giovedì, 09 marzo 2006

Ivashov

Caro Guido, ti giro una lettera di Cardini che non ha trovato spazio nei giornali. E non stento a crederci.

Non è che Cardini ha bisogno della nostra tribuna. Mi preme piuttosto sottolinearti la seconda parte della lettera, dove Cardini riporta analisi e proposte di una vecchia conoscenza: il generale russo Ivashov. Ne riconoscerai subito la precisa influenza.

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Una denunzia nel silenzio
di Franco Cardini

3 marzo 2006

In questo paese, in Italia, nel marzo del 2006, sta accadendo l’incredibile. Sta accadendo sotto gli occhi di tutti e nella generale indifferenza: al massimo, lo si fa oggetto di qualche miserabile speculazione elettorale alla vigilia della competizione del 9 aprile prossimo. Ma il problema è serio e inaudito. Qui la destra e la sinistra non c’entrano.

Chi scrive non è l’ultimo arrivato. Egli si è rivolto a tutti i sette quotidiani sparsi per tutta Italia ai quali abitualmente collabora chiedendo di poter denunziare l’accaduto con la massima energia: perché si tratta di emergenza. Gli si è opposto concordemente, sia pur con motivi e con tono differenti, la barriera del silenzio.

Lancio allora quest’appello, per chiunque voglia e possa accoglierlo.

Credo che tutti i cittadini ancora dotati d’un minimo di senso civico e di carità di patria si siano trovati a disagio dinanzi allo spettacolo della visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nei giorni appena trascorsi: specialmente dinanzi alle sue dichiarazioni di fedeltà incondizionata all’alleato statunitense iterativamente pronunziate, l’1 marzo dinanzi al Congresso degli Stati Uniti e il 2 successivo a bordo della portaerei in disarmo Intrepid, ora museo navale di Manhattan. Secondo il quotidiano “La Repubblica” del 3 marzo stesso, p.6 – al quale va attribuita la responsabilità di eventuali false o difettose citazioni – il Presidente del Consiglio avrebbe usato espressioni quali “Il nostro compito è quello di convincere tutti i paesi democratici a seguire l’America nella diffusione della libertà, che è l’unico modo per avere il benessere”; avrebbe affermato che la battaglia per la democrazia sarà vinta “solo se trasformiamo il mondo in un’a ltra straordinaria America”; avrebbe affermato che il nostro “dovere è stare insieme all’America per portare avanti la guerra per la nostra libertà”; e avrebbe addirittura esplicitamente approvato l’ipotesi dell’one shot, l’attacco militare come ultima soluzione contro un paese che voglia usare armi di distruzione di massa, con ciò allineandosi sulle posizioni più oltranziste degli estremisti neoconservatori. Mi chiedo e chiedo al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale se in queste parole non sia ravvisabile qualcosa di ancor più grave d’un’inaccettabile dichiarazione di sudditanza nei confronti d’una potenza straniera, sia pur alleata.

In un paese ancor dotato d’un minimo di senso di dignità nazionale e di consapevolezza di che cosa significhino libertà e indipendenza, queste parole avrebbero provocato non solo unanime sdegno, ma anche immediata apertura di un’inchiesta di colui che le ha formulate. Si sono viceversa avute solo fiacche reazioni politiche da parte degli avversari di Berlusconi; e, cosa ancor più incredibile, silenzio o addirittura assenso da parte di quelle forze della “Destra” che fanno parte del governo e che si presentano come tutrici dell’identità, dell’onore e degli interessi nazionali.

Opportunismo e complicità non possono arrivare fino a questo punto.

Ma, ancor più grave di questo, è stato un altro episodio che denunzio attingendo sempre al medesimo quotidiano e lasciando ad esso tutte le responsabilità sull’esattezza di quanto è esposto. Nello stesso 3 marzo, a p.4, “La Repubblica” ha pubblicato un articolo a firma di Ferruccio Sansa nel quale si riferisce di una scelta e di una dichiarazione del Ministro della Giustizia Roberto Castelli che, se esatte, sono di una gravità estrema.

I fatti.

Il 17 febbraio del 2003 alcuni agenti della CIA sequestravano in territorio italiano, a Milano, l’imam Abu Omar per interrogarlo in Egitto. L’inchiesta aperta al riguardo dalla Procura di Milano si chiudeva con l’accusa circostanziata a 22 agenti della CIA, la ricerca dei quali si estendeva dunque, in via di diritto, a tutti i paesi dell’Unione Europea e del mondo. In seguito a un’indagine circostanziata durata due anni, e sulla base di numerosissime e pesanti prove, è emerso un panorama inquietante: dati riguardanti voli aerei gestiti dalla CIA per operazioni “coperte” in Europa, e relative complicità degli organi ufficiali preposti alla nostra sicurezza, sono emersi in Germania, Svezia, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Francia, Spagna. In tutti questi casi, si è configurata una violazione della sovranità territoriale di tali paesi.

Come è stato testimoniato dal Procuratore capo di Milano Armando Spataro, che ha seguito l’inchiesta relativa ai 22 agenti della CIA, lettere della Procura che invitano il Guardasigilli a inoltrare agli Stati Uniti la richiesta di estradizione degli indiziati sono state ripetutamente inoltrate. Il Ministro può decidere di non dar luogo a tale richiesta: ma è per legge obbligato a fornire una risposta ai richiedenti.

L’atteggiamento del Guardasigilli, a tutt’oggi, è inaudito e intollerabile. Egli non solo non ha risposto alle legittime sollecitazioni, ma ha attaccato duramente sul piano politico e personale, dai microfoni di Radio Padania il Procuratore Spataro accusandolo di essere “andato a new York e al Parlamento Europeo a parlar male del governo”, di avere “scavalcato i suoi superiori” in ordine alla procedura di sollecitazione della risposta relativa all’inoltro di richiesta d’estradizione degli agenti della CIA e infine dichiarando di non fidarsi “dell’imparzialità di questo magistrato che si è sempre schierato a sinistra. E la sinistra, si sa, è antiamericana”.

Ma più grave e intollerabile ancora è stata un’osservazione del Ministro, nella medesima sede radiofonica, a proposito di quei magistrati che, esaminati i casi di alcuni sospettati di attività terroristiche e averli prosciolti constatando l’inconsistenza degli addebiti loro mossi, li hanno prosciolti. Ponendo in rapporto questi episodi con il caso dei rapitori di Abu Omar, il Ministro – dando per scontato che i magistrati, prosciogliendo i sospetti di terrorismo, abbiano agito contro il loro dovere e contro la verità obiettiva – ha affermato. “Quale immagine diamo? Che lasciamo liberi i terroristi che vengono costantemente assolti e ci occupiamo solo di arrestare i cacciatori di terroristi?”.

Da tale dichiarazione si evince che:

1. il Guardasigilli è più preoccupato dell’immagine che l’Italia offre di sé (dove? a chi?) che non della giustizia e della verità obiettive;
2. Il Ministro omette di far il suo dovere accampando giustificazione di carattere formale e procedurale e frattanto da un lato accusa alcuni magistrati di venir gravemente meno ai loro compiti senza peraltro provvedere contro di loro, come dovrebbe fare se davvero convinto di quanto dichiara e in possesso delle relative prove;
3. Il Ministro presenta come cosa obiettivamente sicura che tutti gli indiziati di attività terroristiche recentemente prosciolti siano in realtà colpevoli, senza comunque giustificare tale affermazione, e si dimostra nel contempo del tutto insensibile di fronte al problema della violazione della sovranità territoriale italiana nel caso Abu Omar.

