lunedì, 30 gennaio 2006

IHS 2

Luigi,

bisogna guardare alla teologia di Molina, diceva Roberto Buffagni, per capire il tortuoso cammino dei figli di Sant’Ignazio. Condivisibile, senza dubbio. Ma c’è dell’altro, secondo me. Molto meno visibile della questione del molinismo, eppur altrettanto importante. Se non di più.

I gesuiti sono stati gli alfieri, i paladini della controriforma, della svolta attuata con il Concilio di Trento. Una svolta impeccabile sotto il profilo teologico – vedasi le meravigliose Costituzioni dogmatiche – molto più problematica sotto un altro profilo: quello filosofico.

Con il Concilio di Trento viene infatti oscurato il faro della speculazione, il vertice della metafisica cristiana, cioè san Tommaso d’Aquino. A parole non cambia molto – san Tommaso rimane il doctor Angelicus, la scuola domenicana continua ad avere un peso notevole – ma nei fatti sì. Un po’ è il sospetto che il Concilio fa calare su parte di quell’Umanesimo che da san Tommaso era stato direttamente influenzato (il primo indice dei libri proibiti, in cui finiranno personaggi del calibro del Petrarca, fu redatto da una commissione di saggi e letterati a Venezia…). Ma soprattutto è la Compagnia di Gesù che in filosofia guadagna la pole position e imprime una svolta antitomistica a molti e determinanti ambiti della Chiesa.

Qui uno potrebbe chiedere: ma non era stato Sant’Ignazio ad inserire lo studio di San Tommaso nelle costituzioni dell’Ordine??? Vero. Ma è altrettanto vero che per una serie di cause mai chiarite fin in fondo (tra queste l’influenza sulla Compagnia dell’oligarchia veneziana) – i gesuiti hanno gettato nel secchio San Tommaso. O meglio, ne hanno mantenuto vivo il ricordo, il nome, svuotandolo però di contenuto. E rimpiazzandolo di fatto con uno dei loro maestri, Francisco Suarez.

Il risultato è che San Tommaso è diventato forse l’autore più citato e allo stesso tempo più tradito della storia della Chiesa. E mica per qualche anno, ma per qualche secolo. Anche il richiamo di Leone XIII a ricuperarne gli insegnamenti essenziali (e non la forma) venne largamente disatteso: generò quel fenomeno spurio chiamato neotomismo, pieno di ogni astruseria e contraddizione sotto le insegne dell’Aquinate, che non a caso nel giro di poco tempo si inaridì e si dissolse.

Solo un personaggio (grosso modo) ha saputo intepretare davvero l’appello di Leone XIII, andando a ripescare sotto una coltre secolare di detriti il nocciolo più prezioso del tomismo, riproponendolo dopo tempo immemorabile nella sua essenzialità e purezza: Cornelio Fabro.

Fabro fin dagli inizi delle sue ricerche, in particolare da “La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso”, individuò nell’Esse ut Actus dell'Angelico il punto cruciale della mistificazione… e ricostruì il ruolo della “seconda scolastica”, dei gesuiti in primis, nell’operazione. Con ricadute di incalcolabile gravità nella genesi del cosiddetto pensiero moderno.

Fabro ne parlò anche – con accenti pudichi, ma molto chiari – in quel bellissimo scritto che è “San Tommaso di fronte al pensiero Moderno” di cui ti allego un passo:

