Caro Guido,
me lo ricordo bene L.R.
1991, primi tempi dell'università. Quell'anno stavo in "appa", in uno di quelli della cooperativa La Ringhiera, insomma con CL. Abitavamo in sei in quel appartamento. E devo dire che mi ci sono pure divertito, anche se ero, diciamo così, solo un ospite. L.R. invece era uno del gruppone. Uno che, una volta data la linea, la seguiva precisa. Erano giorni che stavamo su di notte con la tv accesa sui fuochi della contraerea sopra Baghdad. L.R. era preoccupato perché era stato detto che c'era da preoccuparsi. Che diamine, c'erano Bush (padre), c'erano i massoni, c'erano quelli della falsa pace. Quelli del Nuovo Ordine Mondiale. Quelli della guerra nel Golfo. Quelli "dell'imperialismo internazionale del denaro". Quelli che non ascoltavano le richieste del Papa che denunciava "la guerra come avventura senza ritorno". L.R. era uno serio. Me lo ricordo, incazzato fin dal mattino, con "quel massone di Bush, che fa tanto quello contro l'aborto e poi ammazza i bambini iracheni". Doveva arrivare informato in san Giovi e, a colazione, già leggeva l'editoriale pubblicato su Il Sabato:
Falso problema
Gli argomenti che, gira e rigira, vengono offerti dai sostenitori della guerra nel Golfo sono sempre gli stessi. Quelli che all'inizio ha messo a fuoco Norberto Bobbio e che sono diventati la linea cui quasi tutti, nel nostro Paese, si sono adeguati. Perfino la rivista ufficiale della Massoneria italiana di palazzo Giustiniani, Hiram, ha scritto di riconoscersi nella «tesi espressa da Bobbio». E cioè che bisogna in primo luogo distinguere fra l'aggredito (il Kuwait) e l'aggressore (l'Irak) e quindi riconoscere all'Onu il diritto, per conto del «consesso internazionale», di ristabilire la giustizia. In secondo luogo la guerra contro Saddam Hussein sarebbe indispensabile per contrastare il pericolo dell'Islam, minaccia per l'Occidente.
Sulla prima tesi, quella che si appella alla teoria della «guerra giusta» e che richiama la funzione dell'Onu, ci sarebbe molto da discutere. E' evidente a tutti che la gestione politica e militare della guerra è stata fin dall'inizio nelle mani di Bush; ed ogni volta che il povero De Cuellar, segretario dell'Onu, ha provato a esprimere dubbi o avanzare proposte è stato prontamente messo a tacere.
La seconda tesi, che riguarda il pericolo islamico, viene enfatizzata, in questa fase, ogni giorno di più. L'intervento nel Golfo diventa così una sorta di guerra santa dell'Occidente contro il fondamentalismo islamico impersonificato dal rais di Bagdad. E' una motivazione che trova grande attenzione anche in alcuni ambienti cattolici, tra ecclesiastici e intellettuali. L'America come spada di Dio contro l'aggressività della mezza luna.
E' curioso notare l'obiettiva convergenza tra questi nuovi cattolici fondamentalisti che enfatizzano il pericolo islamico e il laicissimo Bobbio-pensiero sulla guerra. La rivista Hiram arriva a bollare l'attuale politica vaticana per la pace nel Golfo come «maldestro ecumenismo da anni Settanta».
Curiosità a parte, c'è da dire che questa giustificazione ideologica della guerra combattuta contro l'Irak dalla coalizione occidentale è inaccettabile dai cristiani. Per molte ragioni. Innanzitutto per una considerazione generale: la religione non può essere usata per mascherare la vera natura di questa guerra, mossa da ben altre motivazioni di ordine politico ed economico.
Fa parte dell'uso ideologico della religione enfatizzare oltre misura la minaccia rappresentata dall'Islam. Chi ha viaggiato nelle capitali del mondo arabo ha avuto modo di constatare con i propri occhi come le mode occidentali (con tutto ciò che ne segue in termini di modelli di vita) stiano penetrando in profondità anche nelle società musulmane. Un'osservazione che vale a maggior ragione per quanto riguarda l'immigrazione araba in Europa. L'allarmismo di certi cattolici fa pensare ad una sorta di alibi: si addita il pericolo islamico per non fare i conti con la scristianizzazione. In Europa la fede è più minacciata dal Corano o dallo svuotamento dall'interno della tradizione cattolica? Non è molto più attuale e pericoloso, come denunciato da un ininterrotto Magistero dei successori di Pietro, il tentativo di ridurre la Chiesa alla «sezione cattolica dell'ecumene massonico»?
Si replica che in Egitto, Nigeria, Sudan e simili, giungono mensilmente notizie di chiese bruciate da gruppi islamici fanatici e di fedeli fatti oggetto di violenze. Notizie che lo stesso Vaticano, per prudenza, preferisce non rendere di pubblico dominio. E' vero, purtroppo. Ma innanzitutto si tratta di episodi circoscritti. E poi è innegabile che proprio l'assunzione di una simmetrica posizione «fondamentalista» da parte cattolica non avrebbe altro esito che moltiplicare tali aggressioni. La storia recente del Libano insegna che la politica del muro contro muro non paga. Mentre l'arcivescovo greco-melchita di Amman può dire, senza andare molto lontano dalla realtà, che «il re Hussein si comporta meglio di un monarca cristiano» quanto a tolleranza della comunità cristiana locale.
Ben più saggia della linea bellicosa dei neo fondamentalisti cattolici, e proprio dal punto di vista della «libertà della Chiesa», appare la strategia seguita da Giovanni Paolo II. Di dialogo col mondo musulmano, nella chiarezza della propria fede in Gesù Cristo, e nell'umile constatazione che come battezzati diventiamo di anno in anno sempre più una minoranza.
Dalla sede di Pietro non si è mai smesso di sottolineare come la guerra del Golfo sia una sconfitta per tutti. E possibile fonte di altre tragedie innanzitutto per milioni di uomini del Sud del mondo. Non perché innanzitutto credenti di una certa religione, ma piuttosto in quanto rappresentanti della parte più emarginata del pianeta. All'Angelus di domenica 10 febbraio Giovanni Paolo II ha paragonato gli abitanti dei Paesi del Terzo e Quarto mondo con gli operai della fine dell'800 per difendere i quali Leone XIII scrisse la Rerum Novarum. La guerra del Golfo comporta «inaudita violenza e inutili stragi» anche per questo: ne sono vittime gli abitanti della parte più povera del mondo. Che «l'imperialismo internazionale del denaro» ha deciso debba per ora rimanere tale.
Editoriale, Il Sabato, n. 7 del 16 febbario 1991