Fin qui si configurerebbe soltanto – ed è cosa inaccettabile, che in un paese serio e civile provocherebbe quanto meno unanime sdegno nell’opinione pubblica e crisi di governo – una situazione di pesante inadeguatezza di un Ministro della Repubblica. Ma dalle dichiarazioni del Castelli, il quale dogmaticamente si uniforma alla tesi complottistica già dichiarata da Bush all’indomani dell’11 settembre 2001, che cioè stia gravando sul mondo una grave, estesa, coerente e profonda minaccia terroristica, traspare qualcosa di più e di peggio: complicità nel presentare un castello di menzogne come una verità obiettiva.

Vorrei al riguardo richiamare un episodio e una serie di dati a ciò collegati.

Il generale Leonid Ivashov era capo di Stato Maggiore dell’esercito russo al momento degli attentati dell’11 settembre 2001.

Avendo vissuto gli avvenimenti dall’interno, egli ce ne ha fornita un’analisi molto diversa da quella dei suoi omologhi statunitensi. Durante un intervento alla conferenza Axis for Peace 2005 e in una successiva intervista egli prendeva fermamente e responsabilmente posizione per una sostanziale inesistenza del terrorismo internazionale, chiamando in causa anche la versione ufficiale degli attentati dell’11 settembre 2001. Egli affermava che quel che fino ad oggi si è visto è stato solo un terrorismo capace di colpi di mano magari gravi ma comunque episodici, non coordinati fra loro, non diretti da un unico centro e strumentalizzato dalle grandi potenze; anzi, che non esisterebbe senza di esse. Contestando il dogma della “guerra mondiale al terrorismo”, nel nome del quale si attenta ormai con evidenza alle libertà dei cittadini (come mostra negli Stati Uniti la vicenda del Patriot Act e altrove la realtà della lotta al terrorismo avanzata come alibi che giusti ficherebbe ogni sorta di atti illegittimi, come appunto i voli della CIA sull’Europa) Ivashov sosteneva che il modo migliore per ridurre gli attentati consiste nel ripristino del diritto internazionale e della pacifica cooperazione sia tra gli stati che tra i loro cittadini.

Il terrorismo si afferma dovunque si esasperino le contraddizioni, dove intervenga un cambiamento delle relazioni sociali; dove si crei un’instabilità politica, economica o sociale; dove si liberino delle potenzialità aggressive; dove intervenga la decadenza morale, dove trionfino il cinismo ed il nichilismo, dove si legalizzi il vizio ed esploda la criminalità.

È la globalizzazione che crea le condizioni per questi fenomeni estremamente pericolosi. All’interno del suo quadro si rimodella la carta geostrategica mondiale; vengono redistribuite le risorse planetarie; vengono ridisegnate le frontiere degli stati; viene stracciato il sistema di diritto internazionale; vengono cancellate o comunque attaccate le identità culturali. L’analisi dell’essenza del processo di globalizzazione, come delle dottrine politiche e militari degli Stati Uniti e di altri paesi, prova che il terrorismo contribuisce obiettivamente alla realizzazione di una dominazione mondiale ed alla sottomissione degli Stati ad una oligarchia mondializzata. Esso non è quindi un soggetto indipendente della politica mondiale, bensì uno strumento, un mezzo per instaurare un mondo unipolare avente un unico centro di direzione globale: è un espediente per cancellare le frontiere nazionali degli stati ed instaurare la dominazione di una nuova élite oligarchica m ondiale, i centri direzionali della quale sono appunto il soggetto-chiave del terrorismo internazionale, i suoi ideologi e i suoi “padrini”.

L’oggetto principale della nuova «élite» mondiale è la realtà naturale, tradizionale, culturale e storica, il sistema esistente delle relazioni tra gli Stati, l’ordine mondiale nazionale e statale della civiltà umana, cioè, in definitiva, l’identità nazionale.

Secondo Ivashov, l’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno caratterizzato da una parte dall’impiego del terrore - attraverso strutture politiche statali e non - come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi politici con l’intimidazione, la destabilizzazione sociale e psicologica della popolazione e con il soffocamento della volontà di resistenza degli organi del potere; dall’altra dal ricorso alla creazione delle condizioni per la manipolazione della politica degli stati e della condotta dei loro cittadini.

Il terrorismo sarebbe pertanto lo strumento di una guerra di nuovo tipo. Esso, così come viene presentato quale obiettivo pericolo dai media, diviene il sistema di gestione dei processi globali. È precisamente la simbiosi tra i media e il terrorismo a creare le condizioni che permettono mutamenti anche clamorosi e repentini nella politica internazionale, colpi di mano contrari al diritto internazionale e al principio della sovranità territoriale degli stati ma giustificati dall’eccezione determinata dalle “ragioni di sicurezza” atte a fronteggiare l’ “emergenza” e insomma modificazioni anche profonde della realtà politica esistente.

Se, in questo contesto, si rianalizzano gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, si possono trarre secondo Ivashov le seguenti, allarmanti conclusioni :

1. I mandanti di quegli attentati sono i circoli politici e gli ambienti d’affari che avevano interesse a destabilizzare l’ordine mondiale e che avevano i mezzi per finanziare quell’operazione. Il concepimento politico di quell’atto è maturato là dove sono apparse tensioni nella gestione delle risorse – finanziarie e di altro tipo. Le ragioni di quegli attentati devono essere ricercate nella collusione degli interessi del grande capitale al livello transnazionale e globale, in particolare nei circoli non soddisfatti dai ritmi del processo di globalizzazione o dalla direzione presa da esso.
A differenza delle guerre tradizionali il cui concepimento era determinata da politici e generali, gli iniziatori della « guerra mondiale al terrorismo » sono stati alcuni oligarchi e i politici da loro dipendenti.

2. Solo i servizi segreti ed i loro capi attuali o in congedo – ma che hanno conservato dell’influenza all’interno delle strutture dello stato – sono in grado di pianificare, organizzare e gestire un’operazione di tale ampiezza. In generale, sono i servizi segreti che creano, finanziano e controllano le organizzazioni estremiste. Senza il loro sostegno, tali strutture non possono esistere – e ancor meno effettuare azioni di una tale ampiezza all’interno di paesi particolarmente ben protetti.
Pianificare e realizzare un’operazione di tale portata è estremamente complesso.

3. Usama ben Laden e «al Qaeda» non possono essere stati né gli organizzatori né gli esecutori degli attentati dell’11 settembre. Essi non possiedono né l’organizzazione richiesta a questo scopo, né le risorse intellettuali, né i quadri necessari. Di conseguenza, si è dovuto formare una squadra di professionisti, mentre i kamikaze arabi hanno svolto il ruolo di comparse per mascherare l’operazione. L’operazione dell’11 settembre ha mutato il corso degli avvenimenti nel mondo, imprimendogli il ritmo e la direzione decisa dagli oligarchi internazionali e dalla mafia transnazionale, vale a dire da coloro che aspirano al controllo sia delle risorse naturali del pianeta, sia delle reti globali dell’informazione, sia, infine, dei flussi finanziari. Quell’operazione ha pure fatto il gioco dell’élite politica ed economica degli Stati Uniti che aspira anch’essa alla dominazione globale.

L’uso del « terrorismo internazionale » mira a conseguire i seguenti obiettivi:

1. Dissimulare i veri scopi di quelle forze, sparse nel mondo, che lottano per la dominazione e il controllo globali ;

2. Sviare le rivendicazioni delle popolazioni e condurle in una lotta dagli esiti incerti contro un nemico invisibile (in quanto inesistente); distruggere le norme internazionali fondamentali, alterare concettualmente espressioni come “aggressione”, “terrore di stato”, “dittatura” o “movimento di liberazione nazionale”;

3. Privare i popoli del loro legittimo diritto alla resistenza armata contro l’aggressione e all’azione contro l’attività occulta di servizi segreti stranieri.

