Resto quindi in attesa e mi perdonerà sia se insisto nella mia prima domanda, sia se evito a mia volta di spiegare perché il DdM non è un programma di governo. Per ora lo dò per scontato, visto che sul punto concordiamo, anche se le mie motivazioni verosimilmente divergono dalle sue.

2.Giustamente lei mi dice che non tutti i compromessi si valgono. Poi mi descrive il compromesso cristiano borghese, del quale lei pensa piuttosto male, mi par di capire, anche perché non credo di sbagliare se ricollego ad esso quella subalternità al neoliberalismo euroamericano che costituisce il vero cuore dei suoi attacchi, il vero nemico della sua reazione.
Ebbene (perdoni la sfilza di domande che segue): come lo dovremmo collocare il compromesso cristiano borghese, nella scala dei valori dei compromessi? È stato un buon compromesso ovvero un compromesso mediocre o addirittura pessimo? Secondo quale criterio si fonda il metro di giudizio? E come regge tale metro al passare del tempo, e chi lo ha stabilito?
In sintesi: la mia preoccupazione è di essermi perso qualcosa di importante, perché nel catechismo il metro di valutazione del compromesso non lo trovo. Anzi, l’unica cosa che trovo è un …doppio decimetro di recentissima fattura (diciamo non più d’una quarantina d’anni? Poco davvero, rispetto alla bimillenarietà), molto influenzato dal liberalismo, da quel liberalismo non neo- ma di certo euroamericano che lei credo non ami e che, secondo me, è uno dei frutti migliori del cristianesimo, originato come conseguenza inconsapevole e non voluta dal più puro e splendido messaggio di Cristo. Ma qui sto andando fuori tema. Insomma, ci dica qualcosa sul “metro per compromessi”!

A risposte ottenute assicuro che non farò solo la parte della cialtronesca sanguisuga che s’attacca alle parole altrui e ne succhia la parte che più gli fa giuoco. Cercherò (tempo permettendo) di costruire un castelletto a mia volta, per offrirle il destro di farlo crollare, se ci riuscirà. E magari partendo dal punto più indifendibile della tesi che cercherò di sviluppare (se le sue risposte saranno abbastanza simili a ciò che prevedo), cioè (ovvio) il povero Card.Ruini e i compromessi da lui patrocinati.
Saluti.
Friedrich
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#17   01 Febbraio 2006 - 11:53
 
Caro Friedrich,
quanto al metro del compromesso, semplicemente non c'è.
Uno se lo trova, o non se lo trova, lui. Non c'è, un metro campione per giudicare la storia; tranne che, eventualmente, l'ordine interiore della propria anima, secondo quel che dice Platone, e l'esperienza e la prudenza o fronèsis, dice Aristotele; e il provarci, e il tirare a indovinare.
La storia è un mistero, non un progetto d'ingegneria o un test a quiz vero/falso.
Tutti facciamo calcoli, ma qui la matematica non basta.
Quanto alla ripetizione dell'argomento discorso della montagna, gliel'ho ripetuto perchè si tratta dell'argomento fondamentale.
Tutti gli altri (argomenti fattuali, considerazioni etiche, morali, politiche, etc.) discendono da quello.
I compromessi la Chiesa li fa per questa ragione fondamentale; poi, ce n'è un'altra infinità, ma sono tutte ragioni che volendo, si possono far risalire alla ragione delle ragioni: il regno dei cieli non si realizza su questa terra per via politica, punto; o se preferisce, "il mio regno non è di questo mondo". La Chiesa essendo insieme visibile ed invisibile, cioè nel mondo ma non del mondo, è geneticamente obbligata a fare compromessi con il mondo. Ecco qua.
Quanto a me, non sono reazionario, nel senso che non desidero il ritorno al feudalesimo, al premoderno, etc., nè sono un estimatore di de Maistre.
Nè mi scandalizzerò di quel che vorrà ribattermi. Lei se ne ha voglia dica, e io appena posso ribatterò volentieri.
Le anticipo il succo delle mie probabili future obiezioni: personalmente, sono contro il capitalismo per gli stessi motivi per i quali sarei contro il comunismo (se ci fosse): perchè sono entrambi (false) religioni.
Che il capitalismo sia figlio del cristianesimo, e del cattolicesimo in particolare, lo trovo semplicemente falso, tranne che per il fatto indubitabile che è nato qui in Europa, dove il cristianesimo si è incarnato nella civiltà cristiana. Ci è nata anche l'ingegneria genetica, ma non mi sembra che per questo la si possa definire cattolica.
Se lo ritrovo, le manderò in un commento sucessivo il link a un articolo di un illustre studioso dell'economia (cattolico) che confuta le recenti tesi propagandistiche secondo le quali il capitalismo sarebbe un' invenzione cattolica (Michael Novak, e altri). Dia retta: è propaganda.
Cordialmente, RB
utente anonimo

