giovedì, 13 luglio 2006

Del Noce: da Augusto a Fabrizio

Del Noce non mi piace un gran che, anche se riconosco in lui degli spunti validi e una buona volontà di fondo. Tra i motivi della scarsa stima ne scelgo due.
 
Il primo è di natura filosofica: il filone moderno che Del Noce ha provato in qualche modo a riscattare, quello di Cartesio-Malebranche-Vico-Gerdil-Gioberti-Rosmini non regge. Uno sforzo generoso, ma che non porta molto lontano. So che il Nostro stimava Cornelio Fabro, temo che non si sia confrontato abbastanza con i suoi studi.
 
Il secondo motivo è che anche Del Noce come Samek Lodovici – e, vista la sua fama, in modo più grave – è stato usato e depistato. Proprio lui, tra l’altro, che aveva rilanciato il concetto di eterogenesi dei fini.
Un personaggio che lo ha fortemente influenzato è stato per esempio Giacomo Ca’ Zorzi (e poteva mancare il veneziano?) alias Giacomo Noventa. Una figura complessa quella di Noventa, con una biografia poco esplorata che si snoda in mille rivoli, incontri, viaggi, contatti, ecc. Fu un personaggio molto importante, anche se defilato, nel milieu letterario e filosofico a cavallo della seconda guerra mondiale. Il milieu che contava, ovviamente. Legatissimo ad Adriano Olivetti, ebbe un ruolo strategico nella nascita delle Edizioni di Comunità, una delle incubatrici del progetto Adelphi.
Fu Noventa sostanzialmente che fissò l’attenzione di Del Noce su uno spauracchio, quello dell’azionismo torinese. E fu sempre Noventa, con il suo cristianesimo esoterico, che spinse Del Noce, di fronte alla minaccia di un immanentisimo dilagante per via azionista, verso quella “spiritualismo” di cui Comunità, con le sue Simone Weil e i suoi Walter Schubart, fu una propagatrice.
Morto Noventa, a lavorarsi Del Noce nella stessa chiave ci pensò Elemire Zolla, che condiresse con lui una collana per la Rusconi e lo spinse sui lidi di Che cos’è la Tradizione et similia.
 
Volendo essere un po’ cattivi – anche se Del Noce, come dicevo, ha sempre conservato una bona fides e quindi non è bello né giusto infierire – verrebbe quasi da dire che nel figlio Fabrizio si sono solidificati e resi visibili tanti miasmi insufflati dal Nostro nel corso degli anni...
 
GdC
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Commenti
#1   14 Luglio 2006 - 06:48
 
Il buono dell'incontro tra Del Noce e Noventa è contenuto nelle pagine del "Suicidio della Rivoluzione".
luigipuddu
utente anonimo

#2   14 Luglio 2006 - 13:39
 
La linea Cartesio-Rosmini non è un dogma neppure per l'A. stesso, piuttosto un tentativo, peraltro doveroso, non privo di originalità e genialità e direi sostanzialmente riuscito proprio nel suo carattere "provocatorio" e demistificante nei confronti dell'altra strada (maestra), imperante nelle scuole e nelle editorie. La quale ultima non solo ha la colpa, grave, di emarginare il fondamentale e creativo contributo italiano - rendendolo per di più goffamente mimetico e di necessità subalterno rispetto a quello alemanno (peraltro innaturale e del tutto estraneo alla nostra tradizione) -, ma, soprattutto, impone come verità indiscutibile quella a questo punto inarrestabile e necessaria declinazione della filosofia verso l'immanentismo e il nichilismo, che tanti danni ha fatto e continuerà a fare nei licei come nei seminari.
Va detto poi che è nella lettura del contemporaneo, massime politico - che Del Noce, anche per ovvie ragioni di indole (non era un teoretico infatti, ma un "testimone" e un acuto demistificatore di criminali storiografie filosofiche imposte agli immaginari) preferiva - è lì, dicevo, che il Nostro ha dato il meglio di sé. Con contributi non solo non disprezzabili, ma direi proficui e tuttora validi per analisi non ancora datate dell'esistente.
Quanto all'altro argomento della critica, esso mi sembra fragile e tautologico: X è falso (o malvagio,o brutto) in quanto Y (di cui sospetto con buone ragioni che sia falso o malvagio ecc.) se ne è occupato o lo ha sostenuto. A parte il fatto che la stessa falsità di Y va dimostrata, essa in ogni caso non pregiudica la verità di X, almeno in riferimento ad alcuni limitati ambiti. Sulla sua eventuale ingenuità in altri, sono il primo a essere d'accordo, compresa forse la fin troppo entusiastica militanza ciellina del Del Noce degli ultimi tormentati anni. Ma non è questo, mi sembra, il punto.
Del Noce fu certo vittima di quell'eterogenesi dei fini da lui acutamente utilizzata (ma fu il Vico, a proposito!, a intuirla per primo) contro altri. Ma questo non c'entra nulla con il suo eventuale valore intellettuale, che si rischia così di sminuire con argomentazioni indebite, di carattere più psicologistico o moralistico che non propriamente filosofico. Non voglio con questo dire che il Del Noce non sia in molti punti debole o debolissimo su quest'ultimo piano, ma negare che lo sia per i motivi che Lei adduce nell'intervento, e che mi sembrano non congruenti e comunque non approfonditi.
cordialmente. caravaggio
utente anonimo