Non tocca qui indicare le forme concrete di attuazione di tale tomismo, a cui s’impegneranno gli studiosi del prossimo futuro, come sinceramente ci auguriamo. Comunque, dev’essere saldo che l’essenzialità di cui si parla dice intensità di problematica, approfondimento di principii, chiarificazione delle differenze... anzitutto rispetto alla dialettica moderna dell’immanenza che, nel suo principio ispiratore più profondo (qual è la soggettività trascendentale), ha portato la filosofia alla morte, precipitandola nel baratro dell’attivismo puro, ossia del nulla; poi, anzi prima di tutto, rispetto alla scolastica formalistica che ha preparato e provocato con la sua vuotaggine e carenza speculativa l’avvento del pensiero moderno. Tale dipendenza del pensiero moderno dalla scolastica decadente è stata affermata con insistenza anche recentemente: la scolastica dell’età barocca è infatti in parte solidale con le scuole nominalistiche dei secoli XIV-XV di cui si cerca invano di frenare la caduta verso il formalismo e il fideismo assoluto. Non per nulla i grandi filosofi del razionalismo, da Cartesio a Spinoza, a Leibniz, fino a Wolff e più ancora fino a Schopenhauer e allo stesso Heidegger... avevano fra le mani i tomi degli scolastici celebrati che erano Toledo, Pereira, Fonseca, Suárez, i Conimbricenses...; è stato anche messo in risalto che la restaurazione della cosiddetta “seconda scolastica”, dovuta soprattutto agli scrittori iberici ora indicati, è direttamente legata all’occasionalismo di Arnauld, di Geulincx, Louis de la Forges, lo. Clauberg e G. de Cordemoy. Una storiografia più vigile al senso delle differenze di fondo non avrebbe difficoltà a mettere in rilievo che il pensiero moderno probabilmente non sarebbe esploso, o almeno non l’avrebbe fatto con quella veemenza irrefrenabile, se il campo del pensiero non fosse stato minato in antecedenza: “En fait, de 1550 á 1650, un lien étroit unit les scholastiques espagnols à ce que nous avons appelé l’esprit de la philosophie moderne”. Così J. Ferrater Mora, il quale indica acutamente e per contrasto il nucleo teoretico del tomismo, come soluzione del problema di struttura del finito nella distinzione di essenza e di esse: “Sans remonter aux Grecs, rappelons que Saint Thomas d’Aquin tenta de la résoudre nettement et harmonieusement par l’affirmation d’une “distinctio realis”. E conclude con una saggezza che farebbe onore a un esperto tomista: “Bìen que la craìnte de l’avicennisme entraine certains auteurs à diminuer l’importance de cette thèse dans la philosophie de Saint Thomas, il semble que l’oeuvre du Docteur Angélique n’est pleinement compréhensible qu’à la lumière d’une distinctio realis modérée”. Questo giudizio o bilancio vale soprattutto per la filosofia scolastica nell’indirizzo eclettico che divenne predominante e si guadagnò maggiori consensi nelle scuole cattoliche, fino a provocare fenomeni di erosione nella stessa scuola tomistica, se il maestro generale domenicano de Boxadors ritenne necessario nel sec. XVIII richiamare l’ordine ad una maggiore fedeltà alla dottrina del Maestro Angelico. Questo giudizio negativo non riguarda ovviamente la teologia, la quale, malgrado la diversità dei sistemi, poté assurgere sia nella dogmatica come nella mistica a momenti e progressi di indubbia grandezza, che ebbe il suo monumento nell’opera e nei decreti dogmatici del Concilio di Trento.

GdC

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Commenti
#1   30 Gennaio 2006 - 17:56
 
Con questo intervento mi hai organizzato un programma di letture che mi impegnerà almeno sino alla fine dell'anno.

Marco
utente anonimo

#2   30 Gennaio 2006 - 18:52
 
Naturalmente concordo con l'analisi di Cornelio Fabro. La sfida, oggi, è però quella di ricostruire una dialettica con e per la trascendenza a partire dal vuoto, senza sprofondare. Per fare questo - io credo - non è possibile prescindere dal pensiero moderno (anzi, si deve incontrarlo): una "risalita a ritroso" che istituisca via via un minuzioso rovesciamento. A monte c'è un problema di metodo, di linguaggio, di consapevolezza operativa. Io dico di matematica.

Bernardo
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#3   30 Gennaio 2006 - 20:51
 
Dio ti benedica per quello che hai scritto, caro Guido.
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#4   30 Gennaio 2006 - 21:42
 
Grazie per la citazione.
Fabro è stato un grande, misconosciuto alquanto.
luigipuddu
utente anonimo

#5   30 Gennaio 2006 - 23:46
 
Buone letture a Marco, l'argomento anche secondo me è appassionante. Aiuta a capire meglio, tra l'altro, quel caso clinico che segnalavo a Luigi qualche settimana fa: una Chiesa che sembrava così sana e pimpante fino agli anni '50, che con il Concilio ha subito come un infarto. Inaspettato quanto devastante.

Grazie a Piccolo Zaccheo per l'impetrazione di una benedizione divina su di me. Penso che dovremmo semplicemente ringraziare Dio per averci dato padre Fabro..

GdC
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#6   25 Febbraio 2006 - 01:33
 
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