4. Condurre i popoli alla rinuncia della difesa prioritaria degli interessi nazionali; favorire la trasformazione nella dottrina degli obiettivi militari facendola scivolare verso quella che è stata definita, con i metodi e nelle prospettive che abbiamo visto, “la lotta contro il terrorismo” (che diviene un dogma nel nome del quale si dichiara terrorista o alleato e fiancheggiatore del terrorismo chiunque sollevi qualche dubbio nei confronti di esso e della versione ufficiale sulla base della quale lo si definisce); trasformare la logica delle alleanze militari a detrimento di una difesa congiunta e a vantaggio della coalizione anti-terrorista.

5. Risolvere i problemi economici ricorrendo ad una forte costrizione militare col pretesto della lotta contro il terrorismo.

Viceversa, sempre a detta di Ivashov, per combattere efficacemente il terrorismo internazionale – che può essere come si è detto eterodiretto, ma che recluta una manovalanza obiettivamente disposta a perseguire i fini che i leaders terroristici propongono (apprestandosi pertanto, come diceva il vecchio Bertold Brecht, a marciare contro il nemico senza rendersi conto che il nemico marcia alla loro testa) si dovrebbero assumere alcune misure, tra le quali :

1. Ribadire davanti all’assemblea generale dell’ONU che i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale debbono essere rispettati da tutti gli stati, superpotenza compresa.

2. Formare un’unione geostrategica di civiltà (forse, propone Ivashov, sulla base dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, che raggruppa la Russia, la Cina, il Kazakhstan, la Kirghizia, il Tadjikistan e l’Uzbekistan.) in grado di adottare una scala di valori e una strategia diversa da quella fondata sulla NATO ed egemonizzata dagli USA.

3. Unire (sotto l’egida dell’ONU) le élites scientifiche affinché elaborino e promuovano delle concezioni filosofiche dell’Essere umano del XXI secolo e organizzare l’interazione di tutte le confessioni religiose del mondo, in nome della stabilità dello sviluppo dell’umanità, della sicurezza e del sostegno reciproco.

Il generale Ivashov è portavoce degli interessi russi e può esser sensibile al richiamo di progetti utopistici di più o meno vecchio tipo. Ma le cose che ha dichiarato, specie se poste in rapporto con le dichiarazioni di Berlusconi e di Castelli all’inizio del marzo del 2006, non può essere sottovalutato. varrebbe la pena di far di tutto questo oggetto d’una seria inchiesta, nazionale e internazionale.

 

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Commenti
#1   09 Marzo 2006 - 21:30
 
Già. Del canarino che non canta più, come recentemente di Ivashov, scrisse il Blondet nel luglio scorso: «Chissà cosa avremmo potuto sapere sui terroristi, se Abu Omar non fosse stato rapito [dalla CIA]... “Abu Omar”, alias Hassan Mustafà Osama Nasr, è l'imam egiziano che abitava a Milano, fino al giorno in cui agenti della CIA non l’hanno rapito e portato in Egitto, dove è stato torturato per convincerlo a “collaborare” come infiltrato. “Il sequestro di questa persona”, dice Salvini [il giudice milanese, intervistato dalla Reuters], “non è solo illegale e in violazione della sovranità italiana; è stato anche dannoso alla causa della lotta al terrorismo”. Da anni infatti Abu Omar era sotto discreto controllo dell’intelligence italiano, ricavandone informazioni di straordinaria importanza. L’imam, che non sapeva di essere intercettato (al telefono e con ascolti ambientali), era - come dice la Reuters – “una connessione parlante e camminante con i gruppi militanti in Europa”. Abu Omar, che era stato mujaheddin in Afghanistan e godeva in Italia di asilo politico, conosceva tutti nell’oscuro mondo dell’estremismo islamico, dalla Germania all’Egitto, e chiacchierava con loro al telefono di tutto: raccolta di fondi, reclutamento di “suicidi” da utilizzare all’estero, attentati da organizzare… Washington ha colpito duro per smantellare la nostra intelligence, accecare i nostri occhi sul mondo islamico militante. Ha trucidato Nicola Calipari, che indispettiva la CIA perché si muoveva sul territorio iracheno molto meglio dei super-agenti USA... E ci ha portato via il canarino Abu Omar».
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#2   10 Marzo 2006 - 09:43
 
ha ragione. infatti le cose le sa dagli amici del generale russo.
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#3   10 Marzo 2006 - 23:02
 
Basita, e perdonatemi, che uno storico di quel calibro possa biascicare così orrendamente robe che in soldoni si leggono così: "siccome che l'islam c'ha le pezze al culo fondamentalmente è innocuo", e giù i chili di cacca sull'america che pure ostenta spavalda le sue aberrazioni liberali. Ma, tuttavia, il coraggio di scrivere "transeat" sul dissimulante mondo arabo, a Cardini chi glielo fornisce?
E accantoniamo Berlusconi, grazie.
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#4   11 Marzo 2006 - 12:16
 
Mah, magari il coraggio glielo dà proprio la sua esperienza di storico. Cardini infatti non sostiene che l'Islam è buono, e che gli arabi sono dei nonviolenti; sostiene il fatto, abbastanza evidente, che chi ha la supremazia economica, culturale, politica e militare nel mondo non è l'Islam, e neanche gli Stati arabi, ma gli Stati Uniti d'America; e che la minaccia per la nostra sovranità e indipendenza non sono gli arabi o gli islamici (non è la stessa cosa: ci sono arabi cristiani, e islamici non arabi), ma gli USA, e le posizioni euroatlantiche.
Certo, se la potenza egemone mondiale fosse una potenza islamica, guidata da un leader che si proclama ispirato da Allah, e avesse negli ultimi anni invaso il Lussemburgo prima e la Spagna poi, provocandovi alcune centinaia di migliaia di morti, impiantandovi governi fantoccio, provocandovi una resistenza armata e innescandovi una guerra civile; e se poi questo leader islamico minacciasse di invadere anche la Germania per impedirle di approntare un armamento atomico, e la ammonisse che non esclude un eventuale ricordo all'uso preventivo delle bombe nucleari; bè, se le cose stessero così, allora Cardini sarebbe o ubriaco o bugiardo.
Se poi questo stesso stato imperialistico islamico mantenesse da sessant'anni basi militari sul territorio europeo, se ci invadesse con i suoi prodotti culturali, se determinasse le scelte di fondo della nostra politica interna ed estera, spingendosi a volte persino a commissionar l'assassinio di nostri leader politici, sequestrando illegalmente cittadini stranieri sul nostro territorio; e, quel ch'è più grave, incutendo un tale timore e una tale soggezione psicologica e culturale alle nostri classi dirigenti, che tanto i partiti di opposizione quanto i partiti di maggioranza si fossero spinti a scendere illegalmente in guerra, per ben due volte in dieci anni, al fianco della potenza islamica egemone, contro il più evidente interesse nazionale ed europeo; e, quel che sarebbe ancor più enigmatico e misterioso, se dal popolo italiano tutto non si levassero mai proteste contro questa vergognosa espropriazione della sovranità nazionale, e addiritura, larghi settori di esso non si peritassero di manifestare pubblicamente a sostegno delle politiche imperialiste della potenza islamica egemone, sventolandone la bandiera in un'orgia di stupefacente servilismo; bè, se le cose stessero così, non esiterei a dire che Cardini non solo è ubriaco, non solo è bugiardo, ma è addirittura un traditore della patria, un vigliacco prezzolato, per farla breve un impresentabile pezzo di emme.
Però, non mi sembra che le cose stiano così. O stanno così?
RB
utente anonimo