#18   01 Febbraio 2006 - 12:07
 
Trovato.
http://www.kelebekler.com/occ/teocon01.htm
Etica ed economia
Una critica radicale a Michael Novak e ai teocon
di Oscar Nuccio, professore emerito storia del pensiero economico alla Sapienza di Roma
utente anonimo

#19   01 Febbraio 2006 - 15:56
 
Due soli flash, rinviando a un domani la replica vera e propria.

Non ho le competenze tecniche necessarie per intervenire nel dibattito storico economico oggetto del saggio del prof.Nuccio, che non conoscevo. La cosa non è rilevante, peraltro, nelle mie tesi e, anzi, le confesso che Novak non mi piace molto e che la ricerca dei sacri natali cattolici della scienza economica è l'aspetto che meno mi appassiona del pensiero liberale cattolico.

In secondo luogo, è opportuno notare che lei parla di capitalismo e io di liberalismo. La cosa ha un significato, e varrà la pena parlarne.

Prendo atto con piacere che, nel giudicare i compromessi della Chiesa, lei mi lascia piena libertà di giudizio; e che, per analizzare criticamente la tesi della necessarietà del compromesso, mi "basterà" occuparmi dell'argomento "Discorso della Montagna".

Temevo peggio, messa così la cosa dovrei riuscire a confezionare una replica non del tutto banale. Spero lei si ricordi di passare di qui ogni tanto, per vedere se l'avrò postata, oppure lasci un "recapito" dove avvisarla.
Saluti.
Friedrich
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#20   03 Febbraio 2006 - 18:34
 
Ringrazio wXre (ovvero uno dei due Dioscuri che si cela dietro questa enigmatica sigla) per avermi avvisato che qui la discussione è continuata. Ma non voglio aggiungere altra carne al fuoco, visto che ne vedo più che in abbondanza e forse la grigliata mi riuscirà già indigesta così.
Mi limito a chiedere a RB: assodato che tanto il comunismo quanto il capitalismo sono “li dèi falsi e bugiardi” del nostro tempo, esattamente per lei con quale “parte” politica italiana (partito, coalizione, cartello elettorale, polo, ideologia, scelga lei il livello di specificità) il bistrattato cardinal Ruini dovrebbe in questo momento fare gli scomodi ma inevitabili compromessi? Qual è, a suo dire, il male minore?
Grazie, signori, fate il vostro gioco.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ClaudioLXXXI

