Caro Guido,
sono terminate le olimpiadi invernali. Da parte mia, ormai mi dedico solo al fondo. Ho abbandonato lo sci alpino da quando sulle piste sono comparsi quelli dello snowboard, quelle sventagliate di ragazzini imbecilli (senza baculum) che scendono su tavole mal sagomate.
Sono entropici, come i loro ragionamenti che capita di sentire. Ammesso che sappiano parlare. Sanno solo andare in discesa. E della montagna conoscono solo la discesa. Se li butti giù per un tunnel è la stessa cosa, basta che scivoli. Si vestono come se potessero fare a meno di camminare. Tanto qualcuno o qualcosa li trascinerà in alto. E’ la montagna ridotta a luna park, dove l’importante è l’adrenalina della velocità: da caricare e scaricare, andando su e giù. Come la musica che ascoltano: un inizio, una fine e quattro note in mezzo che si ripetono.
La montagna io la misuro in ore e giorni, loro in giri di giostra. Certo anche lo snowboard richiede fatica. Ma pure i muli faticano. E’ una fatica che non insegna. La montagna insegna il coraggio prudente ed è triste mungerne solo spavalderia. “La montagna avvicina a Dio e ne rivela come poche altre creature la maestà, la bellezza, la provvida potenza (Pio XI, 1933)”. E quelli là, furbissimi, si avvicinano per allontanarsene, tra gridolini e piroette, più in fretta possibile.
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