#5   11 Marzo 2006 - 14:48
 
Caro RB,
detto schiettamente delle dietrologie o dello storicismo eticista di veteromarxisti me ne cale di meno, figurati se a me terrorizzano i panini imbottiti e le coca-cole, figurati se mi straccio le vesti per le politiche più o meno occulte di paesi che si contendono gli ultimi barili dello strutto che rende avidi gli uni e ricattatori gli altri, mettendomi poi a fare la tifosa per uno di questi.
All'antiamericanismo occidentale che si ciba di certe amenità e che esulta al botto delle torri gemelle, comunque, non va riconosciuta alcuna dignità, te lo voglio proprio scrivere caramente.
Al di là del calderone che viene fatto so ancora discernere tra "mercato" e "pensiero" e fare le mie valutazioni di occidentale cresciuta a pane e umanesimo.
Per questo non lascio che mi si imbocchi a suon di fanfaluche in gran parte, e non ammetto mi si indichino delle vittime che tuttavia deambulano col coltello tra i denti; soprattutto quando so osservare, col solo uso della coscienza vigile (non sono ancora in coma), che al di là del fatto che lo Zio Sam sia immorale, Al Queda esiste con tutto ciò che lo concerne, che non sembra affatto rifarsi all'american dream. Mentre Cardini sembra ignorarlo, intento com'è nello sgomitamento pre-elettorale.
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#6   11 Marzo 2006 - 16:57
 
Dopo lattentato in Spagna hanno vinto i socialisti.Hanno fatto male i conti?
utente anonimo

#7   12 Marzo 2006 - 13:48
 
No, no, conti esatti, il socialismo onnipresente nella cultura (fin anche nell'educazione) e nell'economia di stampo paternal-statalistico è l'ovvia reazione allo spauracchio islamico o, se vogliamo ciò che consigliano o suggeriscono i totalitarismi (teocratici o meno), così tanto per...
Inabissatosi il neoliberismo andremo infine tutti insieme allegramente e solidalmente a vedere le danze del ventre, vuoto.
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#8   12 Marzo 2006 - 17:44
 
Cara Ruby,
due righe di replica. (Solo due righe, perchè purtroppo so che in queste faccende si discute, si discute, e nessuno cambia opinione).
Il discorsetto buffo che ti facevo io, e quello più serio di Cardini, non sono fondati su veteromarxismo (mai stato marxista quando era di moda, vuoi che lo diventi adesso?) o su storicismi eticisti, che non so bene che cosa siano (ma dovrebbe trattarsi del solito buonismo vittimista-pacifista, che anche lui non è mai stato la mia cup of tea, perchè discendo da una famiglia di militari, e io stesso ho servito come ufficiale di complemento).
Neanche penso che i tizi che hanno buttato giù le torri gemelle, chiunque essi siano stati, fossero vittime del mondo cattivo, e di conseguenza da compiangere ed eventualmente da curare.
I due discorsetti, il buffo e il serio, sono basati su una semplice valutazione dei rapporti di forza nel mondo. Al Quaeda esiste, come no, e fa i danni che può fare. Esistono anche gli USA, e pure loro fanno i danni che possono fare.
Domanda: che può farne di più?
Domanda due: a noi, intesi come italiani, ci conviene continuare a stare al rimorchio degli USA, adesso che il comunismo e l'URSS non ci sono più?
Ecco. Le considerazioni, anche etiche, partono dalla risposta che si dà a queste domande.
Se hai voglia di discorrerne sul serio, io sono qua. Se non ne hai voglia, lasciamo perdere, e risparmiamo tempo tutti e due.
Chi vivrà vedrà.
Cordialmente, Roberto Buffagni
utente anonimo

#9   12 Marzo 2006 - 18:44
 
Guarda, Roberto, che Cardini fosse della destra storica lo sapevo da mo', ho scritto anche un post chez moi: veteromarxista era riferito all'altro nobiluomo dalla cui analisi geopolitica e storica Cardini prende spunto, tuttavia entrambi sull'antiamericanismo schietto e sul nazionalsocialismo (com'è, come non è...) vanno a braccetto che è una meraviglia. ;)
Allora come si fa, mi chiedi?
Io non consiglierei affatto di stare a ridosso di chicchessia, per mio conto agli americani vanno cantate e anche forti.
Piuttosto mi guarderei dai Cardini qualsiasi che mossi a commozione dai bei tempi in cui i califfi e gli emiri si interessavano di cultura classica e di filosofia, non si sono accorti che storicamente l'islam è diventato un popolo di tutt'altra pasta sotto un profilo culturale.
Se il dibattito invece vorrebbe vertere sul miglioramento del modello democratico, bè ti assicuro che in Cardini si fatica tanto a leggerlo.
Infatti io punterei a continuare a costriure e modellare piuttosto che spalare cacca sempre e comunque, visto che la democrazia -e non il socialismo di stato- ci ha fornito gli strumenti critici atti allo scopo.
Saluti.
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#10   12 Marzo 2006 - 22:41
 
Cara Ruby,
ti ringrazio per la replica cortese e intelligente.
Cercherò di ricambiarti della stessa moneta.
Ho segnalato la lettera di Cardini, che m'era stata inviata come circolare dall'autore, ai nostri amici Luigi e Guido.
Quel che m'ha colpito, ti dirò, non è stato tanto il contenuto della lettera, che non è nuovo, e che personalmente all'ingrosso condivido (lo condivido perchè tanto le analisi di C. quanto quelle del generale russo sono orientate su una stella polare della quale sento molto la mancanza, in Italia: il concetto di interesse nazionale; per non parlare poi di sua sorella maggiore, l'indipendenza dei popoli e delle nazioni).
Quel che m'ha colpito, è stato il fatto che ne abbiano rifutato la pubblicazione sette quotidiani, di cdx e di csx (come sai, Cardini scrive dappertutto).
Ora, un'altra delle mie fisse è che a partire dal colpo di Stato giudiziario di Mani Pulite, destra e sinistra in Italia non siano più diverse di una vacanza sul Tirreno e una vacanza sull'Adriatico, perchè entrambe fanno le stesse politiche di fondo (svendita del patrimonio industriale italiano, demolizione dello stato sociale, sequela perinde ac cadaver degli ukase imperiali con relative due guerre coloniali combattute da ascari, una per ciascun schieramento); e che il loro conflitto rappresenti una vera e propria manovra diversiva, che distrae gli spettatori (noi, popolo bue italiano) mentre qualcun altro ci sfila il portafogli dalla tasca.
Ecco, adesso capisci meglio perchè la lettera di C. mi è parsa meritevole di interesse.
Tu giustamente tiri in ballo il fascismo (Cardini è stato fascista) e il comunismo (il generale), e insomma l'OGM nazicomunista.
Giustamente, non perchè io pensi che tu sia nel giusto, e che queste posizioni automaticamente portino laggiù; ma perchè così mi tiri in ballo una questione molto importante.
Secondo me, in Europa e in particolare in Italia noi viviamo una contraddizione che definire assurda è dir poco: la contraddizione fra la realtà sociale e geopolitica, e la nostra lettura ideologica di quella realtà. Roba da Ionesco, credi a me.
Parliamo di Antifascismo quando il fascismo è stato definitivamente sconfitto sessantun anni fa. Parliamo di Anticomunismo quando il comunismo è imploso nel 1992. Nel frattempo, gli Stati Uniti ci convincono, si fa per dire, a fare una guerra coloniale a due passi da casa per fermare un genocidio che non c'è, e frammentano uno Stato confinante, piazzandovi una bella base militare (Camp Bondsteel) come se non bastassero le tante basi NATO disseminate sul territorio europeo a quindici anni dalla fine di ogni loro giustificazione militare e politica (finita l'URSS, dovrebbe finire anche la NATO).
Qui c'è qualcosa che non va, dico io.
C'è un grosso elefante nel nostro salotto, e nessuno vuole chiedergli di spostarsi un po', anche se si è piazzato proprio davanti (o dentro) la tele.
E quando salta su qualcuno a dire, "Spostatemi quella proboscide, perdio!" c'è tutto un tossicchiare, uno strusciare i piedi, un far finta di nulla che le nostre mamme riservavano al maleducato che ne sparava una enorme prendendo il tè.
Quindi, io, piuttosto che di fascismo o di comunismo, parlerei di qualcos'altro; parlerei dell'ultimo patriota europeo che dell'elefante e all'elefante ha parlato chiaro, chiarissimo, nel solo linguaggio che l'elefante capisce bene: nel linguaggio degli elefanti.
Chi era quel signore?
Quel signore, Ruby, era un insopportabile, egocentrico, arrogante, tirannico militare di carriera; vanitoso al punto che anche quando diventò miope come una talpa, si rifiutava di portare gli occhiali in pubblico perchè riteneva che non si convenissero alla sua dignità; insomma, un antipatico, indigesto vecchio reazionario.
Sì, hai indovinato: parlo proprio del Generale Charles de Gaulle.
Cordialmente, RB