#21   04 Febbraio 2006 - 09:58
 
Risposta breve a Claudio.
Il comunismo è un dio falso, bugiardo, e morto. Il problema, dunque, si sposta e si complica, per la Chiesa, perchè la falsa religione-comunismo era rigida: per sopravvivere, era tenuta a imporre un'ideologia univoca, e dunque si esponeva non solo alla critica, ma alla verifica e alla discussione razionale. Semplificando: come lei sa, "Pravda" in russo vuol dire "verità". Quando un numero sufficiente di russi e di comunisti in generale si è resa conto che di quanto stampava la Pravda, l'unica verità era la data, il comunismo ha cominciato a morire.
Il capitalismo senza nemico, invece, non è così facile da combattere. Ideologicamente, amministra un campo ideologico formato da opposti complementari, in accordo sostanziale sui principi, e che esclude invece tutte le posizioni incompatibili.
Il divieto non cade dunque sul contenuto, ma sulla forma del discorso pubblico: tutti i contenuti diventano permessi, tranne quelli che pretendano di divenire normativi e che confliggano con il principio legittimante (individualismo proprietario, forma di merce).
Semplificando: come capì al volo Solgenitsin appena giunto in USA, l'oopositore non viene mandato nel gulag o nella psicuckca: basta togliergli il microfono.
Tra un comando rigido e un comando flessibile, ognun vede quale sia il più efficace e il più resistente.
Ruini.
Ruini, per come la vedo io, segue la linea politica realistica (principio della "balance of powers") tradizionalmente italiana, che trovo sostanzialmente giusta, perchè fondata su una analisi esatta dei rapporti di forza.
E' la linea del "peso determinante" (politica estera italiana dalla preparazione cavurriana dell'Unità al 1918, e che Dino Grandi cercò di proseguire anche sotto il fascismo: quando perse la linea Grandi, l'Italia precipitò nella sciagura della II GM) o dell' "ago della bilancia"(in politica interna, Craxi).
In sintesi: come allora l'Italia, o in seguito il partito socialista, ora anche la Chiesa non è (più) una grande potenza; ma non è neppure una potenza così piccola da non potersi proporre fini autonomi.
Non potrà, dunque, dettare l'agenda politica; ma potrà e dovrà intervenire nello scontro fra le potenze maggiori, contrattando il suo intervento dall'una o dall'altra parte, e ricavandone benefici di molto superori al suo peso reale, perchè il suo intervento può far "pendere la bilancia" di qua o di là. Vedi la vittoria tattica, esemplarmente preparata, nel recente referendum.
Su un piatto della bilancia ci sono centomila tonnellate, e sull'altro pure: l'Italia (il PSI, la Chiesa) pesa duecento chili, ma per far pendere la bilancia di qua o di là duecento chili bastano, e ottengono quel che centomila tonnellate non sono riuscite ad ottenere.
Di conseguenza, le scelte del'Italia, o del PSI, o della Chiesa, ottengono una utilità marginale altissima (quando ci si imbrocca, va da sè: se sbagli strategia, e/o se interviene un elemento imprevedibile, vieni spazzato via, perchè non hai forza bastante a consistere da solo).
Questo mi va bene, anche perchè è per così dire una scelta politica tecnicamente obbligata (la tecnica della politica si fonda sulla valutazione e sullo sfruttamento dei rapporti di forza, come insegna Machiavelli).
Semplificando, in politica interna la scelta di Ruini è giusta perchè obbligata, dopo la sparizione della DC. E' la scelta "dei due forni" che fece anche Craxi.
In politica interna, però, c'è un elemento che si lega alla politica internazionale, perchè nella presente situazioni, la politica italiana è delimitata (e menomata) da una nostra sostanziale dipendenza, anche culturale e ideologica, dagli USA. Il problema della politica di Ruini, secondo me, sta qui.
Di Ruini non mi va bene la sua analisi di che cos'è l'Impero americano, e di che cosa sono i neoconservatori (in Italia, si chiamano anche "atei devoti").
Non mi va bene perchè la ritengo sbagliata. (Rimando a quel che ho scritto più sotto).
Uno sbaglio in questioni di questo ordine di grandezza (gli USA sono la potenza egemone planetaria, che detta l'agenda politica e ideologica al mondo intero, e i loro rappresentanti locali ne beneficiano come un tempo il PCI beneficiava del peso dell'URSS) un errore in simili questioni, dicevo, è un errore che ha portata strategica, non tattica.
Se ho ragione io e torto Ruini (cosa naturalmente tutta da vedere) Ruini, credendo di agire con astuzia, compromette invece (parlo adesso in termini puramente politici) il suo capitale politico principale, e lo immobilizza, dandolo in ostaggio a una delle due (o più) parti in gioco.
Il capitale politico di Ruini, infatti, è semplicemente il peso, politicamente quantificabile in termini di consenso, prestigio e conferimento di senso, delle benedizioni papali.
(In termini religiosi, invece, impegnandosi con l'Impero americano inteso come avatar dell'Impero romano, Ruini impegna il depositum fidei, perchè nella situazione attuale l'Impero USA vuole proporsi come guida e centro della civiltà occidentale, capitalistica, democratica e cristiana, e in quanto tale scontrarsi con le civiltà asiatiche, non democratiche e non cristiane, in una politica di conversioni forzate di tutto il mondo alla sua versione antropologica di quel che è veramente un essere umano).
"Le divisioni del papa" sono, infatti, la sue benedizioni, e non sono affatto trascurabili, come i successori di Stalin hanno dovuto imparare a loro spese.
Se le impiega male, dunque, ne viene intaccata tanto la sua libertà d'azione (condizione preliminare per l'esercizio della politica del "peso determinante") quanto il contenuto della fede.
Ecco il problema, certo non piccolo, dell'azione politica della Chiesa.
Quindi, qui tutto dipende da come si legga la situazione storica. Io la leggo così, Ruini la legge colà.
Chi abbia ragione non lo so. Il tempo è galantuomo, ma la nottola di Minerva ha la cattiva abitudine di levarsi in volo solo al crepuscolo: e se hai sbagliato a giudicare, ti trovi nella notte fonda, quando "nessuno può operare."
Cordialmente, RB
utente anonimo

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