domenica, 19 marzo 2006

Via dolorosa e l'arte cristiana

La Chiesa, soprattutto nel suo polmone occidentale, non si è mai legata ad uno stile. Poiché l’arte è dono dello Spirito Santo, l’artista non può precludere un esito.

 

Ma non tutta l’arte sacra è cristiana. Questa ha una sua specificità. Infatti non è che qualsiasi cosa vada bene. Per essere cristiana deve annunciare Cristo: fosse anche solo la croce posta in cima a un obelisco monolitico. La tensione al sacro di ogni tempo, per il cristiano, trova compimento nel segno di Cristo.

 

Segno: è segno inciso e segno che rinvia. E’ l’incarnazione e la trasfigurazione.

 

E’ quindi la via dell’analogia. La forma è attraversata dall’eccedenza dello splendore e allo stesso tempo lo incardina affinché non risplenda equivocamente.

 

Wallinger fa dell’incarnazione (prendendo il momento particolare della passione) un pre-testo: la assume (e fin qui sono d’accordo con porphyrios) come cornice, come condizione di possibilità e limite del darsi dell’opera. Ma per rimanere nell’indeterminato. Quella cornice, intesa come condizione e insieme limite dell’opera, può valere tutt’al più come ragionamento dell’arte sull’arte. Come lo può essere, ad esempio, un ragionamento sulla materia condizione e limite del darsi di ogni opera d’arte. Ma che lì ci sia la pellicola della passione è un pre-testo. Non entra nel testo. Non entra nell’evento di un Dio che è entrato nella storia. Rimane un discorso dell’arte sull’arte (tanto quanto guardarsi un film dei fratelli Cohen).

 

Con via dolorosa non c’è memoriale, ma solo un’evocazione indeterminata. Il nero lungi dall’aprire alla ricchezza tematica della trasfigurazione rimane nella totale equivocità: quel nero può essere proiezione di tutto e il contrario di tutto.

 

Dio che muore può essere bestemmia o scandalo, ma innanzitutto è. E in quanto è, è concepibile. Invece Wallinger lo rende impensabile e irrappresentabile. Scambia la ricchezza semantica della contemplazione della croce per il silenzio dell’equivocismo. La Pentecoste ridotta a muta Babele.

 

Senza audio, senza verbo, nel nero della piccola sala di proiezione, nel solipsismo della sala buia che nasconde perfino il corpo del prossimo (ultimo ritaglio di confronto con il reale, non per niente lì mandò per il mondo a due a due),  su quel nero non rimane che proiettare il proprio sentimento. Il resto, esperienza e ragione, è tagliato fuori. Quello che il sentimento da solo può fare, è una proiezione del sacro inteso come tremendum.

 

Forse da quel nero possono saltare fuori fauni e demoni, fantasmatici folletti e chimere, o al massimo, se guardiamo alle esperienze passate, un capobanda arruffapopoli fallito.

 

Certamente non dice nulla di Maria che sta, in piedi, di fronte alla croce. Non dice nulla di Giovanni. Non dice che lì è sorta la Chiesa. Non dice del centurione che riconosce “Questo veramente è il figlio di Dio”. Non dice nulla di queste trasfigurazioni perché ha già reso impossibile la trasfigurazione.

 

Spero si capisca che non sto sostenendo che l’arte si deve fermare al presepe. Sto dicendo, come ha espresso molto bene piccolo Zaccheo, che l’arte sacra è cristiana se contempla l’incarnazione, la trasfigurazione. E l’ascensione.

 

Non a caso l’occidente cristiano si fa erede del naturalismo dell’arte greco-romana e sviluppa elementi realistici, anatomici, la prospettiva lineare. Lo splendore eccedente dell’eterno si dà configurato entro lo spazio e il tempo. E questo naturalismo non manca di misticismo: ogni cosa del creato lo si può riferire al creatore, ogni cosa è scala per salire al trono.

 

L’arte cristiana, accanto all’incarnazione e alla trasfigurazione partecipa dell’ascensione di Cristo. Ogni cosa è elevata in dignità se nella Trinità il corpo di Cristo viene glorificato senza nascondimento delle ferite dalla croce. Non solo il corpo umano è nella trinità, ma è un corpo ferito!

 

L’arte cristiana è ostensorio della dignità conferita alla materia da un Dio creatore che si è fatto creatura. Di contro, la Via dolorosa, spazio avulso sottratto al Duomo, si sottrae, impalpabile. Non occorre andarci, vederla o percorrerla. E’ un brevetto che basta depositare.

 

Luigi Demiet

 

PS L'inadeguatezza dell'opera di Wallinger apre a (almeno) tre ordini di questioni che proporrò quanto prima. 

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