utente anonimo

#11   13 Marzo 2006 - 00:05
 
Ecco, Roberto, se questi che hai esposto fossero i termini di una polemica che si pone in qualche modo dialetticamente nei confronti dell'elefante, io non potrei che starmene zitta. Muta.
Qual è il significato dell'essere allineati oggi?
Ecco, facciamoci dare una risposta corposa.
Ma svilire il problema raccontandoci tra noi le farneticazioni dietrologiche (lo sono in gran parte) con realtiva ostensione delle mutande della CIA etc., sinceramente mi fa rabbrividire.
Era tutto ciò che volevo dire: il concetto di interesse nazionale nella lettera di Cardini viene molto, molto, disturbato dalla zavorra viscerale, anche se allo storico non mancano affatto gli strumenti per dare alla domanda di cui sopra delle risposte articolate che tengano conto delle contingenze storiche e politiche a cui fare senz'altro una critica severa, evitando però di allungare la lista delle amenità come l'inesistenza del terrorismo globale.
Chi mi parla esclusivamente della puzza che fa l'elefante ma opportunamente non si chiede che diavolo ci faccia sul divano degli italiani, non mi fa l'impressione di una grande mente, tanto quanto colui che all'elefante porge le noccioline.
Spero di essermi spiegata.
Ciao.
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#12   13 Marzo 2006 - 01:01
 
p.s.: (mi scuso del mio abusare dello spazio con Luigi e Guido), ti propongo un giochetto, Roberto, al quale lì per lì volevo sottrarmi ma poi non ho resistito: se i legami che sembrano sussistere tra Al Qaeda e alcune propaggini del vecchio comunismo sovietico, si dissolvono al dissolversi della teoria del terrorismo internazionale che si dice sia stata creata a bella posta, eccoti un russo che ci suggerisce di sbarazzarci a rigor di logica degli americani. Non mi sembra il soggetto più affidabile per farmelo consigliare. Un bel rovesciamento, no? ;)
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#13   13 Marzo 2006 - 12:07
 
Cara Ruby,
proposta: se lasciassimo perdere Cardini e il generale Ivashov, e parlassimo direttamente della questione vera, non sarebbe meglio?
Io non sono parente di nessuno dei due, e mi interessano solo perchè mi interessa il tema che hanno affrontato, come la reazione imbarazzata e unanime della stampa italiana.
Voltiamo pagina, vuoi? E passiamo all'altro generale, quello che personalmente preferisco, e che
1) uscì dalla NATO
2) si fece la sua atomica nazionale per provvedersi di una valida premessa metodologica nelle conversazioni con l'elefante
3) non fu mai fascista, e NON cascò mai nell'errore tragico in cui cascammo noi (per tanti e altrettanto tragici motivi ed errori) di identificare l'appartenenza ad una patria e a una nazione in base a una affiliazione politica.
Non so se ci hai mai fatto caso, ma è solo grazie al generale e al suo inviato speciale nella resistenza Jean Moulin, che la Francia liberata non si è mai costituita come "repubblica antifascista". Sembra poco, ma ora si rivela che è quasi tutto.
Cordialmente, RB
utente anonimo

#14   13 Marzo 2006 - 14:07
 
Carissimo Roberto, certo, andiamo a bomba, come si suol dire.
Io credo che non ci sia niente di più utopistico e bamboccesco che aspirare a una totale sovranità nazionale.
Nemmeno la Francia può tirarsi fuori da una gestione economica internazionale che è al di là delle nazioni, persino degli USA, e ormai globalizzata.
Che ci sia chi tenda a divincolarsi non mi stupisce, ma mi stupisce quando non tiene conto di un vuoto di potere che, accantonati gli Stati Uniti (pilastro principe), verrebbe riempito da altri, che sicuramente aspirano tuttora a gestire l'economia internazionale tanto quanto, e che non farebbero certo fatica ad utilizzare politiche analoghe a quelle americane.
Dimmi dove sbaglio, però.
Credi, per esempio, che al banchiere e governatore Draghi, l'italiano Draghi, freghi qualcosa dell'America, dell'Italia o della Francia, o sei disposto a credere che si muova nell'ottica di un'economia sovranazionale e globalizzata?
Abbi fede: egli non fa gli interessi specifici del nostro bel paesello.
Ora, che l'america non sia il tempio della moralità economica e sociale, non me lo devo fare dire né da un ex comunista, per ovvi motivi, né tuttavia da un musulmano, il quale addirittura sovrappone i piani tra sacro e profano (il più pulito dei loro rispettivi leader e delle loro menti economiche ha la rogna, come dicono a Roma, senza passare dalla Cina che altrimenti piangiamo).
Dunque che ci fa la ancora la Nato?
E' presto detto: a garantire a una superpotenza l'egemonia che ha sul mercato. Tu che cosa faresti nei panni di una superpotenza?
Accanni i giochi perché in fondo hai un cuore grande e sei armato di buone intenzioni?
Non lo crederei mai. :D
E' questa lettura ovvia che sfugge a Cardini e a quelli che ne apprezzano il pensiero politico.
Proprio lui che da storico dovrebbe aver capito come si gestiva le cose la superpotenza che è stata Roma per rimanere tale.
E chi sono io per raddrizzare la storia solo perché Roma è ingombrante?
Quando dopotutto la Roma yankee, ha introdotto il concetto di diritto umano, preceduta dalla Roma imperiale nel ruolo di motore della civiltà.
E' fuori discussione sottrarsi a un giogo, sicuramente per certi versi spiacevole, che tuttavia è implicato con complessi ma auspicabili meccanismi evolutivi della civiltà umana nel senso di un progresso.
Non mi pare che gli altri grandi competitori, rispetto all'America, che esistono sulla faccia della terra si stiano sbracciando per una società più a misura d'uomo e per l'uomo: i loro processi di democratizzazione sembrano assai mummificati.
Ora, che quel progesso di cui parlavo vada un po' più indirizzato sulla retta via, è un altro paio di maniche.
Infine, che ci facciamo in Iraq?
Se nessuno prende per il collo il più riottoso dei paesi petroliferi e dispone le cose per ottenere un qualche calmiere per il prezzo del greggio, l'economia di tutti coloro che stanno a ridosso del mercato globalizzato verrebbe messa in grande difficoltà in tempi brevissimi.
L'altrettanta fandonia secondo la quale gli Usa si vorrebbero accaparrare quindi rubacchiare il petrolio di altri è una solenne corbelleria.
Chi è stufo, comunque, del loro ruolo di poliziotti mondiali, non posso che capirlo, ma d'altronde è solo questione di cambiare sceriffo, credi a me.
Altro che sovranità nazionale. :D
Saluti cari.
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#15   13 Marzo 2006 - 15:31
 
