Luigi,
sono d’accordo anch’io che i conti non tornano, anche se il pezzo è suggestivo. Mi viene poi una postilla, forse un po’ spiacevole, ma che mi sembra opportuno aggiungere.
L’Orfeo di cui parla Blondet è ovviamente Emanuele Samek Lodovici, personaggio di spicco del giro milanese Ares/Opus Dei degli anni ‘70, il cui figlio, Giacomo, si sta scaldando in panchina come futuro intellettuale kattolico (lo trovi su Studi Cattolici, sul Timone, qualche sua lettera esce sul Foglio, ecc.).
Di Samek Lodovici senior si tramandano ricordi più che onorevoli. A detta di quelli che l’hanno conosciuto era davvero un sant’uomo, serio umile devoto.
Anche a me risulta che esercitò un ruolo di leadership in quel giro di cattolici resistenti allo tsunami post-conciliare di cui parla Blondet. Il suo “Metamorfosi della Gnosi” (Ares edizioni) è circolato come un testo di culto negli ambienti catto-conservatori di allora, il nome di Samek risuonava e risuona tuttora ai testimoni dell’epoca come quello di un profeta, di uno che sarebbe potuto diventare un secondo Del Noce e certamente migliore del primo (non ci vuol molto, si dirà).
Proprio qui però sta il problema. Questo sfortunato combattente, certamente uomo di Dio, certamente studioso con buone capacità di lavoro (giovanissimo conosceva bene l’opera di sant’Agostino, che non è poco) prese però dei granchi tremendi. E li fece prendere a molti dopo di lui, causando danni non piccoli.
“Metamorfosi della Gnosi” è un testo che trasmette uno zelo per la Buona Battaglia, indubbiamente, ma che letto oggi è, come dire, imbarazzante. Un testo in cui il povero Samek prende come esempi della lotta contro la gnosi personaggi quali Quinzio, Citati o Calasso. Soprattutto quest’ultimo, verso cui il Nostro non nasconde una grande ammirazione.
Il motivo di un tale colossale fraintendimento (a cui se ne potrebbero aggiungere diversi altri) è abbastanza semplice. Samek cade in pieno nella trappola della dicotomia materalialismo/trascendenza, progressismo/tradizione, identificando la gnosi con i due primi fattori, riassunti in modo sommo nel marxismo. Ecco allora che la prima produzione adelphiana, con il recupero di fattori “spirituali” e di istanze “tradizionali” (Samek è fortemente suggestionato anche da Guénon) diventa per lui un motivo di consolazione, non accorgendosi che proprio da lì stava per arrivare l’attacco più micidiale al cattolicesimo.
Errori di gioventù a cui il Nostro non ebbe il tempo di rimediare, si dirà. Senz’altro. Fatto sta che furono errori gravissimi, anche perché la carica dissolutoria di personaggi come Calasso, che aveva già pubblicato un testo horror come l’Impuro Folle, o di Zolla erano chiarissimi. Bastava leggere.
Spiace, quindi, che fra coloro che ricordano questa bella figura scomparsa 25 anni fa nessuno abbia il coraggio di redigere un onesto bilancio della sua esperienza culturale. Non si tratterebbe di mancanza di rispetto, ma di un atto di chiarezza, che potrebbe evitare anche oggi a molti lettori un po' naif di essere depistati.
GdC