#3   15 Luglio 2006 - 20:43
 
Grazie delle osservazioni, ma non è che volessi o voglia fare le pulci a Del Noce. Solo, dico che Del Noce è stato una sorta di Samek Lodovici in grande. Buoni propositi, buone intuizioni, ma scarsa lucidità sul quadro complessivo.
Sia Samek che Del Noce si sono concentrati sul marxismo (et progressismo in genere) e sui suoi esiti nichilistici, invidividuando lì non una parte del problema, ma IL problema tout court. Non si sono accorti che il nemico era bifronte e che gli autori che loro credevano essere rimedi al male, e che loro promuovevano, costituivano invece un aggravamento della situazione. Si sono rivelati entrambi, più che profeti, drammaticamente in ritardo sui tempi: bloccati nella denuncia di una decomposizione culturale, quella gramscio-marxista, che era già chiarissima a chi aveva occhi per vedere, mentre sono stati incapaci di intuire i tratti della nascente e ben più maligna egemonia culturale, incarnata in una casa editrice che ovviamente non è solo tale, Adelphi.
Chapeau per tante pagine delnociane sul totalitarismo della dissoluzione. Mani nei capelli per il Del Noce che giudicava antidoti a tale processo nichilistico Simone Weil, Titus Burkhardt e gli autori che Zolla gli suggeriva per la collana di Borla. Per non parlare dell'apprezzamento "critico" di un autore come Pasolini, scelta che oggi suona poco ripugnante solo perché decenni di follia ciellina ci hanno assuefatto all'idea che si possa ricuperare un De Sade de noantri quale fu Pasolini a una qualsivoglia prospettiva edificante.
GdC
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#4   15 Luglio 2006 - 21:55
 
A suggerire a Del Noce i nomi di Vico e di Rosmini - anche come possibile antitesi e antidoto al veleno dell'antirealismo tedesco fra Hegel e il postmoderno, via Nietzsche e Heidegger - fu il davvero grande italianista Rocco Montano: il caso più inquietante di censura "e silentio" perpetrata dalle accademie ed editorie nostrane ai danni di una eroica e inesausta ricerca della Verità pagata (e non solo metaforicamente!) di tasca propria.
Ciò che di Del Noce mi sembra notevole è quell'approccio al fattuale che Possenti definisce "causazione ideale", sorta di rovesciamento (un po' sui generis ma, ovviamente, realista) dell'ossimorico materialismo idealista del marxismo. Molto di ciò che è accaduto dopo ha comunque la sua radice filosofica nella "catastrofe" hegeliana, e in tal senso D. non è ancora da buttare.
Accogliendo, e in buona parte condividendo, le Sue osservazioni e facendo senz'altro mie le Sue doverose preoccupazioni per lo gnosticismo adelphiano, La rinvio (se non lo conosce già) al citato Montano, suggeritore anonimo del miglior Del Noce... e ideale mio maestro.
Colgo qui l'occasione per onorarlo nel ricordo.
A risentirci
cordialmente. caravaggio
utente anonimo

#5   18 Luglio 2006 - 22:15
 
non c'ho capito quasi nulla
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#6   24 Luglio 2006 - 23:02
 
Del Noce è un gay che finge di essere vicino al Vaticano.
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#7   14 Settembre 2006 - 10:18
 
qzerty
utente anonimo

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