Mi permetto di dire la mia.
Al di là degli evidenti e finanche patetici eccessi berlusconiani in tema di filoamericanismo, mi pare che il problema vero sia un altro.
Sconfitta Cartagine, i romani non chiusero subito la partita con Annibale che, come consigliere militare, continuò a fornire il suo aiuto di stratega ai nemici di Roma, finché un giorno, mentre il vecchio generale era ospite del re di Bitinia, per evitare di cadere nelle mani di un drappello di romani mandati per arrestarlo (in barba alla sovranità del re Prusia I), si uccise.
Questo per dire che le politiche imperiali non cambiano, e che il concetto di sovranità nazionale non può essere un feticcio utopistico ma deve assumere le forme più consone alla realtà dei tempi.
Oggi il mondo, anche in virtù della globalizzazione, tende a sdoganare poteri sovranazionali più o meno trasparenti. La teoria dei poteri paralleli non è una favola e nemmeno un complotto ma una concreta e nota realtà storica.
Prima della sovranità nazionale (oggettivamente minacciata più dalla globalizzazione che dagli Stati Uniti) occorrerà, quindi, difendere l'interesse nazionale. Che oggi come oggi, per quanto ci riguarda, non può prescindere dalla solidarietà atlantica. La politica di De Gaulle ha portato la Francia a essere quello che è, ovvero la controfigura di una superpotenza, la favola di un impero: apparentemente distinta, in realtà è come una vecchia signora imbellettata che strizza l'occhio ai giovanotti. L'uscita dalla NATO voluta da De Gaulle è stata un'operazione di grandeur - un po' come il franco pesante - priva tuttavia di consistenza politica, tant'è che oggi la Francia può opporsi finché vuole alla guerra in Iraq senza ottenere assolutamente nulla, priva com'è di un concreto potere di intimidazione. Il "destino" atlantico è un fatto anche per i francesi, NATO o non NATO.
Tra il nazionalismo utopistico e un po' patetico del generale e la vocazione da maggiordomo mostrata da Berlusconi, io guarderei con attenzione all'esempio di un abile politico come Mazzarino: pragmatismo e lungimiranza.
E' necessario giocare a carte scoperte con l'impero, senza dimenticare, però, che, al momento, i suoi interessi sono in sostanza anche i nostri (lotta all'integralismo islamico e all'islamizzazione, reazione all'aggressività dei nuovi mercati privi di regole, soluzione del problema energetico in funzione anti OPEC, sostegno al rafforzamento dello stato d'Israele) e che, last but not least, al momento loro sono Roma e noi, ci piaccia o no, la Bitinia.

Bernardo
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#16   13 Marzo 2006 - 15:33
 
Cara Ruby,
riassumendo un po'scherzosamente il tuo pensiero, tu dici: "lo sai che i papaveri sono alti alti alti, e tu sei piccolina, e tu sei piccolina: sei nata paperina, che cosa ci vuoi far? Potrebbe sempre andar peggio."
Il realismo mi è sempre piaciuto; l'indietronotronismo, l'ormai non c'è più niente da fare, non tanto; o perlomeno bisognerebbe discutere caso per caso: per es., se divento pelato, va bene l'indietronontornismo, perchè da cesare ragazzi mi rifiuto di andare; se la moglie mi pianta, almeno ci provo, a tornare insieme.
Vediamo il caso in oggetto. Certo, tu da sola o io da solo non facciamo altro che chiacchiere (ma anche le chiacchiere, se non sono a vuoto, servono a capire).
Però, se tu cerchi di guardare il presente come storia, vedi che sono aperte diverse possibilità, che comportano diverse scelte culturali e politiche.
Nessuna è più facile di quella che sembri scegliere tu, cioè "ormai è fatta, loro sono forti, noi siamo deboli, sottomettiamoci, rilassiamoci e cerchiamo di divertirci" (è la regola cinese in caso di violenza carnale inevitabile).
O perlomeno, nessuna è più facile nel breve periodo; nel medio e lungo, non si sa.
Non esistono, certo, nè mai sono esistite o esisteranno, sovranità nazionali assolute nel senso che intendi tu (cioè potere assoluto di una nazione di disporre di se stessa: la sovranità è un'altra cosa, e cioè la titolarità a fare scelte compatibili con il proprio reale potere). Tutto è relativo, a questo mondo, come no. E appunto perchè tutto è relativo, bisogna cominciare a chiedersi quanto ci costa, economicamente, politicamente, culturalmente, la nostra mancanza di indipendenza.
Io dico che comincia a costare carissimo.
Per esempio, il Mario Draghi che tu giustamente mi citi, è stato messo lì come rappresentante di interessi non nazionali (che si intrecciano ai gruppi di potere italiani che a questi interessi sono subordinati). Il suo compito è finire il saccheggio del patrimonio finanziario e industriale italiano iniziato da lui stesso nel 1992, quando era direttore generale del tesoro, e curò le privatizzazioni dei governi Amato, Prodi, Ciampi e D'Alema, ciò che gli valse la nomina a vicepresidente della Goldman Sachs.
Che ce lo ritroviamo governatore della Banca d'Italia è una manifestazione di servilismo suicida che per quel che ne so, non ha precedenti storici: equivale con precisione a un paese in guerra che nomina capo di stato maggiore un generale dell'esercito avversario, con la giustificazione che è veramente bravo.
Tu dici, tanto indietro non si torna? Mah. Forse, indietro non si torna, però si va avanti in una direzione nella quale ci aspetta una sorprendente novità: quella di diventare una colonia interna dell'Europa euroatlantica.
Un caso simile noi lo conosciamo da vicino: è il caso del nostro Sud, al tempo dell'unificazione nazionale. Una classe dirigente subalterna culturalmente all'avversario (allora, i Savoia e l'Impero britannico che gli stava alle spalle) voltò gabbana, si dissolse sul campo di battaglia, e agì da allora in poi come concessionaria del potere centrale. Da quel momento, le esportazioni di zolfo (indispensabile per la fabbricazione della polvere da sparo) e di agrumi del Sud pagarono (fino ai primi anni '50) lo sviluppo industriale nel triangolo Milano Genova Torino. L'industria del Sud, che era sul punto di decollare (Napoli-Portici, prima ferrovia italiana) non decollò mai, e il Meridione d'Italia diventò la pittoresca landa fitta di criminali, puttane, pagliacci e lacchè che ancora oggi conosciamo, e amiamo (sul serio). E questo te lo dice uno che ritiene il Risorgimento una gloria nazionale, e discende da un martire dei moti carbonari del 1831.
Quindi: ci abbiamo pensato bene? Davvero, indietro non si torna?
Il mio generale de Gaulle non la pensava così, e fuggì a Londra per iniziare la battaglia per il ritorno indietro, all'indipendenza e all'integrità della sua patria; chi la pensava così, letteralmente dicendo "indietro non si torna" fu proprio il suo ex superiore diretto, il generale Pétain, che stipulò un trattato di pace e di cessione di parte del territorio nazionale ai tedeschi (d'altronde, i tedeschi li difendevano pur sempre contro la barbarie rossa della minacciosa URSS: si trattava solo di cambiare sceriffo, e lo sceriffo con la stella rossa era anche peggio, no?)
Qundi, ci abbiamo pensato bene? Abbiamo davvero valutato i pro e i contro? Davvero, non vale la pena di far nulla, perchè potrebbe sempre andar peggio?
Oddio, il peggio nelle vicenda umane non manca mai; ma siamo sicuri di renderci conto di che cosa davvero sia, quello che ci aspetta?
Un caro saluto. Tuo RB
utente anonimo

