Caro Luigi,
il filone classico di critica al Concilio, diciamo di matrice lefebvriana, mi ha spesso interessato per dei dettagli, ma nel complesso mi ha sempre lasciato freddo.
Ho sempre visto in chi si concentra ossessivamente sul Concilio, visto come causa della crisi successiva, una posizione speculare di quella di Alberigo & soci, con il loro Vaticano II di rottura e “alba di una nuova Chiesa” (magari mi è dispiaciuto che siano stati scomunicati i valorosi membri della Fraternità di San Pio X e non quelli della scuola di Bologna, ben più meritevoli di un tale provvedimento. Questo sì).
Chi crede che sia stato il Concilio ad aver causato l’infarto che ha colpito la Chiesa negli anni ‘60, stroncando nel giro di pochi anni le comunità di Paesi storici per la cattolicità (Germania, Francia, Belgio, quell’Olanda che fu fucina di missionari, per citare i casi più impressionanti) è più che miope. E’ come chi voglia ricercare le cause dell’ictus di Sharon (lasciamo stare la pulsa denura) in quello che aveva o non aveva mangiato la sera prima.
In realtà, se la Chiesa invece di fiorire è collassata è perché era già debilitata da lungo, lunghissimo tempo. In modo spesso poco visibile, certo, ma non meno reale.
La stessa cosa vale per la Compagnia di Gesù. Com’è noto le bizzarrie, le provocazioni, le idee ereticali, la contestazione delle gerarchie ecclesiastiche, ecc. sono diventate nel dopo Concilio un suo tratto identificativo. Negli Stati Uniti, per esempio, i gesuiti da braccio armato del Papa sono diventati sinonimo di promozione dell’omosessualità, di cristianesimo hippy, di pauperismo tossico alla Don Ciotti, ecc. E anche qui, la diagnosi che generalmente viene fatta di questa metamorfosi è che i gesuiti “sono cambiati” in concomitanza del Concilio e del suo “spirito” (in senso etilico).
La versione forse più popular di questa diagnosi è un libro degli anni ’80, famosissimo negli Usa, “The Jesuits and the betrayal of the Roman Catholic Church”, scritto da uno dei tanti geniacci cresciuti in seno alla Compagnia e poi usciti per contrasti con l’Ordine: Malachi Martin.
Colto, già docente al Biblico a Roma, dotato di una penna da bestsellerista (con i suoi thriller mistici ha dato più di uno spunto a Dan Brown) Malachi Martin ha fatto un racconto della svolta della Compagnia di Gesù nel ‘900 che si tracanna tutto d’un fiato (altro che Codice da Vinci). Un libro ricco di dati, ottimamente confezionato, aderente al vero. E che tuttavia ha un limite pesante, che ne inficia non i dettagli, ma il quadro generale. E alla fine la tesi di fondo. L’idea, cioè, che fino all’altro ieri i gesuiti fossero buoni, bravi e fedeli e poi…un colpo di Teilhard De Chardin da una parte, di Rahner dall’altra, le briglie della Compagnia finite in mano a quel comunista di padre Arrupe …gli stessi gesuiti sono diventati disubbedienti e cattivi.
Più lucido un giudizio di Vittorio Messori, raccolto in Pensare la Storia. Secondo cui “Attorno alla Compagnia di Gesù aleggia un ‘mistero’ che le consuete categorie non sono in grado di penetrare del tutto”.
Scrive Messori:
Per stare ad alcuni esempi: le terribili Provinciali di Pascal (letta la prima, il Superiore dei gesuiti in Francia fu colto da un attacco apoplettico e dovette essere salassato sette volte..) sono un’ingiustizia, seppur rivestita dallo smalto del genio, o sono una legittima protesta in nome della serietà del cristianesimo?
Ancora: aver stroncato, con una decisione papale del XVIII secolo, il progetto di “inculturazione” dei missionari della Compagnia in Asia fu un errore disastroso di Roma o fu invece (come sostenevano gli altri Ordini) l’indispensabile difesa dell’identità cristiana?
Per continuare: fu resistenza profetica o cieco anacronismo la resistenza della Compagnia, per tutto l’800, a difesa dell’intransigentismo romano e a rifiuto di ogni modernità? Ebbe ragione la Civiltà Cattolica del 1873 che non volle dare notizia, se non reticente, della morte di un “cattolico liberale” come Alessandro Manzoni o hanno ragione quei gesuiti di oggi impegnati nelle più spericolate “aperture” non solo culturali ma anche politiche?
Ma gli interrogativi, qui, sono senza numero: la soppressione della Compagnia, nel 1773, fu una gratuita iniquità cui fu spinto un Papa ostile e debole, pressato dalla congiura dei philosophes anticristiani, o fu una meritata punizione per avere ceduto a una volontà di potenza ormai lontana dall’umiltà richiesta a seguaci del Cristo sconfitto e crocifisso? Se i dizionari di tutte le lingue alla voce “gesuita” indicano non soltanto il significato di “membro della Compagnia di Gesù”, ma anche altri significati poco lusinghieri, ciò avviene per una diffamazione di potenti nemici o per una vox populi nata da una realtà?
Ancora, qual è il “vero” gesuita? è Sant’Ignazio stesso che restò in Europa solo per ripiego, il sogno inappagato della sua vita essendo il promuovere una crociata contro il Turco o almeno il recarsi con i suoi discepoli in Oriente per convertirvi i musulmani? O il “vero” gesuita è quello impegnato oggi nel più tollerante e irenico degli ecumenismi?
Spiegare il senso delle apparenti contraddizioni che attraversano tutta la storia della Societas Jesu non è solo importante per capire l’identità dell’Ordine. Ma, data l’importanza dell’Ordine negli ultimi 400 anni, per capire quale sia stato quel “colesterolo” che ha indurito le arterie della Chiesa è l’ha portata all’infarto post-conciliare.
GdC