#17   13 Marzo 2006 - 18:05
 
Non credo che le cose stiano proprio così. La "devastazione coloniale" dell'Italia è un mito di certa destra e di certa sinistra (non a caso Rauti e Diliberto concordano su questo).
Draghi, per esempio, è uomo organico alla "cupola" del potere economico sovranazionale, non c'è dubbio. Ma non bisogna dimenticare che di quel potere l'Italia è parte integrante e non vittima predestinata: la nomina di Draghi a governatore della Banca Centrale è stata sostenuta dall'interno, non dalla Goldman Sachs.
Ora questo potrà non piacere, ma descrivere la cosa in termini di liquidazione tout court dell'Italia mi sembra non cogliere nel segno.
Certo, gli stati nazionali contano e conteranno sempre meno (tanto più se oggettivamente deboli come il nostro), ma non sarà una politica come quella di De Gaulle a cambiare le cose (come dimostra la stessa Francia). Invece di pensare a nazionalizzare l'economia (e non solo quella) dovremmo liberalizzare il più possibile un sistema ancora molto statalista e "sociale", per rendere più agile ed efficace l'azione e la presenza italiana nel salotto buono della finanza mondiale.
Nel contempo, ovviamente, se la finissimo di raccontarci corbellerie come la favola degli americani liberatori che muoiono in battaglia per il bene altrui faremmo un favore alla nostra dignità intellettuale e renderemmo un servizio di chiarezza e di migliore consapevolezza alle nostre strategie per il futuro.

Bernardo
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#18   13 Marzo 2006 - 18:36
 
Precisazione: ritengo il Risorgimento italiano un fatto storico positivo e glorioso, nonostante tutto. La "devastazione coloniale", però, ci fu sul serio, come ci fu sul serio una guerra civile fra gli insorgenti legittimisti e l'esercito sabaudo. Di recente, facendo ricerche per lavoro, ho scoperto che buona parte degli archivi dell'esercito italiano relativi alla "repressione del brigantaggio" sono tuttora secretati e inaccessibili.
Quanto alla cupola che ha messo Dragi dove sta: certo che ne fa parte una parte rilevante, e anzi rilevantissima della classe dirigente italiana (politicamente bipartisan). Il problema vero, infatti, è questo.
Non suggerisco nazionalizzazioni, se non altro perchè contando come il due di coppe quando briscola è bastoni, sarei solo ridicolo. Suggerisco però di cercar di capire, che è la condizione preliminare per intendere se sia possibile agire.
Quanto alla sua idea di liberalizzazione, posso solo dirle, nei limiti di questo scambio, che credo lei sia nel torto. Non ho prevenzioni ideologiche contro il liberalismo: è a una considerazione d'ordine storico, a cui alludo qui.
Il progetto di progressiva dissoluzione degli stati nazionali è in corso da una trentina d'anni, ed è culturalmente, politicamente ed economicamente egemone nel mondo. Non è però un decreto celeste. Si tratta di un progetto a cui collaborano fasci di forze e interesi tra loro anche aspramente confliggenti, ma che risulta in quella direzione. Ha subito una battuta d'arresto, per esempio, con il no dei francesi e degli olandesi al referendum sulla costituzione europea. Per quel che mi riguarda, sarei felicissimo se ce ne fossero tanit altri, di questi referendum (anche e soprattutto in Italia naturalmente).
Sarebbe l'occasione per aprire un reale dibattito, che interessi tutto il popolo italiano, a proposito di questioni che riguardano con urgenza la vita nostra e dei nostri figli e nipoti, e che sinora vengono sistemate a forza di decreti amministrativi, nel migliore stile sovietico (ecco, questo col Liberalismo con la maiuscola non c'entra tanto).
Cordialmente, RB
utente anonimo

#19   13 Marzo 2006 - 22:38
 
Grazie per i vostri interventi.

Io, per me, un paese che non vede un'infrastruttura degna di questo nome da 15 anni, se non di più, ha una problema. Che si chiama mancanza di sovranità. Se poi quelli che nel 92 stavano a svendere ce li ritroviamo ai massimi vertici istituzionali, la mancanza di sovranità è un problema pure di interessi nazionali.

Averne di Francia che interviene a difendere i propri interessi. Altro che gridare alla scandalo di lesa maestà del mercato, per poi ritrovarci in braghe di tela appena qualcuno bussa da noi. Perché fino adesso ci siamo difesi dentro le scatole cinesi. Francamente preferirei una classe politica più francese. Non per avere i panettoni di stato, ma una politica economica dirigista capace di difendere e attuare una politica del credito per i settori strategici per una nazione (infrastrutture, energia, ricerca, forze armate).
Certo i politici sanno che per questo si muore, vedi Mattei o vedi Herrhausen.

Che l'esempio francese sia solo grandeur stento a crederlo. Perché è vero che con la fine di Bretton Woods sovranità nazionale e cooperazione sulla base di accordi bilateriali hanno avuto una batosta dietro l'altra. Ma è pure vero che nazioni che si sono sempre guardate in cagnesco come Urss, Cina e India, paesi con ancora contenziosi gravi aperti, stanno attuando politiche di cooperazione tagliando fuori proprio le strutture sovranazionali del libero mercato. Insomma la fine dello stato nazione non è proprio ancora stata decretata.
luigi
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#20   13 Marzo 2006 - 22:52
 
Caro Roberto, la mia mica è una rassegnazione, tantomeno un affidarsi alla provvidenza in stile manzoniano. Guardandosi intorno si osserva solo gente navigare a vista... e io son davvero piccolina, anche solo per questo dibattito peraltro divertente, al di là dell'argomento, e del quale ti ringrazio tantissimo (chiedo perdono invece a Luigi e Guido). Non sono proprio il tipo che si rassegna, sono il tipo realista, e l'indietro-tornismo è solo antistorico e personalmente non l'ho mai praticato; il tiremm-innanzismo forse, ma di quelllo che cerca di dotarsi di caparbia volontà: la mia personale prospettiva non contempla un futuro da colonizzata con l'anella al naso, è tutto quello che posso dirti.
E a guardare la Francia mi sento confortata, nemmeno a me pare le sia successo nulla di eclatante dopo che De Gaulle ha salutato la Nato, alla quale del resto ha stretto la mano, arrivederci e grazie magari rimaniamo amici.
Sì, ma poi? A quando il prossimo botto a Mururoa?
Quella è una nazione che ha detto persino no all'Europa con le ultime sue performance. Oui, vive la France, tres bien, ma poi?

Eppoi a me è sempre piaciuto Churchill. :D

P.S.: Noto che i gentili ospiti hanno cambiato argomento, meglio filare dunque, eventualmente sei il benvenuto al link qui sotto, anche se -purtroppo per te- di politica internazionale (grazie al cielo) non parlo mai. :D
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#21   14 Marzo 2006 - 00:23
 
Come avrete capito non nutro alcuna simpatia per i francesi. Li ritengo patetici nel loro persistere in atteggiamenti da superpotenza quando sono ormai un piccolo angolo del mondo privo di concreta importanza strategica. E' lo stesso trombonismo, anzi forse aggravato da circostanze ancor più infelici, che li vide umiliati dalla Wermacht in soli 44 giorni.
Ripeto la politica di De Gaulle è stata solo maquillage per nascondere un tramonto politico oggettivo.
Vorrei solo precisare che:

- il no dei francesi e degli olandesi a quell'aborto che era il trattato costituzionale europeo è stato una battuta d'arresto solo per la creazione di condizioni utili alla formazione di un'unità sovranazionale per il vecchio continente (è un meccanismo politico speculare a ciò che avviene in economia, dove solo le concentrazioni e i gruppi di grandi dimensioni sopravvivono alla competizione internazionale: il suo fallimento conferma quindi soltanto l'inadeguatezza dell'Europa come entità politica che, come mi pare riconoscano un po' tutti, è solo un fantasma burocratico e amministrativo);

- esistono certamente delle resistenze alla progressiva dissoluzione degli "stati" (che non implica necessariamente il tramonto dell'idea di nazione, casomai la fine dei suoi caratteri ottocenteschi) ma il processo mi pare irreversibile, almeno a lungo termine;

- la Francia non difende i propri interessi ma l'icona di se stessa, il feticcio culturale di un retaggio di cultura da superpotenza che, nei fatti, non le appartiene più da un pezzo;

- le politiche dirigiste, oltre a non difendere alla lunga proprio nulla, servono soltanto ad accreditare oligarchie interne e a generare stagnazione e corruzione, tutti elementi che le strutture sovranazionali del libero mercato mettono fuori gioco per definizione (non parlo, ovviamente, in termini etici ma economici): le resistenze di Russia e Cina sono dovute essenzialmente alla frustrazione per il passato da superpotenza della prima, intenta oggi a recuperare un ruolo significativo sullo scacchiere internazionale, e alla presenza di un regime comunista nella seconda, ma tutto ciò sarà riassorbito prima o poi dal duttile meccanismo della concorrenza quando il sistema della cooperazione bilaterale inizierà a provocare insofferenza, in quanto limite ingiustificato alle oggettive potenzialità di crescita, nei ceti industriali e produttivi in genere di quei paesi (come già dimostra lo sganciamento dell'India, terzo attore emergente).

Bernardo
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#22   14 Marzo 2006 - 09:44
 
Cari Ruby, non scusarti anzi ti ringrazio per gli interventi tuoi e di Bernardo e Roberto. Non smammare, non ho cambiato argomento, ne ho aggiunto uno (Sul quale inoltre vi chiederei di darmi man forte o perlomeno di intervenire).

Bernardo guardiamo storicamente. Stati Uniti, Giappone, Russia (prima della rivoluzione), Germania, solo per citare i casi più significativi, hanno avuto negli ultimi due secoli momenti di crescita, in quanto sistema come popolo e nazione, quando hanno attuato politiche dirigiste. Di esempi di sviluppo con il liberismo abbiamo invece le varie compagnie delle indie e gli ultimi 35 anni di finanziarizzazione.
Su marte ci si va con il dirigismo, non con il libero mercato.
luigi
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#23   14 Marzo 2006 - 12:01
 
No, non credo davvero, perché un vero e proprio liberismo economico non c'è mai stato. La Gran Bretagna, da quando la Tatcher ha attuato il suo programma, è l'unica economia europea che tiene il passo della globalizzazione.
Le politiche dirigiste, oltre a porre vincoli inutili e alla lunga intollerabili, sono obsolete in quanto oggi è praticamente impossibile definire un interesse nazionale nel contesto di un'economia planetaria ormai senza alternative: il risultato sarebbe solo una specie di residuato ideologico, un vago nazionalismo economico che, oltre a necessitare di oligarchie interne e di un potere politico che, non potendo non essere democratico, dovrebbe essere demagogico, non farebbe comunque l'interesse del proprio paese.
L'economia la fa il mercato, non lo stato, mentre il compito dei governi nazionali è quello di mettere le proprie imprese nelle condizioni più favorevoli per affrontare la competizione globale. L'interesse economico nazionale si gioca oggi tutto sulle politiche fiscali e del lavoro, sulle infrastrutture, sulla formazione, sulla trasformazione del welfare da carrozzone dell'assistenza a strumento di opportunità, sull'appoggio a politiche internazionali contro il protezionismo e la concentrazione, per la tutela della libera concorrenza. Questo è il modo moderno d'intendere l'interesse nazionale. Sindacalismi, corporativismi, statalismi, nazionalismi, assistenzialismi sono, a mio parere, retaggi del passato e chiusure che, nella loro forma tradizionale, frenano lo sviluppo e portano l'economia di un paese a viaggiare su un binario morto.

Bernardo
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#24   14 Marzo 2006 - 12:46
 
Oggi non ho tempo di intervenire, ma ci tengo a ringraziare Ruby, Bernardo, i nostri gentili ospiti e tutti i lettori.
Arrivederci con un quesito:
finchè il presente non si trasforma in passato, tutte le letture di quel che avviene sono anche progetti politici, e self-fulfilling prophecies.
E' solo la civetta di Minerva che si leva il volo al crepuscolo. Ora come ora, siamo ancora verso le quattro del pomeriggio di un giorno di tarda estate; e quindi, c'è ancora posto per parole (e atti) diversi da "irreversibile", "ormai", eccetera.
Cordialmente, RB
utente anonimo

#25   14 Marzo 2006 - 12:59
 
Vabbé, dopo Blondet ci siamo giocati anche Cardini... ma che c'è un virus in giro?

Sul discorso economia, sottoscrivo l'ultimo intervento di Bernardo.
ciao
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#26   14 Marzo 2006 - 16:17
 
Bernardo, non mi chiudere però il dirigismo dentro la statalizzazione dei mezzi di produzione, con tutto quello che ne deriva sindacalismi etc etc. Questa è un'altra cosa.

Non mi pare che Hamilton, Vitte, List, Mattei, Herrhausen fossero dei comunisti.
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#27   14 Marzo 2006 - 17:07
 
Ci mancherebbe: io volevo soltanto sottolineare che non c'è dirigismo senza "direttori", e che non c'è interesse nazionale, nell'ambito di una politica ispirata al dirigismo, senza un'ideologia dell'interesse nazionale a monte.
Ecco, io credo che tutte le possibili ideologie non siano adeguate - e men che meno oggi - a cogliere la complessità del reale e che finiscano, quindi, per essere semplificazioni velleitarie o simulazioni inconcludenti.
Per questo, e rispondo a Roberto, irreversibile è per me una scelta consapevole, che nulla ha di ineluttabile.

Bernardo
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#28   14 Marzo 2006 - 17:52
 
I direttori hanno un'ideologia. Certo. Tutti. E tutte le ideologie sono una riduzione della complessità del reale. Verissimo. Ma i direttori ci sono sempre e comunque. A meno di non credere alla favola della mano invisibile, raccontata per nascondere altri direttori.
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#29   16 Marzo 2006 - 10:45
 
Non credo alla "mano invisibile", ma all'ideologia impersonale sì.
Il mercato non è un complotto o una congrega massonica ma un linguaggio tanto potente quanto, appunto, anche impersonale: è ideologia nel e del linguaggio ma non per il linguaggio. Lo Stato è declinazione della volontà di potenza (che poi sia stato nazionale o sociale cambia ben poco). La questione non sarà quindi, a mio avviso, quella di opporre al mercato formule "statalnazionaliste" bensì quella di favorire una corretta nozione del mercato medesimo in termini di ideologia grammaticale (che ammette, al massimo, l'azione di "direttori" grammatici, occupati da un a-priori) anziché di ideologia referenziale (in cui i "direttori" sono anche custodi dei significati).

Bernardo
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